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“Ciascuno cresce solo se sognato” – Danilo Dolci   2 comments

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Macchia Mamma 

Racconto di Bruno Tognolini
per la Fondazione Polimabulanza di Brescia


Mondo Chiaro era già cominciato. Kito lo vide dal suo lettino nella Macchia Finestra.
Macchia Mamma preparava il cibo del mattino, parlando forte per svegliarlo piano.
“Tutti dicono che sono stupida, ma non è vero. Stupidi sono loro. Kito, sveglia! Io ci credo a quel viaggiatore che ha raccontato. Ci sono stranieri wazungu, lontano lontano, che hanno gioielli per gli occhi. Gioielli piccoli, tondi, scintillanti come acqua dura, che rubano e conservano la luce”.
Macchia Mamma venne a prenderlo dal lettino. Era ora di alzarsi e partire.
“Noi andremo a cercare quei wazungu e i loro gioielli. Dovessimo camminare per dieci anni”
Dopo avere mangiato partirono. Mondo Chiaro era già pieno e forte. Si avviarono verso la foresta. Kito sapeva camminare ormai, anche se, poverino, in mezzo a tutte quelle macchie che era il mondo a volte sbandava. Macchia Mamma decise che per un po’ lo avrebbe portato sulla schiena, e poi avrebbe camminato solo.
Kito girava intorno i suoi grandi occhi opachi, ballonzolando al ritmo del passo della sua forte e profumata Macchia Mamma. Ecco, pensò, ci stiamo avvicinando a Mondo Verde. Passava infatti grande sulla sua testa un Macchia Albero. Poi un altro. Poi due o tre Macchie Albero unite. E poi c’erano dentro: Mondo Verde.
Dopo due ore di cammino, Macchia Mamma lo mise giù. Ora doveva camminare. Le macchie grandi Kito le vedeva, quelle piccole no. Le sentiva coi piedi, qualche volta quand’era troppo tardi e allora cadeva. O le sentiva con le spalle, col petto, col naso, quando lo accarezzavano, lo toccavano, e quando a volte lo picchiavano, un ramo, una roccia: quelle erano macchie cattive che facevano male. Perciò Macchia Mamma aveva imparato a condurlo, tenendolo per mano. Bastava una tiratina da una parte e Kito scansava una pietra, una tiratina in giù e si chinava per evitare un ramo.
E così, cammina cammina, venne ora di mangiare al mezzogiorno. E poi di riposare, e ripartire.
Kito sentiva intorno a sé il canto della foresta: voci belle e cantanti di uccelli, voci agre e insolenti di scimmie, voci lontane di altre bestie sconosciute. Macchie strane, che Kito non aveva visto mai. Anche perché, dispettose, si vestivano col colore delle foglie, si mescolavano con le macchie della luce, con le strie delle cortecce. Non le vedevano nemmeno i grandi, figurarsi lui.
Macchia Mamma parlava, parlava, per farsi coraggio, perché ormai stava arrivano Mondo Scuro.
“Quel viaggiatore l’aveva vista bene, la donna mzungu, che metteva dentro gli occhi i suoi gioielli. Tutti dicevano che li teneva lì perché era ricca, perché erano gioielli preziosi, per non perderli e custodirli durante il giorno. Ma io non credo che sia così”
Parla parla era venuto Mondo Scuro, e Macchia Mamma aveva acceso Macchia Fuoco.
Come faceva ogni volta, Kito fissò i suoi occhi nuvolosi in quella macchia strega, diversa dalle altre, che giocava e cambiava e scaldava e rideva contenta. E anche Kito guardando rideva.
Rise un po’, poi smise e si accucciò fra le ginocchia e i gomiti di Macchia Mamma, col naso nella sua pancia, e si addormentò.
Strisciate, serpenti, nel buio. Spiate, occhi severi delle belve. Gridate lontanissimi, uccelli della notte. Kito dorme, dentro il suo Mondo Notte, e nessuno saprà mai che perfette figure minuziose, che affreschi esatti ben tracciati e tersi sanno vedere gli acuti occhi del sonno.
Poi quel sonno finì. Kito si svegliò, cercò Macchia Finestra ma non c’era.
C’era però l’odore buono del pane di manioca, che Macchia Mamma aveva preparato sulle pietre caldissime del fuoco. I due viaggiatori mangiarono e parlarono un poco. Kito chiese se erano già arrivati dove non erano arrivati mai. Certo, rispose Macchia Mamma, mezza giornata di cammino oltre. E quante altre restavano da fare? Questo non lo sapeva Macchia Mamma. E chi lo sapeva allora? Lo sapeva la Foresta, rispose la donna tirando un sospiro.
Kito si guardò intorno: Mondo Verde frusciava e odorava intorno a loro. Mondo Verde, disse il bambino, ma solo fra sé: Mondo Verde, mi raccomando.
La terza notte incontrarono un vecchio.
Aveva acceso il suo Macchia Fuoco e cucinava la carne odorosa di qualche bestiola che aveva cacciato. Il profumo del buon arrosto, dopo tre giorni di erbe crude e pane malcotto, dette il coraggio a Macchia Mamma di avvicinarsi. Dopo aver spiato dai cespugli, si convinse, o la fame la convinse, che quello straniero era un buon nonno, e si presentò. Ebbe fortuna: il vecchio era un buon nonno viaggiatore, li invitò a sedere al suo fuoco, divise la carne con loro e li interrogò.
Volle guardare gli occhi del bambino. Kito non potè vederlo, ma lo capì: vide solo un Macchia Uomo schermare Macchia Fuoco, sentì un odore di vecchio, e allora aperse bene gli occhi opachi, com’era abituato a fare, offrendoli a chi voleva guardare il loro albume.
Il vecchio volle sapere dove andavano. Macchia Mamma raccontò della straniera mzungu, la donna bianca che teneva i gioielli negli occhi. Gioielli piccoli, tondi, che brillavano come acqua dura.
“E tu cosa pensi di quei gioielli?” chiese il vecchio. “Perché li cerchi?”
“Io penso che catturano la luce. La rubano al cielo, la conservano, e la ridanno indietro dove serve. E penso che quella straniera li teneva negli occhi non per custodirli, ma perché lanciano la luce dentro i suoi occhi”
“E allora? Li cerchi per questo?”
“Sì. Se lanciano la luce negli occhi di quella mzungu, possono farlo anche negli occhi del mio bambino. Però ora non dirmi anche tu che sono stupida, che sogno e credo ai sogni. Sono stufa di sentirmelo dire”
Il vecchio sorrise coi pochi denti solitari che gli eran rimasti.
“No, donna che viaggi, non sei stupida. Se sogni, stai solo facendo bene il lavoro di mamma. Con pane e sogno si crescono i bambini. Io non lo so se esistano questi gioielli per gli occhi, ma mi hanno detto che i wazungu hanno aperto una nuova Casa Ospitale, in un posto chiamato Kiremba. Ti insegno come arrivarci. Tu domani parti da qui, vai fino al limite della foresta, e poi…”

“Questo racconto mi è stato chiesto nel giugno 2011 per un libro collettaneo, edito dalla Fondazione Poliambulanza di Brescia per una sua missione sanitaria in Burundi”  – Bruno Tognolini

Poliambulanza – Kiremba, andata e ritorno
Kiremba è un nome che a Brescia non ha bisogno di presentazioni. Su quella collina, nella diocesi di ‘Ngozi, negli anni ’60 è sorta una missione tutta bresciana, con una parrocchia, le scuole ed un ospedale giudicato fra i migliori di tutto il Paese. Qui operano sacerdoti bresciani, le Suore Ancelle della Carità, medici, volontari ed un’associazione, l’ASCOM di Legnago (VR), che ne segue l’organizzazione. POLIAMBULANZA CHARITATIS OPERA partecipa al funzionamento dell’ospedale con l’invio di apparecchiature, farmaci, contributi economici, ed è in procinto di varare un progetto di formazione del personale sanitario locale, mediante l’invio di medici, infermieri e tecnici.
Lotta alla cecità
Nel mondo vi sono quasi 40 milioni di ciechi assoluti e oltre 100 milioni di persone ipovedenti con gravi minorazioni visive. In Africa pochissime sono le strutture dotate di apparecchiature per fare una corretta diagnosi ed intervenire chirurgicamente ove necessario. Chi ha problemi di vista può immaginare cosa significhi passare la propria esistenza senza poter vedere correttamente. Nelle realtà rurali dove la relazione con l’ambiente e le persone sono fondamentali, non disporre del bene della vista spesso significa povertà, insicurezza, emarginazione.
L’alternanza a Kiremba (Burundi) di diverse equipe oculistiche coordinate dal Responsabile della nostra Unità ha già consentito l’effettuazione di centinaia di visite, selezionando un cospicuo numero di pazienti che sono poi stati sottoposti ad intervento chirurgico. È una piccola risposta a questo grande bisogno. L’invio di apparecchiature, l’addestramento del personale, la distribuzione di occhiali fanno parte degli obiettivi di questo ambizioso progetto.

I medici raccontano che quando arriva l’equipe per operare di cataratte i bambini, già all’alba aprendo le porte del centro vi sono centinaia e centinaia di piccoli pazienti in attesa con i loro famigliari, bambini e donne che – a piedi – sono arrivati anche da 200 km di distanza perché di villaggio in villaggio era corsa la voce che dei medici italiani operavano… 

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