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Una favola del Senegal   6 comments

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L’Africa

Contrariamente a quanto si è a lungo creduto, l’Africa non è un “continente senza storia”. Civiltà fiorenti, tradizioni, usanze tramandate anche tramite storie, leggende e racconti, si sono sviluppate in molte regioni (Africa occidentale, l’attuale Angola, l’attuale Zimbabwe) fin da tempi molto antichi.
Il declino di questi stati e civiltà africane è relativamente recente ed è legato all’espansione europea nel mondo a partire dalla fine del quattrocento. L’intero continente africano venne infatti impoverito e degradato da quattro secoli di tratta degli schiavi. Si calcola che gli schiavi africani deportati fra il 1500 e il 1850 in schiavitù verso le Americhe non furono meno di trenta milioni.

Nelle fiabe africane ci sono tanti spunti per comprendere la ricchezza di un continente ricco di storia, cultura e tradizioni.

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“Perché ci sono tanti idioti”

Tanto tempo fa c’erano pochissimi idioti nel mondo rispetto a oggi. Quando se ne trovava uno da qualche parte, subito era cacciato via dal villaggio. Oggi, invece, bisognerebbe cacciare via la metà del villaggio e ancora ciò non basterebbe. Ma come si spiega che ci sono in giro tanti idioti? Ecco come sono andate le cose… Un giorno tre idioti che erano stati cacciati via da un villaggio per colpa dei loro pettegolezzi, si ritrovarono ad un crocevia e dissero:
«Forse arriveremo a qualche cosa di utile se riuniremo l’intelligenza di tre teste stupide».
E proseguirono il loro cammino insieme: dopo un certo tempo, arrivarono davanti a una capanna dalla quale uscì un vecchio uomo che disse loro:
«Dove andate?».
Gli idioti alzarono le spalle e risposero:
«Dove ci porteranno le nostre gambe. Ci hanno cacciato via dal nostro villaggio per le nostre imbecillità».
Il vecchio rispose: «Allora entrate. Vi metterò alla prova».
Questo vecchio aveva tre figlie anche loro imbecilli e si dimostrò comprensivo.
L’indomani, chiese al primo idiota: «Tu, vai alla pesca!» E al secondo:
«Vai nel bosco e porta un masso legato con treccine di corde!»
Poi al terzo:
«E tu portami delle noci di cocco!»
Gli idioti presero un recipiente ciascuno, un’ascia e un bastone e si misero in strada. Il primo si fermò vicino al mare e si mise a pescare. Quando il suo recipiente fu pieno, ebbe di colpo sete; ributtò tutto il pesce in acqua e tornò a casa a bere.
Il vecchio gli domandò: «Dove sono i pesci?».
Egli rispose: «Li ho rimessi nell’acqua. Mi ha preso la sete e sono ritornato veloce a casa per bere.
Il vecchio si arrabbiò: «E non potevi bere al mare?» gli chiese.
L’idiota rispose: «Non ci ho pensato…»
Durante questo tempo, il secondo idiota che era stato nel bosco, ma si preparava a ritornare a casa, si era reso conto che non aveva corda per legare i massi. Correva a casa appunto per cercarne una.
Il vecchio si arrabbiò di nuovo: «Perché non hai legato il tuo masso con una delle corde?». Egli rispose: «Non ci ho pensato…». Il terzo idiota montò sulla palma da cocco, mostrò alle noci di cocco il suo bastone e disse: «Tu devi buttare a terra queste noci di cocco, hai capito?»
Scese e cominciò a lanciare il bastone sul cocco. Ma non fece cadere nessuna noce. Anche lui ritornò a casa a mani vuote.
E una volta ancora il vecchio si arrabbiò: «Poiché tu eri sul cocco, perché non hai colto il frutto con le mani?».
Egli rispose: «Non ci ho pensato…».
Il vecchio seppe che non avrebbe combinato niente di buono con quei tre scemi.
Gli diede in moglie le sue tre figlie e li cacciò via tutti quanti.
Gli idioti e le loro mogli costruirono una capanna e vi vissero bene e male.
Ebbero figli tanto stupidi quanto erano loro, le capanne si moltiplicarono e gli idioti si disseminarono in tutto il mondo.

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Aspettando Natale …   3 comments

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La favola di Natale

di Giovannino Guareschi

Natale è la festa della famiglia e tutti si danno da fare per trascorrerla insieme in allegria; se gli adulti hanno da fare, i bambini non sono da meno.
In molte famiglie è tradizione che i figli recitino nel giorno della festa una poesia e allora … che fatica imparare le poesie! E se poi in famiglia ci sono più poesie da imparare c’è il rischio che mezzo quartiere sia costretto a impararle.
Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo.
La tonalità, anche nei più comuni scambi verbali, viene portata ad altezze vertiginose e non si parla più, si urla. Ciò è contrario allo stile del «vero signore», ma quando Margherita mi chiede dalla cucina che ore sono, c’è la comodità che io non debbo disturbarmi a rispondere perché l’inquilino del piano di sopra si affaccia alla finestra e urla che sono le sei o le dieci. Margherita, una sera del mese scorso, stava ripassando la tavola pitagorica ad Albertino e Albertino s’era impuntato sul sette per otto.
Sette per otto? – cominciò a chiedere Margherita. E, dopo sei volte che Margherita aveva chiesto quanto faceva sette per otto, sentii suonare alla porta di casa. Andai ad aprire e mi trovai davanti il viso congestionato dell’inquilino del quinto piano  (io sto al secondo).
Cinquantasei! – esclamò con odio l’inquilino del quinto piano.
Rincasando, un giorno del dicembre scorso, la portinaia si sporse dall’uscio della portineria e mi disse sarcastica: È Natale, è Natale è la festa dei bambini – è un emporio generale – di trastulli e zuccherini!
Ecco, – dissi tra me – Margherita deve aver cominciato a insegnare la poesia di Natale ai bambini. Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita: «È Natale, è Natale – è la festa dei bambini!…».
È la festa dei cretini! – rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.
Sei giorni dopo, il salumaio quando mi vide passare mi fermò.
Strano, – disse – una bambina così sveglia che non riesce a imparare una poesia così semplice.
La sanno tutti, ormai, della casa, meno che lei.
In fondo non ha torto se non la vuole imparare, – osservò gravemente il lattaio sopravvenendo. – È una poesia piuttosto leggerina.
È molto migliore quella del maschietto: «O Angeli del Cielo – che in questa notte santa – stendete d’oro un velo – sulla natura in festa…».
Non è così, – interruppe il garzone del fruttivendolo. – «O Angeli del Cielo – che in questa notte santa stendete d’oro un velo – sul popolo che canta…
Nacque una discussione alla quale partecipò anche il carbonaio, e io mi allontanai.
Arrivato alla prima rampa di scale sentii l’urlo di Margherita: «…che nelle notti sante – stendete d’oro un velo – sul popolo festante…».
Due giorni prima della vigilia, venne a cercarmi un signore di media età molto dignitoso.
Abito nell’appartamento di fronte alla sua cucina, – spiegò. Ho un sistema nervoso molto sensibile, mi comprenda. Sono tre settimane che io sento urlare dalla mattina alla sera:
«È Natale, è Natale – è la festa dei bambini – è un emporio generale – di trastulli e zuccherini».
Si vede che è un tipo di poesia non adatto al temperamento artistico della bambina e per questo non riesce a impararla.
Ma ciò è secondario: il fatto è che io non resisto più: ho bisogno che lei mi dica anche le altre quartine. lo mi trovo nella condizione di un assetato che, da quindici giorni, per cento volte al giorno, sente appressarsi alla bocca un bicchiere colmo d’acqua.
Quando sta per tuffarvi le labbra ecco che il bicchiere si allontana.
Se c’è da pagare pago, ma mi aiuti.
Trovai il foglio sulla scrivania della Pasionaria.
Il signore si gettò avidamente sul foglio: poi copiò le altre quattro quartine e se ne andò felice.
Lei mi salva la vita – disse sorridendo.
La sera della vigilia di Natale passai dal fornaio, e il brav’uomo sospirò.
È un pasticcio – disse. – Siamo ancora all’emporio generale. La bambina non riesce a impararla, questa benedetta poesia. Non so come se la caverà stasera.
Ad ogni modo è finita! – si rallegrò.
Margherita, la sera della vigilia era triste e sconsolata.
Ci ponemmo a tavola, io trovai le regolamentari letterine sotto il piatto.
Poi venne il momento solenne.
Credo che Albertino debba dirti qualcosa, – mi comunicò Margherita.
Albertino non fece neanche in tempo a cominciare i convenevoli di ogni bimbo timido: la Pasionaria era già ritta in piedi sulla sua sedia e già aveva attaccato decisamente:
«O Angeli del Cielo – che in queste notti sante – stendete d’oro un velo – sul popolo festante…».
Attaccò decisa, attaccò proditoriamente, biecamente, vilmente e recitò, tutta d’un fiato, la poesia di Albertino.
È la mia! – singhiozzò l’infelice correndo a nascondersi nella camera da letto.
Margherita, che era rimasta sgomenta, si riscosse, si protese sulla tavola verso la Pasionaria e la guardò negli occhi.
Caina! – urlò Margherita.
Ma la Pasionaria non si scompose e sostenne quello sguardo. E aveva solo quattro anni, ma c’erano in lei Lucrezia Borgia, la madre dei Gracchi, Mata Hari, George Sand, la Dubarry, il ratto delle Sabine o le Sorelle Karamazoff.
Intanto Abele, dopo averci ripensato sopra, aveva cessato l’azione.
Rientrò Albertino, fece l’inchino e declamò tutta la poesia che avrebbe dovuto imparare la Pasionaria.
Margherita allora si mise a piangere e disse che quei due bambini erano la sua consolazione.
La mattina un sacco di gente venne a felicitarsi, e tutti assicurarono che colpi di scena così, non ne avevano mai visti neanche nei più celebri romanzi gialli.

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L’amore vive oltre la morte …   12 comments

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Sweet Mary

Homesville era un bel posto, almeno questo era ciò che la gente che viveva lì diceva. Le persone che erano cresciute lì amavano così tanto quel posto che quasi sempre sceglievano di rimanerci e di mettere su famiglia.
Homesville aveva tutti i comfort di una grande città, ma la gente conosceva i propri vicini, quando si camminava per la strada, c’era sempre qualcuno che ti sorrideva e ti chiedeva come andavano le cose…
Jack era uno dei cittadini di Homesville, tutti lo conoscevano e tutti gli volevano bene, aveva un sacco di amici. Jack avrebbe trascorso la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio, basket, baseball o con gli amici, ma non ne aveva uno con cui poter solo parlare.
Successe quasi per caso, Jack era seduto nella sua auto di fronte alla biblioteca, a sognare a occhi aperti come al solito, quando vide una ragazza seduta sulla panchina della fermata degli autobus dall’altra parte della strada, indossava un abito da festa e sembrava fosse lì ad aspettare da tanto tempo.
“Questa è la ragazza più bella che abbia mai visto”, disse Jack, avrebbe voluto presentarsi, ma le ragazze lo rendevano sempre nervoso, gli sembrava di non riuscire mai a dire la cosa giusta. Alla fine si fece coraggio, raggiunse la panchina e si sedette. La ragazza teneva lo sguardo fisso in avanti. Jack sentì il suo cuore battere forte nel petto.
“Ciao”, disse timidamente.
La ragazza non rispose.
“Il mio nome è Jack”, continuò.
Poi Jack sfiorò leggermente la spalla della ragazza che improvvisamente sembrò risvegliarsi, si voltò a guardare Jack, sembrava che ci fosse un po’ di paura nei suoi occhi.
“Ciao, il mio nome è Mary” disse piano.
Jack vide che Mary tremava per la fresca aria autunnale, così le diede la sua giacca, rimasero seduti sulla panchina per molto tempo, Jack parlò di continuo mentre Mary gli sorrideva e scambiava qualche parola gentile.
Si era fatto molto tardi, Jack riaccompagnò la ragazza, quando si fermarono davanti casa, Mary si chinò e gli diede un rapido bacio sulla guancia, il ragazzo la guardò in piedi davanti alla porta di casa. Prima di entrare lei si voltò, guardò Jack, e sorrise. Era il più dolce sorriso che Jack avesse mai visto.
La mattina dopo, Jack raccolse un piccolo bouquet di fiori e andò a casa della ragazza, gli aprì una vecchia signora, il ragazzo chiese se poteva vedere Mary, la vecchia lo guardò sorpresa.
“Mary?”, osservò il ragazzo con attenzione, poi gli mostrò una foto appesa e gli chiese:
“E’ questa la ragazza che ha parlato con te la notte scorsa?” .
“Sì”, rispose lui.
“Io sono la signora Sweet, la madre di Mary”, disse. “Mary è morta quasi venti anni fa”.
Jack non credeva a quello che stava sentendo.
“Tutti amavano Mary “, disse la signora Sweet. “Anche se incontrava qualcuno per la prima volta gli parlava come se lo conoscesse da sempre. Questa casa era sempre piena di suoi amici, di risate e di allegria,” la signora Sweet fece una pausa. “Tu non sei la prima persona che viene a dirmi che l’ha vista. Mi piace pensare che lei è vicina”.
Jack era sconvolto.
“E’ vero, Jack”, disse la signora Sweet, si fermò e si asciugò una lacrima. “Mary è sepolta nel Cimitero di Homesville”.
Jack lasciò la casa di Mary e corse fino a raggiungere il cimitero. Quando vide la giacca che aveva dato a Mary appesa ad una lapide, si arrestò. Poi vide ciò che era scritto sulla lapide:

Sweet Mary
14 gennaio 1942 – 5 maggio 1958

Jack mise i fiori sulla tomba di Mary. Non sapeva che il fantasma di Mary era appollaiato in cima alla lapide, a guardarlo da vicino.
“Non avrei potuto mai immaginarlo”, disse Jack. “La mia giacca è proprio qui!”
Jack prese la giacca e la tenne stretta a lui, notò che si sentiva vagamente un profumo.
“Sono sicuro che hai indossato questa giacca e che eri alla fermata dell’autobus!” esclamò, si mise a camminare cercando di mettere insieme questo puzzle così complicato.
“C’erano così tante cose che avrei voluto dirti”, disse Jack.
Allora Mary si avvicinò a Jack e disse: “Non essere triste. Sono qui”.
Jack non poté sentire la sua voce, ma avvertì la pelle d’oca sulle braccia nel momento in cui lei gli sussurrò in un orecchio.
Non avrebbe mai saputo che Mary, la ragazza più dolce che avesse mai incontrato, era venuta a dirgli addio.

Fonte: raccontidifata

                             

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Pubblicato 19 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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Un Natale diverso …   2 comments

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Giulio Pisati “El Dom”

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Il mio presepe privato

Racconto di Alda Merini

È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani. C’è una bella poesia dialettale che dice fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore.
Casa: quanto la ami a Natale! Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri.
Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve si mendicava dai contadini abbienti. Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini.
Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura.
Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa continuo ad accontentarmi. Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo.
Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre. Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli.
E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza!
Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché nella mia casa
A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto e sembra un eufemismo avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi.
Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni.
Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita.
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì.
Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino.

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Pubblicato 12 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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Il ritorno … della neve …   2 comments

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COMINCIA A NEVICARE

di Grazia Deledda

 

– Siamo tutti in casa? – domandò mio padre, rientrando una sera sul tardi, tutto intabarrato e col suo fazzoletto di seta nera al collo. E dopo un rapido sguardo intorno si volse a chiudere la porta col paletto e con la stanga, quasi fuori s’avanzasse una torma di ladri o di lupi. Noi bambine gli si saltò intorno curiose e spaurite.
– Che c’è, che c’è?
– C’è che comincia a nevicare e ne avremo per tutta la notte e parecchi giorni ancora: il cielo sembra il petto di un colombo.
– Bene – disse la piccola nonna soddisfatta. – Così crederete a quello che raccontavo poco fa. Poco fa la piccola nonna, che per la sua statura e il suo viso roseo rassomigliava a noi bambine, ed era più innocente e buona di noi, raccontava per la millesima volta che un anno, quando anche lei era davvero bambina (nel mille, diceva il fratellino studente, già scettico e poco rispettoso della santa vecchiaia), una lunga nevicata aveva sepolto e quasi distrutto il paese.
– Quattordici giorni e quattordici notti nevicò di continuo, senza un attimo d’interruzione. Nei primi giorni i giovani e anche le donne più audaci uscivano di casa a cavallo e calpestavano la neve nelle strade; e i servi praticavano qualche viottolo in mezzo a quelle montagne bianche ch’erano diventati gli orti ed i prati. Ma poi ci si rinchiuse tutti in casa, più che per la neve, per l’impressione che si trattasse di un avvenimento misterioso; un castigo divino. Si cominciò a credere che la nevicata durasse in eterno, e ci seppellisse tutti, entro le nostre case delle quali da un momento all’altro si aspettava il crollo. Peccati da scontare ne avevamo tutti, anche i bambini che non rispettavano i vecchi (questa è per te, signorino studente); e tutti si aveva anche paura di morire di fame.
– Potevate mangiare i teneri bambini, come nel mille – insiste lo studentello sfacciato.
– Va via, ti compatisco perché sei nell’età ingrata, – dice il babbo, che trova sempre una scusa per perdonare, – ma con queste cose qui non si scherza. Vedrai che fior di nevicata avremo adesso.
Eppoi senti senti…
D’improvviso saliva dalla valle un muggito di vento che riempiva l’aria di terrore: e noi bambine ci raccogliemmo intorno al babbo come per nasconderci sotto le ali del suo tabarro.
– Ho dimenticato una cosa: bisogna che vada fuori un momento – egli dice frugandosi in tasca.
– Vado io, babbo – grida imperterrito il ragazzo; ma la mamma, bianca in viso, ferma tutti con un gesto.
– No, no, per carità, adesso!
– Eppure è necessario – insiste il babbo preoccupato. – Ho dimenticato di comprare il tabacco. Allora la mamma si rischiara in viso e va a cercare qualche cosa nell’armadio.
– Domani è Sant’Antonio; è la tua festa, ed io avevo pensato di regalarti… Gli presenta una borsa piena di tabacco, ed egli s’inchina, ringrazia, dice che la gradisce come se fosse piena d’oro; intanto si lascia togliere dalle spalle il tabarro e siede a tavola per cenare. La cena non è come al solito, movimentata e turbata da incidenti quasi sempre provocati dall’irrequietudine dei commensali più piccoli; tutti si sta fermi, quieti, intenti alle voci di fuori.
– Ma quando c’è questo gran vento, – dice la nonna – la nevicata non può essere lunga. Quella volta…
Ed ecco che ricomincia a raccontare; ed i particolari terribili di quella volta aumentano la nostra ansia, che in fondo però ha qualche cosa di piacevole. Pare di ascoltare una fiaba che da un momento all’altro può mutarsi in realtà. Quello che soprattutto ci preoccupa è di sapere se abbiamo abbastanza per vivere, nei giorni di clausura che si preparano.
– Il peggio è per il latte: con questo tempo non è facile averlo.
Ma la mamma dice che ha una grossa scatola di cacao: e la notizia fa sghignazzare di gioia il ragazzo, che odia il latte. Gli altri bambini non osano imitarlo; ma non si afferma che la notizia sia sgradita. Anche perché si sa che oltre il cacao esiste una misteriosa riserva di cioccolata e, in caso di estrema necessità, c’è anche un vaso di miele.
Delle altre cose necessarie alla vita non c’è da preoccuparsi. Di olio e vino, formaggio e farina, salumi e patate, e altre provviste, la cantina e la dispensa sono rigurgitanti. E carbone e legna non mancano. Eravamo ricchi, allora, e non lo sapevamo.
– E adesso – dice nostro padre, alzandosi da tavola per prendere il suo posto accanto al fuoco – vi voglio raccontare la storia di Giaffà.
Allora vi fu una vera battaglia per accaparrarsi il posto più vicino a lui: e persino la voce del vento si tacque, per lasciarci ascoltare meglio. Ma la nonnina, allarmata dal silenzio di fuori, andò a guardare dalla finestra di cucina, e disse con inquietudine e piacere:
– Questa volta mi pare che sia proprio come quell’altra.

Tutta la notte nevicò, e il mondo, come una grande nave che fa acqua, parve sommergersi piano piano in questo mare bianco. A noi pareva di essere entro la grande nave: si andava giù, nei brutti sogni, sepolti a poco a poco, pieni di paura ma pure cullati dalla speranza in Dio. E la mattina dopo, il buon Dio fece splendere un meraviglioso sole d’inverno sulla terra candida, ove i fusti dei pioppi parevano davvero gli alberi di una nave pavesata di bianco.

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Pubblicato 11 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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E’ sempre l’uomo che rovina tutto …   3 comments

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Lettera di un ragno

di Gianni Rodari

“Egregio signore, sono un vecchio ragno e sono vissuto finora proprio alle sue spalle, dietro il busto di gesso di questo strano personaggio con due facce che mi sembra che si chiami il dio Giano. Però non é del dio Giano che voglio parlarle, ma della mia vecchia e povera persona. Ero un bel ragno grasso e nero ai miei tempi, ma sono stato ridotto così dalle tante battaglie che ho dovuto sostenere con la di lei moglie che ogni mattina distruggeva con un solo colpo di scopa le mie pazienti creazioni nel campo della tessitura. Se lei fosse un pescatore e un pescecane le distruggesse tutte le mattine la rete, come farebbe a vivere? Con questo non voglio paragonare la sua signora a un pescecane. Ma insomma, mi sono dovuto ridurre a dare la caccia ai moscerini in libreria, e mi sono accampato in un piccolo rifugio,dietro la testa del dio Giano, che non se ne lamenta troppo. Così sono invecchiato. Le mosche, sono sempre più rare, con tutti gli insetticidi che hanno inventato. Vorrei pregare la sua signora di lasciarne vivere almeno due o tre la settimana, di non farle morire proprio tutte. Ma so che questo è impossibile; la sua signora odia le mosche, perché le sporcano le tovaglie e i vetri delle finestre.  Perciò ho deciso di lasciare questa casa e di trasferirmi in campagna. Là forse troverò da vivere. Ho ricevuto un messaggio da alcuni miei amici che vivevano in solaio e sono emigrati in giardino; si trovano bene e mi invitano a raggiungerli. Sì, signore, ce ne andiamo tutti. I ragni lasciano le case degli uomini, perché non vi trovano più cibo. Me ne vado senza malinconia, ma mi sarebbe sembrato di farle un dispetto e di mancarle di cortesia andandomene senza salutare.. Suo devotissimo, Ragno Ottozampe.”

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Pubblicato 30 luglio 2015 da mariannecraven in Racconti

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Le Rive del “Ruscello del Diavolo”, la paura e l’angoscia di una morte inutile   4 comments

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Il Teatro Brighton in Archer Avenue.
Le sorelle Grimes andarono al teatro quella sera e poi svanirono sulla via di casa.

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Devil’s Creek

All’ epoca dei fatti, Barbara e Patricia sono due ragazze come tante. Sono due sorelle, come tante. Hanno quindici e tredici anni e di cognome fanno Grimes. Vivono con mamma Loretta. Vivono a Chicago. Hanno cinque, tra fratelli e sorelle. Il papà non c’è, i genitori sono separati. Spesso, a casa Grimes mancano acqua e luce ma – come dirà Loretta – queste “carenze materiali sono compensate dall’amore”. Che non manca, ad una famiglia come tante.


Elvis Presley -1957

A due sorelle, come tante. All’epoca dei fatti, le sorelle Barbara e Patricia adorano Elvis Presley. Hanno visto Love me Tender  ben dieci volte e no, non ne hanno ancora abbastanza. Vogliono rivederlo, ancora una volta. E così, la sera del 28 Dicembre 1956 le due sorelle sono lì. Puntuali, alle 21: 30, fuori dal Brighton Theater. In fila per il pop corn. Alle 23, eccole su un autobus diretto a est. Due sorelle, due brave ragazze. Di certo, a quell’ora, fanno ritorno a casa. E invece no. A casa, Patricia e Barbara non tornano. Le cercano, per venticinque giorni. Le cercano tutti. Ma proprio tutti.


Barbara (a sinistra) e Patricia (Destra) Grimes

Persino Elvis Presley per un attimo smette di suonare ed invita le due sorelle a tornare a casa, dalla loro preoccupatissima madre. Le ragazzate devono pur finire. Perché è questo che crede, mezza Chicago. Che si tratti di una fuga volontaria. E mezza Chicago le avvista, le segnala, le rintraccia. A poco più di ventiquattro ore dalla scomparsa, dei compagni di classe le vedono da Angelo’s, un ristorante nella zona sud della città. Poi è il turno di un autista, che però crede di averle incontrate in un sobborgo a nord di Chicago. E ancora, una guardia giurata racconta di aver dato indicazioni a due ragazzine – presumibilmente, Patricia e Barbara Grimes – il giorno successivo alla sparizione.  Ma a nord ovest. Un albergatore afferma di aver rifiutato di affittar loro una camera, data la loro giovane età mentre un commesso di un negozio di dischi giura di averle notate, intente com’erano ad ascoltare l’album di Elvis Presley. Paradossalmente, la signora Loretta è l’unica che scuote la testa. Le sue figlie non sono scappate. Questo non è un colpo di testa. Questa non è una ragazzata. Ѐ successo qualcosa, qualcuno le trattiene. Sarà, replica la polizia. Che però continua a cercare. E alla fine, le trova. Le trova a sud est, nella contea di Cook. Le trova lungo le sponde del Devil’s Creek, in altre parole il “ruscello del Diavolo”. Barbara e Patricia sono proprio lì, sulla riva. Ѐ il 22 gennaio 1957. Barbara e Patricia sembrano due manichini. Senza vestiti. Senza vita. Leggermente congelate.

Da quanto sono lì? Cos’è successo? Sono morte la sera della scomparsa, in altre parole il 28 Dicembre 1956? Difficile stabilirlo. Oltre agli avvistamenti discordanti, altre cose sono accadute. Il 12 gennaio 1957 – dieci giorni prima del ritrovamento – Loretta Grimes è seduta su una panchina: qualcuno le ha scritto una lettera e le ha chiesto un riscatto; ora Loretta aspetta. Con sé ha il consenso dell’FBI e una borsa piena di soldi, che però nessuno ritirerà mai.


Loretta Grimes in una fotografia del giornale del posto, che guarda uno dei volantini
informativi che sono stati distribuiti nella speranza di trovare le ragazze scomparse.

La lettera è opera di un mitomane e mentre Loretta aspetta, forse Barbara e Patricia sono già morte. O forse no. Altrimenti, sarebbe difficile spiegare le telefonate ricevute da Wallace Tollstan, la notte del 14 gennaio. La figlia di Wallace – Sandra – è in classe con Patricia Grimes ed è proprio la voce di quest’ultima che l’uomo crede di riconoscere quando, intorno alla mezzanotte, alza il ricevitore. Pochi secondi e una ragazzina che chiede, sussurrando, se Sandra è in casa. Prima che l’uomo riesca a passare la telefonata alla figlia, la comunicazione s’interrompe… ma dall’altra parte, dall’altra parte c’era una spaventa Patricia Grimes, non c’è dubbio. Lo sceriffo Lohman e il detective Glos, però, qualche dubbio ce l’hanno. I corpi di Barbara e Patricia sembrano giacere sulla riva del Diavolo già da un po’, forse prima del 9 gennaio. Ci sono state pesanti nevicate e le rigide temperature hanno contribuito a preservare i corpi, a conservarli nello stato in cui erano al momento della morte. Barbara giace sul fianco sinistro. Le gambe piegate, la testa coperta dal corpo della sorella. Patricia invece è sdraiata sulla schiena, la testa girata – di netto – a destra. Sembra che braccia frettolose e ansiose di disfarsene, abbiano scaricato, anzi forse persino lanciato quei poveri corpi. Magari da un’auto in corsa. Sì, deve’essere così.


Detectives sulla scena del crimine in German Church Road.
Questa fotografia del giornale mostra i corpi delle due ragazze
nel punto in cui erano state scaricate lungo la strada.

Lo sostengono gli investigatori ed anche i giornali che fanno presto a rispolverare un altro omicidio plurimo che aveva fatto gelare, sempre in gennaio, il sangue dell’intera Chicago: il caso Schuessler-Peterson. Due cognomi, tre bambini. I fratelli John e Anton Schuessler e il piccolo Bobby Peterson. Hanno quattro dollari in tutto, quel pomeriggio. Quattro dollari, quanto basta per trascorrere un pomeriggio al cinema e guardare un film che non racconteranno mai. I tre ragazzini, infatti, vengono ritrovati due giorni dopo: senza vestiti e senza vita. Probabilmente strangolati, gli occhi bendati dal nastro adesivo, probabilmente scaricati da un veicolo in corsa. L’innocenza sembra aver voltato le spalle a Chicago, quel pomeriggio del 1955. E il delitto Grimes sembra confermarlo: non c’è più spazio per l’innocenza, giù in città. I due episodi poi hanno inquietanti analogie: i corpi nudi, lasciati in un’area del bosco e desolata, come manichini abbandonati. E se i tre bambini non hanno ancora avuto giustizia, per le sorelle Grimes la storia avrà un finale diverso. O almeno, così si spera. E ci s’impegna molto, sin da subito: ben 162 agenti sulla scena del crimine, ben 162 agenti camminano lungo il Ruscello del Diavolo, ben 162 agenti calpestano qualunque prova sia rimasta. E la confusione cresce, nei giorni seguenti: sui corpi di Patricia e Barbara ci sono dei segni strani, delle ferite tanto difficili da spiegare che neppure l’autopsia riesce a fare chiarezza. Quando sono morte le due sorelle? E qual’è stata la causa della morte? Congelamento, a quanto pare. Sì, ma se sono morte il 28 Dicembre – la notte stessa della scomparsa – come spiegare i numerosi avvistamenti dei giorni successivi? E se i corpi sono lì, al Ruscello del Diavolo, dal 28 Dicembre… come mai nessuno li ha notati prima?


Detectives sulla scena del crimine in German Church Road, folla e giornalisti

I cadaveri di Barbara e Patricia restano nell’obitorio per un mese, a disposizione del coroner e degli inquirenti. Un “soggiorno” forzato che però non porta a nulla di concreto. Niente data, né causa della morte. E così le ragazze sono restituite alla madre: il 28 gennaio 1957, le sorelle partono per il loro ultimo viaggio. A ricordarle, una lapide semplice e spartana. Ma non c’è bisogno di tener viva la memoria perché Chicago non dimentica. Anzi, la città è ossessionata dal ricordo delle ragazze uccise: è organizzata una raccolta fondi in favore della famiglia, sono distribuiti volantini con richieste d’informazioni e persino l’autorevole quotidiano Chicago Tribune invita tutti quelli che hanno visto o sanno qualcosa, a scrivere una lettera alla redazione. Ogni lettera viene ricompensata con cinquanta dollari. Ancora, si pubblicano foto delle amiche di Patricia e Barbara, con indosso abiti simili a quelli delle due vittime (abiti, peraltro, mai ritrovati) nel tentativo di rinfrescare la memoria di qualche testimone distratto. E poi, gli interrogatori. E poi, i sospettati. Circa duemila e tutti, tutti trattenuti e torchiati a dovere. Max Field, diciassette anni, è uno di loro. La macchina della verità lo mette alle strette e confessa di aver rapito le due ragazze. È lui? È lui, il mostro? Non lo sapremo mai: c’è stato un grave vizio di forma, poiché i minorenni non possono essere sottoposti alla macchina verità. Field viene rilasciato, per poi essere nuovamente arrestato – anni dopo – per l’omicidio di un’altra donna. Nel frattempo, tantissimi sono i mitomani e i malati psichici che si sentono in dovere di dire la propria: menzogne, visioni, interferenze. Per questo, quando mette le mani su Edward Bedwell, lo Sceriffo Lohman si guarda bene dall’allentare la presa. Bedwell è un vagabondo, fortunato possessore di un ciuffo alla Elvis. Lo hanno visto insieme alle Grimes in un ristorante, dove talvolta lui lava i piatti in cambio di cibo. E sì, Bedwell ammette di esser stato in quel ristorante – il “D&L”- con due ragazze ma nega che si tratti delle Grimes.


Pagina del giornale locale con la notizia del crimine

Eppure, i proprietari – John e Minnie Duros – sembrano di tutt’altro parere. E raccontano che no, Bedwell non era solo.  Con lui c’erano due ragazze e un altro uomo. La ragazza più alta (Patricia Grimes?) aveva qualcosa che non andava. Seduti al tavolo, i quattro ascoltavano canzoni di Presley che il juke box suonava. Niente di strano, se la presunta Patricia non avesse dato di stomaco. Sembrava ammalata o ubriaca. Poi gli altri tre avrebbero iniziato a trascinarla fuori dal locale. A Minnie, che si opponeva, l’altra ragazza (Barbara?) avrebbe detto – forse per tranquillizzarla – che loro due erano sorelle. Lo Sceriffo Lohman crede alla versione di Minnie. Sembra plausibile. E poi, Bedwell somiglia a Elvis, cosa che sicuramente deve averlo aiutato nell’adescare le ragazzine e a convincerle ad andare con lui. E alla fine Bedwell, non solo confessa una torbida storia di sesso, alcool e violenza ma ritorna sul luogo del crimine e riproduce, per Lohman, l’uccisione delle due ragazze.

Caso chiuso? Sì, sostiene lo sceriffo. Ma i suoi colleghi e il Procuratore Distrettuale non sono convinti. La confessione del vagabondo è contraddittoria, piena di falle. Sembra estorta e così è, in effetti: Bedwell ammette di essere stato interrogato con metodi brutali dagli uomini di Lohman e viene dunque scarcerato. Qualcuno però appoggia Lohman. Si tratta del detective Glos: anche lui è convinto che Bedwell c’entri qualcosa col delitto Grimes, convinzione che si rafforza quando Bedwell finisce nei guai per lo stupro di una ragazzina tredicenne, avvenuto in Florida. La ragazzina non solo racconta di aver subito violenza ma di essere stata rapita e tenuta prigioniera. Una dinamica che si potrebbe applicare alla vicenda delle sfortunate sorelle di Chicago, sostiene Glos. E quelle ferite, quei segni di punture su cui l’autopsia non ha saputo fare chiarezza, potrebbero avere una torbida spiegazione: le due ragazze sono state picchiate, malmenate a lungo e probabilmente molestate. Sospetto, quest’ultimo, che poi sarà confermato con grande riluttanza dalla Scientifica di Chicago. Ma l’atteggiamento di Glos non piace: è un uomo duro, critico, irriverente. Il coroner, Walter McCarron, fa in modo che il caso gli venga tolto e che non possa più metter naso nelle indagini. Almeno ufficialmente. Eh sì, perché Glos continuerà a indagare sul delitto Grimes senza ricevere compenso, al fianco dello Sceriffo Lohman. Quest’ultimo è l’unico a dar credito alle ipotesi di Glos: le ragazze sono state torturate e molestate da un predatore sessuale, che le ha attirate con i suoi modi gentili e la faccia da bravo ragazzo. E quel predatore è Benny Bedwell. Di questo Lohman è convinto e lo sarà fino alla morte avvenuta nel 1969. Un maniaco ha ucciso le due sorelle? Sì, può darsi. Questa ipotesi però a poco a poco corrode l’immagine di Barbara e Patricia: da innocenti teenager che cantano Love me Tender, nell’immaginario collettivo diventano due ragazze facili, che accettano drink da uomini più maturi e non ignorano i fatti della vita. Anzi.


Bennie Bedwell in una conferenza stampa nel 1957

Secondo le indiscrezioni che Glos lascia trapelare, entrambe erano sessualmente attive. Il coroner aveva tenuto queste informazioni per sé, forse per motivi religiosi, forse per non urtare la morale del tempo, forse per non pugnalare il cuore già sanguinante di Loretta Grimes, alla quale nessuno avrebbe osato spiegare che probabilmente le sue bambine erano entrate in un brutto giro, dal quale avevano tentato di uscire. Pagando con la vita. Sì, ma…chi è stato? Il tempo passa. Il caso diventa freddo.


Funerali di Barbara e Patricia Grimes

La verità non solo si allontana ma è avvolta da un mistero, denso e oscuro come solo le storie di fantasmi sanno essere. Le sorelle Grimes sono state gettate – senza tanti complimenti – in un luogo dal nome sinistro, il Ruscello del Diavolo, a poca distanza dal quale sorgeva una casa. Isolata, protetta dagli alberi, abitata da una famiglia che -inspiegabilmente – l’abbandona in tutta fretta dopo la scoperta dei due corpi. Più che un trasloco, sembra una fuga: oggetti personali, mobili, giocattoli sono ancora tutti lì. All’interno della casa, o sparsi in cortile. E davanti all’ingresso, una vecchia auto viene divorata per anni dalla ruggine. Perché tanta fretta? Chi abitava nella casa, ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto? Le risposte sfuggono. Non sfugge invece la casa abbandonata all’occhio sempre attento dei vandali, che, infatti, la incendiano.

Ma la forza del fuoco non è sufficiente: non solo le fiamme lasciano intatte le fondamenta, l’impianto di riscaldamento e il portico – che restano ben visibili, tra le rovine – ma non riescono a spazzare via nemmeno quei rumori, strani e inspiegabili. Porte che sbattono, il motore di un’auto che arriva a tutta velocità, uno sportello che si chiude. Decine di passanti giurano di aver udito questi inquietanti suoni e una donna addirittura crede d’aver visto due corpi nudi, sul greto del fiume. La polizia controlla, cerca, verifica. Non c’è nessuno. L’area è disabitata.  Non c’è più nessuno lungo il Devil’s Creek. E allora, di cosa si tratta? Semplice suggestione? Impressione profonda suscitata da un duplice assurdo delitto? Ai fenomeni paranormali, ognuno è libero di credere o no. Ma camminando lungo le Rive del Ruscello del Diavolo, puoi respirare tutta la paura e l’angoscia di una morte inutile.

Fonte: Crimes and old stories
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Se davvero fosse così …   Leave a comment

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Filastrocca del benvenuto a chi viene da lontano

di Bruno Tognolini

Amico sconosciuto
sappi che qui fra noi sei il benvenuto
Tu vieni da lontano
ecco la nostra mano
Hai viaggiato e sei stanco
c’e’ posto al nostro fianco
Questa e’ una terra amica
e noi ti aspettavamo, e siamo pronti
Abbiamo pane per la tua fatica
abbiamo orecchie per i tuoi racconti

Rime di riso e pianto
Le Filastrocche della Melevisione
Carlo Gallucci Editore, Novembre 2011

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Lizzie Borden prese un’accetta? Ma lo ha fatto davvero?   14 comments

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La Borden House al 92 Second Street e il fienile nella parte posteriore,
dove Lizzie ha affermato di essere durante gli omicidi

Lizzie

Fonte: Crimes and old stories

Giovedì, 4 Agosto 1892. A Fall River, cittadina nel Massachusetts, fa molto caldo. E non è ancora mezzogiorno! Andrew Jackson Borden ha settant’anni ed è stanco. Non si sente troppo bene. È stato all’ufficio postale e poi in banca. E ora, tornato a casa, non si sente troppo bene. Sono le 10:45. Minuto più, minuto meno. Andrew Borden decide di concedersi un sonnellino. Con ancora il cappotto addosso, l’uomo si sistema sul divano. Gli stivali toccano il pavimento: non sia mai che il divanetto di mohair si macchi! Eh sì. Andrew Borden è un tipo quadrato. Sorride raramente. E ride ancora meno. Anche se ne avrebbe, di motivi per essere felice. Ѐ un uomo facoltoso. Ѐ un possidente. Ѐ una delle personalità più influenti di tutta la città. Eppure vive un’esistenza frugale in una casa grande ma non lussuosa, in un quartiere tutt’altro che alla moda. Le sue figlie di primo letto, Lizzie ed Emma, hanno tentato di convincere il padre a traslocare, a scegliere un quartiere e una casa più consona al loro stato. Ma niente da fare. Andrew Borden è un tipo quadrato.


Andrew Jackson Borden

Non sperpera, non ostenta. E prima di stendersi per un pisolino, in salotto, sta bene attento che i suoi stivali tocchino il pavimento: non sia mai che il divano di mohair si macchi! Ѐ il 4 Agosto 1892. Sono le 10:45. Minuto più, minuto meno. A casa Borden, tutto è tranquillo. Emma, la figlia minore di Andrew, è andata a far visita a un’amica. Abby, la seconda moglie di Andrew, è al piano di sopra intenta a preparare la camera dell’ospite. L’ospite suddetto è John Vinnicum Morse, fratello di Andrew. Anche lui, come la nipote Emma, è uscito. Doveva sbrigare alcuni affari in città. Lizzie, la figlia maggiore di Andrew, è invece a casa. Anche lei al piano di sotto ma non nella stessa stanza del padre. Ѐ intenta a stirare, perché talvolta aiuta Bridget nelle faccende domestiche. Bridget, la governante, è al piano di sopra per riposare. Ѐ il 4 Agosto 1892. Fa molto caldo. Anche Bridget, come il suo padrone Andrew, si sente poco bene. Sono le 10:45. Minuto più, minuto meno. Poco dopo le undici però, la quiete di casa Borden è squarciata da alte grida. Vieni giù, presto! Ѐ la voce di Lizzie. Una voce piena di terrore. Una voce che chiama Bridget. Vieni giù, presto! Bridget, la brava governante irlandese, infila le scarpe e sistema il vestito. Vieni giù, presto! Bridget, la brava governante irlandese, inizia a scendere le scale. Vieni giù, presto! Bridget, la brava governante irlandese, ubbidisce. Cerca di fare più in fretta che può. Ma a un tratto, osa domandare. Cos’è successo? La risposta di Lizzie non le piacerà. Papà è morto! Qualcuno è entrato e l’ha ucciso! Bridget, la buona e solida ragazza arrivata dall’Irlanda, arriva finalmente al pianterreno. Vorrebbe entrare in salotto. Vorrebbe soccorrere il suo padrone. Ma Lizzie non è d’accordo. Non entrare! Va a chiamare il dottore! C’è poco da discutere con la figlia di Andrew Borden. Quella figlia ormai grande, trentaduenne e ancora senza marito. C’è poco da discutere e Bridget si precipita a chiamare il dottor Bowen, che vive poco lontano ed è un caro amico di Andrew. Il dottore però è fuori e alla cameriera non resta che riferire l’accaduto alla moglie del medico. Mister Bowen è morto, l’hanno assassinato nel suo salotto! Le due donne si precipitano da Lizzie. Dov’eri mentre facevano questo a tuo padre?In cortile, per cercare del carbone che le occorreva per stirare. Poi un rumore e poi un grido e poi… I vicini accorrono, Lizzie piange, qualcuno chiama la polizia, la donna che vive nella casa accanto a un tratto domanda. E tua madre? Dov’è? Lizzie risponde che non lo sa. E che quella signora comunque non è sua madre. La sua vera madre è morta: Mrs Borden è la seconda moglie di suo padre. Sì, Lizzie… ma dov’è? Non lo sa, Lizzie non sa niente… tranne che la matrigna ha ricevuto un biglietto da parte di una conoscente ammalata, che chiedeva assistenza. Sì, deve’essere così. O forse no. A Lizzie sembra di aver sentito la (seconda) signora Borden rientrare. E se fosse accaduto qualcosa anche a lei? Se avessero ucciso anche lei? Suo padre deve avere qualche nemico- sostiene Lizzie – pochi giorni prima l’intera famiglia era stata male, qualcuno doveva aver avvelenato il latte! A interrompere queste rivelazioni è il medico, il dottor Bowen, che finalmente è arrivato a casa Borden. Il medico e il defunto Andrew si conoscono da anni. Il minimo che il dottore possa fare è chiedere un lenzuolo, per coprire pietosamente il corpo dell’anziano amico. Prima di fare ciò però, il dottor Bowen dà un’occhiata. Cerca di farsi un’idea. Certo, non è un bello spettacolo. Andrew Borden è stato colpito più volte con un oggetto tagliente, probabilmente un’accetta. Ѐ stato colpito più volte, con ferocia. Il naso è stato tagliato via di netto. Un occhio letteralmente spaccato in due.


Cadavere sanguinante di Andrew Borden
sul suo divano preferito al piano di sotto

Si contano circa undici fendenti, distribuiti tra occhi, naso, orecchie. Andrew Borden è quasi irriconoscibile e il suo sangue è dappertutto: schizzi sul divano, sulle pareti, su un quadro. Dalla posizione del corpo, sembra che il pover’uomo sia stato attaccato alle spalle. Tra pianti e parole di conforto, trascorrono diversi minuti prima che a qualcuno venga in mente di salire al piano di sopra e controllare se effettivamente la signora Abby Borden sia tornata o no. Alla fine, l’ingrato compito è affidato alla governante Bridget, accompagnata da una pia vicina di casa, la signora Churchill. Sarà proprio quest’ultima a scorgere il cadavere di Abby Borden, riverso sul pavimento della camera degli ospiti, in una pozza di sangue. Le due donne tornano al piano di sotto. C’è qualcun altro?  Eh sì. Di sopra c’è un altro cadavere. Ѐ quello della (seconda) signora Borden. Il sangue rappreso e scuro sembra indicare che la donna sia stata uccisa prima del marito. Come il marito, anche lei è stata attaccata alle spalle. Anche lei è stata colpita più di dodici volte, con un oggetto tagliente. Forse, un’accetta. Insomma. Una casa rispettabile e due cadaveri: che insolita combinazione! Non resta che dare un tranquillante alla povera Lizzie e fare una telefonata alla polizia. Caso vuole che gli agenti di Fall River proprio quel giorno siano in festa: c’è il pic-nic annuale a Rocky Point e vi partecipano quasi tutti i poliziotti. L’unico rimasto in caserma, tale George W. Allen, corre sul luogo del delitto ma non può fa altro che costatare i decessi e poi andare a informare i superiori dell’accaduto. Non c’è nessuno a preservare il luogo del delitto che è letteralmente preso d’assalto da decine di vicini. Che accorrono e consolano e piangono e guardano e inorridiscono e soprattutto, calpestano. La scena del crimine è incustodita e le eventuali tracce lasciate dall’assassino sono irrimediabilmente cancellate dalla curiosità e dai convenevoli.


Lizzie Borden

Tuttavia, lo shock per il duplice omicidio è sincero e influenza, sin da subito, anche le indagini. Che, infatti, procedono in maniera caotica, confusa. La prima indiziata è sicuramente Lizzie. Timida catechista, nubile fanciulla, figlia devota… ma anche no. Lizzie, infatti, non andava troppo d’accordo con la matrigna e mal digeriva la convivenza forzata con lei. Ma di qui all’omicidio… No, non può essere. La polizia segue altre piste. Un ragazzino racconta di aver visto un uomo scavalcare la staccionata dei Borden e quest’uomo è effettivamente rintracciato. Caso chiuso? Macché. Costui ha un alibi di ferro e viene rilasciato. I colpi di scena però non sono finiti: in un campo viene trovata un’accetta sporca di sangue. Ѐ l’arma del delitto! Invece no. A un esame più attento, l’accetta risulta esser sporca di sangue di pollo. Sembra che qualcuno stia giocando a disorientare la polizia, a mandarla fuori strada. Poco a poco, l’attenzione degli inquirenti comincia a spostarsi su Lizzie. Ci son cose che destano sospetti, sospetti che si fanno sempre più densi e concreti.


Abby Durfee Gray Borden

Il giorno che precede i tragici avvenimenti, il 3 Agosto 1892, Abby Borden si reca dal dottor Borden di buon mattino. Sembra agitata e riferisce che sia lei sia il marito si sono sentiti male durante la notte. Nausea e vomito, però non suonano come sintomi preoccupanti all’orecchio del bonario medico, che rispedisce l’allarmata signora a casa sua. Il medesimo giorno, il commesso della locale farmacia avrebbe servito Lizzie: la signorina chiede dell’acido prussico ma non ha con sé alcuna ricetta e al posto del veleno le viene consegnato un “no”, cortese ma fermo. Lizzie però nega tutto: il commesso mente oppure si confonde. Tuttavia, anche la rispettabile Miss Alice Russell vecchia amica della signorina Borden- ricorda che Lizzie era molto agitata, nei giorni che precedettero quel 4 Agosto. Molto più che agitata. Terrorizzata, proprio. Qualcuno vuol fare del male alla mia famiglia!  Lizzie ha doti di veggente? O cercava di confondere le acque e prepararsi un alibi? Troppe cose non quadrano. A cominciare dall’ora della morte di Abby Borden. Secondo l’autopsia, infatti, la donna è stata uccisa prima del marito e il delitto si colloca verso le 9:30 del mattino. Dunque, se a commettere i delitti non son state né Lizzie né Bridget, ciò vuol dire che l’assassino è rimasto in casa Borden fino all’ora in cui Andrew Borden è tornato (ovvero, poco prima delle undici). Ѐ rimasto nascosto, per tanto tempo, col rischio di essere scoperto da un momento all’altro? Strano. E poi, quel biglietto. Quello con cui una conoscente avrebbe chiesto ad Abby Borden di farle visita perché si sentiva poco bene, quel biglietto che induce Lizze -circondata da vicini solerti e affettuosi- ad affermare che Abby non c’è, che probabilmente è uscita mentre il marito giace assassinato. Ebbene, quel biglietto, quel biglietto non si trova. Lizzie dice che l’ha bruciato inavvertitamente. In realtà Abby era di sopra, in una pozza di sangue. Ma le stranezze non sono finite.


Corpo di Abby Borden trovato al piano di sopra.
Colpita da dietro, probabilmente mentre
era in ginocchio a rifare il letto.

La governante Bridget riferisce di esser stata lei, ad aprire ad Andrew Borden: la porta d’ingresso è sempre chiusa a chiave. Si fa attenzione, in casa Borden, per via di un furto subito l’anno prima. Bridget dunque ha prudentemente aperto la porta d’ingresso, chiusa con più di una mandata, ed ha lasciato entrare il suo padrone. E mentre lui si avviava verso il salotto, Bridget giura d’aver sentito la voce di Lizzie. Stava ridendo. E la voce proveniva dal piano di sopra.  Le cose incominciano a mettersi male per la trentaduenne figlia di Andrew Borden.La gente proprio non vuol piantarla di ricordare. E così anche un ufficiale di polizia rammenta di aver chiesto a Lizzie se vi fossero accette da falegname in casa. Certo, venite con me! In cantina, vengono ritrovate quattro accette. Una di esse è sporca. Sangue e peli (che poi però risulteranno essere di vacca). Un’altra invece è malridotta. Non ha più il manico e sembra che la rottura sia recente. Un particolare che non passa inosservato e che sarà incluso tra le prove dell’accusa. Già, l’accusa. Ormai sui giornali non si parla che del delitto Borden. E di Lizzie Borden. Vuoi vedere che…. Ma no, non è possibile! Ѐ una ragazza di buona famiglia… è una catechista! Però, se non è stata lei… E se fosse stata lei?  La zitella assassina? Ma no… non è possibile!


Bridget Sullivan,
cameriera della Borden

Eppure, il giorno dei funerali, i corpi dei coniugi Borden non vengono sepolti. Le autorità vogliono che sia fatta un’altra autopsia, vogliono che quei poveri corpi siano nuovamente esaminati (e per qualche motivo, a esami e processo conclusi, la testa di Andrew Borden non verrà mai più trovata). Tuttavia, la goccia che fa traboccare il vaso di Lizzie cade il giorno dopo le esequie: una tranquilla domenica mattina in cui la zitella – ormai orfana- brucia un vestito “sporco di vernice” davanti Alice Russell. Miss Russel è un’amica, sì. Ma non al punto da tenere per sé quanto ha visto. E poi, quel vestito è ciò che l’accusa sta aspettando. Quel vestito induce il giudice Blaisdell a incriminare ufficialmente Lizzie, che è ritenuta colpevole di tre misfatti: l’omicidio del padre, quello della madre (OPS, matrigna!) e quello di entrambi. La signorina Borden è condotta in carcere in attesa del processo, che inizia il 5 giugno 1893. Ѐ un evento. Uno dei primi “processi spettacolo” che la storia ricordi. L’aula è affollata e nella piccola cittadina del Massachusetts arrivano giornalisti persino da Boston e da New York. Ѐ un evento. Un evento che dura quattordici giorni. E che raggiunge l’acme quando l’avvocato dell’accusa getta sul banco degli imputati un vestito da donna (da usare come prova), facendo così volare via il telo che copriva il martoriato teschio di Andrew Borden (che, dopo questi eventi, non avrebbe più ritrovato la strada per la propria tomba). Lizzie sviene, alla vista dei resti paterni. Sviene, come l’eroina di un romanzo Ottocentesco. Sviene, come ci si aspetta da una signorina di buona famiglia, educata secondo principi cristiani. Sì, ma… sotto quella camicetta di pizzo potrebbe battere il cuore di un’assassina. Lo sostengono l’accusa e i suoi testimoni, che emozionati raccontano una Lizzie oscura, piena di rancore, una Lizzie che detesta la propria matrigna e pure quel padre morigerato e parco. E poi- racconta lo zio John Morse- quel sant’uomo di Andrew Borden aveva espresso il desiderio di cambiare testamento… in favore della buonanima di Abby! Non male come movente. E se a questo si sommano gli strani comportamenti di Lizzie… Le porte del carcere si sembrano destinate a chiudersi dietro le sottane di Miss Borden, la zitella di Fall River. L’astio per i genitori, quel vestito dato alle fiamme, il tentativo di comprare dell’acido prussico. Eppure, il castello della colpa ha fondamenta di sabbia. Ad esempio, il vestito bruciato sembra suggerire che la giovane Borden si sia cambiata d’abito dopo gli omicidi. Ma perché avrebbe dovuto aspettare ben tre giorni… prima di dargli fuoco? E soprattutto, cosa avrebbe indossato nei momenti immediatamente successivi all’omicidio? E poi, quel commesso della farmacia…sì, quello dell’acido prussico. La sua testimonianza è ritenuta ininfluente e pregiudiziale dagli avvocati della Difesa e i giudici accolgono l’obiezione.

L’accusa, a quel punto, chiama diversi medici al banco dei testimoni. Assieme a loro, il teschio martoriato di Andrew Borden. Ma questa macabra mossa non ha l’effetto sperato: la vista di quei poveri resti non fa che ricordare alla giuria che, se fosse stata lei a uccidere, Lizzie sarebbe dovuto esser coperta di sangue! E nessuno, nessuno dei vicini accorsi quel giorno, aveva visto una sola goccia rossa sul grembiule dell’imputata. Finito il tempo dell’accusa, tocca agli avvocati della Difesa far sentire la propria voce. La voce dei sospetti e dei ragionevoli dubbi. Un passante, ad esempio, giura di aver visto un uomo dallo sguardo folle, che si aggirava nel bosco urlando “Povera signora Borden!”. Altri testimoni accennano a un misterioso giovane vicino alla casa dei Borden. E poi, il pezzo forte: Emma Borden. La quale afferma che no, sua sorella maggiore non aveva alcun motivo per uccidere i suoi. Non l’avrebbe mai fatto. Infine, arriva il turno della stessa Lizzie. Che, neanche a dirlo, si proclama innocente. Ed è così che viene ritenuta dai giurati di Fall River. La bianca mano di una signorina di buona famiglia può talvolta sporcarsi nell’adempiere i mestieri femminili ma mai potrebbe impugnare la mannaia della morte. Non colpevole e riabilitata, Lizzie Borden si regala un nuovo soprannome (Lizbeth) e una nuova splendida casa in un quartiere chic, sulle colline, dove si trasferisce insieme alla sorella. Ma se il cuore che batte sotto la camicetta di pizzo non è quello di un’assassina, appartiene però a una donna irrequieta che nel 1897 è coinvolta in un furto d’arte e nel 1904 conosce un’attrice, Nance O’ Neil, con la quale inizia un’assidua frequentazione. E no, non si tratta di una semplice amicizia. Non è un caso che proprio in questo periodo, la sorella Emma abbandoni il tetto fraterno e non riveda mai più Lizzie, se non nella tomba di famiglia…dove entrambe finiranno nel 1927, ricongiungendosi così a madre, matrigna, sorella morta nell’infanzia e padre (cui non era stata restituita la testa). Nel 1948, tocca alla governante Bridget lasciare questa valle di lacrime. La sua ultima dimora è Butte, cittadina del Montana. Qui la buona ragazza irlandese si era trasferita, troncando ogni rapporto con Emma e Lizzie. Forse, come alcuni ritengono, dietro questo epilogo da eremita c’è una ricompensa, una somma di denaro versata dalle sorelle Borden per comprare il silenzio dell’ex cameriera. Più di cento anni sono trascorsi, da quell’afoso agosto americano. E nessun colpevole è stato trovato: gli omicidi di Andrew e Abby Borden restano impuniti. Restano le foto in bianco e nero di Lizzie: i capelli raccolti, il sorriso appena accennato, gli occhi chiari. Ѐ stata lei?Il problema maggiore per una Lizzie assassina, sarebbe stato il lasso di tempo tra l’uccisione della matrigna e l’arrivo del padre: intervallo non brevissimo, in cui ha dovuto interagire con la governante.


Emma Borden

Quest’attesa è incongruente con la modalità stessa degli omicidi: brutali, feroci, violentissimi. Sfondare un cranio, darsi una calmata, metter su l’aria da perfetta padrona di casa. E poi, tornare a impugnare la mannaia. No, ci vorrebbe troppo sangue freddo. E di sangue, addosso a Lizzie, nessuno ne ha mai trovato. Dunque? Chi è stato? Alcuni sostengono che in realtà, a compiere i delitti, sarebbero state serva e padrona. Bridget e Lizzie, divise dal ceto sociale ma unite dall’omicidio. La complicità delle due donne spiegherebbe alcune cose. Il mancato ritrovamento dell’arma del delitto (l’accetta, nascosta da Bridget chissà dove), il fatto che- durante gli interrogatori- nessuna tiri mai in ballo l’altra, l’aria decisa con cui Bridget nega di aver udito alcun rumore provenire dalla stanza di Abby, dove pure la povera donna assassinata è probabilmente caduta con un gran tonfo. Altra possibilità, altra sorella: l’omicida potrebbe essere Emma Borden che avrebbe convenientemente diffuso la voce d’esser andata fuori città e poi avrebbe agito, indisturbata. Lizzie, Bridget, Emma. E se invece quei crani fossero stati fracassati da un uomo?No, non l’anziano zio John Morse… ma William Borden, figlio illegittimo e leggermente ritardato di Andrew. In ogni agiata famiglia che si rispetti, non può, infatti, mancare il “bastardo”, il figlio della colpa che- vissuto nella miseria e nell’ombra- una volta diventato adulto reclama inevitabilmente la sua parte d’eredità. Che sia stato questo il percorso di William? Che Lizzie abbia dato la sua benedizione al fratellastro omicida e l’abbia liquidato per farlo tacere?Nessuna dichiarazione dal diretto interessato, suicidatosi qualche anno dopo i tragici fatti. Il delitto perfetto, se mai esiste, è avvenuto a Fall River, Massachusetts, nel 1892. Il delitto perfetto, se mai esiste, ha la sottana lunga, il colletto di pizzo, i capelli raccolti in uno chignon. Il delitto perfetto, se mai esiste, si aggira nelle stanze di una casa grande ma non lussuosa, trasformata dagli eredi Borden in un Bed & Breakfast. Molti sono i turisti che si recano ancora oggi a Fall River e che vogliono provare – per una sera almeno- il brivido di dormire (o almeno, provarci) nella stanza da letto di Abby Borden, madre di Lizzie.
OPS … Matrigna…


Casa di Lizzie (o di Lizbeth) a Fall River, Maplecroft
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“Ciascuno cresce solo se sognato” – Danilo Dolci   2 comments

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Macchia Mamma 

Racconto di Bruno Tognolini
per la Fondazione Polimabulanza di Brescia


Mondo Chiaro era già cominciato. Kito lo vide dal suo lettino nella Macchia Finestra.
Macchia Mamma preparava il cibo del mattino, parlando forte per svegliarlo piano.
“Tutti dicono che sono stupida, ma non è vero. Stupidi sono loro. Kito, sveglia! Io ci credo a quel viaggiatore che ha raccontato. Ci sono stranieri wazungu, lontano lontano, che hanno gioielli per gli occhi. Gioielli piccoli, tondi, scintillanti come acqua dura, che rubano e conservano la luce”.
Macchia Mamma venne a prenderlo dal lettino. Era ora di alzarsi e partire.
“Noi andremo a cercare quei wazungu e i loro gioielli. Dovessimo camminare per dieci anni”
Dopo avere mangiato partirono. Mondo Chiaro era già pieno e forte. Si avviarono verso la foresta. Kito sapeva camminare ormai, anche se, poverino, in mezzo a tutte quelle macchie che era il mondo a volte sbandava. Macchia Mamma decise che per un po’ lo avrebbe portato sulla schiena, e poi avrebbe camminato solo.
Kito girava intorno i suoi grandi occhi opachi, ballonzolando al ritmo del passo della sua forte e profumata Macchia Mamma. Ecco, pensò, ci stiamo avvicinando a Mondo Verde. Passava infatti grande sulla sua testa un Macchia Albero. Poi un altro. Poi due o tre Macchie Albero unite. E poi c’erano dentro: Mondo Verde.
Dopo due ore di cammino, Macchia Mamma lo mise giù. Ora doveva camminare. Le macchie grandi Kito le vedeva, quelle piccole no. Le sentiva coi piedi, qualche volta quand’era troppo tardi e allora cadeva. O le sentiva con le spalle, col petto, col naso, quando lo accarezzavano, lo toccavano, e quando a volte lo picchiavano, un ramo, una roccia: quelle erano macchie cattive che facevano male. Perciò Macchia Mamma aveva imparato a condurlo, tenendolo per mano. Bastava una tiratina da una parte e Kito scansava una pietra, una tiratina in giù e si chinava per evitare un ramo.
E così, cammina cammina, venne ora di mangiare al mezzogiorno. E poi di riposare, e ripartire.
Kito sentiva intorno a sé il canto della foresta: voci belle e cantanti di uccelli, voci agre e insolenti di scimmie, voci lontane di altre bestie sconosciute. Macchie strane, che Kito non aveva visto mai. Anche perché, dispettose, si vestivano col colore delle foglie, si mescolavano con le macchie della luce, con le strie delle cortecce. Non le vedevano nemmeno i grandi, figurarsi lui.
Macchia Mamma parlava, parlava, per farsi coraggio, perché ormai stava arrivano Mondo Scuro.
“Quel viaggiatore l’aveva vista bene, la donna mzungu, che metteva dentro gli occhi i suoi gioielli. Tutti dicevano che li teneva lì perché era ricca, perché erano gioielli preziosi, per non perderli e custodirli durante il giorno. Ma io non credo che sia così”
Parla parla era venuto Mondo Scuro, e Macchia Mamma aveva acceso Macchia Fuoco.
Come faceva ogni volta, Kito fissò i suoi occhi nuvolosi in quella macchia strega, diversa dalle altre, che giocava e cambiava e scaldava e rideva contenta. E anche Kito guardando rideva.
Rise un po’, poi smise e si accucciò fra le ginocchia e i gomiti di Macchia Mamma, col naso nella sua pancia, e si addormentò.
Strisciate, serpenti, nel buio. Spiate, occhi severi delle belve. Gridate lontanissimi, uccelli della notte. Kito dorme, dentro il suo Mondo Notte, e nessuno saprà mai che perfette figure minuziose, che affreschi esatti ben tracciati e tersi sanno vedere gli acuti occhi del sonno.
Poi quel sonno finì. Kito si svegliò, cercò Macchia Finestra ma non c’era.
C’era però l’odore buono del pane di manioca, che Macchia Mamma aveva preparato sulle pietre caldissime del fuoco. I due viaggiatori mangiarono e parlarono un poco. Kito chiese se erano già arrivati dove non erano arrivati mai. Certo, rispose Macchia Mamma, mezza giornata di cammino oltre. E quante altre restavano da fare? Questo non lo sapeva Macchia Mamma. E chi lo sapeva allora? Lo sapeva la Foresta, rispose la donna tirando un sospiro.
Kito si guardò intorno: Mondo Verde frusciava e odorava intorno a loro. Mondo Verde, disse il bambino, ma solo fra sé: Mondo Verde, mi raccomando.
La terza notte incontrarono un vecchio.
Aveva acceso il suo Macchia Fuoco e cucinava la carne odorosa di qualche bestiola che aveva cacciato. Il profumo del buon arrosto, dopo tre giorni di erbe crude e pane malcotto, dette il coraggio a Macchia Mamma di avvicinarsi. Dopo aver spiato dai cespugli, si convinse, o la fame la convinse, che quello straniero era un buon nonno, e si presentò. Ebbe fortuna: il vecchio era un buon nonno viaggiatore, li invitò a sedere al suo fuoco, divise la carne con loro e li interrogò.
Volle guardare gli occhi del bambino. Kito non potè vederlo, ma lo capì: vide solo un Macchia Uomo schermare Macchia Fuoco, sentì un odore di vecchio, e allora aperse bene gli occhi opachi, com’era abituato a fare, offrendoli a chi voleva guardare il loro albume.
Il vecchio volle sapere dove andavano. Macchia Mamma raccontò della straniera mzungu, la donna bianca che teneva i gioielli negli occhi. Gioielli piccoli, tondi, che brillavano come acqua dura.
“E tu cosa pensi di quei gioielli?” chiese il vecchio. “Perché li cerchi?”
“Io penso che catturano la luce. La rubano al cielo, la conservano, e la ridanno indietro dove serve. E penso che quella straniera li teneva negli occhi non per custodirli, ma perché lanciano la luce dentro i suoi occhi”
“E allora? Li cerchi per questo?”
“Sì. Se lanciano la luce negli occhi di quella mzungu, possono farlo anche negli occhi del mio bambino. Però ora non dirmi anche tu che sono stupida, che sogno e credo ai sogni. Sono stufa di sentirmelo dire”
Il vecchio sorrise coi pochi denti solitari che gli eran rimasti.
“No, donna che viaggi, non sei stupida. Se sogni, stai solo facendo bene il lavoro di mamma. Con pane e sogno si crescono i bambini. Io non lo so se esistano questi gioielli per gli occhi, ma mi hanno detto che i wazungu hanno aperto una nuova Casa Ospitale, in un posto chiamato Kiremba. Ti insegno come arrivarci. Tu domani parti da qui, vai fino al limite della foresta, e poi…”

“Questo racconto mi è stato chiesto nel giugno 2011 per un libro collettaneo, edito dalla Fondazione Poliambulanza di Brescia per una sua missione sanitaria in Burundi”  – Bruno Tognolini

Poliambulanza – Kiremba, andata e ritorno
Kiremba è un nome che a Brescia non ha bisogno di presentazioni. Su quella collina, nella diocesi di ‘Ngozi, negli anni ’60 è sorta una missione tutta bresciana, con una parrocchia, le scuole ed un ospedale giudicato fra i migliori di tutto il Paese. Qui operano sacerdoti bresciani, le Suore Ancelle della Carità, medici, volontari ed un’associazione, l’ASCOM di Legnago (VR), che ne segue l’organizzazione. POLIAMBULANZA CHARITATIS OPERA partecipa al funzionamento dell’ospedale con l’invio di apparecchiature, farmaci, contributi economici, ed è in procinto di varare un progetto di formazione del personale sanitario locale, mediante l’invio di medici, infermieri e tecnici.
Lotta alla cecità
Nel mondo vi sono quasi 40 milioni di ciechi assoluti e oltre 100 milioni di persone ipovedenti con gravi minorazioni visive. In Africa pochissime sono le strutture dotate di apparecchiature per fare una corretta diagnosi ed intervenire chirurgicamente ove necessario. Chi ha problemi di vista può immaginare cosa significhi passare la propria esistenza senza poter vedere correttamente. Nelle realtà rurali dove la relazione con l’ambiente e le persone sono fondamentali, non disporre del bene della vista spesso significa povertà, insicurezza, emarginazione.
L’alternanza a Kiremba (Burundi) di diverse equipe oculistiche coordinate dal Responsabile della nostra Unità ha già consentito l’effettuazione di centinaia di visite, selezionando un cospicuo numero di pazienti che sono poi stati sottoposti ad intervento chirurgico. È una piccola risposta a questo grande bisogno. L’invio di apparecchiature, l’addestramento del personale, la distribuzione di occhiali fanno parte degli obiettivi di questo ambizioso progetto.

I medici raccontano che quando arriva l’equipe per operare di cataratte i bambini, già all’alba aprendo le porte del centro vi sono centinaia e centinaia di piccoli pazienti in attesa con i loro famigliari, bambini e donne che – a piedi – sono arrivati anche da 200 km di distanza perché di villaggio in villaggio era corsa la voce che dei medici italiani operavano… 

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