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“È la fine non della storia, ma di una storia, proprio come se fosse una storia d’amore …”   6 comments

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Bisogna buttarsi (nell’impresa) a sinistra

Non voto più. Gli elettori e le elettrici di sinistra preferiscono non votare, e se votano, allora scelgono M5S. Almeno sembra utile. È la fine non della storia, ma di una storia. Una storia d’amore.

Chi vota a sini­stra pre­fe­ri­sce di no. È il mes­sag­gio più chiaro che viene dalle urne, dopo la defi­ni­tiva e amara chiu­sura di una tor­nata elet­to­rale che ancora una volta cam­bia le carte in tavola della scena poli­tica italiana.

Un mes­sag­gio che va oltre il tra­collo del Pd, tra­va­lica la bal­danza della destra con la fac­cia feroce di Sal­vini e della Lega, il con­so­li­da­mento nei ter­ri­tori dei M5S, pro­iet­tati su una dimen­sione di governo. Pre­fe­ri­scono di no, gli elet­tori e le elet­trici di sini­stra. Pre­fe­ri­scono non votare, e se votano, allora scel­gono M5S. Almeno sem­bra utile.

È la fine non della sto­ria, ma di una sto­ria, pro­prio come se fosse una sto­ria d’amore. E come nella fine degli amori quello che si perde sono le parole, i luo­ghi, i riti. Quello che aveva un senso unico e spe­ciale, e bril­lava di una chia­rezza lumi­nosa di imme­diata com­pren­sione, d’improvviso si spe­gne, ritorna parola e luogo ano­nimo, indi­stin­gui­bile tra gli altri. Si scio­glie il legame strin­gente, sem­bra che nulla rie­sca più ad accen­dere la pas­sione. Riman­gono ricordi, memo­rie, a volte brevi fiammate.

Il lin­guag­gio amo­roso resti­tui­sce e chia­ri­sce più di altri, a me sem­bra, quanto avviene. E ben di più dell’uso indi­scri­mi­nato della cate­go­ria dell’antipolitica rende ragione della fine dell’avventura. Non siamo negli anni Novanta, e nep­pure nel primo decen­nio del Due­mila. Non è solo né prin­ci­pal­mente il ran­core, che tanto si è ana­liz­zato in pas­sato, il motore della nuova asten­sione e dei nuovi flussi di voto. Gli elet­tori e le elet­trici che hanno pre­fe­rito di no, in que­sta tor­nata elet­to­rale, quelli con radi­cate scelte di sini­stra, come già si era visto in Emi­lia Roma­gna lo hanno fatto per scelta poli­tica. Quasi un atto estremo, dispe­rato, forse, ma l’unico pos­si­bile. Per dire che non ci cre­dono più. Non cre­dono più all’insieme di sigle che a ogni com­pe­ti­zione elet­to­rale si pre­sen­tano a garan­tire con i loro richiami al pas­sato comune la con­ti­nuità di una sto­ria. Per­ché in realtà non garan­ti­scono nulla. Da tempo. Per­ché quella sto­ria non c’è più.

È un punto di non ritorno, in cui è essen­ziale la com­pren­sione di quanto avviene, nel gioco delle forze come nel dispie­garsi dei sen­ti­menti. Per que­sto non è il momento di rin­vii o indugi. Biso­gna but­tarsi nell’impresa, dove si è, come si è.

Non ci sono truc­chi, for­mule magi­che, auto­rità esterne che pos­sano garan­tire alcun­ché. È l’atto di corag­gio che il pre­sente richiede. Quale impresa? Entrare con molta atten­zione nello spa­zio vuoto che gli elet­tori hanno creato. Con l’atto netto, auto­re­vole e umile di aprire ora, adesso un pro­cesso costi­tuente, in un’assemblea entro luglio. Indetta da parte di chi c’è, ora, adesso: forze poli­ti­che, gruppi, asso­cia­zioni, chi si muove nell’area aperta alla sini­stra del Pd. Con la con­sa­pe­vo­lezza che il gesto – neces­sa­rio – non è per nulla suf­fi­ciente. Per que­sto, tra le virtù richie­ste, l’umiltà è indi­spen­sa­bile. L’impresa più dif­fi­cile è essere cre­di­bili e con­vin­centi, mostrare nelle pra­ti­che che non ci si muove in una logica pat­ti­zia, che non si tratta di mano­vre in vista di nuovi car­telli elet­to­rali, per esem­pio per le ele­zioni della pros­sima pri­ma­vera in comuni impor­tanti come Milano e Napoli. Insomma, occorre un passo indie­tro. Biso­gna agire il para­dosso attuale, oggi assu­mersi respon­sa­bi­lità poli­tica signi­fica fare spa­zio, allar­gare, aprire. Non solo per­ché gli elet­tori non per­do­nano, quindi una scelta adot­tata per neces­sità tat­tica. Ma per con­vin­zione intima, auten­tica. È la parte più difficile.

Per­ché non solo vanno tro­vate parole che scal­dino il cuore e la mente, che dicano di mondi da cam­biare, di giu­sti­zia da riven­di­care, di lotte da soste­nere. Ser­vono volti che quelle parole, quei mondi, quelle lotte le ren­dano rico­no­sci­bili. Come in un romanzo, o in un film, o in una serie tv, sono i per­so­naggi che danno gambe alla sto­ria che si rac­conta. Che la ren­dono vera e potente, viva nella mente di chi par­te­cipa. E visto che non scri­viamo un romanzo, ma par­liamo di vite, di dolori, di rab­bia reale, sono le lotte in corso, i pro­ta­go­ni­sti e le pro­ta­go­ni­ste sociali a inter­pre­tare que­sta storia.

Tutto il movi­mento intorno alla scuola, com­preso il som­mo­vi­mento intorno alla pre­tesa «ideo­lo­gia di genere», le lotte per la casa, la nuova atten­zione ai beni comuni, il lavoro sem­pre più sva­lo­riz­zato. Che qui, in Ita­lia, si fac­cia fatica a fare spa­zio alle donne, che pure esi­stono, attive e auto­re­voli, fa parte del pro­blema. Che sia così arduo creare una mobi­li­ta­zione con­vinta intorno alla tra­ge­dia della migra­zione dice fino a che punto sono logori i legami, i vin­coli, per­fino le scelte ideali. È tempo di un nuovo amore.

Non ho usato volu­ta­mente ter­mini come coa­li­zione sociale e coa­li­zione poli­tica, non ho par­lato d’altro. Ciò che importa è lo spa­zio che si apre, in que­ste azioni che non pos­sono che intrec­ciarsi. Da cui pos­sono pas­sare sog­getti, movi­menti, per­sone che da troppo tempo vivono altrove e altri­menti. Fino a quando si potrà dire: pre­fe­ri­sco di sì.

Bia Sarasini – Il Manifesto
Domenica 21 Giugno 2015
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Rifugiati/Rapporto UNHCR – La dura verità   1 comment

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I dati pubblicati tra ieri e oggi sulla situazione dei rifugiati nel mondo (ormai quasi 60 milioni) e la spesa mondiale per i conflitti (14,3 trilioni di dollari) ci dicono molto sul contesto mondiale in cui viviamo oggi. I migranti che bussano alle nostre porte chiedendo rifugio, fuggono da un mondo che è in guerra nell’indifferenza totale. 

Mentre in questi giorni continuiamo ad assistere impotenti agli atteggiamenti gretti, cinici e a tratti crudeli dell’Europa e purtroppo anche di una parte della sua opinione pubblica, nell’affrontare l’emergenza delle migrazioni e dell’accoglienza, ecco che nuovi dati ci sbattono di nuovo in faccia quella che è la dura realtà che contraddistingue i nostri tempi. Il mondo è in guerra.

Il numero di sfollati su scala mondiale provocati da guerre e persecuzioni hanno raggiunto i massimi livelli registrati sinora, e i numeri sono in rapida crescita. Circa 59,5 milioni di persone nel 2014 sono state costrette ad abbandonare i luoghi in cui vivevano a causa di conflitti o persecuzioni. È la cifra fornita dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e contenuta in un rapporto denominato non a caso “Mondo in guerra”. Un numero aumentato di 8.3 milioni rispetto ai 51,2 del 2013 e ai 37,5 milioni di 10 anni fa. A peggiorare il dato il rapporto aggiunge che più del 50% dei rifugiati attuali sarebbero bambini.
Di queste 59,5 milioni di persone, 19,5 milioni sono state costrette a fuggire in un altro paese, 38,2 milioni sarebbero rifugiati interni e 1,8 milioni hanno chiesto asilo politico in un’altra nazione.
Inoltre a quanto pare anche se la situazione in alcuni casi migliora o i conflitti finiscono, rientrare a casa è difficile, dice il documento. Nel 2014 solo 126.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro paesi d’origine, il numero più basso in 31 anni.
A contribuire maggiormente a questa improvvisa impennata, secondo gli esperti, è stata la guerra in corso da ormai quattro anni in Siria. Nel paese ci sono 7,6 milioni di sfollati e quasi 3,8 milioni sono rifugiati all’estero.
Per dare un’idea della situazione basti pensare che allo stato attuale, una persona al mondo su 122 è o un rifugiato, o uno sfollato o un richiedente asilo. Stando a questi dati non dovrebbe stupirci ciò che vediamo sulle nostre coste e vicino ai confini europei. Un evento epocale che purtroppo non cesserà in fretta.

Conflitti in aumento in Africa

Devastanti sono le condizioni del continente africano. Negli ultimi cinque anni nel mondo sono iniziati 15 nuovi conflitti, ben 8 dei quali sono scoppiati in Africa e hanno incrementato del 17% il numero di rifugiati nel continente. Si tratta di: Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Burundi. 
In tutto, l’Africa sub-sahariana ha 3,7 milioni di rifugiati e 11,4 milioni di sfollati interni, 4,5 milioni dei quali rappresentano i nuovi sfollati del 2014. Ma questo incremento complessivo del 17% esclude gli sfollati in Nigeria, perché la metodologia per la raccolta dati sullo sfollamento interno è cambiata nel 2014 nel paese, e quindi i dati non sarebbero stati affidabili, per questo il rapporto non ne ha tenuto conto. C’è da chiedersi quale sarebbe stato il dato finale con le migliaia di sfollati provocati dalle violenze del gruppo estremista islamico Boko haram, che nel 2014 hanno toccato il loro apice.
Inoltre l’Etiopia ha ormai sostituito il Kenya come il più grande paese ospitante di rifugiati nel continente e il quinto a livello mondiale. 

I costi delle guerre

Appare ovvio quindi che la causa principale di tutto questo siano le guerre. Proprio a questo proposito ecco un’altra serie di dati appena pubblicati che descrivono il nostro mondo. Nel 2014, proprio le guerre sono costate l’equivalente di 14,3 trilioni di dollari (14,3 migliaia di miliardi) circa il 13% del Pil (Prodotto interno lordo) globale, tutte risorse sottratte allo sviluppo economico e sociale. In pratica rappresenta l’ equivalente delle economie combinate di Brasile, Canada, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito messe assieme. Sono i dati economici pubblicati ieri e calcolati dall’Institute for Economic and Peace (Iep), un centro studi specializzato che ha sede in Australia, che ogni anno pubblica il rapporto “Global Peace index” che misura il livello di pace del mondo. 

Quello che si deduce dai dati dello Iep è chiaro. Le risorse utilizzate per promuovere conflitti armati sono una fetta importantissima della spesa mondiale. Si pensi che se, ad esempio, tagliassimo solo il 10% delle spese per le guerre, si risparmierebbero 1,4 miliardi di dollari, una cifra 10 volte più alta della somma investita dai paesi ricchi verso quelli poveri in progetti di assistenza e sei volte superiore a quella spesa in prestiti alla Grecia per evitarne il default.
La cosa che sconcerta di più è che quei 1,4 miliardi valgono tre volte di più dei redditi cumulati dal miliardo e cento milioni di persone che vivono in condizioni di povertà estrema.

Pensare all’utopia del mondo senza guerre è senza dubbio ingenuo e ridicolo in questo momento. Ma cercare di ridurne il numero prevenendole per contenere le crisi non è impossibile. Se le istituzioni internazionali e soprattutto l’occidente non inizia ad agire più concretamente in questa direzione e promuovendo lo sviluppo del terzo mondo, quello a cui tristemente assistiamo sulle nostre coste oggi, è solo un assaggio di ciò che avverrà.

È la dura verità con la quale ora dobbiamo fare i conti, perché troppo a lungo si è fatto finta di niente di fronte a ciò che avveniva sull’altra sponda del mediterraneo.

“Il mondo è un casino” ha dichiarato oggi senza troppi giri di parole Antonio Guterres, dell’Unhcr “e il dramma è che se le persone credono che gli operatori umanitari possano mettere a posto le cose, beh non è più possibile. Non abbiamo più le capacità di rimettere insieme i pezzi”. (Fonte: Misna)

di Marco Simoncelli
Nigrizia Notizie
Giovedì 18 Giugno 2015

       

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Pubblicato 19 giugno 2015 da mariannecraven in Società

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Strategie del cibo   2 comments

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La Carta dei popoli

Non c’è pericolo che si confonda con la Carta di Milano, il documento ufficiale di Expo 2015, l’esposizione universale sul cibo che da maggio ad ottobre si svolge nel capoluogo lombardo.

Il manifesto programmatico dell’Expo dei popoli delinea 10 punti strategici e dice che per promuovere un sistema alimentare giusto e sostenibile va superato l’attuale modello agro-alimentare industriale e va fermata la speculazione finanziaria sui prodotti agricoli. E si ripromette di incalzare politicamente governi e istituzioni internazionali che invece vanno a braccetto con questo modello fallimentare.

Il documento è stato elaborato nel corso di un forum internazionale (3-5 giugno) dell’Expo dei popoli che si è tenuto alla Fabbrica del Vapore (Milano) e che ha visto una bella partecipazione: 50 organizzazioni non governative e associazioni della società civile italiana (tra gli altri Lega Ambiente, Mani tese, Iscos, Pax Christi, Slow Food, Terre di Mezzo, Wwf, Acli) e oltre 180 rappresentanti di 14 reti e movimenti contadini provenienti da oltre 50 paesi del mondo (tra cui Rete delle comunità del cibo di Terra Madre, Global Call to Action Against Poverty, La Via Campesina, Ipc, Nyeleni Europe, World Fair Trade Organization, Urgenci, Ripess, Climate Action Network, La Red Vida).

«Il Forum ha voluto colmare i vuoti dell’Expo ufficiale, invitando a partecipare i grandi esclusi dall’esposizione universale: coltivatori, pescatori e allevatori di piccola scala, che producono il 70% degli alimenti consumati a livello globale, sono i principali investitori in agricoltura ma subiscono, al contempo, il maggior numero di vessazioni da parte del cosiddetto libero mercato». Così Giosuè De Salvo, portavoce dell’Expo dei Popoli, che aggiunge «pur enunciando principi condivisibili, La Carta di Milano non chiarisce le responsabilità di ciascun attore coinvolto nella sfida “Nutrire il Pianeta”. Una corretta assunzione di responsabilità dovrebbe vedere da un lato la società civile denunciare la violazione dei diritti e dall’altra le istituzioni rispondere in modo adeguato offrendo politiche e strumenti legislativi utili a combattere le disuguaglianze e a difendere l’ambiente».

Il manifesto dell’Expo dei popoli fornisce piste di lavoro, già praticate dalle ong e dai movimenti contadini, che coniugano il diritto al cibo con la sostenibilità ambientale e il rispetto dei diritti umani e della biodiversità. Soprattutto chiedono la partecipazione-condivisione dei cittadini.

Tra i temi salienti, «la denuncia dell’accaparramento della terra e dell’acqua, fenomeno che ad oggi vede oltre 40 milioni di ettari di terreno fertile (pari alla superficie di Italia, Svizzera e Austria messe insieme) espropriati da multinazionali e fondi di investimento, con conseguenti sgomberi forzati e oppressione dei popoli; la richiesta di vietare gli incentivi pubblici ai biocarburanti derivanti da colture alimentari; la sospensione dei trattati commerciali dannosi per la sicurezza alimentare e la cessazione dei fenomeni di speculazione finanziarie sui prodotti agricoli».

Il variegato mondo che ha saputo far risuonare una nota diversa da quelle, mielose, che si è soliti sentire nell’Expo ufficiale, ora è chiamato a dar prova di continuità-resistenza e di unità d’intenti. Il tema della sovranità alimentare chiede di essere continuamente e lucidamente rilanciato: avranno le associazioni e le ong la forza e la volontà di investire, anche quando saranno spente le luci della ribalta alimentare?

Redazione nigrizia.it
Lunedì 08 Giugno 2015

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Io non ci credo molto, una volta chiuso il sipario gli attori se ne andranno dal Teatro e non se ne parlerà più. Sarò anche troppo scettica, ma se qualcuno riesce a convincermi che alle multinazionali importa qualcosa della gente che muore di fame, sono pronta a chiedere venia in ginocchio. Dovrà essere molto persuasivo, però! E, soprattutto, portarmi prove tangibili.

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Rapporto Sofi 2015, Africa ancora affamata   6 comments

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La settimana scorsa è stato pubblicato il rapporto sulla situazione dell’insicurezza alimentare nel mondo, redatto dalle tre agenzie dell’Onu che si occupano di alimentazione e agricoltura. 795 milioni le persone che soffrono ancora la fame, ma il dato è in calo rispetto al 2014. Nell’Africa subsahariana un quarto della popolazione è in queste condizioni. Lontani gli Obiettivi del Millennio.

Lo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015, disegna ancora una volta un quadro di luci ed ombre sulla fame, mettendo in evidenza non solo la persistenza del problema ma anche la sua diseguale diffusione. Preparato dai tre organismi Onu che si occupano di agricoltura e alimentazione, Fao, Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo) e Wfp/Pam (Programma alimentare mondiale), il Rapporto quest’anno è stato anticipato in coincidenza con i temi dell’Expo di Milano e con la conclusione del periodo di osservazione degli Obiettivi del Millennio.

Sono 795 milioni le persone che soffrono ancora la fame (erano 805 milioni secondo il Rapporto 2014), con una diminuzione di 167 milioni nell’ultimo decennio. Su 129 paesi in via di sviluppo monitorati, poco più della metà, 72 paesi, hanno raggiunto dal 2000 ad oggi l’obbiettivo di ridurre della metà il numero delle persone che soffrono la fame. Del resto dei 795 milioni, 780 vivono nei paesi in via di sviluppo. Una persona su 9 è ancora colpita dalla fame, malgrado la sua incidenza sia globalmente diminuita.

Se alcuni paesi o regioni, come l’India, la Cina, l’America latina, hanno fatto progressi considerevoli, altri invece come quelli dell’Africa subsahariana restano ancora lontani dagli Obiettivi del Millennio: un quarto   della popolazione (23,2%) soffre infatti la fame. La regione più colpita è l’Africa orientale con 124 milioni.

Nel suo complesso, in Africa il numero delle persone che soffrono la fame è in lento ma continuo aumento: 233 milioni oggi, contro i 182 milioni all’inizio degli anni ’90. Tenuto però conto della dinamica demografica, la percentuale delle persone colpite è in diminuzione.

Al suo interno peraltro sussistono differenze regionali, che dipendono da fattori come l’instabilità politica, la guerra e le catastrofi naturali che provocano a loro volta una crescita economica insufficiente ed aumentano la povertà, che rimane la prima causa della fame: l’impossibilità, cioè, di procurarsi i mezzi per alimentarsi a sufficienza.

Il Rapporto esamina anche l’incidenza dei rapporti commerciali internazionali e della tendenza a liberalizzare gli scambi, giungendo (timidamente) alla conclusione che in alcuni casi possono incidere negativamente sull’attività dei piccoli produttori e sullo stato dell’alimentazione della popolazione.

Da un obiettivo (mancato) ad un altro sembra per il momento la risposta più pragmatica degli organismi internazionali. Archiviati gli Obiettivi del Millennio ci si appresta a varare un Programma per lo sviluppo durevole per il dopo 2015, passando per il Partenariato per la fine della fame in Africa nel 2025, o l’iniziativa Fame zero nell’Africa occidentale, la regione africana dove i progressi sono stati più rapidi, e dove anche il numero complessivo delle persone colpite dalla fame è diminuito nell’ultimo quarto di secolo.

Il Rapporto 2015 pur elencando alcune scelte possibili, riconosce di non avere soluzioni miracolose e riflette così la presa di coscienza delle difficoltà di detti organismi, Onu in testa, a tradurre le proprie politiche in realtà.

di Luciano Ardesi
nigrizia.it
Lunedì 01 Giugno 2015

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Chi ha vinto le elezioni regionali è un solo partito: quello degli astenuti   4 comments

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Landini: “Bisogna unire ciò che la politica ha diviso”

Chi ha vinto le ele­zioni regio­nali è un solo par­tito: quello degli aste­nuti. Il dato omo­ge­neo in tutte le regioni del 53,90% rispetto al 64,13% del 2010 è diven­tato un’occasione per riflet­tere sulla crisi della demo­cra­zia nell’incontro «Il diritto alla libertà, il dovere della libertà» orga­niz­zato ieri da Giu­sti­zia e Libertà alla città dell’altra eco­no­mia di Roma in occa­sione della festa della Repubblica.

Ste­fano Rodotà e Gustavo Zagre­bel­sky, San­dra Bon­santi e Paul Gin­sborg, oltre a stu­denti e docenti come Gio­vanni Coc­chi attivi nel movi­mento con­tro la «Buona Scuola» di Renzi e del Pd. «Milioni di per­sone che non votano, non fanno parte dell’anti-politica. Non si rico­no­scono nella poli­tica in quanto tale» ha detto il segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini che sabato e dome­nica pros­simi par­te­ci­perà ai lavori della «coa­li­zione sociale» al cen­tro con­gressi Fren­tani. Un asten­sio­ni­smo di que­ste dimen­sioni è diven­tato negli anni della crisi la regola costi­tu­tiva della vita poli­tica in un paese dove la par­te­ci­pa­zione al voto è tra­di­zio­nal­mente alta. «È anche la dimo­stra­zione che c’è un paese che non è d’accordo con quello che sta avve­nendo». La tesi di Rodotà ha spinto ad un’analisi delle riforme del governo Renzi. La logica che ispira l’Italicum, come il Jobs Act, o il «super-preside» impo­sto dal Ddl scuola ora al Senato «è quella dell’uomo solo al comando». Un pro­cesso «impo­sto dalla let­tera della Bce al governo ita­liano nel 2011, Renzi non sta facendo nient’altro che que­sto» sostiene Lan­dini. Per con­tra­stare una mar­cia inar­re­sta­bile «biso­gna met­tere in piedi pro­cessi poli­tici che uni­fi­chino la società fram­men­tata tra appar­te­nenze iden­ti­ta­rie e un mondo di lavo­ra­tori in com­pe­ti­zione» ha aggiunto Landini.

In attesa che la «coa­li­zione sociale» prenda forma, e acqui­sti una sua fisio­no­mia, sul tavolo c’è l’ipotesi del refe­ren­dum con­tro il Jobs Act e un altro con­tro la riforma della scuola. Lan­dini sostiene un ritorno ad una con­trat­ta­zione sociale dif­fusa che parta dalla difesa, e dalla com­pleta appli­ca­zione dei con­tratti nazio­nali di lavoro, e si allar­ghi anche ad altre sfere del sociale.
Il punto di rife­ri­mento è lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori da cui il governo Renzi ha can­cel­lato l’articolo 18 con il Jobs Act. «Quello sta­tuto impe­diva di essere licen­ziati senza giu­sta causa, vie­tava il con­trollo a distanza e il deman­sio­na­mento». Tutte norme intro­dotte invece da Renzi. «In nome della sua pre­sunta moder­nità — ha attac­cato Lan­dini — il Jobs Act non tutela tutte le per­sone, ma solo gli impren­di­tori, è un pas­sag­gio for­male che rove­scia i valori sostan­ziali della cittadinanza».

Alla coa­li­zione sociale Lan­dini non affida il ruolo guida di un par­tito, bensì di un vet­tore che riu­ni­fi­chi il lavoro, e le sue rap­pre­sen­tanze, così come le asso­cia­zioni sem­pre nume­rose e altret­tanto divise. L’obiettivo è rico­struire i «corpi inter­medi», oggetto dell’offensiva ren­ziana, e ripo­si­zio­narli in una società dove la rap­pre­sen­tanza è distrutta. Non più organi della media­zione buro­cra­tica ma della «demo­cra­zia diretta per difen­dere gli inte­ressi comuni».

Roberto Ciccarelli – Il Manifesto
Mercoledì 03 Giugno 2015

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