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Il mestiere dell’attore   Leave a comment

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Roberto Herlitzka: fare l’attore è un gioco faticoso

di Roberto Zichittella
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Il grande attore è tornato al cinema nel film “Io, Arlecchino” di Giorgio Pasotti.

Non ti aspetti di vedere Roberto Herlitzka nei panni di Arlecchino, con  il contorno di frizzi, lazzi e parlata dialettale che caratterizzano la celebre maschera della Commedia dell’Arte. L’insolito travestimento accade in Io, Arlecchino, un film di Matteo Bini e Giorgio Pasotti. Herlitzka interpreta Giovanni, un attore gravemente malato che fino all’ultimo non rinuncia a recitare. Questa abnegazione lascia il segno nel figlio Paolo (Giorgio Pasotti), che riuscirà così a dare una svolta alla sua vita.
Nella sua casa romana, Hertlitzka confida: «Sono stato contentissimo della proposta di Pasotti, perché non mi sarei mai immaginato di interpretare Arlecchino. La Commedia dell’Arte è un genere che non ho mai praticato, lontano dai miei interessi artistici. Invece mi sono divertito molto».

Un cognome di origine morava (antenati di Brno), torinese, 77 anni, sposato dal 1968 con l’attrice Chiara Cajoli, Herlitzka ha modi infinitamente cortesi e un volto che pare intagliato nel legno. Difficile immaginarlo in ruoli divertenti o comunque eccentrici, eppure fra cinema e teatro Herlitzka ha vestito anche i panni di una vecchia donna nazista, di un un uomo anziano che avrebbe sempre voluto essere donna, del cardinale gourmet in La grande bellezza. In un prossimo film di Marco Bellocchio, Herlitzka impersonerà un vampiro («però  non mi vedrete con i dentoni», precisa) e non va dimenticata la sua partecipazione alla serie televisiva  Boris.

In inglese e in francese recitare è sinonimo di giocare. Anche per lei il lavoro di attore è un gioco?

«Direi di sì, ma è un gioco estremamente  impegnativo. Se uno non si diverte  a fare l’attore è meglio che smetta, se no diventa un supplizio. Fare l’attore è divertimento, ma bisogna faticare molto per conquistarsi il diritto di giocare».

Questo glielo ha insegnato Orazio Costa, il suo maestro all’Accademica d’Arte Drammatica?
«Senza di lui non mi sarei reso conto di quanto sia difficile recitare bene. Forse avrei avuto come  modelli dei bravissimi attori, però incapaci di comprendere fino in fondo quello che fanno. Il che non è obbligatorio, ci sono grandi attori che non capiscono nulla e forse proprio per questo  sono bravi attori. Ma Costa mi  ha fatto capire quale montagna bisogna scalare per arrivare a fare veramente qualcosa».

Come ha deciso di fare l’attore?
«Da ragazzo a Torino vidi un’operina del Settecento, non ricordo di chi. Alla fine gli artisti in costume uscirono a ringraziare il pubblico. In quel momento decisi che avrei fatto l’attore. Tra l’altro in teatro io le  luci non le cerco, anzi le fuggo,  e sono sempre un po’ imbarazzato con i ringraziamenti, ma mi piacque quella situazione».

La passione per la musica le è rimasta. Lei frequenta i concerti dell’Accademia di Santa Cecilia e in questa stanza c’è un pianoforte. Lo suona spesso?
«Studiavo il piano privatamente, poi ho smesso. L’ho suonato per conto mio leggendo molto male soprattutto le Sonate di Mozart, che sono le più facili da leggere, ma non da suonare».

Le piacerebbe interpretare un musicista famoso?
«Oh sì. Il più fascinoso dal punto di vista umano è Chopin, ma morì  giovane e ormai sono fuori età. Mi piacerebbe interpretare un film dove faccio il pianista. In parte, l’ho già fatto in Aria, un film poco noto. Mi dava grande  soddisfazione vedermi  e sentirmi suonare così bene, anche se ovviamente il suono veniva da un vero pianista».

Gran parte del pubblico la ricorda per il ruolo di Aldo Moro in “Buongiorno, notte” di Bellocchio. Le pesa essere identificato soprattutto con un personaggio?
«Beh, per noi attori non è l’ideale, ma non posso certo lamentarmi. Quello di Moro era un grande personaggio, l’ho fatto bene, il film è stato consacrato, ho avuto tutti i premi possibili. Però mi piacerebbe essere ricordato anche per Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni e Marianna Ucrìa di Roberto Faenza.  Ho fatto  film dove sono  l’assoluto  protagonista, girati da registi alle prime o alle ultime armi  e non sostenuti dalla distribuzione, che purtroppo non ha visto quasi nessuno».

Si riconosce un carattere schivo?

«Lo so,  certamente sono  una persona schiva, purtroppo».

Perché dice purtroppo?

«Perché nel nostro lavoro essere schivi  porta molto  rispetto, ma niente altro. Invece conta la capacità  di relazionarsi, di intrufolarsi dappertutto, ma quello mi manca. So anche di avere la nomea di attore rigoroso e drammatico, ma in realtà se c’è da far ridere il pubblico io ci riesco benissimo, anche facendo Shakespeare».

Fonte: famigliacristiana.it
19 Giugno 2015
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