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Il dono d’Itaca è il viaggio che fu bello …   35 comments

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Itaca

di Konstantinos Kavafis
traduzione di Guido Ceronetti

Se Itaca è la meta del tuo viaggio
formula voti sia una lunga via;
peripezie e scoperte la gremiscano.
Lestrìgoni , Ciclòpi, e di Poseidone
accessi d’ira escludili.
Renderli vani è in te se via facendo
col pensiero li domini, se carne e spirito
risucchi la vertigine.
Mai vedresti Lestrìgoni e Ciclòpi
se Psiche in te non li generasse,
né l’irascibile Poseidone ti sbatterebbe
se Psiche in te non lo drizzasse orrendo.

Vòglila lunga, la via.
E i mattini d’estate mai finiscano
in cui ti accolgano finora ignoti
porti che di dolcezze ti sfiniscano.
A ogni suk dei Fenici sosterai,
ci farai begli acquisti di coralli,
di madreperle, d’ebani, di ambre.
E di profumi che stordiscano pigliane
a sacchi, di più godrai.
Ma nelle città egizie tu errabondo
viandante agli eruditi
rivolgiti, e da loro impara,
impara senza fine.

Della tua mente avrai stella polare
Itaca – sempre. Là devi approdare,
termine ultimo tuo prescritto.
Il viaggio
fallo anni durare, ritorna vecchio
nella tua isola, gli accumulati
lungo la via tesori
li sbarcherai con te, perché da Itaca
ricchezze non puoi sperare.

Il dono d’Itaca è il viaggio che fu bello.
Senza di lei, per te, quale cammino?
E null’altro sarà il suo dare.

Pur così povera mai ti avrà deluso.
Ora tu sei di vita e di sapienza
talmente ricco! E certo non ti è ignoto
il senso che ogni Itaca tramanda.
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Kavafis ci induce al viaggio verso Itaca evocando, con splendore tutto mediterraneo, mattine d’estate, mercati fenici in cui si commerciano madreperle, corallo, ebano, ambra. Il riferimento mitologico è il famoso viaggio di Ulisse nell’Odissea. Itaca, l’isola di Ulisse, diventa, nella poesia, metafora della vita stessa in cui ciò che conta non è tanto la meta, ma il viaggio.
Il senso di Itaca, infatti, è quello di fungere da stimolo per il viaggio, più che da meta da raggiungere fine a se stessa. E’ la vita, concepita come viaggio verso una meta che si raggiungerà dopo lunghe peregrinazioni.
Il viaggio di Ulisse, dunque, come metafora della nostra vita, racconta una verità che fa quasi paura. Tutta la nostra vita è un viaggio! Quando ci prepariamo ad affrontarne l’ itinerario, in realtà ci accingiamo ad affrontare un percorso alla scoperta dei nostri pensieri, di noi stessi. Perciò non dobbiamo avere fretta di giungere a destinazione e alla nostra Itaca, ma dobbiamo semplicemente goderci il viaggio, e quindi la vita, per esplorare il mondo, crescere intellettualmente, cambiare e ampliare il nostro patrimonio di conoscenze. Un viaggio è sempre una raccolta di emozioni, di sensazioni inebrianti, vive, di colori, luci, odori, sapori, suoni! È giusto apprendere il più possibile durante il viaggio, vivere esperienze, tenendo sempre presente il sentimento forte e deciso che ci porterà a destinazione.
“Itaca” è un viaggio nel quale non è importante se la meta è poi deludente, è proprio grazie ad Itaca che ci siamo messi in viaggio, e la destinazione sarà la causa di tante belle esperienze vissute lungo il cammino.
Ogni giorno in cui, prima di addormentarci, ci renderemo conto di aver appreso qualcosa di nuovo, potremo essere consapevoli di essere cresciuti, di essere diventati più esperti e più saggi, e quando giungeremo alla fine del nostro percorso, saremo soddisfatti per l’aver viaggiato, ovvero per l’aver vissuto, anche se la nostra meta non ci sembrerà più così ricca come l’avevamo immaginata! A quel punto, infatti, avremo già maturato in noi questa consapevolezza, non ci importerà che Itaca sia ricca o povera, perché saremo noi ad esserci arricchiti. E, in fondo, cosa è più bello? Il luogo in cui arriveremo o quello che ci accadrà durante il viaggio che stiamo compiendo?
Ci sono cose che il tempo non restituisce. E lo fa per insegnarci quanto siano preziose le nostre scelte, le azioni che compiamo ogni giorno.
Ognuno di noi deve coltivare un sogno, uno scopo, una meta nella propria vita, sapendo che non importa come e quando raggiungeremo la nostra destinazione, perché ciò che conta è come affronteremo il viaggio per raggiungerla.
Ciò che conta davvero è vivere e “come” si vive.

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Brividi sulla pelle …   35 comments

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La pianta del tè

Ivano Fossati

Come cambia le cose
La luce della luna
Come cambia i colori qui
La luce della luna
Come ci rende solitari e ci tocca
Come ci impastano la bocca
Queste piste di polvere
Per vent’anni o per cento
E come cambia poco una sola voce
Nel coro del vento
Ci s’inginocchia su questo
Sagrato immenso
Dell’altipiano barocco d’oriente
Per orizzonte stelle basse
Per orizzonte stelle basse
Oppure niente
E non è rosa che cerchiamo non è rosa
E non è rosa o denaro, non è rosa
E non è amore o fortuna
Non è amore
Che la fortuna è appesa al cielo
E non è amore
Chi si guarda nel cuore
Sa bene quello che vuole
E prende quello che c’è
Ha ben piccole foglie
Ha ben piccole foglie
Ha ben piccole foglie
La pianta del tè.

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Un pezzo magico, di grande introspezione, emozionante e da brividi sulla pelle, il cui fascino notturno, lunare e misterioso, nella versione originale è musicalmente creato dal contrasto tra i vellutati flauti di canna andini e le percussioni ostinate e inquietanti, che, però, non sono mai esagerate o invadenti. Strumenti quali Antara e Kena, flauti suonati da Uña Ramos, sprigionano tutto il loro potere magico e ci trasportano in vetta a qualche picco cileno o peruviano e poi più in alto, fino al cielo. Non da meno la versione di questo video, in cui archi e pianoforte creano magistralmente lo stesso clima di mistero e ci fanno viaggiare in luoghi e tempi lontani.

Suoni dai sapori etnici, dicevo, che accompagnano un viaggio più profondo, quello dell’uomo dentro se stesso, partendo dal cammino di popoli nomadi che tanti secoli fa percorsero un tragitto che iniziava dall’India per arrivare in Europa, che dal Mediterraneo li portò fino in Africa e nel Medio Oriente, popoli diversi da noi, ma che ci trasmettono un senso straordinario di umanità errante.

L’India, vista come un “sagrato immenso” dove le nostre sofferenze e la nostra stessa esistenza acquistano il vero significato.

C’è un cammino ed una ricerca, ci ritroviamo a scrutare il nostro passato, a trovare una collocazione del nostro presente, a sognare un futuro che sarà senz’altro migliore, se sapremo prendere consapevolezza di noi stessi.

Certo non si può volere l’impossibile, meglio restare aggrappati alla ricerca di qualcosa di reale e soprattutto possibile: “Chi si guarda nel cuore sa bene quello che vuole e prende quello che c’è”. Meglio guardare in noi stessi, ripercorrendo la nostra vita passata, per arrivare a capire come vogliamo vivere quella futura, che uomini vogliamo essere per conquistare le nostre mete.

Così, come fecero i nomadi in cammino, anche noi, se percorreremo la nostra vita lasciandoci alle spalle pesi che ci soffocano e ci tolgono il fiato, se non ci faremo condizionare da tutte le apparenze ingannevoli, le illusioni di grandi luci a portata di mano, potremo affermare che il nostro viaggio non è stato sterile e infruttuoso, ma che ci ha fatto conoscere la nostra vera dimensione.

E, dopo questa lunga ricerca di noi stessi, questo lungo viaggio di riflessione dentro la nostra anima, potremo approdare in un luogo sicuro dove sentirci meno fragili, perché, nel cammino, avremo acquisito una forza che ci permette di non abbandonare i nostri piccoli sogni e a perseguirli, invece, fino alla loro realizzazione, perché avremo scoperto in noi una umanità nuova che ci fa vivere più consapevolmente, che ci fa gioire delle piccole cose, delle nostre piccole, grandi emozioni … “ha ben piccole foglie la pianta del tè” …

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La vita è adesso, basta allungar la mano …   23 comments

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Scongiuro contro il nazismo futuro

di Bruno Tognolini

Gli abbiamo detto che la rabbia non è bene
Bisogna vincerla, bisogna fare pace
Ma che essere cattivi poi conviene
Più si grida, più si offende e più si piace
Gli abbiamo detto che bisogna andare a scuola
E che la scuola com’è non serve a niente
Gli abbiamo detto che la legge è una sola
Ma che le scappatoie sono tante
Gli abbiamo detto che tutto è intorno a loro
La vita è adesso, basta allungar la mano
Gli abbiamo detto che non c’è più lavoro
E quella mano la allungheranno invano
Gli abbiamo detto che se hai un capo griffato
Puoi baciare maschi e femmine a piacere
Gli abbiamo detto che se non sei sposato
Ci son diritti di cui non puoi godere
Gli abbiamo detto che l’aria è avvelenata
Perché tutti vanno in macchina al lavoro
Ma che la società sarà salvata
Se compreranno macchine anche loro
Gli abbiamo detto tutto, hanno capito tutto
Che il nostro mondo è splendido
Che il loro mondo è brutto
Bene: non c’è bisogno di indovini
Per sapere che arriverà il futuro
Speriamo che la rabbia dei bambini
Non ci presenti un conto troppo duro

da “Rime di rabbia”
Cinquanta invettive per le rabbie di tutti i giorni
Edizioni Salani, Marzo 2010

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Tanti auguri a tutti!
Che
il 2017 sia un anno migliore,
per noi, ma soprattutto per i “nostri figli”.

Che possiamo non perdere mai la speranza
per un futuro migliore …
e c
he un futuro possa ancora esserci!

Buon Anno!

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Come una dolce regina di Saba …   2 comments

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Dicembre, tutto tace

Diego Valeri

Tristi venti scacciati dal mare
agitavano la città notturna.
Da nere gole aperte tra le case
rompevano, invisibili
ombre, con schianti ed urla;
si gettavano per le vie deserte
ferme nel bianco gelo dei fanali,
urtavano alle porte
sbarrate, s’abbrancavano alle morte
rame d’alberi dolenti,
scivolavano lungo muri lisci,
dileguavano via, serpenti,
con fischi lunghi e lenti strisci…

Ora mi sporgo nell’attonita pace
della grigia mattina: tutto tace.
Teso il cielo di pallide bende.
Il gran cipresso, assorto, col suo verde
strano, nell’alta luce. Un coccio lustra
tra la terra bruna dell’orto.
Finestre senza tende, cupe,
guardano intorno. Non c’è voce umana,
grido d’uccello, rumore di vita,
nell’aria vasta e vana.
C’è solo una colomba,
tutta nitida e bionda,
che sale a passi piccoli la china
d’un tetto, su tappeti
fulvi di lana vellutata, e pare
una dolce regina
di Saba
che rimonti le silenziose scale
della sua fiaba.

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Nella stanza vuota …   7 comments

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Dicembre nella stanza…

di Siro Angeli

Dicembre nella stanza
vuota mi inoltra. Duole
agli occhi quel riflesso
di sole che si insinua
dalle persiane. Sole
sul bianco soffitto
due mosche immote stanno.
Ma la vita continua
dicono. Il raggio fruga
inquieto l’ombra, sfiora
il letto intatto. Dentro
lo specchio c’è una fuga
di oggetti che ti ignorano.
Rigermina, all’inganno
del raggio, una precaria
estate. Ed ebbre, adesso,
le mosche in una danza
d’amore e morte vanno.
La vita è così varia.
D’oro per un momento
palpitano nell’aria;
poi giù sul pavimento
scendono a capofitto
come la mia speranza.

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Pubblicato 4 dicembre 2016 da mariannecraven in Cultura, Poesia

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Dare un senso alla vita   7 comments

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Edgar Lee Masters

For love was offered me and I shrank from its disillusionment;
sorrow knocked at my door, but I was afraid;
ambition called to me, but I dreaded the chances.

Yet all the while I hungered for meaning in my life.

And now I know that we must lift the sail
and catch the winds of destiny
wherever they drive the boat.

To put meaning in one’s life may end in madness,
but life without meaning is the torture
of restlessness and vague desire,
it is a boat longing for the sea and yet afraid.

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L’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, ma io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque spingano la tua barca.

Dare un senso alla vita può condurre alla follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio,
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

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Pubblicato 30 gennaio 2016 da mariannecraven in Poesia

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L’Epifania tutte le feste porta via …   17 comments

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I tre Re Magi

Fonte: filastrocche.it

Un’altra tradizione del Natale è costituita dal lungo cammino e dall’arrivo dei Re Magi alla nascita di Gesù. In realtà i Re Magi non erano re, ma sacerdoti che, alla corte di Babilonia, studiavano il cielo e le stelle al fine di predire e di trarre presagi. Secondo quanto riportato dal Vangelo apocrifo armeno i magi erano Gasparre, Melchiorre e Baldassarre. Nel V secolo fu S. Leone a decidere che i magi fossero in tre, in quanto con questo numero potevano lasciar spazio a diverse libere interpretazioni simboliche. I magi rappresentavano le tre razze umane, la semita, la giapetica e la camitica. Melchiorre rappresentava l’Asia, Baldassarre l’Africa e Gasparre l’Europa. Erano inoltre il simbolo del dono portato al Signore da tre parti del mondo. Anche le loro diverse età rappresentavano i diversi periodi della vita dell’uomo; la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. I doni portati al Signore erano un simbolo di perfezione: l’oro rappresentava la regalità, ed era un dono riservato ai re; l’incenso rappresentava la divinità, il soprannaturale; la mirra rappresentava l’umanità, l’essere uomo, era la sostanza utilizzata per cospargere i corpi prima della sepoltura.

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I cammelli dell’Epifania

Epifania, nell’aria quieta
guizza la coda d’una cometa
ferma all’ingresso d’una capanna
dove dolcissima canta una mamma.

Canta una mamma, lunghi ha i capelli,
immensi gli occhi tranquilli e belli,
lunghi capelli come di seta,
come la coda della cometa.

E tre cammelli, lungo la via
giungono proprio all’Epifania.
Tre re, tre magi portan con loro
in dono: mirra, incenso e oro.

Incenso mirra e una coppa d’oro
per un minuscolo, grande tesoro.
Anche se lunga, dolce è la via
ai tre cammelli dell’Epifania.

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