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Un guerriero può morire, ma non le sue idee.   17 comments

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“Es mejor así, nunca debería haber sido capturado con vida.”
Estas fueron las palabras de Ernesto Che Guevara
cuando se dio cuenta de que iba a ser fusilado.

Él siempre será mi ideal y mi mito!

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In occasione del 50° anniversario dell’assassinio del Comandante Ernesto Che Guevara e dei suoi compagni guerriglieri caduti in Bolivia, il ricordo della figura del Guerrigliero Eroico che, con la sua vita, le sue gesta, il suo pensiero, rimane sempre presente come esempio imprescindibile per chi lotta contro l’imperialismo e l’ingiustizia.

Domenica, 8 ottobre 1967

Il capitano dei Ranger Gary Prado stenta a credere a ciò che gli vanno dicendo. In fondo ad un vallone sperduto nella Bolivia meridionale, su una pietraia invasa dai rovi, ha davanti a sé il guerrigliero più ricercato e più temuto del continente, l’uomo che ha fatto mettere in stato d’assedio l’intero paese. Due soldati lo tengono sotto tiro.

E’ visibilmente spossato. La tuta mimetica cachi sporca, piena di fango, strappata e un giubbotto blu in pessimo stato, che copre appena una camicia a brandelli, cui resta un solo bottone.

L’aspetto di un bandito. Dal collo gli pende un altimetro. Esala un odore forte, un miscuglio acre di tabacco e sudore. Barba, baffi, capelli intrisi di polvere e arruffati gli divorano parte del volto. Ma i suoi occhi continuano a splendere sotto il basco verde scuro. “Il suo sguardo faceva impressione”, osserva Gary Prado che, al momento, finge di non dare eccessiva importanza all’incredibile rivelazione.

Sono le tre del pomeriggio di domenica 8 ottobre 1967. Ma era un’alba gelida quando un contadino era corso al villaggio di La Higuera per dare l’allarme all’esercito. Ora il sole è caldo e, a 1500 metri di altitudine, l’atmosfera limpida. Colpi di arma da fuoco risuonano in un canyon lontano. Lo scontro della quebrada del Churo dura già da quasi quattro ore. Accanito.

Tre pallottole di mitragliatrice hanno raggiunto Guevara senza metterlo in reale difficoltà. Una ha soltanto perforato il basco, l’altra ha reso inservibile la canna del fucile M-1 che gli serve da appoggio. La terza l’ha colpito al polpaccio destro, in basso. Non ha più scarpe. I piedi sono avvolti in pezze di pelle cuciti a mano in modo approssimativo.

Un filo di sangue gocciola lungo la caviglia.

“Sono Che Guevara”, ripete con voce ferma.

Il capitano scorre i molti ritratti di guerriglieri in dotazione ai Ranger. Con i suoi uomini, ha appena terminato un periodo di addestramento intensivo durato cinque mesi. Alcuni “Berretti Verdi” statunitensi, esperti in tecniche antiguerriglia, veterani del Vietnam, sono venuti appositamente dal campo di Fort Bragg e da Panama per perfezionare l’addestramento delle truppe boliviane. E lui stesso ha partecipato ai corsi di intelligence che la CIA ha riservato agli ufficiali.

I ritratti, molto rassomiglianti, sono stati eseguiti da un guerrigliero occasionale: il pittore argentino Ciro Bustos che Guevara aveva chiamato in Bolivia perché aderisse alla guerriglia. L’argentino, arrestato sei mesi prima a centocinquanta chilometri da lì, ha immediatamente raccontato tutto e anche qualcosa in più. Il suo arresto é avvenuto assieme a quello di Regis Debray, il cui processo, a Camiri, ha suscitato grande scalpore in tutto il mondo. Bustos ha tracciato con precisione i lineamenti di ciascuno dei membri della guerriglia.

Prado verifica con attenzione. Le caratteristiche protuberanze delle arcate sopraccigliari lasciano pochi dubbi. Per ulteriore conferma chiede al prigioniero di mostrare il dorso della mano sinistra, dove risalta la cicatrice. E’ il Che.

Ha catturato una leggenda…

Lunedì, 9 ottobre 1967

Appoggiato alla meglio su uno dei piccoli banchi della scuola, il Che è oramai allo stremo. E’ quasi un giorno che subisce angherie, torture, interrogatori. Sempre però i suoi aguzzini entrano baldanzosi e escono con la testa bassa. Di piegarlo o di farlo parlare non c’è verso, e spesso, è lui che mette in crisi le loro coscienze riaffermando sempre la sua dignità e il suo coraggio. A chi lo accusa o lo insulta, lui risponde con calma e fierezza, fissandoli dritto negli occhi, facendogli sentire vergogna per quello che stanno facendo, e rimorso per quanto si sono asserviti a un potere stupido e violento che li usa come dei boia contro i loro fratelli. Ha perso la calma solo una volta, di fronte a un traditore cubano che si è venduto alla CIA. Con la forza restante che aveva, gli ha dato un pugno e sputato in faccia. Poi lo hanno legato e picchiato. Dopo un ufficiale, più umano degli altri, lo ha fatto sciogliere, bere dell’acqua e gli ha offerto un sigaro. Gli ha raccontato che ha un fratello comunista, che anche lui è qui solo perché deve vivere. Da quel momento in poi lo hanno lasciato in pace, dolorante e debole per la ferita, con il petto a pezzi per l’asma.

Pensa a che fine hanno fatto i suoi compagni. Li crede quasi tutti in salvo. Non può sapere che i quatto feriti e Pablito, che ha solo ventidue anni ed è il più giovane dei guerriglieri, tra poco cadranno in un altro agguato e saranno finiti a colpi di mitra; né che un piccolo gruppetto capeggiato da Pombo è riuscito a rompere l’accerchiamento e ora marcia, soffrendo e combattendo, verso il Cile, dove saranno salvati dal futuro presidente Allende.

Gli riappaiono i volti di tutti quelli che hanno combattuto con lui e che sono caduti lungo il cammino della rivoluzione. Sono tanti, quasi tutti suoi amici.

Ricorda i mille posti del mondo che ha visto, con una sterminata umanità che ci vive, soffrendo soprusi, ingiustizie, violenza. Per questa gente si è battuto e ora sta per morire. Ha voluto dimostrare che i poveri e gli emarginati, i deboli e i diversi, hanno la fierezza di ribellarsi e la forza di vincere. Se lui non c’è riuscito ci saranno altri che continueranno. E’ pronto a morire senza alcun rimpianto. E’ una cosa normale, lo sapeva che poteva accadere questo.

Sua moglie e i suoi figli capiranno tutto questo? Le loro immagini gli toccano il cuore. I suoi bambini! Qualcuno è così piccolo che non si ricorderà di lui. Vorrebbe avere la possibilità di poterli ancora una volta stringere a sé.

Ma il dolore lo scuote, la ferita continua a perdere il sangue, la febbre a salire. Ora è quasi in delirio. Come dopo il suo sbarco a Cuba, quando credeva di essere moribondo, adesso il suo pensiero galoppa.

Ad un tratto la porta si apre e capisce che è venuta l’ora.

L’uccisione del Che, decretata in alto loco, fu affidata ad un giovane soldato, Mario Terran.

Al suo esitare il Che gli gridò “Dispara, cojudo, dispara! Cierra los ojos y dispara!” . Erano le ore 13. Ernesto Che Guevara aveva trentanove anni.

Ernesto Guevara de la Serna, il “Che”, è stato il frutto di circostanze soggettive e storiche che, intersecandosi con una personalità sensibile e complessa, sviluppata in un ambiente intellettualmente fecondo, ne hanno fatto un moderno eroe.

Fonte: http://www.siporcuba.it/tributo.htm

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muc

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Joan Baez

Hasta siempre Comandante Che Guevara

di Carlos Puebla

 Aprendimos a quererte
desde la histórica altura
donde el sol de tu bravura
le puso un cerco a la muerte.

Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

 Tu mano gloriosa y fuerte
sobre la historia dispara
cuando todo Santa Clara
se despierta para verte.

Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

 Vienes quemando la brisa
con soles de primavera
para plantar la bandera
con la luz de tu sonrisa.

 Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Tu amor revolucionario
te conduce a nueva empresa
donde esperan la firmeza
de tu brazo libertario.

 Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Seguiremos adelante
como junto a ti seguimos
y con Fidel te decimos:
hasta siempre Comandante.

Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

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