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Il passaggio dall’infanzia all’età adulta marchiato con il sangue   2 comments

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Nella foto in alto una donna mostra una lametta che viene utilizzata per praticare i riti d’iniziazione che provocano le Mgf.
A Mombasa, Kenya, giugno 2015. (Fonte: Time/Ivan Lieman – Barcroft Media).

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Donne ferite per sempre

Rapporto Unicef sulle Mgf

di Viky Charo (dal Kenya)

La mutilazione genitale femminile è una pratica ancora molto diffusa nel mondo e soprattutto nel continente africano. Sono almeno 200 milioni le donne e bambine che le hanno subite in 30 paesi di Asia e Africa. Alcune nazioni africane stanno facendo passi avanti, ma l’eliminazione di questo sopruso resta lontana.

Nel mondo, attualmente, almeno 200 milioni di donne di ogni età sono state sottoposte alla mutilazione genitale femminile (mgf) in 30 diversi paesi del mondo. Oltre la metà di loro vive in tre paesi: Indonesia, Etiopia ed Egitto. Il paese asiatico registra il record negativo, con più di 60 milioni di donne mutilate. I dati provengono da un rapporto dell’Unicef – Female genital mutilation/cutting: a global concern – pubblicato il 6 febbraio scorso, Giornata internazionale Onu per la tolleranza zero alle mgf.

Nonostante la concentrazione in questi tre paesi, questa pratica è ormai diffusa in varie parti del mondo – tra cui anche Europa, Australia, Nord e Sud America -, anche se l’Africa rimane il bacino maggiore. Il 44% delle donne sottoposte ad amputazione genitale, ha un’età che va da poche settimane a 14 anni e si concentra in Gambia (56%), Mauritania (54%) e Indonesia, dove circa la metà delle ragazzine sotto gli 11 anni ha subito la mgf. Sempre secondo i dati forniti dal rapporto, i paesi in cui è prevalente in donne tra i 15 e i 49 anni sono, invece, Somalia (98%), Guinea (97%) e Djibuti (93%).

Segnali positivi si registrano, invece, in nazioni che hanno cominciato a lottare contro questa consuetudine: negli ultimi 30 anni la mgf su ragazze tra i 15 e i 19 anni è diminuita del 41% in Liberia, del 31% in Burkina Faso, del 30% in Kenya e del 27% in Egitto. Questo grazie a campagne di sensibilizzazione, monitoraggio e leggi che criminalizzano la circoncisione femminile.

Dal 2008, oltre 15.000 comunità distribuite in 20 paesi, ne hanno annunciato ufficialmente l’abbandono, spinti anche da un aumento della disapprovazione popolare, in particolare tra i giovani uomini. In Ghana dal dicembre scorso, chi opera la mgf rischia fino a tre anni di carcere e in Kenya esiste anche una rete di apparati governativi e non che si occupa di prevenire, sostenere le vittime e denunciare gli artefici.

Rispetto a trent’anni fa, una femmina ha oggi il 33% di possibilità in meno di essere mutilata, ma l’eliminazione totale di questo abuso entro il 2030 (in base ai nuovi Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu), appare ancora una meta lontana. “Se l’incremento della popolazione continuerà con i ritmi attuali – evidenzia il rapporto – il numero di ragazze e donne che subiranno la mgf è destinato ad aumentare in modo significativo nei prossimi 15 anni. Tutti noi, governi, operatori sanitari, leader di comunità, genitori e famiglie, dobbiamo accelerare gli sforzi per eliminarla”.

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Giovani ragazze kenyane

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Una guerra, questa, che mette in prima linea i governi, responsabili della raccolta e della pubblicazione di statistiche nazionali, tassello fondamentale per conoscere l’entità del problema e combatterlo a livello locale. Ma, finora, evidenzia Unicef, sono solo 30 i governi che hanno dato piena adesione a questo progetto.

Fonte: nigrizia.it
Martedì 09 Febbraio 2016

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L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha classificato le mutilazioni in 4 tipi differenti, a seconda della gravità degli effetti:

1.Circoncisione (o infibulazione al-sunna): è l’asportazione della punta della clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche;
2.Escissione del clitoride al-wasat: asportazione della clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra;
3.Infibulazione (o circoncisione faraonica o sudanese): asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale;
4.Il quarto gruppo comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.

Queste pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione: per esempio in Somalia si praticano sulle bambine, in Uganda sulle adolescenti, mentre in Nigeria veniva praticato sulle neonate.

Tutte queste mutilazioni ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è a tutela di queste ultime che si adoperano i movimenti per l’emancipazione femminile, soprattutto in Africa.

Le mutilazioni genitali femminili hanno gravissime conseguenze sul piano psicofisico, sia immediate (con il rischio di emorragie a volte mortali, infezioni, shock), sia a lungo termine (cisti, difficoltà nei rapporti sessuali, rischio di morte nel parto sia per la madre sia per il nascituro).

Effetti dell’infibulazione

I rapporti sessuali, attraverso questa pratica, vengono impossibilitati fino alla defibulazione (cioè alla scucitura della vulva), che in queste culture, viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Le puerpere, le vedove e le donne divorziate sono sottoposte a reinfibulazione con lo scopo di ripristinare la situazione prematrimoniale di purezza. I rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. L’asportazione totale o parziale degli organi genitali femminili esterni è praticata con lo scopo di impedire alla donna di conoscere l’orgasmo derivante dalla stimolazione del clitoride, riservandolo al solo atto sessuale.

Ulteriori danni si hanno al momento del parto: il bambino deve attraversare una massa di tessuto cicatriziale e reso poco elastico a causa delle mutilazioni; in quel momento il feto non è più ossigenato dalla placenta e il protrarsi della nascita toglie ossigeno al cervello, rischiando di causare danni neurologici. Nei paesi in cui è praticata l’infibulazione, inoltre, è frequente la rottura dell’utero durante il parto, con conseguente morte della madre e del bambino.

Non trovo parole per esprimere il mio profondo disgusto per queste pratiche criminali.
Non aggiungo nulla … Mi sembra che il tutto si commenti da solo …

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