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La soluzione? La Coalizione!   18 comments

Sono certa che esiste tanta “coscienza sotterranea” che non ha possibilità di esprimersi, persone oneste e con valori che i nostri governanti hanno dimenticato completamente. E condivido l’idea che spetta proprio a tutte queste persone trovare la forza e il coraggio di fare scelte precise, uscendo dall’anonimato e appoggiando apertamente chi sta lavorando con onestà e coerenza per rifondare una giustizia sociale. Stimo e ammiro Maurizio Landini, forse la sua “Coalizione Sociale” non sarà quella che riuscirà a risolvere i problemi del nostro Paese, ma quello che è certo è che è composta da persone oneste, che lavorano ogni giorno con fatica in questa direzione, per riconquistare una giustizia sociale e una democrazia scomparse, soffocate dal degrado. E in questo senso va sostenuta e non lasciata sola.

Essere Sinistra

coalizione-sociale

di Vincenzo G. PALIOTTI

Sto meditando sul nuovo “slogan” del governo, che pare già sia in campagna elettorale [sic!].

Tutto questo non ci sorprende, se pensiamo che è da quando questi si sono insediati che coniano uno slogan al giorno per convincere la gente sulla loro indispensabilità. Indispensabilità che non ritroviamo nei risultati economico/sociali che sono del tutto scadenti: anzi, sono peggiori di quando andavano entusiasti di quel 40,8%, praticamente fasullo, che giustificava la loro “svolta” a destra.

Oggi ,dicevo, “lo slogan” in voga è: se non ci riconfermate finisce che al governo ci andrà Salvini o Grillo, ovvero “non ci sono alternative”. Niente di più falso e di tendenzioso. E’ vero che c’è un’ondata xenofoba e razzista che sostiene sia il leader della Lega che quello del M5S: il loro cavallo di battaglia è la lotta al “clandestino”. Però è anche vero che messe insieme le due forze…

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“È la fine non della storia, ma di una storia, proprio come se fosse una storia d’amore …”   6 comments

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Bisogna buttarsi (nell’impresa) a sinistra

Non voto più. Gli elettori e le elettrici di sinistra preferiscono non votare, e se votano, allora scelgono M5S. Almeno sembra utile. È la fine non della storia, ma di una storia. Una storia d’amore.

Chi vota a sini­stra pre­fe­ri­sce di no. È il mes­sag­gio più chiaro che viene dalle urne, dopo la defi­ni­tiva e amara chiu­sura di una tor­nata elet­to­rale che ancora una volta cam­bia le carte in tavola della scena poli­tica italiana.

Un mes­sag­gio che va oltre il tra­collo del Pd, tra­va­lica la bal­danza della destra con la fac­cia feroce di Sal­vini e della Lega, il con­so­li­da­mento nei ter­ri­tori dei M5S, pro­iet­tati su una dimen­sione di governo. Pre­fe­ri­scono di no, gli elet­tori e le elet­trici di sini­stra. Pre­fe­ri­scono non votare, e se votano, allora scel­gono M5S. Almeno sem­bra utile.

È la fine non della sto­ria, ma di una sto­ria, pro­prio come se fosse una sto­ria d’amore. E come nella fine degli amori quello che si perde sono le parole, i luo­ghi, i riti. Quello che aveva un senso unico e spe­ciale, e bril­lava di una chia­rezza lumi­nosa di imme­diata com­pren­sione, d’improvviso si spe­gne, ritorna parola e luogo ano­nimo, indi­stin­gui­bile tra gli altri. Si scio­glie il legame strin­gente, sem­bra che nulla rie­sca più ad accen­dere la pas­sione. Riman­gono ricordi, memo­rie, a volte brevi fiammate.

Il lin­guag­gio amo­roso resti­tui­sce e chia­ri­sce più di altri, a me sem­bra, quanto avviene. E ben di più dell’uso indi­scri­mi­nato della cate­go­ria dell’antipolitica rende ragione della fine dell’avventura. Non siamo negli anni Novanta, e nep­pure nel primo decen­nio del Due­mila. Non è solo né prin­ci­pal­mente il ran­core, che tanto si è ana­liz­zato in pas­sato, il motore della nuova asten­sione e dei nuovi flussi di voto. Gli elet­tori e le elet­trici che hanno pre­fe­rito di no, in que­sta tor­nata elet­to­rale, quelli con radi­cate scelte di sini­stra, come già si era visto in Emi­lia Roma­gna lo hanno fatto per scelta poli­tica. Quasi un atto estremo, dispe­rato, forse, ma l’unico pos­si­bile. Per dire che non ci cre­dono più. Non cre­dono più all’insieme di sigle che a ogni com­pe­ti­zione elet­to­rale si pre­sen­tano a garan­tire con i loro richiami al pas­sato comune la con­ti­nuità di una sto­ria. Per­ché in realtà non garan­ti­scono nulla. Da tempo. Per­ché quella sto­ria non c’è più.

È un punto di non ritorno, in cui è essen­ziale la com­pren­sione di quanto avviene, nel gioco delle forze come nel dispie­garsi dei sen­ti­menti. Per que­sto non è il momento di rin­vii o indugi. Biso­gna but­tarsi nell’impresa, dove si è, come si è.

Non ci sono truc­chi, for­mule magi­che, auto­rità esterne che pos­sano garan­tire alcun­ché. È l’atto di corag­gio che il pre­sente richiede. Quale impresa? Entrare con molta atten­zione nello spa­zio vuoto che gli elet­tori hanno creato. Con l’atto netto, auto­re­vole e umile di aprire ora, adesso un pro­cesso costi­tuente, in un’assemblea entro luglio. Indetta da parte di chi c’è, ora, adesso: forze poli­ti­che, gruppi, asso­cia­zioni, chi si muove nell’area aperta alla sini­stra del Pd. Con la con­sa­pe­vo­lezza che il gesto – neces­sa­rio – non è per nulla suf­fi­ciente. Per que­sto, tra le virtù richie­ste, l’umiltà è indi­spen­sa­bile. L’impresa più dif­fi­cile è essere cre­di­bili e con­vin­centi, mostrare nelle pra­ti­che che non ci si muove in una logica pat­ti­zia, che non si tratta di mano­vre in vista di nuovi car­telli elet­to­rali, per esem­pio per le ele­zioni della pros­sima pri­ma­vera in comuni impor­tanti come Milano e Napoli. Insomma, occorre un passo indie­tro. Biso­gna agire il para­dosso attuale, oggi assu­mersi respon­sa­bi­lità poli­tica signi­fica fare spa­zio, allar­gare, aprire. Non solo per­ché gli elet­tori non per­do­nano, quindi una scelta adot­tata per neces­sità tat­tica. Ma per con­vin­zione intima, auten­tica. È la parte più difficile.

Per­ché non solo vanno tro­vate parole che scal­dino il cuore e la mente, che dicano di mondi da cam­biare, di giu­sti­zia da riven­di­care, di lotte da soste­nere. Ser­vono volti che quelle parole, quei mondi, quelle lotte le ren­dano rico­no­sci­bili. Come in un romanzo, o in un film, o in una serie tv, sono i per­so­naggi che danno gambe alla sto­ria che si rac­conta. Che la ren­dono vera e potente, viva nella mente di chi par­te­cipa. E visto che non scri­viamo un romanzo, ma par­liamo di vite, di dolori, di rab­bia reale, sono le lotte in corso, i pro­ta­go­ni­sti e le pro­ta­go­ni­ste sociali a inter­pre­tare que­sta storia.

Tutto il movi­mento intorno alla scuola, com­preso il som­mo­vi­mento intorno alla pre­tesa «ideo­lo­gia di genere», le lotte per la casa, la nuova atten­zione ai beni comuni, il lavoro sem­pre più sva­lo­riz­zato. Che qui, in Ita­lia, si fac­cia fatica a fare spa­zio alle donne, che pure esi­stono, attive e auto­re­voli, fa parte del pro­blema. Che sia così arduo creare una mobi­li­ta­zione con­vinta intorno alla tra­ge­dia della migra­zione dice fino a che punto sono logori i legami, i vin­coli, per­fino le scelte ideali. È tempo di un nuovo amore.

Non ho usato volu­ta­mente ter­mini come coa­li­zione sociale e coa­li­zione poli­tica, non ho par­lato d’altro. Ciò che importa è lo spa­zio che si apre, in que­ste azioni che non pos­sono che intrec­ciarsi. Da cui pos­sono pas­sare sog­getti, movi­menti, per­sone che da troppo tempo vivono altrove e altri­menti. Fino a quando si potrà dire: pre­fe­ri­sco di sì.

Bia Sarasini – Il Manifesto
Domenica 21 Giugno 2015
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Chi ha vinto le elezioni regionali è un solo partito: quello degli astenuti   4 comments

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Landini: “Bisogna unire ciò che la politica ha diviso”

Chi ha vinto le ele­zioni regio­nali è un solo par­tito: quello degli aste­nuti. Il dato omo­ge­neo in tutte le regioni del 53,90% rispetto al 64,13% del 2010 è diven­tato un’occasione per riflet­tere sulla crisi della demo­cra­zia nell’incontro «Il diritto alla libertà, il dovere della libertà» orga­niz­zato ieri da Giu­sti­zia e Libertà alla città dell’altra eco­no­mia di Roma in occa­sione della festa della Repubblica.

Ste­fano Rodotà e Gustavo Zagre­bel­sky, San­dra Bon­santi e Paul Gin­sborg, oltre a stu­denti e docenti come Gio­vanni Coc­chi attivi nel movi­mento con­tro la «Buona Scuola» di Renzi e del Pd. «Milioni di per­sone che non votano, non fanno parte dell’anti-politica. Non si rico­no­scono nella poli­tica in quanto tale» ha detto il segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini che sabato e dome­nica pros­simi par­te­ci­perà ai lavori della «coa­li­zione sociale» al cen­tro con­gressi Fren­tani. Un asten­sio­ni­smo di que­ste dimen­sioni è diven­tato negli anni della crisi la regola costi­tu­tiva della vita poli­tica in un paese dove la par­te­ci­pa­zione al voto è tra­di­zio­nal­mente alta. «È anche la dimo­stra­zione che c’è un paese che non è d’accordo con quello che sta avve­nendo». La tesi di Rodotà ha spinto ad un’analisi delle riforme del governo Renzi. La logica che ispira l’Italicum, come il Jobs Act, o il «super-preside» impo­sto dal Ddl scuola ora al Senato «è quella dell’uomo solo al comando». Un pro­cesso «impo­sto dalla let­tera della Bce al governo ita­liano nel 2011, Renzi non sta facendo nient’altro che que­sto» sostiene Lan­dini. Per con­tra­stare una mar­cia inar­re­sta­bile «biso­gna met­tere in piedi pro­cessi poli­tici che uni­fi­chino la società fram­men­tata tra appar­te­nenze iden­ti­ta­rie e un mondo di lavo­ra­tori in com­pe­ti­zione» ha aggiunto Landini.

In attesa che la «coa­li­zione sociale» prenda forma, e acqui­sti una sua fisio­no­mia, sul tavolo c’è l’ipotesi del refe­ren­dum con­tro il Jobs Act e un altro con­tro la riforma della scuola. Lan­dini sostiene un ritorno ad una con­trat­ta­zione sociale dif­fusa che parta dalla difesa, e dalla com­pleta appli­ca­zione dei con­tratti nazio­nali di lavoro, e si allar­ghi anche ad altre sfere del sociale.
Il punto di rife­ri­mento è lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori da cui il governo Renzi ha can­cel­lato l’articolo 18 con il Jobs Act. «Quello sta­tuto impe­diva di essere licen­ziati senza giu­sta causa, vie­tava il con­trollo a distanza e il deman­sio­na­mento». Tutte norme intro­dotte invece da Renzi. «In nome della sua pre­sunta moder­nità — ha attac­cato Lan­dini — il Jobs Act non tutela tutte le per­sone, ma solo gli impren­di­tori, è un pas­sag­gio for­male che rove­scia i valori sostan­ziali della cittadinanza».

Alla coa­li­zione sociale Lan­dini non affida il ruolo guida di un par­tito, bensì di un vet­tore che riu­ni­fi­chi il lavoro, e le sue rap­pre­sen­tanze, così come le asso­cia­zioni sem­pre nume­rose e altret­tanto divise. L’obiettivo è rico­struire i «corpi inter­medi», oggetto dell’offensiva ren­ziana, e ripo­si­zio­narli in una società dove la rap­pre­sen­tanza è distrutta. Non più organi della media­zione buro­cra­tica ma della «demo­cra­zia diretta per difen­dere gli inte­ressi comuni».

Roberto Ciccarelli – Il Manifesto
Mercoledì 03 Giugno 2015

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