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La normalità della guerra   25 comments

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Costruttori di pace non possiamo rimanere in silenzio

di Alex Zanotelli
Mercoledì 04 Gennaio 2017

L’anno 2016 ha visto trionfare la normalità della guerra: la Terza Guerra Mondiale a pezzetti, come la chiama papa Francesco. Una guerra spaventosa che ha il suo epicentro in Medio Oriente e ha mostrato tutta la sua ferocia, disumanità e orrore nell’assedio della città martire Aleppo in Siria. Una guerra che attraversa anche l’intera Africa da est a ovest, dalla Somalia al Sudan (Darfur e Monti Nuba), dal Sud Sudan al Centrafrica, dalla Nigeria (Nord) alla Libia, dal Mali al Gambia. Senza dimenticare i massacri in Burundi e nella Repubblica democratica del Congo (Beni). Desolanti conflitti si estendono dallo Yemen all’Afghanistan, guerre combattute con armi sempre più sofisticate e sempre più a pagarne le spese sono i civili.

Si chiede papa Francesco: «Come è possibile questo? È possibile perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi che sembra essere tanto importante».

È l’industria delle armi, fiorentissima oggi, a gioire di tutto questo. Secondo i dati Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), a livello mondiale, investiamo quasi 5 miliardi di dollari al giorno in armi. A livello italiano, secondo l’Osservatorio sulle spese militari (Mil€x), spendiamo 64 milioni di euro al giorno. L’industria italiana delle armi esporta in tutto il mondo. In questo periodo abbiamo venduto bombe all’Arabia Saudita e al Qatar, che poi le hanno date a gruppi armati legati a Al-Qaida come a Jabhat al –Nusra in Siria. E tutto questo nonostante la legge 185/90 vieti la vendita di armi a paesi in guerra e a paesi dove vengono violati i diritti umani.

L’Italia nel 2015 ha esportato armi per un valore di oltre 7 miliardi di euro in paesi in guerra o dove sono violati i diritti umani. Ma come fanno i nostri governi a parlare di legalità quando agiscono in maniera così illegale? È la grande Bugia. «La violenza esiste solo con l’aiuto della Bugia», diceva Don Berrigan, il gesuita nonviolento americano scomparso lo scorso anno.

È passato il tempo in cui i buoni possono rimanere in silenzio. E ciò che sconcerta maggiormente è il silenzio del movimento per la pace davanti a questi scenari di guerra. Non lo posso accettare. Dobbiamo scendere in piazza, urlare, gridare, protestare. Forse non riusciamo a parlare perché il movimento è frammentato. Allora mettiamoci insieme. La situazione è troppo grave. Per questo dobbiamo avere il coraggio di violare la legge, di farci arrestare, di andare in prigione. Questo sarebbe il dovere prima di tutto dei religiosi, dei preti, delle suore: sull’esempio dei fratelli Berrigan e delle suore domenicane che, negli Stati Uniti qualche decennio fa, si sono fatti anni di carcere per loro impegno contro la guerra in Vietnam e la bomba atomica.

Come cristiano mi fa ancora più male il silenzio dell’episcopato italiano e di larga parte delle comunità cristiane. Per fortuna papa Francesco parla chiaro. Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio) afferma che «essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza». E prosegue: «La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati importanti. I successi ottenuti da Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King contro la discriminazione razziale…».

Papa Francesco invita le comunità cristiane a imboccare la strada della nonviolenza attiva, quale percorso obbligato per i seguaci di Gesù. «Dite al mondo che non esiste più una guerra giusta. Lo dico da figlia della guerra». Così la suora domenicana irachena Nazik Matty durante il convegno su guerra e nonviolenza, promosso in Vaticano da papa Francesco.”

Papa Francesco forse presto ci regalerà un’enciclica che potrebbe mettere la parola fine alla teologia della guerra giusta e indicare la nonviolenza attiva come la strada inventata da Gesù. È la strada che le comunità cristiane devono imboccare con lo stesso coraggio che hanno avuto Gandhi, Martin Luther King, Don Berrigan, Don Milani… Ma queste comunità dovranno avere la capacità di unirsi a tutte le altre realtà nonviolente creando un grande movimento popolare per la pace. Ma per arrivare a questo dobbiamo tutti essere disposti a pagare un alto prezzo. Diceva Don Berrigan: «Noi urliamo pace, pace, ma non c’è pace. Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace. Non ci sono costruttori di pace perché fare pace è altrettanto costoso quanto fare guerra, almeno altrettanto esigente perché si paga con la prigione e la morte».

A tutti i costruttori di pace, l’augurio di cuore di un buon anno, carico di frutti di pace.

Fonte: http://www.nigrizia.it/notizia/costruttori-di-pace-non-possiamo-rimanere-in-silenzio/blog

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Fotografia alla triennale   1 comment

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Deo Gratias

di Andrea Pertegato

Il 24 luglio si inaugura alla Triennale di Milano la mostra fotografica “Deo Gratias” riguardante progetti sostenuti da Coop Lombardia in collaborazione con associazioni della società civile, di donne in particolare, in Burkina Faso nell’ambito agricolo, dell’artigianato e dell’alfabetizzazione.

Deo Gratias è un lavoro fotografico che racconta i progetti di cooperazione di una piccola associazione, Donne per le Donne, che da molti anni opera in Burkina Faso.

L’associazione è sostenuta da Coop Lombardia che da sempre dimostra attenzione verso tematiche sociali e ambientali, selezionando i prodotti, soprattutto quelli a marchio, da distribuire all’interno della propria rete di vendita. «In particolare, attraverso gli articoli Solidal sosteniamo il commercio di piccole produzioni realizzate nei paesi in via di sviluppo – ci spiega il direttore delle politiche sociali Alfredo De Bellis – il che significa aiutare concretamente le comunità. In Africa tutto nasce per caso nel 1990 grazie a un incontro fortunato tra uno studente burkinabè, la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano e la nostra cooperativa. Il primo progetto è di agro-ecologia e il motto è produrre senza distruggere. Bisognava trovare il modo di contrastare l’avanzamento del deserto e far dialogare due culture diverse, perfezionando la tecnica, ma tenendo ben presente quelle che erano le conoscenze, le idee e i metodi di lavoro tradizionali. E da allora, in collaborazione con i gruppi di villaggio, raggruppamenti pre-cooperativi con finalità di sostegno alle attività locali, sono stati avviati moltissimi progetti che dall’agricoltura si sono estesi anche ad altri ambiti e che coinvolgono soprattutto le donne. È, infatti, proprio intorno a loro che ruota l’economia familiare e il progetto fotografico di Silvia Amodio».

«Orgoglio e determinazione ci hanno accomunato in questo percorso fatto di piccoli passi e di piccole somme, ma di tanto reciproco rispetto e voglia di condivisione –  spiega Daniela Faiferri, presidente dell’associazione – . Questa, infatti, è stata la sostanza del nostro rapporto: conoscere, cercare di capire, valutare insieme quali potevano essere le esigenze dei gruppi femminili dei villaggi da sostenere. Siamo partiti con l’acquisto di carriole e di biciclette per trasportare l’acqua e la merce al mercato, poi abbiamo introdotto il sostegno all’alfabetizzazione per i bambini dei villaggi, affinché la scuola fosse accessibile a tutti. Abbiamo anche organizzato corsi di formazione per avviare piccole attività artigianali che permettono alle donne di avere un’autonomia finanziaria, modesta, ma comunque significativa per il loro percorso di emancipazione. E per evitare il disagio di non riuscire a capire se il prezzo a cui stanno vendendo i loro prodotti artigianali è giusto, sono stati attivati corsi di alfabetizzazione per donne adulte». Ricordiamo, infatti, che il Burkina Faso è il terzo paese più povero al mondo e quello con il più alto tasso di analfabetismo, con un’aspettativa di vita che non supera i 50 anni. Eppure qui si respira aria di cultura e di tradizioni, il paese accoglie un importante festival internazionale del cinema, compagnie teatrali e importanti eventi musicali, oltre al Tour du Faso, la famosa gara di ciclismo dove anche Coppi partecipò nel 1959 contraendo la malaria, a causa della quali morì. Un’eredità culturale lasciata da un leader carismatico Thomas Sankarà, al quale Nigrizia ha dedicato molta attenzione.

Il titolo della mostra Deo Gratias, che letteralmente nella lingua latina significa grazie a Dio è stato preso in prestito dal nome dello studio fotografico che Bruce Vanderpuije ha aperto in Ghana nel 1922. Quando va bene in Burkina si mangia una sola volta al giorno. Questa espressione riassume lo spirito delle persone che vivono in un paese così povero dove non resta che affidare il proprio destino al Signore.

Fonte: nigrizia.it
Martedì 23 Giugno 2015
                            
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