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Una favola del Senegal   6 comments

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L’Africa

Contrariamente a quanto si è a lungo creduto, l’Africa non è un “continente senza storia”. Civiltà fiorenti, tradizioni, usanze tramandate anche tramite storie, leggende e racconti, si sono sviluppate in molte regioni (Africa occidentale, l’attuale Angola, l’attuale Zimbabwe) fin da tempi molto antichi.
Il declino di questi stati e civiltà africane è relativamente recente ed è legato all’espansione europea nel mondo a partire dalla fine del quattrocento. L’intero continente africano venne infatti impoverito e degradato da quattro secoli di tratta degli schiavi. Si calcola che gli schiavi africani deportati fra il 1500 e il 1850 in schiavitù verso le Americhe non furono meno di trenta milioni.

Nelle fiabe africane ci sono tanti spunti per comprendere la ricchezza di un continente ricco di storia, cultura e tradizioni.

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“Perché ci sono tanti idioti”

Tanto tempo fa c’erano pochissimi idioti nel mondo rispetto a oggi. Quando se ne trovava uno da qualche parte, subito era cacciato via dal villaggio. Oggi, invece, bisognerebbe cacciare via la metà del villaggio e ancora ciò non basterebbe. Ma come si spiega che ci sono in giro tanti idioti? Ecco come sono andate le cose… Un giorno tre idioti che erano stati cacciati via da un villaggio per colpa dei loro pettegolezzi, si ritrovarono ad un crocevia e dissero:
«Forse arriveremo a qualche cosa di utile se riuniremo l’intelligenza di tre teste stupide».
E proseguirono il loro cammino insieme: dopo un certo tempo, arrivarono davanti a una capanna dalla quale uscì un vecchio uomo che disse loro:
«Dove andate?».
Gli idioti alzarono le spalle e risposero:
«Dove ci porteranno le nostre gambe. Ci hanno cacciato via dal nostro villaggio per le nostre imbecillità».
Il vecchio rispose: «Allora entrate. Vi metterò alla prova».
Questo vecchio aveva tre figlie anche loro imbecilli e si dimostrò comprensivo.
L’indomani, chiese al primo idiota: «Tu, vai alla pesca!» E al secondo:
«Vai nel bosco e porta un masso legato con treccine di corde!»
Poi al terzo:
«E tu portami delle noci di cocco!»
Gli idioti presero un recipiente ciascuno, un’ascia e un bastone e si misero in strada. Il primo si fermò vicino al mare e si mise a pescare. Quando il suo recipiente fu pieno, ebbe di colpo sete; ributtò tutto il pesce in acqua e tornò a casa a bere.
Il vecchio gli domandò: «Dove sono i pesci?».
Egli rispose: «Li ho rimessi nell’acqua. Mi ha preso la sete e sono ritornato veloce a casa per bere.
Il vecchio si arrabbiò: «E non potevi bere al mare?» gli chiese.
L’idiota rispose: «Non ci ho pensato…»
Durante questo tempo, il secondo idiota che era stato nel bosco, ma si preparava a ritornare a casa, si era reso conto che non aveva corda per legare i massi. Correva a casa appunto per cercarne una.
Il vecchio si arrabbiò di nuovo: «Perché non hai legato il tuo masso con una delle corde?». Egli rispose: «Non ci ho pensato…». Il terzo idiota montò sulla palma da cocco, mostrò alle noci di cocco il suo bastone e disse: «Tu devi buttare a terra queste noci di cocco, hai capito?»
Scese e cominciò a lanciare il bastone sul cocco. Ma non fece cadere nessuna noce. Anche lui ritornò a casa a mani vuote.
E una volta ancora il vecchio si arrabbiò: «Poiché tu eri sul cocco, perché non hai colto il frutto con le mani?».
Egli rispose: «Non ci ho pensato…».
Il vecchio seppe che non avrebbe combinato niente di buono con quei tre scemi.
Gli diede in moglie le sue tre figlie e li cacciò via tutti quanti.
Gli idioti e le loro mogli costruirono una capanna e vi vissero bene e male.
Ebbero figli tanto stupidi quanto erano loro, le capanne si moltiplicarono e gli idioti si disseminarono in tutto il mondo.

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Gran bel pezzo, Lidia, mia grande maestra di vita! Sempre con te!   4 comments

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Invasioni barbariche? Migrazioni di popoli? Migrazioni di massa?

di Lidia Menapace

Chiamiamo invasioni barbariche quelle che interessarono lo Stivale per alcuni secoli dopo la caduta del’Impero romano d’Occidente. Addirittura chiamando “regni romano-barbarici” quelli che ne derivarono in vari luoghi dell’Italia settentrionale.
Vediamo di intenderci sull’uso dei termini, a partire dalla toponomastica: ad esempio Bologna, che era una città etrusca col nome di Felsina, fu chiamata Bononia dopo l’invasione dei galli Boi; allo stesso modo Sena fu chiamata gallica,  in Italiano Senigallia.. La Gallia cisalpina (cioé posta di qua: cis) divenne Lombardia dopo essere stata conquistata dai Longobardi. I Celti (altra tribù gallica) lasciarono  nomi in -ate, come Linate, Trecate, Brembate, Tradate  ecc. ecc..  Gotica, dopo le invasioni dei Goti fu detta la linea dell’antico confine d’Italia, sotto la quale linea era vietato dalle leggi romane portare armi ed eserciti. Appunto il varco del Rubicone da parte delle truppe comandate da  Giulio Cesare ai suoi tempi fu il segno del suo colpo di stato e probabilmente Hitler pensò di ristabilire quel confine obbligando le sue truppe alla più feroce resistenza appunto alla “linea gotica”. ll cascinale dei Cervi, era su quella linea, verso l’Adriatico, come S.Anna di Stazzema lo era verso il Tirreno.
Mentre in Italia quegli arrivi di popolazioni straniere erano  sentiti come invasione barbara da parte di popoli dei quali non si capiva la lingua e non si condividevano i costumi  nè l’urbanizzazione, nelle popolazioni di origine germanica che ne furono per lo più protagoniste erano chiamate in modo neutro  Voelkerwanderungen, cioé migrazioni di popoli, anche quelle provenienti dall’Asia (Attila di lì arrivava e per sfuggirlo fu costruita nella palude Venezia, che in effetti è una delle meno antiche città italiane).

Il termine greco barbaròs, barbaro significava balbuziente, incomprensibile,  e conteneva un cenno di superiorità da parte dei Greci, che infatti riconoscevano come pari e non barbari solo gli Egizi, mettendo le basi del fenomeno che chiamiamo razzismo.

Non so in altri continenti, dei quali non conosco abbastanza la storia, ma certo in Europa un fenomeno di questo tipo, comunque lo si voglia chiamare, avviene dopo la caduta o la crisi grave di un assetto politico, economico, sociale e culturale di lunga data e segna un passaggio epocale. Non sembra che vi si possa porre ostacolo, per quanta ferocia e violenza si metta nel reprimerlo, controbatterlo, sconfiggerlo. Le popolazioni del nord arrivarono fino in Sicilia coi Normanni, a Trani è sepolto un re longobardo, Alarico è sepolto a Cosenza  ecc.ecc. Queste estreme scosse geopolitiche spesso si intrecciano con periodi di straordinario favore, successo, gloria, splendore. E riportano la storia indietro di secoli: ad esempio le prime distrussero spesso le vestigia dell’ordine giuridico romano; la seconda di tali evenienze, cioè la scoperta dell’America, che fu contemporanea del Rinascimento, vide il ripristino della schiavitù, e oggi assistiamo quale guasto sulla fragile, sottile e superficiale crosta civile sta avvenendo in Europa, con non pochi segni di ritorno del Feudalesimo (le corporazioni, il lavoro non pagato dei e delle migranti).
Sembra dunque di poter sommariamente riassumere questo capitolo storico col dire che talora, nel bel mezzo di una storia che avanza secondo le sue intrinseche propensioni, gusti, cultura, scoperte ecc. ecc., si infilza qualcosa di estraneo, allotrio, incomprensibile, che genera panico e ripudio e fa tornare indietro quel complesso di convinzioni, giudizi, comportamenti, leggi  ecc. ecc. che chiamiamo civiltà; si avvia una profonda ondata di insicurezza, ansia, panico, odio, respingimenti ecc. ecc.

Torno a ripetere che non pare vi si possa porre rimedio, meno che mai accentuando le previsioni di “invasione”, “cancellazione”, “perdita di identità” e simili: tutte queste “risposte” producono danni maggiori, e d’altronde non sono meccanicamente sostituibili con i soliti discorsi  di buonsenso e buon cuore sull’accoglienza, accettazione, inclusione, ecc. ecc. Le prediche lasciamole al papa, ché gli spettano.

Ma allora: che fare?
Forse molte cose anche non coordinate e connesse tra loro, apparentemente casuali o anomale, guardando solo di evitare accuratamente il confronto sulle religioni, il passato, la storia e la gara tra le civiltà. I missionari, se hanno scelto di convertire l’Islam facciano, ma non diano il minimo sentore di politica alla loro predicazione, nè di carità o elemosina ai loro lavori.
Racconto ciò che ho provato a fare io. Premetto che da anni mi aspetto una ondata di Voelkerwanderungen, e mi chiedo in che rapporti esse siano con la crisi mondiale, globale, capitalistica, che agisce naturalmente mostrando attraverso le televisioni, i giornali, insomma i mezzi di comunicazione di massa, immagini affluenti, ricche, vantaggiose, dall’Europa e dagli USA, suscitando per contrasto desideri e proiezioni verso di noi. Sicché quando nelle parti povere del pianeta si cade nella miseria, carestia, e magari anche guerre e dittature, parte una migrazione di popoli che si scarica attraverso inenarrabili fatiche, rischi, privazioni, morti, sulle coste mediterranee e ci arriva addosso, a me nella forma di quelli, raramente quelle, che vendono per strada piccole merci o chiedono direttamente l’elemosina, oppure lavano i vetri delle automobili ai semafori, insomma ciò che sappiamo e vediamo ogni giorno.

Mi fa vergogna  sia di dare qualcosa che di non dare nulla a chi chiede, ma poiché penso che loro preferiscono che io mi vergogni dando qualcosa, quando esco di casa per fare la spesa mi metto in tasca quei pochi euro che ogni giorno posso dare via. E perchè non pensino di essere una  cassetta delle elemosine, sono solita salutare e chiedere da che paese vengono, da quanto sono in Italia, insomma che tempo fa. Rispondono volentieri, soprattutto gli Africani, che la seconda volta ti chiamano già mama.  
Dopo un po’ di tempo, siccome un arabo (scoprirò poi marocchino, di Fez) vende asciugamani e calzini di buon cotone, se mi servono, mi servo da lui e lui a sua volta cerca di sapere chi sono chiedendo ad altri di Bolzano che abitano nelle vicinanze. Bolzano è una piccola città e la sua curiosità viene soddisfatta. Incomincia a chiamarmi dottoressa e si offre di portare fin sottocasa la spesa, va bene, intanto parliamo e lui a un certo punto dice che dove abita lui l’acqua c’é, però manca il pozzo.
Ma perché allora, se io riesco a mettere da parte del denaro mio o che mi viene dato, non lo  raccogliamo allo scopo di scavare il pozzo? Loro ci mettono il lavoro, io aiuto a comprare le macchine ecc. La cosa si fa e infine ricevo quello che sono solita citare come il più bel complimento che abbia ricevuto in vita; ”dottoressa al mio paese anche gli asini ti vogliono bene”, poiché se c’è il pozzo bevono e si tolgono la sete anche gli asinelli, giusto.  Ma poi – mi dice –  c’è un grande cambiamento, anche le donne si riuniscono, lavorano, discutono, propongono, una cosa mai vista. “Caro, si chiama rivoluzione” gli dico tra il serio e il faceto.     
Fatto il pozzo, le donne pensano che anche i loro cibi sono buoni e che se si fa un centro per i possibili turisti, si ha modo di vendere qualcosa. Detto fatto, a settembre ci andrò, per inaugurare il centro, che mi chiedono di poter chiamare menapace: benone, è un buon augurio.

Bisogna fare copie di questo? certo che no, è andata così per caso, però bisogna mantenere accesa la curiosità verso quel che succede e se ha dentro di sé anche timori e rischi, cercare se o cosa ha anche di utile o positivo e lavorarci  sopra col massimo di eguaglianza possibile, senza montare in cattedra, ricordando sempre che noi europei ed europee abbiamo inventato fatto e praticato verso di loro il colonialismo più sfruttatore e che quindi se non ci sparano a vista, ma accettano di lavorare con qualcuno/a  tra noi, sono generosi e intelligenti, speriamo vada tutto bene, io speriamo che me la cavo, appunto. Lidia

da Rifondazione Comunista
Lunedì 22 Giugno 2015

                    
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