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Caro amico ti scrivo e scende una lacrima … mentre ascolto “Caruso” …   10 comments

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In questa notte silenziosa di Ferragosto, in cui affiorano i ricordi di tante magiche estati della mia giovinezza, dei palcoscenici, della musica, degli spettacoli, degli artisti che per tanti anni mi hanno accompagnato, voglio salutare Lucio, che sta cantando tra le stelle del cielo, una stella luminosa sopra il mare.

Lucio per me, come per tanti, non è mai morto: è rimasto come un’ombra bassa che gira la sua Bologna, tra piazza Grande e Via Indipendenza, che naviga il suo mare che amava tanto.

A morire proprio non pensava, e chi lo fa del resto? Sembrava eterno, con quei suoi occhi da Elfo che sembravano guardarti dentro e sorridere di ciò che vedevano. Un uomo fiero, ironico, molto emiliano.

Era una giornata di sole, a Bologna, quella che accolse la notizia della morte del suo figlio più celebre: Lucio Dalla. Impensabile, inconcepibile per tutta l’Italia che amava l’uomo che aveva scritto pezzi immortali come “Caruso”, “L’anno che verrà” o ancora “4 marzo 1943”, prendere coscienza del fatto che non lo avrebbe più visto su un palcoscenico. Un artista che ha segnato in modo profondo e indelebile il nostro tempo! Un grande artista, la sua ironia e la sua genialità mancheranno sempre a tutti coloro che l’hanno conosciuto.

Lucio Dalla è stato una delle persone più libere fra quelle che hanno fatto canzoni nella nostra storia. Era libero di seguire tutti i doni che gli sono stati fatti. Prima di tutto quello di una musicalità che gli usciva da ogni poro. Bastava che posasse le mani su un pianoforte o soffiasse su un sax o un clarinetto e ne usciva subito Musica, con la emme maiuscola. Poi la sua voce che, naturalmente, era così piena di Musica che tante volte era costretto a inventare linguaggi e suoni perché la lingua italiana non gli bastava. E le parole, quando ha cominciato a scriverle, sono sempre state piene di malinconia, meraviglia, ironia, gioco, stupore. E tutto è sempre stato all’insegna di un’enorme, instancabile vitalità.

Caro Lucio, hai accompagnato tanti anni della mia vita, ti ammiravo per la tua genialità, per il tuo estro, per i tuoi eccessi e le tue pazzie, ma soprattutto per la tua arte che non conosceva recinti e riusciva a spiazzarmi e a stupirmi ad ogni nuova idea, ad ogni nuova canzone, che per me era poesia. Te ne sei andato come avresti voluto, tra un concerto appena finito ed un altro da incominciare e adesso che sei un angelo, come ci promettevi in una canzone, sono certa che stai volando libero e parli con Dio a modo tuo

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Noi canteremo insieme …   6 comments

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Dove finisce l’arcobaleno

R.Rive
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Dove finisce l’arcobaleno
ci sarà un luogo,fratello,dove il mondo
potrà cantare canzoni d’ogni sorta.
Noi canteremo insieme,
neri e bianchi fratelli,una canzone.
E sarà un canto pieno di tristezza.
Non ne sappiamo il motivo
difficile a imparare.
ma noi lo impareremo tutti insieme
Non esiste un motivo che sia nero,
Non esiste un motivo che sia bianco.
C’è musica soltanto
e canteremo musica,fratello,
dove finisce l’arcobaleno.

Poesia del Sudafrica

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Pubblicato 11 agosto 2015 da mariannecraven in Poesia, Società

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Ecco la mia musica … uno dei miei grandi miti …   9 comments

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Sonny Rollins

Theodore Walter (Sonny) Rollins è nato a New York City il 7 settembre 1930. E’ cresciuto ad Harem, non lontano dalla Savoy Ballroom, dall’Apollo Theatre e dall’abitazione del suo idolo Coleman Hawkins. Dopo la precoce scoperta di Fats Waller e  Louis Amstrong ha iniziato a suonare il sax alto, ispirandosi a Louis Jordan. All’età di 16 anni è passato al tenore cercando di emulare Hawkins. Rimasto ammaliato dalla rivoluzione musicale prodotta dalla nascita del bebop ha iniziato a seguire e studiare Charlie Parker passando presto sotto l’ala protettrice di Thelonious Monk che diviene il suo mentore e guru musicale. Nel quartiere di Sugar Hill dove vive ha per vicini altri giovani promesse quali Jackie McLean, Kenny Drew e Art Taylor ma è il giovane Sonny il primo a saltare fuori dal guscio suonando e registrando, prima di compiere 20 anni,  con Babs Gonzales, J.J. Johnson, Bud Powell e Miles Davis. Recentemente ha affermato dei suoi vicini e mentori: “molte di queste persone non sono più fra noi e ciò mi fa sentire, in modo del tutto naturale, una sorta di loro rappresentante. Come mi viene spesso ricordato, io sono uno degli ultimi di quei ragazzi ancora qui e spesso sento il dovere di evocarli.”

Nei primi anni cinquanta, grazie alle sue collaborazioni con Davis, Monk e il Modern Jazz Quartet, si afferma, in primo luogo fra i musicisti e poi fra il pubblico, come il più sfacciato e creativo fra i giovani sax tenori presenti sulla scena jazz. Miles Davis è stato uno dei primi fan di Sonny Rollins e nella sua biografia ha scritto che “ha cominciato a uscire con Sonny e il suo gruppo di amici di Sugar Hill… comunque Sonny godeva di una grande reputazione tra un sacco di musicisti più giovani di Harlem. La gente di Harlem e non solo lo amava. Era allora una leggenda, una sorta di dio per un sacco dei più giovani musicisti. Alcuni pensavano che suonasse il sax al livello di Bird. Io so che ci andava molto vicino. Era un musicista aggressivo che aveva sempre nuove idee musicali.”

Trasferitosi a Chicago per alcuni anni per allontanarsi dalle negatività che circondavano la scena jazz newyorkese si rifà vivo verso la fine del 1955, con una presenza ancor più autorevole, come membro del quintetto di Clifford Brown e Max Roach. Il suo marchio di fabbrica è uno stile caustico, spesso ironico, fatto di invenzioni melodiche, in cui entra un po’ di tutto, dalle ballads più arcane al Calypso e da una logica prevalente nel suo modo di suonare che lo fa acclamare come maestro dell’improvvisazione tematica. E’ durante questo periodo che gli viene imposto il soprannome di “Newk”. Come racconta Miles Davis nella sua autobiografia: “Sonny era appena tornato da un concerto a Chicago. Egli conosceva Bird e a Bird piaceva veramente Sonny o “Newk”, come lo chiamavamo noi, perché, fra l’altro assomigliava al famoso lanciatore dei Brooklyn Dodgers, Don Newcombe. Un giorno io e Sonny eravamo su un taxi quando il tassista bianco girandosi e guardando Sonny esclama in preda all’eccitazione, caspita ma tu sei Don Newcombe! Io rimasi stupito anche perché non avevo mai fatto caso a quella somiglianza. Mettemmo il povero tassista in mezzo e Sonny cominciò a spiegare quali lanci avrebbe fatto quella sera contro il grande battitore dei St.Louis Cardinals, Stan Musial.”

Nel 1956 Sonny inizia a registrare, nella qualità di leader,  le prime di una serie di pietre miliari: “Valse Hot” che ha introdotto la pratica, oggi comune, di suonare in tre quarti; “St.Thomas” che costituisce l’inizio delle sue esplorazioni dei pattern del Calypso e “Blue 7” accolto da Gunter Schuller come la dimostrazione di un approccio nuovo all’improvvisazione tematica in cui il solista sviluppa motivi tratti dal tema del brano.

“Way Out West” (1957) è il suo primo long playing. In esso l’uso di un trio di sax, del contrabbasso e della batteria risolve la sua difficoltà di lunga data a relazionarsi con i pianisti ed esemplifica la sua capacità di improvvisare in modo spiritoso su materiali triti e ritriti (“Wagon Wheels”, “I am an Old Cowhand”). “It Could Happen to You” (sempre del 1957) è il primo di una lunga serie di dischi in solo e “The Freedom Suite” (1958) prelude l’orientamento politico che il jazz assumerà nel 1960.

Durante gli anni che vanno dal 1956 al 1958 Rollins è stato generalmente considerato il più talentuoso e innovativo sassofonista della scena jazz. Anche i primi esempi di solo senza alcun accompagnamento che diventeranno una sua specialità appartengono a questo periodo; tuttavia il sassofonista, perennemente insoddisfatto, mette in discussione il plauso che la sua musica stava ricevendo e tra il 1959 e la fine del 1961 si ritira dalle esibizioni in pubblico. Ricorda Sonny che prese allora congedo dalle scene perché “stavo diventando molto famoso in quel periodo e sentivo che c’erano molti aspetti del mio mestiere che ancora dovevo approfondire. Sentivo che stavo ottenendo troppo e troppo in fretta e mi sono detto aspetta un momento, ho intenzione di fare le cose a modo mio. Non volevo permettere che fosse la gente a decidere quale direzione dovevo prendere perché ciò avrebbe potuto causare il mio insuccesso. Volevo innanzi tutto chiarirmi con me stesso, per conto mio. Ho preso così l’abitudine di esercitarmi in solitudine sotto il Williamsburg Bridge anche perché a quel tempo abitavo nel Lower East Side.”

Quando torna in azione, all’inizio del 1962, il suo primo lavoro lo intitola appropriatamente “The Bridge”. Entro la metà degli anni sessanta il suo concerto dal vivo è diventato qualcosa di grandioso, una sorta di maratona costituita da assoli simili a flussi di coscienza nei quali richiama melodie dalla sua enciclopedica conoscenza delle canzoni popolari, architetture scintillanti in cui spesso visita di sfuggita un tema per sottoporlo ad abbaglianti variazioni jazzistiche prima del prossimo. Rollins è brillante e pur tuttavia ancora inquieto.

Il periodo che va dal 1962 lo vede tornare in azione e stabilire relazioni altamente produttive con Jim Hall, Don Cherry, Paul Bley e il suo idolo Coleman Hawkins, ma la sua disaffezione per il music business riprende piede e il 1966 diviene un ulteriore anno sabbatico. “Mi stavo avvicinando alle religioni orientali” ricorda “Sono sempre stato concentrato su me stesso. Ho sempre fatto e cercato di fare quello che volevo fare per me stesso. Quelle erano le cose che volevo fare. Volevo salire sul ponte. Volevo esplorare le religioni. Ma anche il business attorno al jazz continuava a essere pessimo. Così queste cose mi hanno portato a interrompere ancora per un po’ le mie esibizioni dal vivo. Durante il secondo periodo sabbatico ho lavorato un po’ in Giappone e, in seguito, mi sono recato in India passando molto tempo in un monastero. Ho fatto ritorno da queste esperienze nei primissimi anni settanta e registrato il primo disco nel 1972. Mi sono preso una lunga pausa per rimettermi in carreggiata  e penso che questa sia una cosa buona da fare per chiunque.”

Nel 1972 grazie al supporto e all’incoraggiamento della moglie Lucille, divenuta la sua manager, Rollins ritorna a suonare e registrare dopo aver firmato un contratto con la Milestone (lavorando dapprima col produttore Orrin Keepnews, entro i primi anni ottanta Sonny si autoproduce assieme a Lucille per la Milestone). La sua lunga associazione con l’etichetta discografica di Brekeley ha dato vita a due dozzine di album con formazioni diverse – dai suoi gruppi fino a all-star ensemble (Tommy Flanagan, Jack DeJohnette, Stanley Clarke, Tony Williams);  da solo recital alle sessions dal vivo con le  Milestone Jazzstars (Ron Carter, McCoy Tyner); in studio e sui palchi dei concerti (Montreux, San Francisco, New York, Boston).

Sonny è stato anche il soggetto di un documentario della metà degli anni ottanta diretto da Robert Mugge e intitolato Saxophone Colossus; parte della sua colonna sonora è inclusa nell’album “G-Man”. Ha vinto il suo primo Grammy nel 2000 per “This Is What I Do” e il secondo nel 2004 per “Without a Song” (The 9/11 concert). Oltre a ciò sempre nel 2004 ha ricevuto  un Lifiteme Achievement Award dalla National Academy of Recording Arts and Sciences.

Nel giugno 2006 è stato inserito nell’Academy of Achievemment e ha tenuto un concerto in solo all’International Summit Achievement tenutosi a Los Angeles. L’evento è stato condotto da Gorge Lucas e Steven Spielberg e ha visto la partecipazione di leaders mondiali e di figure di spicco delle arti e delle scienze. Nel 2009 ha ottenuto la Croce d’Onore Austriaca di Prima Classe per le Scienze e le Arti, una delle più alte onorificenze austriache concesse a figure di assoluto prestigio internazionale per i risultati conseguiti. Gli unici altri artisti americani ad averla ricevuta sono Frank Sinatra e Jessye Norman.

In una recente intervista Rollins ha detto del jazz, del mondo dell’improvvisazione, che rispetto a tutte le altre arti è forse la più esigente “perché noi non abbiamo l’opportunità di introdurre nessuna modifica. E’ un po’ come se stessimo dipingendo davanti al pubblico e la mattina seguente non possiamo tornare a correggere quel blu o quel rosso. Dobbiamo avere i blu e i rossi al posto giusto prima di andare fuori a suonare. Così, per me, il jazz è forse l’arte più esigente.”

E Sonny Rollins, ricercatore e grande maestro, è il jazzista più esigente, esilarante e ispirato.

Fonte: antonellovitale.it

Ho conosciuto Sonny Rollins una sera dopo un fantastico concerto, nel suo camerino.
“Mr. Rollins tonight your music has moved me to tears. Thanks.”
“Your words have touched me, now. Thanks, thank to you.”
Questo è Sonny Rollins!

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Questo è il “Teatro” che amo di più …   2 comments

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Giovani artisti di Dar es Salaam durante le prove dello show “Avra Kadabra”

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L’Arte come lavoro

di Marina Mazzoni e Giorgio Berardi
Foto di Gabriele Fiolo

Il progetto di una ong italiana dà l’opportunità a giovani tanzaniani e kenyani, spesso con situazioni personali difficili, di trovare uno spazio nel mercato artistico dei loro paesi, in modo da trasformare il loro talento in una fonte di reddito.

Sanaa ni kazi. Kazi, in swahili, significa lavoro. Sanaa, arte. La sfida proposta a 300 giovani artisti di Nairobi (Kenya) e Dar es Salaam (Tanzania) del progetto Art against poverty è proprio di fare in modo che la loro arte possa diventare, presto, una fonte di reddito. Un lavoro, appunto.


Clara Mduma, operatrice del progetto con hussein, ballerino del gruppo Albino Revolution Troupe
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Si tratta di un progetto promosso da CEFA onlus, una organizzazione non governativa di Bologna, e finanziato dall’Unione europea. L’iniziativa punta a trovare per ogni artista (pescato tra le situazioni più difficili dei due paesi) uno spazio di mercato che lo possa soddisfare e con il quale si possa mantenere.


Nelius Sostenes, cantante dei Cocodo African Music Band
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L’avventura per questi 300, alcuni dei quali sono fotografati in questo dossier, inizia nel febbraio del 2014, quando le realtà coinvolte nel progetto (e sostenute anche da enti pubblici locali) indicono un “bando per artisti” – diffuso non solo tramite riviste, ma anche attraverso social media e canali diplomatici – che doveva selezionare 150 artisti in Kenya e 150 in Tanzania. Il bando era rivolto sia ad artisti individuali sia a gruppi – composti, però, almeno da 15 elementi – di età compresa tra i 18 e i 35 anni impegnati in 4 settori artistici: arti performative, musica, danza e arti visive.


Aloyce Funga Funga, ballerino di danza contemporanea
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Altra caratteristica della selezione è che ha dato la precedenza ai gruppi composti da artisti provenienti da situazioni di vulnerabilità (artisti disabili, ragazzi di strada…). Chi si è presentato è stato valutato in base al suo lavoro più recente, alla sua abilità tecnica e alla sua motivazione.


Maulid (Al centro) è il mediatore tra gli attori di “Break a leg” e il pubblico
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Partner di CEFA in questo progetto di capacity building è la Vijana Vipaji Foundation, una fondazione di arte contemporanea tanzaniana, nel quale è impegnata Clara Mduma: «Credo profondamente che la creatività abbia un ruolo fondamentale nello sviluppo sociale e culturale e debba essere supportata», racconta la giovane operatrice. «Penso, inoltre, che l’arte possa creare opportunità di lavoro e promuovere il nostro paese dandone una immagine molto positiva. Ogni giorno incontro gli artisti, do loro una mano nel presentare le candidature ai festival, agli eventi; molti di loro non parlano inglese e non sanno navigare in Internet». La collaborazione coinvolge anche la Cultural Video Foundation, di Nairobi, che ha realizzato 40 video partecipativi, dove gli artisti si sono filmati, hanno intervistato le persone chiave della loro vita artistica e gli operatori hanno evidenziato che cosa si aspettavano dal progetto.


Ironia ed energia: i Dar Creators ogni giovedì sera si esibiscono al MRC, un locale di Dar es Salaam
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Un progetto che parte da lontano

L’iniziativa di CEFA onlus parte da lontano. Perché già nel 1985 l’ong – nata 43 anni fa nell’ambito delle cooperative agricole di Bologna – supportò la cooperativa dei pittori “Tinga Tinga” di Dar es Salaam, aiutandoli a cambiare radicalmente il loro modo di dipingere. Poi, in Guatemala con il progetto “Diritto allo studio, promozione del ruolo della donna e dei giovani e miglioramento delle potenzialità produttive e di microcredito nel Dipartimento del Quiché”, 150 donne sono oggi in grado di conoscere e difendere i propri diritti grazie alla metodologia del “Teatro dell’oppresso”.


A Nairobi il progetto “Sanaa ni kazi” ha selezionato anche giovani stiliste che hanno beneficiato di corsi manageriali, di lezioni presso Craft Afrika (organizzazione che si occupa di promozione dell’artigianato nella capitale kenyana), e di un contributo finanziario per la loro partecipazione a diverse fiere e e mercati della moda e dell’artigianato. Le foto sono state scattate sui tetti di alcuni palazzi a Nairobi
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Mentre a Nairobi, con il progetto “Improving the Kenya Juvenile Justice System”, gli operatori della ong sono entrati nei 29 istituti minorili governativi del paese e attraverso il teatro partecipativo, i ragazzi diventano attori e i loro spettatori sono i poliziotti e i magistrati. Anche in questo caso, il teatro assume sia la funzione di denuncia diretta di un sistema inefficiente e abusante, sia una funzione terapeutica sui minori e, infine, sensibilizza i principali attori del sistema giudiziario kenyano.


Nairobi: progetto “Sanaa ni kazi”  …  giovani stiliste
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Clown dottori a Dar es Salaam

CEFA collabora da anni con il CCBRT Disability Hospital di Dar es Salaam (www.ccbrt.or.tz) e con l’associazione Tumaini la maisha  (www.tumainilamaisha.org) che lavora nel reparto di oncologia pediatrica del Muhimbili National Hospital.

Una ventina di giovani artisti (attori, acrobati, ballerini …) hanno seguito l’anno scorso dei corsi di formazione in clownterapia, tenuti dall’associazione “Dottor Clown Italia” di Vicenza. In poco tempo è così nato il gruppo “Dottor Clown Tanzania”: 20 clown che da qualche mese animano, colorano e aiutano i bambini, i familiari e il personale di due ospedali di Dar es Salaam, i reparti di pediatria oncologica e neurochirurgia del Muhimbili Univeristy Hospital e l’ortopedia pediatrica e i fisioterapisti delle support units del CCBRT Disability Hospital.


I Clown dottori del Tumaini la maisha che lavora nel reparto di oncologia pediatrica del Muhimbili National Hospital di Dar es Salaam
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Janet, la direttrice di Tumaini la maisha, l’associazione che gestisce un ostello per i bambini malati di cancro e i loro familiari ha sottolineato: «Almeno un giorno nella vita un bambino ha diritto di sorridere, di essere contento, e spesso la speranza di vita dei bambini che incontriamo è molto breve». Brenda Msangi è la direttrice del CCBRT Disability Hospital di Dar es Salaam. «I clown mi hanno conquistato. I nostri pazienti sono prevalentemente bambini e trascorrono molti giorni, talvolta alcuni mesi, in ospedale. Il mio staff è contento, perché si accorge che i bambini dimenticano per qualche ora di essere malati e le mamme di essere in ospedale. La nostra struttura ha deciso di assumere due volte la settimana questa clown. E a volte penso che pure a me sarebbe utile iniziare la giornata con uno di loro in ufficio».

Fonte: nigrizia.it
Giovedì 02 Luglio 2015

    

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Com’e’ simpatica!?!… questa vita cosi’ “lunatica”!?…   4 comments

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Domenica Lunatica

Vasco Rossi
1988

e’ solo colpa mia
e’…solo colpa mia
accidenti all’ipocrisia……..
alla malinconia
alla noia che ci prende….
e che non va più via!
eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhh!!!!!!!!!!!
com’e’ simpatica!?!…
questa vita
cosi’ “lunatica”!?…
….non far del male a te!….
….questo lo devo fare!
lo devo fare perche’!
….tu non hai fatto niente di male….
ed hai ragione te!
quando dici che sono un bambino
e che non sono “maturo”!?….
…ed hai vent’anni di meno!
eeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhhhhh!!!!!!
com’e’ simpatica!?!…
questa “domenica”
cosi’ complicata!……..
…….dimenticavo che
voglio che sei tranquilla
e ti prometto che
usciro’ dalla tua vita
talmente piano che….
quando ti sveglierai….
non te ne accorgerai….
…..vedrai….
eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhhhh!!!!!!!
com’e’ simpatica
questa domenica
cosi’ “lunatica”!
eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhhhh!!!!!!!
com’e’ simpatica
questa vita
cosi’ complicata….
eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhhhh!!!!!!!

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Pubblicato 19 luglio 2015 da mariannecraven in Musica, Spettacolo

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Et voici mon vieil ami Jamal Ouassini   9 comments

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Maqamat Trio di Jamal Ouassini – Concerto all’alba

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Jamal Ouassini, l’avventura sulle corde. Da Tangeri a Roma

di Stefano Caliciuri

“Viaggiare è cultura; spostarsi è cultura; osservare, domandare, assorbire è cultura.Non c’è conoscenza che non passi attraverso la curiosità di apprendere le diversità. Sono queste in estrema sintesi le linee guida del pensiero di Jamal Ouassini, maestro violinista, marocchino di Tangeri che ama però definirsi uomo del mondo. Off per eccellenza, insomma. “Tangeri è sempre stato un punto di incontro, un porto di approdo e partenza di persone e merci. Si sono alternati e sovrapposti spagnoli, francese, inglesi, tedeschi, italiani, arabi. Ognuno di essi ha insegnato e lasciato qualcosa a Tangeri e di riflesso anche a me”.

Ouassini ne parla con evidente ammirazione ed un velo di nostalgia, ma non per questo pensa che Tangeri sia l’ombelico del mondo. Ha scelto invece l’Italia per vivere e dare espressione alla sua arte. Impegno musicale associato all’impegno civile che prende forma con l’associazione Ziryab, ente attraverso cui mette in relazione e dà voce alle diverse “anime mediterranee”. Fa seguito all’omonimo ensemble creato negli anni Ottanta e che sino ad oggi ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali. “Nasco marocchino, vivo in Italia, ho amici bulgari e spagnoli. Quando suono nessuno si chiede se sono musulmano o cattolico ma ascolta le note e ne legge il significato. Percepisce un messaggio e lo fa suo”. La musica può differenziarsi per accento o dialetto, ma il ceppo è universale.

Ouassini è tra i più grandi esecutori e compositori contemporanei di musica arabo-andalusa. Una tradizione nata all’alba del primo millennio dopo Cristo nella Spagna meridionale (Cordova, Siviglia e Granada) dove convivevano cristiani, musulmani di nascita, spagnoli convertiti e una minoranza di ebrei; un’alchimia culturale che è durata per oltre ottocento anni e che ha contribuito a creare quella che poi è divenuta la musica classica del mondo arabo. Ma non per questo è appannaggio esclusivo degli arabi.

E per spiegarlo Ouassini usa una metafora culinaria: “I milanesi sono orgogliosi del loro piatto tradizionale: il risotto allo zafferano. Ma lo zafferano è una spezia, forse la regina delle spezie, portata nel nord Italia dall’Asia Minore e dal bacino del Mediterraneo attraverso le flotte veneziane. Quindi, senza il viaggio, senza la conoscenza, senza lo scambio, i milanesi oggi non avrebbero uno dei loro piatti tradizionali”. Quando Ouassini scelse l’Italia (prima per studiare al conservatorio di Verona, dove poi ne divenne insegnante, poi Bologna e Reggio Emilia) era il 1978, i famigerati anni di piombo. C’erano i sacchi di sabbia alle finestre, “ma come ci sono ancora oggi nelle zone sensibili. Anche adesso a Tangeri c’è più polizia rispetto a qualche anno fa, ma per me significa più sicurezza, non più paura come invece erroneamente potrebbe apparire”.

Ouassini ha imparato ad osservare con una prospettiva non omologata, un insegnamento che gli deriva proprio dall’esperienza perché “soltanto chi non ha mai viaggiato è pieno di pregiudizi. Il senso del viaggio, dello spostamento, dell’incontro è riuscire a fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare. Tutti coloro che si spostano hanno una storia da raccontare, può essere d’amore o di terrore, ma è una storia della loro vita e proprio come tale va rispettata e conosciuta”.

Ouassini nel giugno dello scorso anno è stato scelto per suonare ai Giardini Vaticani come violinista solista in occasione dell’incontro tra Papa Francesco, Abu Mazen e Shimon Peres.Nelle prossime settimane Ouassini darà vita all’istituto “Dante Alighieri” per la diffusione della lingua e cultura italiana a Tangeri. “Era triste vedere un luogo di cultura e di storia dimenticato e abbandonato a se stesso. È mia intenzione creare un network culturale che riesca a dare corpo a tutto quello che di bello e di buono c’è lungo le coste del nostro Mediterraneo. Che è tanto”.

Fonte : Il Giornale 19 Marzo 2015
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