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Dietro le persiane chiuse, una sofferenza silenziosa …   36 comments

Storie Perdute – Luglio 2015   12 comments

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Centomila passi nel mare

di Mauro Armanino

Tale è il numero stimato di migranti che attraverseranno il Niger quest’anno. Le cifre sono banali come lo sono la sabbia del deserto e le onde del mare. Si declinano per impaurire, per semplice conoscenza accademica o per interesse. Fatto sta che loro passano, cercano, circondano, abbracciano e a volte trovano scogliere come approdo. Scogli numerati come patrimonio turistico migrante. Scogli come riassunto di civiltà di confine di stato.

Ad ognuno il suo scoglio. Centomila scogli da sistemare per chi sbarca dal mare di sabbia. Lo stesso numero delle “gavette di ghiaccio” del libro di Giulio Bedeschi: rifiutato da sedici editori prima di essere pubblicato. Centomila passi senza sentieri. I campi di concentramento funzionavano bene sotto Gheddafi ed erano merce di scambio coi vari governi del popolo italiano. Nel secolo delle migrazioni erano 50 milioni gli europei a migrare. 28 milioni di essi, oltre la metà, italiani. Che mai faremmo senza i campi. Di permanenza e di transito e di identificazione e di espulsione e soprattutto di detenzione e in realtà di eliminazione. E allora per i centomila passi si preparano i campi “polivalenti” nel Niger.

Polivalenti nel senso che faranno vivere molti, a cominciare dalle autorità nigerine. E poi le agenzie umanitarie onusiane o assimilate. Soprattutto chi si occupa di migranti. Contribuiscono a far crescere il Prodotto interno lordo. Per le agenzie di sicurezza esterna e interna dell’Europa che ha inventato i diritti umani a piacimento variabile.

La Croce Rossa è nata subito dopo le battaglie. I campi di concentramento hanno invece un lungo e tragico percorso. Sono stati esportati in Africa durante la colonizzazione come per preparare ciò che sarebbe accaduto dopo. Gli inglesi in Africa del Sud inventarono i campi di prigionia per i boeri che hanno osato sfidare l’ordine costituito. Fin dal 1900. gli esperimenti presero corpo africano. Soprattutto i tedeschi nello Zambia, che li inventarono come luoghi di sterminio.

Il nome stesso, campo di concentramento, è creato per l’Africa. Era il 14 gennaio del 1905. Il filo spinato e il lavoro che rende liberi diventa realtà in quegli anni. Per fortuna che oggi, nel 2015, c’è l’eritreo Daniel Teklehaimanot a vestire, primo africano, la maglia a pallini del miglior scalatore al Tour de France. Tutti sanno che un lungo cammino inizia con un piccolo scoglio.

Di migrazione si muore e si transita e, soprattutto, si prospera. I capitali per esempio, che vengono investiti per arrivare e quelli persi per difendersi dall’arrivo. Una quantità di miliardi di euro quasi equivalente. La filiera è come ben la scrive Bauman nelle sue riflessioni sulla modernità. Frontiere «liquide» che si adattano alle circostanze e gli interessi di tutti. I “passeurs”, la polizia di confine, i trasportatori, i gestori dei ghetti, i ministeri interessati, le agenzie umanitarie, le ong che sensibilizzano i migranti sui pericoli del viaggio e persino i pastori delle chiese protestanti che prendono Dio come garante dell’arrivo.

Seguono infine i giornalisti e i produttori di studi sulle dinamiche migratorie del Sahel. A ognuno la sua parte, senza parlare di Allah che col suo profeta fa digiunare in attesa del rimpatrio celeste con acqua fresca e piacevole compagnia al femminile. Per i centomila scogli ci pensiamo noi. Naturali o artefatti non cambiano il prodotto finale. Sopra troveranno nomi scritti o disegnati dalla salsedine oppure migrati per convenienza altrove. Testimoni silenziose, le onde contano i passi abbandonati nel vento.

Fonte: nigrizia.it
Lunedì 13 Luglio 2015

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Rifugiati/Rapporto UNHCR – La dura verità   1 comment

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I dati pubblicati tra ieri e oggi sulla situazione dei rifugiati nel mondo (ormai quasi 60 milioni) e la spesa mondiale per i conflitti (14,3 trilioni di dollari) ci dicono molto sul contesto mondiale in cui viviamo oggi. I migranti che bussano alle nostre porte chiedendo rifugio, fuggono da un mondo che è in guerra nell’indifferenza totale. 

Mentre in questi giorni continuiamo ad assistere impotenti agli atteggiamenti gretti, cinici e a tratti crudeli dell’Europa e purtroppo anche di una parte della sua opinione pubblica, nell’affrontare l’emergenza delle migrazioni e dell’accoglienza, ecco che nuovi dati ci sbattono di nuovo in faccia quella che è la dura realtà che contraddistingue i nostri tempi. Il mondo è in guerra.

Il numero di sfollati su scala mondiale provocati da guerre e persecuzioni hanno raggiunto i massimi livelli registrati sinora, e i numeri sono in rapida crescita. Circa 59,5 milioni di persone nel 2014 sono state costrette ad abbandonare i luoghi in cui vivevano a causa di conflitti o persecuzioni. È la cifra fornita dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e contenuta in un rapporto denominato non a caso “Mondo in guerra”. Un numero aumentato di 8.3 milioni rispetto ai 51,2 del 2013 e ai 37,5 milioni di 10 anni fa. A peggiorare il dato il rapporto aggiunge che più del 50% dei rifugiati attuali sarebbero bambini.
Di queste 59,5 milioni di persone, 19,5 milioni sono state costrette a fuggire in un altro paese, 38,2 milioni sarebbero rifugiati interni e 1,8 milioni hanno chiesto asilo politico in un’altra nazione.
Inoltre a quanto pare anche se la situazione in alcuni casi migliora o i conflitti finiscono, rientrare a casa è difficile, dice il documento. Nel 2014 solo 126.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro paesi d’origine, il numero più basso in 31 anni.
A contribuire maggiormente a questa improvvisa impennata, secondo gli esperti, è stata la guerra in corso da ormai quattro anni in Siria. Nel paese ci sono 7,6 milioni di sfollati e quasi 3,8 milioni sono rifugiati all’estero.
Per dare un’idea della situazione basti pensare che allo stato attuale, una persona al mondo su 122 è o un rifugiato, o uno sfollato o un richiedente asilo. Stando a questi dati non dovrebbe stupirci ciò che vediamo sulle nostre coste e vicino ai confini europei. Un evento epocale che purtroppo non cesserà in fretta.

Conflitti in aumento in Africa

Devastanti sono le condizioni del continente africano. Negli ultimi cinque anni nel mondo sono iniziati 15 nuovi conflitti, ben 8 dei quali sono scoppiati in Africa e hanno incrementato del 17% il numero di rifugiati nel continente. Si tratta di: Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Burundi. 
In tutto, l’Africa sub-sahariana ha 3,7 milioni di rifugiati e 11,4 milioni di sfollati interni, 4,5 milioni dei quali rappresentano i nuovi sfollati del 2014. Ma questo incremento complessivo del 17% esclude gli sfollati in Nigeria, perché la metodologia per la raccolta dati sullo sfollamento interno è cambiata nel 2014 nel paese, e quindi i dati non sarebbero stati affidabili, per questo il rapporto non ne ha tenuto conto. C’è da chiedersi quale sarebbe stato il dato finale con le migliaia di sfollati provocati dalle violenze del gruppo estremista islamico Boko haram, che nel 2014 hanno toccato il loro apice.
Inoltre l’Etiopia ha ormai sostituito il Kenya come il più grande paese ospitante di rifugiati nel continente e il quinto a livello mondiale. 

I costi delle guerre

Appare ovvio quindi che la causa principale di tutto questo siano le guerre. Proprio a questo proposito ecco un’altra serie di dati appena pubblicati che descrivono il nostro mondo. Nel 2014, proprio le guerre sono costate l’equivalente di 14,3 trilioni di dollari (14,3 migliaia di miliardi) circa il 13% del Pil (Prodotto interno lordo) globale, tutte risorse sottratte allo sviluppo economico e sociale. In pratica rappresenta l’ equivalente delle economie combinate di Brasile, Canada, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito messe assieme. Sono i dati economici pubblicati ieri e calcolati dall’Institute for Economic and Peace (Iep), un centro studi specializzato che ha sede in Australia, che ogni anno pubblica il rapporto “Global Peace index” che misura il livello di pace del mondo. 

Quello che si deduce dai dati dello Iep è chiaro. Le risorse utilizzate per promuovere conflitti armati sono una fetta importantissima della spesa mondiale. Si pensi che se, ad esempio, tagliassimo solo il 10% delle spese per le guerre, si risparmierebbero 1,4 miliardi di dollari, una cifra 10 volte più alta della somma investita dai paesi ricchi verso quelli poveri in progetti di assistenza e sei volte superiore a quella spesa in prestiti alla Grecia per evitarne il default.
La cosa che sconcerta di più è che quei 1,4 miliardi valgono tre volte di più dei redditi cumulati dal miliardo e cento milioni di persone che vivono in condizioni di povertà estrema.

Pensare all’utopia del mondo senza guerre è senza dubbio ingenuo e ridicolo in questo momento. Ma cercare di ridurne il numero prevenendole per contenere le crisi non è impossibile. Se le istituzioni internazionali e soprattutto l’occidente non inizia ad agire più concretamente in questa direzione e promuovendo lo sviluppo del terzo mondo, quello a cui tristemente assistiamo sulle nostre coste oggi, è solo un assaggio di ciò che avverrà.

È la dura verità con la quale ora dobbiamo fare i conti, perché troppo a lungo si è fatto finta di niente di fronte a ciò che avveniva sull’altra sponda del mediterraneo.

“Il mondo è un casino” ha dichiarato oggi senza troppi giri di parole Antonio Guterres, dell’Unhcr “e il dramma è che se le persone credono che gli operatori umanitari possano mettere a posto le cose, beh non è più possibile. Non abbiamo più le capacità di rimettere insieme i pezzi”. (Fonte: Misna)

di Marco Simoncelli
Nigrizia Notizie
Giovedì 18 Giugno 2015

       

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Pubblicato 19 giugno 2015 da mariannecraven in Società

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