Archivio per la categoria ‘Storie

Storie perdute … Aprile 2016   Leave a comment

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La Matematica Di Robert

di Mauro Armanino

Insegna matematica in una scuola privata di Lomé, capitale del Togo. Quasi quarant’anni nel deserto di un paese che deruba i giovani e li spinge a partire. Robert si occupa di sua madre e dei fratelli minori che rincorrono gli anni più belli della vita. Non ha i soldi e la stabilità necessaria per sposarsi e avere figli suoi. A quell’età dalle sue parti questa è una sconfitta. Robert ha sentito parlare del cugino di un amico che si trova in Spagna. Le cose gli vanno bene e manda soldi alla famiglia. Possono studiare tutti e financo la casa è stata rimessa a nuovo e verniciata di fresco.

Per aggiungere qualcosa allo stipendio d’insegnante, Robert possiede una moto che funge da taxi e con questo mantiene la famiglia. Robert è un matematico e comincia a calcolare i costi e i ricavi dell’operazione. Vende la moto, si indebita con alcuni conoscenti e parte per la Spagna.

Prende la strada sbagliata e si ritrova nel Mali, assediato da gruppi ribelli appena dietro la città di Gao. Sborsa i soldi del viaggio in corsia preferenziale per evitare i banditi. Che invece appaiono, puntuali, prima che possa raggiungere l’altra città. Gli portano via quanto aveva messo da parte per la traversata. Avrebbe tentato il mare che separa la Spagna dal Marocco. Altri l’hanno fatto prima di lui e lo faranno anche dopo. Forse arrivano sull’altra sponda o forse no. Sono messi in sacchi bianchi cuciti all’orlo, senza nome e numero.

È minacciato da un giovane con la barba che gli chiede il nome del libro che porta nella borsa. La bibbia di Robert, assieme al rosario che fa da segnalibro, per poco non gli costa la vita. Il giovane ha già impugnato il mitra e si dice pronto a sparare: gli altri compagni lo fermano in tempo.

Le otto ragazze, per la maggior parte ivoriane, sono state isolate in alcune tende per un paio d’ore. Alcune, dopo, hanno raccontato l’accaduto. Hanno rimpianto per sempre di essere partite per quella strada. Violentate dopo aver scoperto i soldi nascosti nelle parti intime. Gli altri erano una quarantina: giovani del Senegal, Gambia, Nigeria, Guinea e Costa d’Avorio. Mezza Africa Occidentale che mette in vendita i propri giovani per far funzionare il sistema globale.

L’economia di tutti i giorni si chiama informale e fabbrica piccoli mestieri ambulanti. Robert insegnava matematica e la sera guidava la moto-taxi per mantenere la madre e i fratelli di sangue. Ha perso tutto, è stato abbandonato nel deserto, insieme ad altri. Hanno datteri, una piccola riserva d’acqua e nessuna idea su dove si trovano.

Hanno camminato per quattordici giorni nel deserto. Finita l’acqua, hanno resistito altri due giorni cercando il confine del mondo. Una luce, di notte, li ha guidati fino all’accampamento delle forze francesi che stazionano nella zona. L’operazione Serval si è trasformata in Barkhane, la duna mobile. I giovani sono stati affidati al contingente senegalese dell’altra operazione che tutto riassume perché fatta con l’Onu.

L’hanno chiamata Operazione Minusma e ambisce mettere assieme il Mali disintegrato dal caos che ancora regna nella regione. A Gao sono stati accolti nella casa del migrante e Robert ha finalmente raggiunto Niamey (Niger). In pochi mesi ha perso tutto ma non la bibbia e il rosario-segnalibro. Robert non vuole tornare da sua madre con le mani vuote. Alloggia per ora alla stazione del bus di linea col quale ha viaggiato da Gao. Robert insegnava matematica e da oggi cerca lavoro per rifare i conti con la sua vita.

Fonte: nigrizia.it
Lunedì 18 Aprile 2016

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Simbolo dell’oblio, del sonno, dei sensi e del cuore …   6 comments

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La leggenda del papavero

Era un giorno di primavera, le erbe si svegliarono, c’era un leggero soffio di vento, le erbe videro passare una farfalla e le chiesero :
– Ti puoi fermare un po’ con noi?
La farfalla disse:
– No! Perché non siete fiori.
Poi le erbe chiesero all’ ape:
– Vuoi stare insieme a noi?
– No! Perché non avete il nettare.
Le erbe erano tristi e con le lacrime che caddero a terra, formarono un fiore; le erbe gli chiesero:
– Vuoi vivere con noi?
– Si! – rispose.
Le erbe saltarono dalla felicità e gli fecero mille complimenti e i petali divennero rossi per l’emozione.
Da quel giorno le erbe chiamarono quel fiore Papavero.

Scritta da Matteo – 3^ Elementare

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A Dora per il suo grande amore per il Teatro! E non solo …   12 comments

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Lella Costa da “Ferite a morte”

di Serena Dandini

Ferite a Morte è nato come un progetto teatrale sul femminicidio scritto e diretto da Serena Dandini. Un’ antologia di monologhi sulla falsariga della famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master costruita con la collaborazione di Maura Misiti, ricercatrice del CNR. I testi attingono alla cronaca e alle indagini giornalistiche per dare voce alle donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un compagno, un amante o un “ex”.

“Quote rosa”

Ho messo il rossetto rosso, in segno di lutto.
È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che una donna manager entri in un consiglio di amministrazione, ma io ce l’ho fatta. Non è stata una passeggiata, sono battaglie che lasciano i segni, ti possono indurire, a volte ti incattiviscono pure. Questa piega amara sulla fronte, per esempio, prima non ce l’avevo, ma che volete, ogni cosa ha il suo prezzo e se hai i soldi per pagarti un po’ di botulino si vede molto meno.
Io appartengo alla generazione di donne che ha rinunciato ai figli per la carriera. Non me ne pento. Ho coltivato delle amicizie meravigliose, mica è detto che una donna per realizzarsi deve per forza essere mamma come dice la pubblicità dei pannolini. Poi tanto ci sono gli uomini che ti scaldano il cuore, io addirittura ho sposato un collega. È bello lavorare spalla a spalla, sentirsi complici e uguali, tonnellate di email da smaltire la sera prima di ritrovarsi finalmente a letto, stessi iPad, stessi orari, stesso stress, stessi iPhone o BlackBerry (c’è sempre qualcuno che preferisce il BlackBerry), stessi viaggi di lavoro, Frecciarossa, wi-fi, stesse vip lounge, stessi stipendi… Ecco, finché sono stati gli stessi è andato tutto bene, io ci ho messo un po’ a raggiungerlo, si sa, a pari curriculum noi donne siamo considerate meno spendibili, meno autorevoli, dobbiamo essere tre volte più brave per ottenere lo stesso risultato, ma alla fine ce l’ho fatta.
Il problema è che poi l’ho superato, ho cominciato a guadagnare più di lui. Non l’ho fatto apposta, anzi mi vergognavo anche un po’… Subito non gliel’ho detto, non so perché, ma dentro di me mi sentivo in colpa, come se superarlo economicamente fosse un affronto alla sua virilità, avevo paura di umiliarlo. Ma poi mi sono detta che il mondo era ben cambiato dai tempi di mio padre che non ha fatto mai lavorare la mamma anche se era laureata, per decoro, per decenza, che non si dica che la sua signora era costretta a faticare; a lei invece sarebbe piaciuto tanto, ma non l’ha mai contrariato. Io sì, e così ho fatto outing offrendogli un weekend cinque stelle a Parigi. Da lì sono iniziati i guai; lentamente, sottilmente, un veleno si è infiltrato nel nostro rapporto. Io non ero più così simpatica né tanto intelligente come prima, anzi ogni motivo era buono per assestare un colpetto alla mia autostima che si sa, nelle donne è già traballante di suo. Piano piano ha cominciato a colpirmi, prima in privato poi in pubblico, davanti ad amici e colleghi. Un risentimento sordo, un sarcasmo feroce, una critica impietosa e continua. Non andava mai bene quello che facevo, un match senza esclusione di colpi, anzi un colpo dietro l’altro, fino a quello definitivo, un portacenere di marmo tirato in piena fronte una sera di maggio, appena tornati da un convegno sui tassi di interesse. Ero ancora viva, poteva salvarmi e invece mi guardava con stupore, immobile, io respiravo a fatica, finalmente debole e arrendevole. Mi aveva messo a terra, non voleva farlo ma non aveva più argomenti per spiegarmi la sua inadeguatezza, ero cresciuta troppo per lui, non ce la faceva a starmi al passo, non riusciva più a reggere il confronto… Si sentiva inferiore e non aveva altra scelta che ricorrere alla forza fisica, in quella era ancora superiore a me.
Almeno ha vinto l’ultima partita.

Dedicato a Giulia, protagonista del Racconto “La torta”, scritto dalla mia amica Dora Buonfino del Blog “Almeno tu”, per la forza di queste due straordinarie donne che, prendendo coscienza della propria identità e consapevolezza di ciò che sono e che vogliono essere, hanno trovato il coraggio di ribellarsi e combattere per l’affermazione di sé e del proprio ruolo, di spezzare le catene e salvarsi.

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Sono l’assassino di Laetitia Toureaux …   2 comments

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1937 – Porte de Charenton, l’enigma dell’omicidio di Laetitia Toureaux

Domenica 16 maggio 1937, h 18.30

Laetitia Toureaux, una giovane operaia di origine italiana sale nella metropolitana a Porte de Charenton, vecchio capolinea della linea 8.

Alla stazione seguente, Porte Dorée, sei viaggiatori salgono nella carrozza. La giovane donna è sola nel vagone. Il viso abbassato sotto il suo cappello bianco, sembra addormentata.
Mentre la metropolitana riparte, il suo corpo crolla al suolo in un lago di sangue. Un coltello Laguiole è piantato nella sua gola. Il colpo è stato inferto con una tale violenza, che la lama, sprofondata fino al manico, ha suddiviso il midollo spinale. Laetitia Toureaux è ancora viva, ma morirà nell’ambulanza che la porterà all’ospedale Saint-Antoine.

Quel 16 maggio 1937, la metropolitana parigina conobbe, dunque, il suo primo omicidio.

Questo crimine perfetto susciterà numerosi interrogativi. Durante gli anni, il mistero resterà totale! L’assassino ha saputo restare invisibile. L’omicidio non può essere stato commesso che tra le due stazioni, tragitto nel corso del quale lui avrebbe potuto lasciare la carrozza.

Si indagò sulla personalità torbida di Laetitia Toureaux. Operaia modello, appariva agli altri come una professionista dell’informazione. Spiona del padrone sul suo posto di lavoro, lavorava anche per un’agenzia di detective incaricata di infiltrare certi malavitosi italiani, e possedeva dei legami stretti con La Cagoule, un’organizzazione di estrema Destra.  Si trattava di un regolamento di conti?

La Francia si appassionerà per qualche tempo a questo mistero che resterà completamente tale durante gli anni.

Bisognerà aspettare Novembre 1962 affinché intervenga il colpo di scena che metterà un punto finale al caso.

Dopo avere accumulato le teorie più stravaganti durante 25 anni, la polizia riceverà la confessione anonima di un uomo che rivendicava di avere commesso l’omicidio. Sembrava così ricca di dettagli che non poteva essere considerata come un scherzo.

L’uomo affermava che si trattava di un crimine passionale, dovuto alla gelosia di un innamorato abbandonato.

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Eccola qui sotto, riprodotta integralmente. A voi giudicare.

16 novembre 1962

Signor Commissario,

Non so se questa lettera vi giungerà. Può essere che sarà gettata prima nel cestino, come l’opera di un matto, e forse ciò sarebbe meglio. Probabilmente voi vi ricordate dell’assassinio di Laetitia Toureaux che ebbe luogo a Porte de Charenton, nella metropolitana, il 16 Maggio 1937. Sono l’assassino di Laetitia Toureaux.

Questa lettera probabilmente vi stupirà. Perché l’assassino di un crimine reputato perfetto vuole raccontare così il suo misfatto più di vent’ anni dopo? Non saprei dirlo esattamente. Probabilmente ho bisogno di liberarmi, avendo custodito il segreto durante così lunghi anni che non ne provo più rimorso, forse anche un tipo di orgoglio mi spinge a portare gli elementi necessari alla risoluzione di questo affare.
Non ho per niente l’intenzione di rivelarvi il mio nome e mi auguro di restare nell’anonimato più completo, per riguardo per la mia famiglia.

Sono originario di Perpignan, dove nacqui nel 1915. Alla fine dei miei studi secondari, manifestai il desiderio di diventare medico e perciò andai a Parigi nel 1935. Mio padre era agiato, con un’automobile, e mi assegnò una sostanziale pensione. Arrivai dritto dalla mia provincia abbastanza timido e stupido, tanto che vi lascio immaginare la mia gioia di fronte alla mia improvvisa libertà.

Trascinato da alcuni compagni più “alla moda” di me, conobbi presto tutti i dancings e cabaret di Parigi e dei suoi dintorni.

Ero, senza falsa modestia, abbastanza un bel ragazzo, ma afflitto da un orribile accento che scatenava delle crisi di ilarità nelle mie conquiste di allora. Perciò mi facevo passare, più generalmente, come se fossi di origine sudamericana, ed il mio accento diventò allora, per queste gentili donne, la mia più preziosa carta vincente!

È in un dancing che feci la conoscenza di Laetitia, nel novembre 1936. Era molto bella e possedeva il fascino raro, per un giovane uomo, di essere una donna che aveva già vissuto. Mi innamorai immediatamente e le feci una corte rispettosa. Non mi accordava nessun favore e non mi permetteva di riaccompagnarla al suo domicilio. C’incontravamo solamente nei caffè del Quartiere Latino o nella mia automobile. Non mi accordava, a mio parere, che troppo rari appuntamenti. In effetti, mi trattava da ragazzino e penso, indietreggiando nel tempo, che riversasse così su di me, il suo amore materno non espresso, mi consigliava, mi sgridava. Ma come il tempo passava, io diventai sempre più pressante. Trattava il mio amore con una dolce ironia, ciò mi feriva, e cominciavo a spazientirmi, a fare delle scene ridicole. Ben presto abbreviò i nostri appuntamenti con pretesti più o meno ridicoli. Prendendo il coraggio a due mani, le chiesi di diventare la mia donna. Mi rise gentilmente in faccia. Ferito nel mio orgoglio e nel mio amore, arrivai fino a minacciarla e lei mi congedò abbastanza aspramente.
Decisi allora di dimenticarla, eravamo al mese di Marzo, e mi immersi nel lavoro in vista dei miei esami. Non diede allora più segno di vita, ma non potei dimenticarla. Così, dopo più di un mese di silenzio, il 2 maggio, andai al dancing “L’Ermitage” dove sapevo che l’avrei trovata. Uscimmo e le proposi di prendere la mia automobile. Accettò. Le chiesi allora umilmente di lasciare che ci rivedessimo. Dopo alcune esitazioni accettò e prendemmo appuntamento per il 16 maggio. Avremmo dovuto ritrovarci a “L’Ermitage” per cenare insieme la sera. Ma il 16 Maggio alla mattina, in fine di mattinata, venne a cercarmi in un caffè del quartiere latino per annullare l’appuntamento della cena: doveva assistere ad una cena dei Valdotains. Furioso di questo disappunto, l’accusai di vedere un altro uomo. Pazza furiosa a sua volta, mi rispose che difatti, aveva appuntamento con un altro uomo, e come la sfidai di provarmelo, estrasse un telegramma firmato di un certo Jean che le fissava un appuntamento per la sera stessa. Senza aspettare la mia reazione, mi dichiarò che non mi avrebbe più rivisto ed uscì senza aspettare. Ero pazzo di rabbia e mi sentii ingannato. Rientrai nella mia camera in preda alla collera più omicida. Trascorsi parecchie ore. Man mano che le ore passavano, mi calmai, ma fui posseduto allora da una rabbia fredda, ben più inquietante.
Dopo avere esitato molto tempo, decisi di andare a raggiungerla a “L’Ermitage” dove pensavo che fosse, malgrado tutto. Ma prima di partire, misi nella mia tasca un coltello che avevo acquistato in compagnia di amici, un giorno che volevamo “sorprendere” le ragazze. Presi la mia automobile e mi recai al dancing. Ma quando fui davanti al locale la mia timidezza, o il mio orgoglio, riprese il sopravvento ed aspettai Laetitia davanti alla porta. Uscì verso le 18. Mentre esitai su ciò che volevo fare, andò a prendere l’autobus e la seguii in automobile. Ne scesi velocemente a Porte de Charenton, così che entrai nella metropolitana giusto dietro di lei, senza che indovinasse la mia presenza. Si sistemò in prima classe, io salii appena dietro di lei e, non sapendo più ciò che facevo, la chiamai mentre si era appena seduta. Stupita, si rigirò, estrassi il mio coltello e glielo immersi nella gola. Non ebbe il tempo di emettere un grido. Rialzai il corpo che si era rovesciato e scesi velocemente per risalire in seconda classe, nella carrozza seguente. Il treno partì subito. Non so come le persone non notarono la mia agitazione. Avevo l’impressione che tutti mi squadrassero. A Porte Dorée, un trambusto mi fece capire che il corpo era scoperto. Come tutti i viaggiatori, mi si fece scendere dal treno.

A quel punto, ebbi l’intenzione di andare ad informarmi per sapere se Laetitia era morta, ma ero incapace del minimo gesto: avevo paura di sapere che l’avevo uccisa. Vidi passare la barella e rischiai di sentirmi male. Ci trattennero circa una mezz’ora e mi sembrò un secolo, credo che se uno dei poliziotti mi avesse chiesto qualunque cosa, sarei crollato. Ma ci lasciarono presto andare. Ritornai al mio hotel, non so bene come. Fu solamente l’indomani, dopo una notte orribile, che appresi la morte di Laetitia. All’epoca dell’inchiesta riportata dai giornali, appresi anche che Laetitia aveva annullato un appuntamento con Jean e che la mia gelosia non era fondata. Vi lascio immaginare il mio stato d’animo.
Alcuni giorni più tardi, andai a cercare la mia automobile che era restata a Porte de Charenton. Man mano che i giorni passarono mi calmai. La polizia ignorava totalmente la mia esistenza. Seguivo appassionatamente l’inchiesta sui giornali ed appresi anche che avevo commesso un crimine perfetto, non imputabile alla mia intelligenza, ma ad uno straordinario concorso di circostanze.
Adesso, molti anni sono passati. Faccio il medico, sposato ed anche nonno, ma questo segreto ha gravato pesantemente, non essendo abbastanza credente per confidarlo ad un prete.

Non ho più rimorso e mi sembra di raccontarvi la storia di un altro; perciò il mio racconto vi sembrerà freddo e secco. Voi, Signor Commissario, seduto nel vostro ufficio, probabilmente mi giudicherete severamente, ma in verità io non penso di essere un criminale-tipo, ed avrei beneficiato probabilmente di circostanze attenuanti.

Sperando che così sarà archiviato il caso Laetitia Toureaux, vi invio, Signor Commissario, i miei distinti saluti.

Fonte: « Dans les archives secrètes de la Police » Editions Folio
Da: paris-unplugged.fr
Mia traduzione dal Francese

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Il segreto della felicità …   7 comments

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La fata farfalla e l’orfanella

C’è una favola meravigliosa che narra di una povera orfanella che non aveva né famiglia né qualcuno che le volesse bene. Un giorno, sentendosi particolarmente triste e sola, si mise a camminare per i boschi e vide una bellissima farfalla imprigionata in un rovo. Più la farfalla si dibatteva per conquistare la libertà e più le spine si conficcavano nel suo fragile corpo. La giovane orfanella con delicatezza riuscì a liberarla.
Invece di volare via, la farfalla si tramutò in una bellissima fata. La ragazzina si sfregò gli occhi perché pensava di aver avuto una allucinazione.
“Per ricompensarti della tua straordinaria bontà”, disse la fatina buona, “esaudirò qualunque tuo desiderio”. La ragazzina si fermò un attimo a riflettere, poi disse: “Voglio essere felice!”.
La fata rispose: “Molto bene”. Si chinò su di lei e le sussurrò qualcosa in un orecchio. Poi svanì.
La ragazzina, divenuta ormai grande, appariva felice come nessun altro sulla terra. Tutti le chiedevano il segreto della sua felicità, ma lei si limitava a sorridere e rispondeva: “il segreto della mia felicità consiste nell’aver dato ascolto ad una fatina buona quando ero piccola”.
Poi divenne vecchia e quando fu in punto di morte i vicini le si fecero attorno, temendo che il segreto della felicità svanisse con lei. “Per piacere”, la pregarono, “rivelaci ciò che ti ha detto la fatina buona”.
La cortese vecchietta sorrise ed esclamò: “Mi disse che tutti, per quanto sicuri di sé, e non importa se giovani o vecchi, ricchi o poveri, hanno bisogno di me”.

Fonte: raccontidifata.com

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Arsenico e vecchi merletti …   2 comments

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Vera Renczi

Fonte: Wikipedia

Vera Renczi (Bucarest, 1903 – …) è stata una criminale e serial killer ungherese. Ha avvelenato almeno 32 persone, forse fino a 35 durante il decennio 1920 – 1930, compresi i suoi mariti, amanti e un suo figlio tramite l’arsenico.
Nata in una ricca famiglia da madre rumena e padre ungherese a Bucarest, Romania, si trasferì con la famiglia nella città di Berkerekul all’età di 13 anni. Con il compimento dei quindici anni diventò sempre più ingestibile da parte dei suoi genitori ed era solita scappare da casa con numerosi amanti, molti dei quali erano significativamente più anziani di lei. Gli amici della prima infanzia dicono che lei avesse un quasi patologico e costante desiderio di rapporti sessuali e compagnia maschile, inoltre era molto gelosa e possessiva.

Il suo primo matrimonio avvenne a Bucarest con un ricco uomo d’affari molto più anziano di lei, dal quale ebbe un figlio di nome Lorenzo. Lasciata a casa ogni giorno mentre suo marito era al lavoro, cominciò a sospettare che il coniuge le fosse infedele. Una sera, durante un attacco di gelosia, versò l’arsenico nel vino del consorte e successivamente raccontò a familiari ed amici che lei e suo figlio erano stati abbandonati.
Dopo un anno circa di “lutto”, dichiarò che alcuni estranei le dissero che suo marito aveva perso la vita in un incidente automobilistico.
Poco dopo aver dichiarato la morte del marito per “incidente automobilistico”, convolò nuovamente a nozze, questa volta per un uomo più vicino alla propria età. Tuttavia, il rapporto fu molto tumultuoso e la Renczi fu nuovamente colpita dal sospetto che il suo nuovo marito avesse delle relazioni extraconiugali. Pochi mesi dopo il matrimonio l’uomo sparì e la donna raccontò poi agli amici e alla famiglia che il coniuge l’aveva abbandonata. Dopo un anno, affermò di aver ricevuto una lettera dal marito il quale proclamava la sua intenzione di lasciarla per sempre. Questo fu l’ultimo matrimonio della donna.

La donna ebbe negli anni seguenti diverse storie d’amore, alcune clandestine con uomini sposati, altre vissute alla luce del sole. I suoi amanti appartenevano a diversi ceti sociali e tutti erano destinati a sparire nel giro di mesi, settimane o, in alcuni casi, addirittura giorni dopo essere stati “romanticamente” coinvolti dalla donna. Quando veniva coinvolta dalle indagini sulle sparizioni, recitava la classica sua scusa di essere stata abbandonata.

Le autorità furono istigate a indagare sulla Renczi dalla moglie di un suo amante, il quale, pedinato dalla consorte fino alla casa della rea, successivamente svanì nel nulla. Quando i poliziotti ispezionarono la cantina della donna rinvennero trentadue bare di zinco allineate, le quali contenevano i resti dei suoi amanti in vari stadi di decomposizione.

Vera Renczi fu arrestata e tenuta in custodia dalla polizia, dove confessò di aver avvelenato i trentadue uomini con l’arsenico quando sospettava che le fossero stati infedeli o quando non interessavano più la donna. Confessò anche alla polizia che spesso amava sedersi con la sua poltrona in mezzo alle bare, circondata da tutti i suoi ex amanti.

Vera Renczi confessò di aver ucciso i suoi due mariti e suo figlio Lorenzo. Questo, infatti, durante una visita alla madre, aveva accidentalmente scoperto le bare nella sua cantina e aveva deciso di ricattarla. Successivamente fu avvelenato dalla madre che si disfece del suo corpo.

La Renczi fu condannata per trentacinque omicidi con il carcere a vita. Si dice che la sua storia può avere ispirato a Joseph Kesselring la pièce teatrale “Arsenico e vecchi merletti”.

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L’Epifania tutte le feste porta via …   17 comments

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I tre Re Magi

Fonte: filastrocche.it

Un’altra tradizione del Natale è costituita dal lungo cammino e dall’arrivo dei Re Magi alla nascita di Gesù. In realtà i Re Magi non erano re, ma sacerdoti che, alla corte di Babilonia, studiavano il cielo e le stelle al fine di predire e di trarre presagi. Secondo quanto riportato dal Vangelo apocrifo armeno i magi erano Gasparre, Melchiorre e Baldassarre. Nel V secolo fu S. Leone a decidere che i magi fossero in tre, in quanto con questo numero potevano lasciar spazio a diverse libere interpretazioni simboliche. I magi rappresentavano le tre razze umane, la semita, la giapetica e la camitica. Melchiorre rappresentava l’Asia, Baldassarre l’Africa e Gasparre l’Europa. Erano inoltre il simbolo del dono portato al Signore da tre parti del mondo. Anche le loro diverse età rappresentavano i diversi periodi della vita dell’uomo; la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. I doni portati al Signore erano un simbolo di perfezione: l’oro rappresentava la regalità, ed era un dono riservato ai re; l’incenso rappresentava la divinità, il soprannaturale; la mirra rappresentava l’umanità, l’essere uomo, era la sostanza utilizzata per cospargere i corpi prima della sepoltura.

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I cammelli dell’Epifania

Epifania, nell’aria quieta
guizza la coda d’una cometa
ferma all’ingresso d’una capanna
dove dolcissima canta una mamma.

Canta una mamma, lunghi ha i capelli,
immensi gli occhi tranquilli e belli,
lunghi capelli come di seta,
come la coda della cometa.

E tre cammelli, lungo la via
giungono proprio all’Epifania.
Tre re, tre magi portan con loro
in dono: mirra, incenso e oro.

Incenso mirra e una coppa d’oro
per un minuscolo, grande tesoro.
Anche se lunga, dolce è la via
ai tre cammelli dell’Epifania.

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