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Tanztheater: Pina Bausch!   27 comments

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La danza è maestra di vita. E’ La danza che ti insegna i valori della passione, della dedizione, del sacrificio, del dolore e dell’amore. Se la ami realmente sarai in grado di dedicarle il tuo tutto: corpo, anima, cuore e tempo. Potrà capitare di avere ripensamenti e di temere che ogni sforzo sia vano, ma ogni volta che danzerai capirai di esserti sbagliato e tornerai a vivere.
La Danza costituisce un tipo di linguaggio particolare, perché non usa la parola come la poesia, né il suono come la musica, né tele o colori, creta o marmo come la pittura e la scultura.

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Gli antichi hanno fatto della danza un’arte di ispirazione divina e di elevazione morale e civile; ma in ogni tempo, tutti i popoli l’hanno fatta elemento fondamentale della propria cultura. Nelle civiltà antiche indiane, cinesi ed egiziane, la danza voleva raffigurare il corso armonioso degli astri. I greci posero la danza sotto la protezione della musa Tersicore, facendone così un simbolo della propria cultura.  

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Per i romani, invece, assunse la forma di pantomima, continuando a trasformarsi fino alla depravazione. In seguito all’avvento del Cristianesimo, anche se inizialmente fu accolta nei riti all’interno delle chiese, poi fu condannata dalla Chiesa perché ritenuta una manifestazione peccaminosa dove protagonista assoluto era il corpo, quindi il male … 

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Dal medioevo in poi diviene una disciplina rigidamente regolata da leggi e ferree imposizioni. La danza popolare nel medioevo ha delle caratteristiche di follia ed è spesso legata all’idea della morte o del diavolo. 

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Per molti secoli la danza fu un fenomeno rivolto a tutti, dove non esisteva una vera e propria distinzione tra ballerini professionisti e semplici amatori.
Fu nel ‘600,in particolare in Francia, che nacque la prima accademia di danza. Il minuetto è la danza simbolo dell’epoca. 
Il ‘700 vide l’apparizione in scena delle danzatrici. L’invenzione del pianoforte portò le scuole di balletto a formare danzatori sempre più abili e dotati.

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L’’800 è caratterizzato dal valzer, che rappresentò il desiderio giovanile ed inebriante, il ritmo espansivo, l’esuberanza del secolo.

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Il balletto classico diventa una delle tendenze culturali più seguite ed amate.
La danza classica o “accademica” è una delle forme di danza teatrale più conosciute e sicuramente la più antica.

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Bisogna aspettare il ‘900 perché la danza riacquisti il suo valore “primitivo”… Il ventesimo secolo, infatti, è un’officina in fermento di esperimenti sulla danza.
La danza moderna si è sviluppata all’inizio del Novecento nel Nord Europa grazie a Rudolf Laban e Mary Wigman e negli Stati Uniti d’America, a partire dalle espressioni libere iniziate da Isadora Duncan e Ruth St. Denis, si è poi definita con varie tecniche grazie a Martha Graham, Doris Humphrey, Charles Weidman e José Limón. Martha Graham, in particolare, è stata la fondatrice di un nuovo alfabeto della danza moderna.

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La danza contemporanea prosegue la rivoluzione attuata dalla danza moderna a favore di nuove espressioni corporee, che talvolta comprendono anche la recitazione di testi.

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Tra le figure di spicco della danza del secondo Novecento, centrale è quella di Pina Bausch. La coreografa tedesca è stata la fondatrice, nella sua scuola di Wuppertal, della Tanztheater, il teatro-danza. Non si tratta di una nuova tecnica di danza, ma di un modo di interpretare la realtà personale, con gesti, movimenti e, novità assoluta, con suoni e parole, in cui il contributo dello stesso danzatore – o “danzattore” – diventa fondamentale.

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Philippine Bausch, detta Pina, nasce a Solingen nel 1940 in un ambiente familiare non particolarmente dedito all’arte. Dopo aver frequentato da bambina una scuola di balletto, a quindici anni viene ammessa alla Folkwang-Schule di Kurt Jooss, uno degli esponenti principali della danza espressionista.

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Grazie a una borsa di studio vola poi a New York per diventare ballerina professionista con il New American Ballet e con la Metropolitan Opera. Nel 1962 torna finalmente in Germania dove nel frattempo Jooss ha fondato il Folkwang-Ballet, del quale entra a far parte.

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È proprio a questo punto che nasce in Pina un senso di profonda insoddisfazione nei confronti del suo ruolo di ballerina. Un anno dopo Hans Zullit, successore di Jooss nella direzione della Folkwang-Schule, affida alla giovane coreografa la direzione artistica del corpo di ballo della scuola, il Folkwang-Tanz-Studio.

Pina trascorre i primi anni Settanta dedicandosi alla ricerca: vuole trovare nuove possibilità espressive che possano avvicinare il teatro alla danza. Mentre il suo stile va piano piano definendosi, nel 1973 rinomina il corpo di ballo Wuppertal in Tanztheater Wuppertal sancendo così in modo definitivo la nascita del teatro-danza.

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Al Tanztheater Wuppertal di Pina però, la tecnica classica non fu mai abbandonata. Il suo studio resta uno dei punti cardine nel training della compagnia, accanto alla tecnica moderna. I corpi dei danzatori sono temprati da anni di lavoro e disciplina, ma nelle improvvisazioni si ricerca la spontaneità, per poi sperimentarla sulla scena. La tecnica diventa quindi uno strumento, un mezzo d’espressione e non più un fine da perseguire.

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I primi lavori sono ispirati a capolavori artistici, letterali e teatrali, come Le Sacre du Printemps (La Sagra della Primavera). Con Cafè Müller si assiste ad una svolta decisiva nello stile e nei contenuti. L’ambientazione e l’atmosfera struggente dello spettacolo richiamano l’infanzia della coreografa, gli anni passati ad osservare il mondo che, a piccole dosi, entrava ed usciva dal ristorante del padre.

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Gli anni ’80 per la Bausch sono anni di sperimentazioni, i danzatori cambiano aspetto, si trasformano, divengono persone, indossano abiti quotidiani e fanno anche azioni comuni, concrete. Sono importanti i gesti, che vengono riprodotti, accelerati, decontestualizzati, scomposti, quanto la mimica facciale e anche la parola.

Il teatro di Pina è un teatro generoso, benevolo, largo, che fa danzare individui; per la prima volta non si parla di danzatori bensì di “persone che danzano”, un percorso caratterizzato dal suo ostinato porre domande, dalla sua curiosità profonda, dalla sete di comprendere prima ancora di muoversi, dal non volere dare sfoggio ma sostanza, dall’osservare a lungo ogni elemento della sua compagnia per poi realizzare un grande gioco, che è però un gioco serissimo, perché ruota intorno alle tematiche della solitudine, dell’infanzia, del bisogno d’amore.

Le prime opere sono animate da una critica alla società consumistica, mentre le opere più mature privilegiano l’approfondimento della visione intima della coreografa e dei suoi danzattori, chiamati direttamente ad esprimere le proprie interpretazioni dei sentimenti. I danzattori – definiti cosi dalla stessa Pina, poiché non erano semplicemente danzatori ma anche veri e propri attori – erano condotti alla creazione di pièces attraverso l’improvvisazione, generata dalle domande che la coreografa poneva loro.

La Bausch vuole che i danzatori esprimano attraverso il linguaggio del corpo i propri problemi, i propri bisogni e le proprie emozioni in modo tale che il pubblico possa specchiarsi nella rappresentazione che gli altri fanno di se stessi.

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Il suo comincia ad essere chiamato il “Teatro dell’esperienza” e tutti i pezzi creati dopo il 1980 confluiscono in un medesimo discorso fatto di storie vere. Diventano elementi indispensabili delle complesse coreografie i materiali scenici, tra cui soprattutto sedie.
Era un teatro-totale, capace di fondere linguaggi, stili, rimandi, citazioni, visioni. La Bausch si nutriva di domande, s’interrogava in continuazione sull’efficacia, sul senso e sul valore del suo lavoro, quasi come se non ne fosse mai soddisfatta. L’intransigenza delle domande che Pina Bausch poneva a se stessa, ai suoi ballerini e al pubblico sono stati la struttura portante di tutta la sua opera.

Spesso si trovò schiacciata e oppressa dalla critica, ma il suo forte stato d’animo le ha permesso di rubare da quelle situazioni una grande ironia e di riproporla sovente nelle sue coreografie, cosi come si nutriva dei gesti e delle anime dei suoi danzatori, restituendo loro un’immagine di assoluta libertà e rara forza.

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Fu amata da Federico Fellini, che la diresse nel suo ”E la nave va“ (“una santa coi pattini a rotelle, una monaca severa che all’improvviso ti strizza l’occhio”, scrisse di lei il regista) e da Pedro Almodovar che in “Parla con lei” fa piangere il protagonista vedendo Pina ballare Café Müller.

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Proprio Café Müller, del 1985, affascinò il regista Wim Wenders, che intraprese con la coreografa uno stretto rapporto di amicizia e collaborazione, che lo portò al progetto di un film, che stentava a venire alla luce in quanto Wenders pareva non trovare mai la chiave per tradurre su pellicola il gesto, il movimento, l’essere dell’attore-danzatore nello spazio scenico.
Un documentario, la cui lavorazione iniziò nel 2008, ma fu segnato dalla morte improvvisa di Pina Bausch il 30 giugno del 2009. 
“Pina”, di Wim Wenders ha visto la luce nel 2011 e si è aggiudicato alcuni importanti premi, tra cui l’European Film Awards per il Miglior Documentario.

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Nel 2007 la coreografa ottenne il Leone d’Oro alla Carriera, consegnatole con questa motivazione: “Pina Bausch è un’artista che ha segnato una nuova via originale all’espressione scenica del corpo danzante e parlante, influenzando non soltanto la danza contemporanea, ma anche le arti ad essa contigue, mutandone gli orizzonti. La Bausch è una coreografa che ha innovato il teatro, rendendolo più che mai fisico e musicandone la drammaturgia.”

Il 30 giugno 2009 Pina Bausch morì a 68 anni, per un cancro diagnosticato cinque giorni prima.

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Pina è stata una delle più grandi coreografe mai esistite, ha permesso al mondo di conoscere il teatro-danza e di amarlo. Un’ artista unica, una rivoluzionaria, che è stata capace di fondere, in modo del tutto personale, il mondo della danza con quello del teatro.

La lezione di Pina Bausch rimane insuperata, ed ha cambiato l’estetica teatrale del secondo Novecento, come testimoniano le tante compagnie di teatro-danza nate in Europa e nel mondo, a partire dagli anni ’80 fino ad oggi.

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“Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che cosa fare. A questo punto comincia la danza, e per motivi del tutto diversi dalla vanità. Non per dimostrare che i danzatori sanno fare qualcosa che uno spettatore non sa fare. Si deve trovare un linguaggio – con parole, con immagini, atmosfere – che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre.”
(Pina Bausch)

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Pina Bausch

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Questo è il “Teatro” che amo di più …   2 comments

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Giovani artisti di Dar es Salaam durante le prove dello show “Avra Kadabra”

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L’Arte come lavoro

di Marina Mazzoni e Giorgio Berardi
Foto di Gabriele Fiolo

Il progetto di una ong italiana dà l’opportunità a giovani tanzaniani e kenyani, spesso con situazioni personali difficili, di trovare uno spazio nel mercato artistico dei loro paesi, in modo da trasformare il loro talento in una fonte di reddito.

Sanaa ni kazi. Kazi, in swahili, significa lavoro. Sanaa, arte. La sfida proposta a 300 giovani artisti di Nairobi (Kenya) e Dar es Salaam (Tanzania) del progetto Art against poverty è proprio di fare in modo che la loro arte possa diventare, presto, una fonte di reddito. Un lavoro, appunto.


Clara Mduma, operatrice del progetto con hussein, ballerino del gruppo Albino Revolution Troupe
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Si tratta di un progetto promosso da CEFA onlus, una organizzazione non governativa di Bologna, e finanziato dall’Unione europea. L’iniziativa punta a trovare per ogni artista (pescato tra le situazioni più difficili dei due paesi) uno spazio di mercato che lo possa soddisfare e con il quale si possa mantenere.


Nelius Sostenes, cantante dei Cocodo African Music Band
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L’avventura per questi 300, alcuni dei quali sono fotografati in questo dossier, inizia nel febbraio del 2014, quando le realtà coinvolte nel progetto (e sostenute anche da enti pubblici locali) indicono un “bando per artisti” – diffuso non solo tramite riviste, ma anche attraverso social media e canali diplomatici – che doveva selezionare 150 artisti in Kenya e 150 in Tanzania. Il bando era rivolto sia ad artisti individuali sia a gruppi – composti, però, almeno da 15 elementi – di età compresa tra i 18 e i 35 anni impegnati in 4 settori artistici: arti performative, musica, danza e arti visive.


Aloyce Funga Funga, ballerino di danza contemporanea
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Altra caratteristica della selezione è che ha dato la precedenza ai gruppi composti da artisti provenienti da situazioni di vulnerabilità (artisti disabili, ragazzi di strada…). Chi si è presentato è stato valutato in base al suo lavoro più recente, alla sua abilità tecnica e alla sua motivazione.


Maulid (Al centro) è il mediatore tra gli attori di “Break a leg” e il pubblico
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Partner di CEFA in questo progetto di capacity building è la Vijana Vipaji Foundation, una fondazione di arte contemporanea tanzaniana, nel quale è impegnata Clara Mduma: «Credo profondamente che la creatività abbia un ruolo fondamentale nello sviluppo sociale e culturale e debba essere supportata», racconta la giovane operatrice. «Penso, inoltre, che l’arte possa creare opportunità di lavoro e promuovere il nostro paese dandone una immagine molto positiva. Ogni giorno incontro gli artisti, do loro una mano nel presentare le candidature ai festival, agli eventi; molti di loro non parlano inglese e non sanno navigare in Internet». La collaborazione coinvolge anche la Cultural Video Foundation, di Nairobi, che ha realizzato 40 video partecipativi, dove gli artisti si sono filmati, hanno intervistato le persone chiave della loro vita artistica e gli operatori hanno evidenziato che cosa si aspettavano dal progetto.


Ironia ed energia: i Dar Creators ogni giovedì sera si esibiscono al MRC, un locale di Dar es Salaam
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Un progetto che parte da lontano

L’iniziativa di CEFA onlus parte da lontano. Perché già nel 1985 l’ong – nata 43 anni fa nell’ambito delle cooperative agricole di Bologna – supportò la cooperativa dei pittori “Tinga Tinga” di Dar es Salaam, aiutandoli a cambiare radicalmente il loro modo di dipingere. Poi, in Guatemala con il progetto “Diritto allo studio, promozione del ruolo della donna e dei giovani e miglioramento delle potenzialità produttive e di microcredito nel Dipartimento del Quiché”, 150 donne sono oggi in grado di conoscere e difendere i propri diritti grazie alla metodologia del “Teatro dell’oppresso”.


A Nairobi il progetto “Sanaa ni kazi” ha selezionato anche giovani stiliste che hanno beneficiato di corsi manageriali, di lezioni presso Craft Afrika (organizzazione che si occupa di promozione dell’artigianato nella capitale kenyana), e di un contributo finanziario per la loro partecipazione a diverse fiere e e mercati della moda e dell’artigianato. Le foto sono state scattate sui tetti di alcuni palazzi a Nairobi
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Mentre a Nairobi, con il progetto “Improving the Kenya Juvenile Justice System”, gli operatori della ong sono entrati nei 29 istituti minorili governativi del paese e attraverso il teatro partecipativo, i ragazzi diventano attori e i loro spettatori sono i poliziotti e i magistrati. Anche in questo caso, il teatro assume sia la funzione di denuncia diretta di un sistema inefficiente e abusante, sia una funzione terapeutica sui minori e, infine, sensibilizza i principali attori del sistema giudiziario kenyano.


Nairobi: progetto “Sanaa ni kazi”  …  giovani stiliste
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Clown dottori a Dar es Salaam

CEFA collabora da anni con il CCBRT Disability Hospital di Dar es Salaam (www.ccbrt.or.tz) e con l’associazione Tumaini la maisha  (www.tumainilamaisha.org) che lavora nel reparto di oncologia pediatrica del Muhimbili National Hospital.

Una ventina di giovani artisti (attori, acrobati, ballerini …) hanno seguito l’anno scorso dei corsi di formazione in clownterapia, tenuti dall’associazione “Dottor Clown Italia” di Vicenza. In poco tempo è così nato il gruppo “Dottor Clown Tanzania”: 20 clown che da qualche mese animano, colorano e aiutano i bambini, i familiari e il personale di due ospedali di Dar es Salaam, i reparti di pediatria oncologica e neurochirurgia del Muhimbili Univeristy Hospital e l’ortopedia pediatrica e i fisioterapisti delle support units del CCBRT Disability Hospital.


I Clown dottori del Tumaini la maisha che lavora nel reparto di oncologia pediatrica del Muhimbili National Hospital di Dar es Salaam
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Janet, la direttrice di Tumaini la maisha, l’associazione che gestisce un ostello per i bambini malati di cancro e i loro familiari ha sottolineato: «Almeno un giorno nella vita un bambino ha diritto di sorridere, di essere contento, e spesso la speranza di vita dei bambini che incontriamo è molto breve». Brenda Msangi è la direttrice del CCBRT Disability Hospital di Dar es Salaam. «I clown mi hanno conquistato. I nostri pazienti sono prevalentemente bambini e trascorrono molti giorni, talvolta alcuni mesi, in ospedale. Il mio staff è contento, perché si accorge che i bambini dimenticano per qualche ora di essere malati e le mamme di essere in ospedale. La nostra struttura ha deciso di assumere due volte la settimana questa clown. E a volte penso che pure a me sarebbe utile iniziare la giornata con uno di loro in ufficio».

Fonte: nigrizia.it
Giovedì 02 Luglio 2015

    

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La danza delle stelle e dell’universo …   2 comments

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La danzatrice

Khalil Gibran

Per un giorno, la corte del principe invita una danzatrice
accompagnata dai suoi musicisti.

Ella fu presentata alla corte,
poi danza davanti al principe
al suono del liuto, del flauto e della chitarra.

Ella danza la danza delle stelle e quella dell’universo;
poi ella danza la danza dei fiori che vorticano nel vento.
E il principe ne rimane affascinato.

Egli la prega di avvicinarsi.
Ella si dirige allora verso il trono
e s’inchina davanti a lui.
E il principe domanda:

“Bella donna, figlia della grazia e della gioia, da dove viene la tua arte?
Come puoi tu dominare la terra a l’aria nei tuoi passi,
l’acqua e il fuoco nel tuo ritmo?”

La danzatrice s’inchina di nuovo davanti al principe e dice:

“Vostra Altezza, io non saprei rispondervi,
ma so che:

L’Anima del filosofo veglia nella sua testa.
L’Anima del poeta vola nel suo cuore.
L’Anima del cantante vibra nella sua gola.
Ma l’Anima della danzatrice vive in tutto il suo corpo.”

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Pubblicato 5 luglio 2015 da mariannecraven in Poesia, Scienza

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