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La musica rubata agli dei   5 comments

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Chuck Berry: niente fu più come era stato prima

 giacomo-meingati    di Giacomo Meingati

Berry fu il solo.

Ci lascia a 90 anni, nella sua Saint Louis, che gli aveva dato i natali nel 1926, uno dei più influenti musicisti del nostro tempo.

Il nero blues vagava al ritmo della sua natura fatta di terra, e il country sfrecciava veloce come i treni che attraversano le vaste praterie americane ricolme di sole, quando Berry li unì in qualcosa di inaudito.

Così come Dio creò il primo giorno, il cielo e la terra, Berry, nel settimo in cui Dio si riposò, unì musica nera e bianca in una miscela esplosiva e creò il rock ‘n’ roll, consegnandocelo come Prometeo ci diede il fuoco, di fatto scuotendo alle fondamenta la musica e la cultura occidentali della seconda metà del XX secolo.

Berry fu il solo.

Fu di quelle inquiete e mai dome nature d’uomo, destinate a errare su questa terra seminando dinamite e stravolgendo ogni cosa al proprio passaggio.

Berry fu il solo, e Berry fu solo, per tutta la vita.

Ribelle, iroso e solitario fin da piccolo, era come se fosse tormentato da un demone che non gli dava tregua, conferendogli un temperamento geniale quanto chiuso, brillante quanto schivo e duro, che lo portò sin da giovanissimo ad assaggiare la strada e il carcere.

Fu Muddy Waters, leggendario padre del blues, a portare il giovane Berry da Chess Leonard a Chicago, convincendo il discografico a puntare su di lui.

Berry cambiò la nostra cultura in un pugno di giorni, a partire dal 21 maggio 1955, in cui in rapidissima successione, consegnò all’occidente un nuovo modo di fare musica incidendo alcune delle canzoni più influenti del nostro secolo da “Meybellene” a “Roll over Beethoven”, “Rock ‘n’ roll music” e soprattutto la sua leggendaria “Johnny B. Goode”.

Sono gli anni 50, e Prometeo furtivo è già sceso sulla terra a donare i ritmi veloci della nuova musica rubata agli dei, che come una pioggia di napalm divampa nei cuori degli adolescenti del secondo dopoguerra, sconvolgendo il costume, la morale, la cultura e la società del XX secolo.

Elvis, Jerry Lee Lewis, Little Richard, Johnny Cash sono i cavalieri di questa rumorosissima tavola rotonda, e stanno ponendo le basi per lo sviluppo di tutta la musica dagli anni 60 a oggi per come la conosciamo noi, mentre Berry, inquieto Parsifal, imperversa randagio e solitario di città in città, suonando senza band con i musicisti che trova sera dopo sera, portando le sue hit di concerto in concerto a un successo vertiginoso che non lo abbandonerà più.

La sua carriera decolla fino al 1959, anno in cui viene di nuovo imprigionato con l’accusa di aver fatto sesso con una minorenne.

Dopo la galera Berry fatica a ritrovare la vena creativa degli anni 50, ma il solco che ha tracciato nelle giovani generazioni è troppo potente per essere dimenticato, e sono proprio i suoi “figli” musicali che lo riportano in auge nei decenni successivi.

Gli antichi racconti cavallereschi affermano che Parsifal trovò il Graal proprio in virtù della sua follia e del suo errare senza meta, e il “Graal” che Berry aveva infuso nelle sue hit era talmente prodigioso da vivere di una vita propria, che avrebbe trascinato il suo autore con se in un successo destinato a durare fino ai nostri giorni.

I Rolling Stones portarono alcuni dei suoi successi come “Carol” alle nuove generazioni degli anni 60, lo stesso fecero i Beatles che iniziarono a suonare e incidere cover di Berry come “Roll over Beethoven” e “Johnny B. Goode”.

Berry non riuscirà più, fino all’anno del suo ultimo disco “Chuck” nel 1979, a esprimersi agli stessi livelli dei suoi momenti d’oro, ma le sue canzoni non smetteranno mai di essere suonate praticamente da ogni complesso rock dai primissimi anni 60 sino ai giorni nostri, in cui ragazzi nati nel 2000 ancora fanno cover di “Jhonny B. Goode” o “Roll over Beethoven”, e una star planetaria nata nel 1991 come Ed Sheeran, cita un paio di suoi versi in uno dei suoi successi più recenti.

Berry, come i grandi padri del blues, ha fatto musica fino alla fine dei suoi giorni, collaborando con gli artisti più importanti del panorama internazionale del suo tempo come Rolling Stones, Beatles, Bruce Springsteen e moltissimi, innumerevoli altri.

Tutto il mondo della musica, della cultura, dello spettacolo si unisce oggi nel ricordo di questo grandissimo che se ne va, Mick Jagger, Bruce Springsteen, lo scrittore Stephen King, Keith Richards, Lenny Kravitz e moltissimi altri hanno espresso sui social il loro rammarico per la dipartita di uno dei padri del rock ‘n’ roll e forse una delle più influenti figure culturali del XX secolo.

Fonte: https://alganews.wordpress.com/2017/03/19/chuck-berry-niente-fu-piu-come-era-stato-prima/

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His mother told him “Someday you will be a man,
And you will be the leader of a big old band.
Many people coming from miles around
To hear you play your music when the sun go down
Maybe someday your name will be in lights
Saying Johnny B. Goode tonight.”

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And your name will be Chuck Berry … forever!

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Ricordi di gioventù …   6 comments

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Una sera a cena … una pizza prima dello spettacolo … un tavolo a quattro … Olga Durano, Syusy Blady, Iskra Menarini ed io … chiacchiere divertenti fra donne, e poi … palcoscenico!
Spettacolo entusiasmante, fantastici pezzi comici, scene esilaranti tra il pubblico, serata “movimentata” e magica … Musica, blues favoloso, e soprattutto … la grande voce di Iskra …

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“Quasi amore”

 di L. Dalla – M. Alemanno – R. Costa
Ed. Pressing Line – Bologna

Sei mai stato in cima a un monte a vedere il cielo?
Quando hai bisogno di un po’ di libertà
Lo sai, qui in basso è un caldo, un caldo dell’inferno
E che mediocrità…
La mia vita
Con ogni sua ferita
Per ogni istante di quasi amore
Rimane un po’ di dolore
E chissà…
Dov’è l’amore vero, se c’è?
Quello uguale al cielo dov’è che parto?
Parto per cercarlo, per portarlo via con me
Da te che sei anche tu come me
Ognuno col suo sbaglio

Ma ti ho sempre dentro di me
Ogni notte chiudo gli occhi per guardarmi dentro
Poi li apro e vedo quello che ho intorno
Ed aspetto solo che ritorni il giorno
Per sapere che
La mia vita
E’ come un film déjà vu
Ogni ferita, ogni male al cuore
E’ pur sempre amore
Perché…
Dov’è l’amore vero se c’è?
Quello uguale al cielo dov’è che parto?
Parto per cercarlo, per portarlo via con me
Solo per me che sono ormai così lontana da te
Difendendo ogni mio sbaglio, così
Io vivrò!

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Iskra Menarini nasce a San Felice sul Panàro il 5 maggio del 1946, dal padre Cesare di nazionalità francese ma figlio di un italiano e dalla madre Anna Polloni. Ha anche un fratello di nome Sergio, quattro anni più grande di lei. Qui trascorre la sua infanzia, studiando per diventare perito agrario.

Nel 1962, all’età di sedici anni si trasferisce con la famiglia nel comune di Sanremo, dove rimarrà per sei anni. Qui ha inizio il suo lungo percorso artistico grazie alla passione per il teatro, la danza e per la musica che la portano ad apprendere lezioni di chitarra classica, danza e recitazione.

Partecipa al Festival di Castrocaro 1963, non riuscendo a classificarsi per la fase finale; questa partecipazione però le consente di ottenere un contratto discografico con la MCR, casa discografica milanese, che la fa debuttare l’anno successivo con il suo primo 45 giri, Quello/Domani sera.

A ventidue anni si trasferisce da sola a Bologna per studiare canto lirico e qui conosce Andrea Mingardi, ma l’incontro che cambia sicuramente il suo modo di cantare e di ascoltare musica è l’incontro con i Tombstones, un gruppo bolognese che le fa scoprire la musica rock, con cui incide un 45 giri per la Cobra Record, Mi ripenserai/Capelli al vento,  e con cui partecipa al I Festival di musica d’avanguardia e di nuove tendenze nel 1971.

Rimane in questo gruppo dieci anni, partecipando a vari festival. In questo contesto incontra e conosce Red Ronnie con il quale comincia un rapporto di amicizia, cantando in giro e debuttando al Piper Club di Roma.

Successivamente canta nell’opera rock Giulio Cesare scritta da Jimmy Villotti e si avvicina al jazz, più sperimentale, al soul e blues; nel 1978 partecipa all’incisione dell’album di debutto di Vasco Rossi, … Ma cosa vuoi che sia una canzone …, come corista.

L’incontro con Lucio Dalla l’ha portata a una lunga collaborazione come sua vocalist e per 24 anni lo affianca nelle tournée, nelle trasmissioni televisive e in diversi video musicali, come Ciao, Attenti al lupoLunedì e in Tosca – Amore disperato.

Contemporaneamente canta in tour e in televisione anche con Gianni Morandi ed è ospite di Paola Perego su Canale 5.

A 62 anni partecipa al Festival di Sanremo 2009, presentato da Paolo Bonolis, cantando Quasi amore, su testo di Lucio Dalla e Marco Alemanno e musica di Roberto Costa.

Partecipa anche come insegnante per un periodo nella trasmissione Amici di Maria De Filippi, lasciando però il ruolo dopo poco tempo per proseguire più liberamente la propria carriera musicale.

Sempre nel 2009 prende parte all’album di Lucio Dalla Angoli nel cielo. 

Per beneficenza si esibisce in un raduno con diversi artisti per il restauro di sette chiese di Bologna e con I Jails per la raccolta fondi per L’Aquila.

Nel 2013 produce l’album Ossigeno: un viaggio nell’anima, presso gli studi SanLucaSound con Renato Droghetti, Manuel Auteri e Bruno Mariani. L’album è un percorso nella sua vita musicale con nuovi brani inediti da lei composti e qualche cover in ricordo di Lucio Dalla. Al disco hanno collaborato Renato Zero, Gianni Morandi, Gigi D’Alessio, Andrea Mingardi, Sabrina Ferilli, Lino Banfi, Stefano di Battista, Il piccolo Coro dell’Antoniano, Gergo Morales e Marialuce Monari.

È sposata con Alfredo Parmeggiani, un ex pugile. Dalla loro unione nasce Cristiano Parmeggiani.

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Caro amico ti scrivo e scende una lacrima … mentre ascolto “Caruso” …   10 comments

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In questa notte silenziosa di Ferragosto, in cui affiorano i ricordi di tante magiche estati della mia giovinezza, dei palcoscenici, della musica, degli spettacoli, degli artisti che per tanti anni mi hanno accompagnato, voglio salutare Lucio, che sta cantando tra le stelle del cielo, una stella luminosa sopra il mare.

Lucio per me, come per tanti, non è mai morto: è rimasto come un’ombra bassa che gira la sua Bologna, tra piazza Grande e Via Indipendenza, che naviga il suo mare che amava tanto.

A morire proprio non pensava, e chi lo fa del resto? Sembrava eterno, con quei suoi occhi da Elfo che sembravano guardarti dentro e sorridere di ciò che vedevano. Un uomo fiero, ironico, molto emiliano.

Era una giornata di sole, a Bologna, quella che accolse la notizia della morte del suo figlio più celebre: Lucio Dalla. Impensabile, inconcepibile per tutta l’Italia che amava l’uomo che aveva scritto pezzi immortali come “Caruso”, “L’anno che verrà” o ancora “4 marzo 1943”, prendere coscienza del fatto che non lo avrebbe più visto su un palcoscenico. Un artista che ha segnato in modo profondo e indelebile il nostro tempo! Un grande artista, la sua ironia e la sua genialità mancheranno sempre a tutti coloro che l’hanno conosciuto.

Lucio Dalla è stato una delle persone più libere fra quelle che hanno fatto canzoni nella nostra storia. Era libero di seguire tutti i doni che gli sono stati fatti. Prima di tutto quello di una musicalità che gli usciva da ogni poro. Bastava che posasse le mani su un pianoforte o soffiasse su un sax o un clarinetto e ne usciva subito Musica, con la emme maiuscola. Poi la sua voce che, naturalmente, era così piena di Musica che tante volte era costretto a inventare linguaggi e suoni perché la lingua italiana non gli bastava. E le parole, quando ha cominciato a scriverle, sono sempre state piene di malinconia, meraviglia, ironia, gioco, stupore. E tutto è sempre stato all’insegna di un’enorme, instancabile vitalità.

Caro Lucio, hai accompagnato tanti anni della mia vita, ti ammiravo per la tua genialità, per il tuo estro, per i tuoi eccessi e le tue pazzie, ma soprattutto per la tua arte che non conosceva recinti e riusciva a spiazzarmi e a stupirmi ad ogni nuova idea, ad ogni nuova canzone, che per me era poesia. Te ne sei andato come avresti voluto, tra un concerto appena finito ed un altro da incominciare e adesso che sei un angelo, come ci promettevi in una canzone, sono certa che stai volando libero e parli con Dio a modo tuo

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Noi canteremo insieme …   6 comments

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Dove finisce l’arcobaleno

R.Rive
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Dove finisce l’arcobaleno
ci sarà un luogo,fratello,dove il mondo
potrà cantare canzoni d’ogni sorta.
Noi canteremo insieme,
neri e bianchi fratelli,una canzone.
E sarà un canto pieno di tristezza.
Non ne sappiamo il motivo
difficile a imparare.
ma noi lo impareremo tutti insieme
Non esiste un motivo che sia nero,
Non esiste un motivo che sia bianco.
C’è musica soltanto
e canteremo musica,fratello,
dove finisce l’arcobaleno.

Poesia del Sudafrica

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Pubblicato 11 agosto 2015 da mariannecraven in Poesia, Società

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Ecco la mia musica … uno dei miei grandi miti …   9 comments

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Sonny Rollins

Theodore Walter (Sonny) Rollins è nato a New York City il 7 settembre 1930. E’ cresciuto ad Harem, non lontano dalla Savoy Ballroom, dall’Apollo Theatre e dall’abitazione del suo idolo Coleman Hawkins. Dopo la precoce scoperta di Fats Waller e  Louis Amstrong ha iniziato a suonare il sax alto, ispirandosi a Louis Jordan. All’età di 16 anni è passato al tenore cercando di emulare Hawkins. Rimasto ammaliato dalla rivoluzione musicale prodotta dalla nascita del bebop ha iniziato a seguire e studiare Charlie Parker passando presto sotto l’ala protettrice di Thelonious Monk che diviene il suo mentore e guru musicale. Nel quartiere di Sugar Hill dove vive ha per vicini altri giovani promesse quali Jackie McLean, Kenny Drew e Art Taylor ma è il giovane Sonny il primo a saltare fuori dal guscio suonando e registrando, prima di compiere 20 anni,  con Babs Gonzales, J.J. Johnson, Bud Powell e Miles Davis. Recentemente ha affermato dei suoi vicini e mentori: “molte di queste persone non sono più fra noi e ciò mi fa sentire, in modo del tutto naturale, una sorta di loro rappresentante. Come mi viene spesso ricordato, io sono uno degli ultimi di quei ragazzi ancora qui e spesso sento il dovere di evocarli.”

Nei primi anni cinquanta, grazie alle sue collaborazioni con Davis, Monk e il Modern Jazz Quartet, si afferma, in primo luogo fra i musicisti e poi fra il pubblico, come il più sfacciato e creativo fra i giovani sax tenori presenti sulla scena jazz. Miles Davis è stato uno dei primi fan di Sonny Rollins e nella sua biografia ha scritto che “ha cominciato a uscire con Sonny e il suo gruppo di amici di Sugar Hill… comunque Sonny godeva di una grande reputazione tra un sacco di musicisti più giovani di Harlem. La gente di Harlem e non solo lo amava. Era allora una leggenda, una sorta di dio per un sacco dei più giovani musicisti. Alcuni pensavano che suonasse il sax al livello di Bird. Io so che ci andava molto vicino. Era un musicista aggressivo che aveva sempre nuove idee musicali.”

Trasferitosi a Chicago per alcuni anni per allontanarsi dalle negatività che circondavano la scena jazz newyorkese si rifà vivo verso la fine del 1955, con una presenza ancor più autorevole, come membro del quintetto di Clifford Brown e Max Roach. Il suo marchio di fabbrica è uno stile caustico, spesso ironico, fatto di invenzioni melodiche, in cui entra un po’ di tutto, dalle ballads più arcane al Calypso e da una logica prevalente nel suo modo di suonare che lo fa acclamare come maestro dell’improvvisazione tematica. E’ durante questo periodo che gli viene imposto il soprannome di “Newk”. Come racconta Miles Davis nella sua autobiografia: “Sonny era appena tornato da un concerto a Chicago. Egli conosceva Bird e a Bird piaceva veramente Sonny o “Newk”, come lo chiamavamo noi, perché, fra l’altro assomigliava al famoso lanciatore dei Brooklyn Dodgers, Don Newcombe. Un giorno io e Sonny eravamo su un taxi quando il tassista bianco girandosi e guardando Sonny esclama in preda all’eccitazione, caspita ma tu sei Don Newcombe! Io rimasi stupito anche perché non avevo mai fatto caso a quella somiglianza. Mettemmo il povero tassista in mezzo e Sonny cominciò a spiegare quali lanci avrebbe fatto quella sera contro il grande battitore dei St.Louis Cardinals, Stan Musial.”

Nel 1956 Sonny inizia a registrare, nella qualità di leader,  le prime di una serie di pietre miliari: “Valse Hot” che ha introdotto la pratica, oggi comune, di suonare in tre quarti; “St.Thomas” che costituisce l’inizio delle sue esplorazioni dei pattern del Calypso e “Blue 7” accolto da Gunter Schuller come la dimostrazione di un approccio nuovo all’improvvisazione tematica in cui il solista sviluppa motivi tratti dal tema del brano.

“Way Out West” (1957) è il suo primo long playing. In esso l’uso di un trio di sax, del contrabbasso e della batteria risolve la sua difficoltà di lunga data a relazionarsi con i pianisti ed esemplifica la sua capacità di improvvisare in modo spiritoso su materiali triti e ritriti (“Wagon Wheels”, “I am an Old Cowhand”). “It Could Happen to You” (sempre del 1957) è il primo di una lunga serie di dischi in solo e “The Freedom Suite” (1958) prelude l’orientamento politico che il jazz assumerà nel 1960.

Durante gli anni che vanno dal 1956 al 1958 Rollins è stato generalmente considerato il più talentuoso e innovativo sassofonista della scena jazz. Anche i primi esempi di solo senza alcun accompagnamento che diventeranno una sua specialità appartengono a questo periodo; tuttavia il sassofonista, perennemente insoddisfatto, mette in discussione il plauso che la sua musica stava ricevendo e tra il 1959 e la fine del 1961 si ritira dalle esibizioni in pubblico. Ricorda Sonny che prese allora congedo dalle scene perché “stavo diventando molto famoso in quel periodo e sentivo che c’erano molti aspetti del mio mestiere che ancora dovevo approfondire. Sentivo che stavo ottenendo troppo e troppo in fretta e mi sono detto aspetta un momento, ho intenzione di fare le cose a modo mio. Non volevo permettere che fosse la gente a decidere quale direzione dovevo prendere perché ciò avrebbe potuto causare il mio insuccesso. Volevo innanzi tutto chiarirmi con me stesso, per conto mio. Ho preso così l’abitudine di esercitarmi in solitudine sotto il Williamsburg Bridge anche perché a quel tempo abitavo nel Lower East Side.”

Quando torna in azione, all’inizio del 1962, il suo primo lavoro lo intitola appropriatamente “The Bridge”. Entro la metà degli anni sessanta il suo concerto dal vivo è diventato qualcosa di grandioso, una sorta di maratona costituita da assoli simili a flussi di coscienza nei quali richiama melodie dalla sua enciclopedica conoscenza delle canzoni popolari, architetture scintillanti in cui spesso visita di sfuggita un tema per sottoporlo ad abbaglianti variazioni jazzistiche prima del prossimo. Rollins è brillante e pur tuttavia ancora inquieto.

Il periodo che va dal 1962 lo vede tornare in azione e stabilire relazioni altamente produttive con Jim Hall, Don Cherry, Paul Bley e il suo idolo Coleman Hawkins, ma la sua disaffezione per il music business riprende piede e il 1966 diviene un ulteriore anno sabbatico. “Mi stavo avvicinando alle religioni orientali” ricorda “Sono sempre stato concentrato su me stesso. Ho sempre fatto e cercato di fare quello che volevo fare per me stesso. Quelle erano le cose che volevo fare. Volevo salire sul ponte. Volevo esplorare le religioni. Ma anche il business attorno al jazz continuava a essere pessimo. Così queste cose mi hanno portato a interrompere ancora per un po’ le mie esibizioni dal vivo. Durante il secondo periodo sabbatico ho lavorato un po’ in Giappone e, in seguito, mi sono recato in India passando molto tempo in un monastero. Ho fatto ritorno da queste esperienze nei primissimi anni settanta e registrato il primo disco nel 1972. Mi sono preso una lunga pausa per rimettermi in carreggiata  e penso che questa sia una cosa buona da fare per chiunque.”

Nel 1972 grazie al supporto e all’incoraggiamento della moglie Lucille, divenuta la sua manager, Rollins ritorna a suonare e registrare dopo aver firmato un contratto con la Milestone (lavorando dapprima col produttore Orrin Keepnews, entro i primi anni ottanta Sonny si autoproduce assieme a Lucille per la Milestone). La sua lunga associazione con l’etichetta discografica di Brekeley ha dato vita a due dozzine di album con formazioni diverse – dai suoi gruppi fino a all-star ensemble (Tommy Flanagan, Jack DeJohnette, Stanley Clarke, Tony Williams);  da solo recital alle sessions dal vivo con le  Milestone Jazzstars (Ron Carter, McCoy Tyner); in studio e sui palchi dei concerti (Montreux, San Francisco, New York, Boston).

Sonny è stato anche il soggetto di un documentario della metà degli anni ottanta diretto da Robert Mugge e intitolato Saxophone Colossus; parte della sua colonna sonora è inclusa nell’album “G-Man”. Ha vinto il suo primo Grammy nel 2000 per “This Is What I Do” e il secondo nel 2004 per “Without a Song” (The 9/11 concert). Oltre a ciò sempre nel 2004 ha ricevuto  un Lifiteme Achievement Award dalla National Academy of Recording Arts and Sciences.

Nel giugno 2006 è stato inserito nell’Academy of Achievemment e ha tenuto un concerto in solo all’International Summit Achievement tenutosi a Los Angeles. L’evento è stato condotto da Gorge Lucas e Steven Spielberg e ha visto la partecipazione di leaders mondiali e di figure di spicco delle arti e delle scienze. Nel 2009 ha ottenuto la Croce d’Onore Austriaca di Prima Classe per le Scienze e le Arti, una delle più alte onorificenze austriache concesse a figure di assoluto prestigio internazionale per i risultati conseguiti. Gli unici altri artisti americani ad averla ricevuta sono Frank Sinatra e Jessye Norman.

In una recente intervista Rollins ha detto del jazz, del mondo dell’improvvisazione, che rispetto a tutte le altre arti è forse la più esigente “perché noi non abbiamo l’opportunità di introdurre nessuna modifica. E’ un po’ come se stessimo dipingendo davanti al pubblico e la mattina seguente non possiamo tornare a correggere quel blu o quel rosso. Dobbiamo avere i blu e i rossi al posto giusto prima di andare fuori a suonare. Così, per me, il jazz è forse l’arte più esigente.”

E Sonny Rollins, ricercatore e grande maestro, è il jazzista più esigente, esilarante e ispirato.

Fonte: antonellovitale.it

Ho conosciuto Sonny Rollins una sera dopo un fantastico concerto, nel suo camerino.
“Mr. Rollins tonight your music has moved me to tears. Thanks.”
“Your words have touched me, now. Thanks, thank to you.”
Questo è Sonny Rollins!

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Questo è il “Teatro” che amo di più …   2 comments

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Giovani artisti di Dar es Salaam durante le prove dello show “Avra Kadabra”

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L’Arte come lavoro

di Marina Mazzoni e Giorgio Berardi
Foto di Gabriele Fiolo

Il progetto di una ong italiana dà l’opportunità a giovani tanzaniani e kenyani, spesso con situazioni personali difficili, di trovare uno spazio nel mercato artistico dei loro paesi, in modo da trasformare il loro talento in una fonte di reddito.

Sanaa ni kazi. Kazi, in swahili, significa lavoro. Sanaa, arte. La sfida proposta a 300 giovani artisti di Nairobi (Kenya) e Dar es Salaam (Tanzania) del progetto Art against poverty è proprio di fare in modo che la loro arte possa diventare, presto, una fonte di reddito. Un lavoro, appunto.


Clara Mduma, operatrice del progetto con hussein, ballerino del gruppo Albino Revolution Troupe
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Si tratta di un progetto promosso da CEFA onlus, una organizzazione non governativa di Bologna, e finanziato dall’Unione europea. L’iniziativa punta a trovare per ogni artista (pescato tra le situazioni più difficili dei due paesi) uno spazio di mercato che lo possa soddisfare e con il quale si possa mantenere.


Nelius Sostenes, cantante dei Cocodo African Music Band
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L’avventura per questi 300, alcuni dei quali sono fotografati in questo dossier, inizia nel febbraio del 2014, quando le realtà coinvolte nel progetto (e sostenute anche da enti pubblici locali) indicono un “bando per artisti” – diffuso non solo tramite riviste, ma anche attraverso social media e canali diplomatici – che doveva selezionare 150 artisti in Kenya e 150 in Tanzania. Il bando era rivolto sia ad artisti individuali sia a gruppi – composti, però, almeno da 15 elementi – di età compresa tra i 18 e i 35 anni impegnati in 4 settori artistici: arti performative, musica, danza e arti visive.


Aloyce Funga Funga, ballerino di danza contemporanea
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Altra caratteristica della selezione è che ha dato la precedenza ai gruppi composti da artisti provenienti da situazioni di vulnerabilità (artisti disabili, ragazzi di strada…). Chi si è presentato è stato valutato in base al suo lavoro più recente, alla sua abilità tecnica e alla sua motivazione.


Maulid (Al centro) è il mediatore tra gli attori di “Break a leg” e il pubblico
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Partner di CEFA in questo progetto di capacity building è la Vijana Vipaji Foundation, una fondazione di arte contemporanea tanzaniana, nel quale è impegnata Clara Mduma: «Credo profondamente che la creatività abbia un ruolo fondamentale nello sviluppo sociale e culturale e debba essere supportata», racconta la giovane operatrice. «Penso, inoltre, che l’arte possa creare opportunità di lavoro e promuovere il nostro paese dandone una immagine molto positiva. Ogni giorno incontro gli artisti, do loro una mano nel presentare le candidature ai festival, agli eventi; molti di loro non parlano inglese e non sanno navigare in Internet». La collaborazione coinvolge anche la Cultural Video Foundation, di Nairobi, che ha realizzato 40 video partecipativi, dove gli artisti si sono filmati, hanno intervistato le persone chiave della loro vita artistica e gli operatori hanno evidenziato che cosa si aspettavano dal progetto.


Ironia ed energia: i Dar Creators ogni giovedì sera si esibiscono al MRC, un locale di Dar es Salaam
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Un progetto che parte da lontano

L’iniziativa di CEFA onlus parte da lontano. Perché già nel 1985 l’ong – nata 43 anni fa nell’ambito delle cooperative agricole di Bologna – supportò la cooperativa dei pittori “Tinga Tinga” di Dar es Salaam, aiutandoli a cambiare radicalmente il loro modo di dipingere. Poi, in Guatemala con il progetto “Diritto allo studio, promozione del ruolo della donna e dei giovani e miglioramento delle potenzialità produttive e di microcredito nel Dipartimento del Quiché”, 150 donne sono oggi in grado di conoscere e difendere i propri diritti grazie alla metodologia del “Teatro dell’oppresso”.


A Nairobi il progetto “Sanaa ni kazi” ha selezionato anche giovani stiliste che hanno beneficiato di corsi manageriali, di lezioni presso Craft Afrika (organizzazione che si occupa di promozione dell’artigianato nella capitale kenyana), e di un contributo finanziario per la loro partecipazione a diverse fiere e e mercati della moda e dell’artigianato. Le foto sono state scattate sui tetti di alcuni palazzi a Nairobi
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Mentre a Nairobi, con il progetto “Improving the Kenya Juvenile Justice System”, gli operatori della ong sono entrati nei 29 istituti minorili governativi del paese e attraverso il teatro partecipativo, i ragazzi diventano attori e i loro spettatori sono i poliziotti e i magistrati. Anche in questo caso, il teatro assume sia la funzione di denuncia diretta di un sistema inefficiente e abusante, sia una funzione terapeutica sui minori e, infine, sensibilizza i principali attori del sistema giudiziario kenyano.


Nairobi: progetto “Sanaa ni kazi”  …  giovani stiliste
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Clown dottori a Dar es Salaam

CEFA collabora da anni con il CCBRT Disability Hospital di Dar es Salaam (www.ccbrt.or.tz) e con l’associazione Tumaini la maisha  (www.tumainilamaisha.org) che lavora nel reparto di oncologia pediatrica del Muhimbili National Hospital.

Una ventina di giovani artisti (attori, acrobati, ballerini …) hanno seguito l’anno scorso dei corsi di formazione in clownterapia, tenuti dall’associazione “Dottor Clown Italia” di Vicenza. In poco tempo è così nato il gruppo “Dottor Clown Tanzania”: 20 clown che da qualche mese animano, colorano e aiutano i bambini, i familiari e il personale di due ospedali di Dar es Salaam, i reparti di pediatria oncologica e neurochirurgia del Muhimbili Univeristy Hospital e l’ortopedia pediatrica e i fisioterapisti delle support units del CCBRT Disability Hospital.


I Clown dottori del Tumaini la maisha che lavora nel reparto di oncologia pediatrica del Muhimbili National Hospital di Dar es Salaam
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Janet, la direttrice di Tumaini la maisha, l’associazione che gestisce un ostello per i bambini malati di cancro e i loro familiari ha sottolineato: «Almeno un giorno nella vita un bambino ha diritto di sorridere, di essere contento, e spesso la speranza di vita dei bambini che incontriamo è molto breve». Brenda Msangi è la direttrice del CCBRT Disability Hospital di Dar es Salaam. «I clown mi hanno conquistato. I nostri pazienti sono prevalentemente bambini e trascorrono molti giorni, talvolta alcuni mesi, in ospedale. Il mio staff è contento, perché si accorge che i bambini dimenticano per qualche ora di essere malati e le mamme di essere in ospedale. La nostra struttura ha deciso di assumere due volte la settimana questa clown. E a volte penso che pure a me sarebbe utile iniziare la giornata con uno di loro in ufficio».

Fonte: nigrizia.it
Giovedì 02 Luglio 2015

    

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Com’e’ simpatica!?!… questa vita cosi’ “lunatica”!?…   4 comments

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Domenica Lunatica

Vasco Rossi
1988

e’ solo colpa mia
e’…solo colpa mia
accidenti all’ipocrisia……..
alla malinconia
alla noia che ci prende….
e che non va più via!
eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhh!!!!!!!!!!!
com’e’ simpatica!?!…
questa vita
cosi’ “lunatica”!?…
….non far del male a te!….
….questo lo devo fare!
lo devo fare perche’!
….tu non hai fatto niente di male….
ed hai ragione te!
quando dici che sono un bambino
e che non sono “maturo”!?….
…ed hai vent’anni di meno!
eeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhhhhh!!!!!!
com’e’ simpatica!?!…
questa “domenica”
cosi’ complicata!……..
…….dimenticavo che
voglio che sei tranquilla
e ti prometto che
usciro’ dalla tua vita
talmente piano che….
quando ti sveglierai….
non te ne accorgerai….
…..vedrai….
eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhhhh!!!!!!!
com’e’ simpatica
questa domenica
cosi’ “lunatica”!
eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhhhh!!!!!!!
com’e’ simpatica
questa vita
cosi’ complicata….
eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhhhh!!!!!!!

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Pubblicato 19 luglio 2015 da mariannecraven in Musica, Spettacolo

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