Archivio per la categoria ‘Storie

“Ci sono due lupi in ognuno di noi”   41 comments

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Antica favola Cherokee

“Nonno, perché gli uomini combattono?”
Il vecchio, gli occhi rivolti al sole calante, al giorno che stava perdendo la sua battaglia con la notte, parlò con voce calma.
“Ogni uomo, prima o poi, è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.”
“Quali lupi, nonno?”
“Quelli che ogni uomo porta dentro di sé.”
Il bambino non riusciva a capire.
Attese che il nonno rompesse l’attimo di silenzio che aveva lasciato cadere fra loro, forse per accendere la sua curiosità.
Infine, il vecchio che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo.
“Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo.”
Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.
“E l’altro?”
“L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.”
Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato.
Poi diede voce alla sua curiosità ed al suo pensiero.
“E quale lupo vince?”
Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti.
“Quello che nutri di più.”

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L’ha portato il vento dalla grande vallata …   20 comments

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Il prato

Racconto di Roberto Piumini

Posso aiutarti a dipingere, Sakumat? – chiese un giorno Madurer.
Questi fiori gialli sono facili da fare… Ne posso dipingere uno anch’io?
Dipingerai il fiore giallo, e anche altri fiori, se vuoi.
lo ti insegnerò e, quando i tuoi fiori andranno bene, mi aiuterai a fare quelli del
prato – disse il pittore.
Così Sakumat, un poco ogni giorno, insegnò a Madurer a dipingere i fiori, e gli steli dell’erba; e poiché fiori e farfalle non sono molto diversi, anche le farfalle.
Ci vollero tre settimane perché Madurer fosse soddisfatto delle proprie capacità, e cominciasse ad aggiungere piccolissimi fiori e farfalle al prato, che era diventato un maturo campo di giugno, ricco di vita colorata.
Nessun fiore mancava ormai nello spessore dell’erba.
La sua pittura si faceva ogni giorno più coraggiosa, mescolandosi a quella di Sakumat, spettinando un po’ l’ordine delle forme, il tessuto del verde, come se qui e là una grossa lepre avesse saltellato o si fosse fermata ad annusare i pericoli del campo.
E il prato, luminoso, assomigliava sempre più a una foresta d’erbe e di corolle.
Madurer, un giorno, cominciò ad aggiungere delle spighe sottili dorate che spiccavano nell’erba e spingevano, però non troppo, la loro cima nell’azzurro del cielo.
È arrivato il grano, nel nostro prato? disse sorridendo Sakumat, che si fermava qualche volta alle spalle del bambino, a guardarne il lavoro..
L’ha portato il vento fino a qui, dalla grande vallata.

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L’ultimo fiato di vento …   7 comments

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Sera d’estate sul lago

Racconto di Vincenzo Cardarelli

Chi ha vissuto una sera d’estate in riva a un lago sa che cosa sia la beatitudine. Un calore fermo, avvolgente, sale in quell’ora dalle acque che sembrano lasciate lì, immobili e qua e là increspate dall’ultimo fiato di vento che il giorno andandosene ha esalato e il loro aspetto è morto e grigio. Si prova allora, più che in qualunque altro istante della giornata, quella dolce infinita sensazione di riposo auditivo che danno le lagune, dove i rumori non giungono che ovattati.
Come sanno d’acqua le parole che dicono i barcaioli che a quell’ora stanno a chiacchierare sulla scaletta!
Come rimbalzano chiocce nell’aria!
I rintocchi delle squille lontane arrivano all’orecchio a grado a grado e rotondi, scivolano dall’alto del cielo pianamente a guisa di lentissimi bolidi.
La sera scorre placida, è tutta un fluire di cose silenziose a fior d’acqua. Naufraga d’un tratto in un chiacchiericcio alto, intenso, diffuso, simile al clamore d’una festa lontana, appena s’accendono i lumi, tra le risate e le voci varie e gaie che escono dagli alberghi, dopo cena, e il fragore d’un pianoforte meccanico che giunge dall’altra riva.
Poi tutto sfuma e rientra ben presto nel gran silenzio lacustre, dove più non si ode che il battere degli orologi che suonano ogni quarto d’ora: a poca distanza l’uno dall’ altro, da tutti i punti della sponda, e quel soave, assiduo scampanio delle reti che i pescatori lasciano andare di sera alla deriva, che fa pensare insistentemente a un invisibile gregge in cammino.

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Una pace infinita …   5 comments

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Temporale d’estate

Racconto di Nancy Peterson

L’aria, calda per tutto il giorno, opprime gli alberi, piega le corolle dei fiori, grava sulle mie spalle.
Mi avvicino alla finestra con un senso di disagio.
Ecco, lì a occidente, la spiegazione.
Strati su strati di nuvoloni giganteschi si addensano, si gonfiano, s’impennano nel cielo azzurro creando figure fantastiche.
Ben presto le nuvole coprono il sole del tardo pomeriggio, e la giornata si oscura anzitempo.
Una raffica di vento frusta la polvere lungo la strada.
Una porta sbatte, le tendine si gonfiano e ondeggiano.
Corro a chiudere le finestre, a ritirare la biancheria stesa.
Smorzato dalla distanza, mi giunge il cupo brontolio del tuono.
Le prime gocce di pioggia sono spropositate; si spiaccicano nella polvere, rigano le finestre, tambureggiano rade sulla tettoia del patio.
Poi più veloci, come un rullo di tamburo in crescendo, le singole gocce diventano un esercito in marcia sulla campagna e sui tetti.
Qualche attimo dopo il cielo sembra spaccarsi, e io sussulto di paura.
Non più appostato in lontananza, il tuono fa tremare i vetri e manda il cane a nascondersi sotto il letto. Lo scoppio successivo è ancora più vicino e io faccio un involontario passo indietro.
So che non dovrei stare vicino alla finestra per ragioni di sicurezza, ma non so rinunciare allo spettacolo.
La pioggia diventa un torrente agitato a capriccio da un vento sempre più forte.
Insieme, pioggia e vento martellano gli alberi e piegano l’erba.
Dai tetti e dalle grondaie scende acqua furiosa, e il rovescio contro le finestre così fitto e continuo che non riesco a vedere nulla.
Nello scrosciare uniforme si inserisce ora il rumore della grandine sul tetto.
Chicchi bianchi rimbalzano contro l’erba e bucherellano le pozzanghere.
Ma ormai il temporale ha perso lena.
La tensione presente nell’atmosfera si è scaricata.
Le cortine di pioggia lasciano filtrare più luce, e il tuono brontola per l’ultima volta. …
Mi vien voglia di uscire mentre ancora piove.
Una nebbiolina di gocce polverizzate mi bagna nonostante il riparo della tettoia, ma è fresca e gradita. Respiro a fondo e guardo il sole che si riaffaccia negli squarci tra le nuvole.
Un raggio colpisce le goccioline formatesi sull’orlo del tetto, che diventano ciascuna un piccolo spettro di colori, la mia schiera privata di arcobaleni.
Tutto intorno a me sembra rinato, e anch’io mi sento così.
Provo un senso di pace infinita.

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Storie perdute … Aprile 2016   Leave a comment

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La Matematica Di Robert

di Mauro Armanino

Insegna matematica in una scuola privata di Lomé, capitale del Togo. Quasi quarant’anni nel deserto di un paese che deruba i giovani e li spinge a partire. Robert si occupa di sua madre e dei fratelli minori che rincorrono gli anni più belli della vita. Non ha i soldi e la stabilità necessaria per sposarsi e avere figli suoi. A quell’età dalle sue parti questa è una sconfitta. Robert ha sentito parlare del cugino di un amico che si trova in Spagna. Le cose gli vanno bene e manda soldi alla famiglia. Possono studiare tutti e financo la casa è stata rimessa a nuovo e verniciata di fresco.

Per aggiungere qualcosa allo stipendio d’insegnante, Robert possiede una moto che funge da taxi e con questo mantiene la famiglia. Robert è un matematico e comincia a calcolare i costi e i ricavi dell’operazione. Vende la moto, si indebita con alcuni conoscenti e parte per la Spagna.

Prende la strada sbagliata e si ritrova nel Mali, assediato da gruppi ribelli appena dietro la città di Gao. Sborsa i soldi del viaggio in corsia preferenziale per evitare i banditi. Che invece appaiono, puntuali, prima che possa raggiungere l’altra città. Gli portano via quanto aveva messo da parte per la traversata. Avrebbe tentato il mare che separa la Spagna dal Marocco. Altri l’hanno fatto prima di lui e lo faranno anche dopo. Forse arrivano sull’altra sponda o forse no. Sono messi in sacchi bianchi cuciti all’orlo, senza nome e numero.

È minacciato da un giovane con la barba che gli chiede il nome del libro che porta nella borsa. La bibbia di Robert, assieme al rosario che fa da segnalibro, per poco non gli costa la vita. Il giovane ha già impugnato il mitra e si dice pronto a sparare: gli altri compagni lo fermano in tempo.

Le otto ragazze, per la maggior parte ivoriane, sono state isolate in alcune tende per un paio d’ore. Alcune, dopo, hanno raccontato l’accaduto. Hanno rimpianto per sempre di essere partite per quella strada. Violentate dopo aver scoperto i soldi nascosti nelle parti intime. Gli altri erano una quarantina: giovani del Senegal, Gambia, Nigeria, Guinea e Costa d’Avorio. Mezza Africa Occidentale che mette in vendita i propri giovani per far funzionare il sistema globale.

L’economia di tutti i giorni si chiama informale e fabbrica piccoli mestieri ambulanti. Robert insegnava matematica e la sera guidava la moto-taxi per mantenere la madre e i fratelli di sangue. Ha perso tutto, è stato abbandonato nel deserto, insieme ad altri. Hanno datteri, una piccola riserva d’acqua e nessuna idea su dove si trovano.

Hanno camminato per quattordici giorni nel deserto. Finita l’acqua, hanno resistito altri due giorni cercando il confine del mondo. Una luce, di notte, li ha guidati fino all’accampamento delle forze francesi che stazionano nella zona. L’operazione Serval si è trasformata in Barkhane, la duna mobile. I giovani sono stati affidati al contingente senegalese dell’altra operazione che tutto riassume perché fatta con l’Onu.

L’hanno chiamata Operazione Minusma e ambisce mettere assieme il Mali disintegrato dal caos che ancora regna nella regione. A Gao sono stati accolti nella casa del migrante e Robert ha finalmente raggiunto Niamey (Niger). In pochi mesi ha perso tutto ma non la bibbia e il rosario-segnalibro. Robert non vuole tornare da sua madre con le mani vuote. Alloggia per ora alla stazione del bus di linea col quale ha viaggiato da Gao. Robert insegnava matematica e da oggi cerca lavoro per rifare i conti con la sua vita.

Fonte: nigrizia.it
Lunedì 18 Aprile 2016

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Simbolo dell’oblio, del sonno, dei sensi e del cuore …   6 comments

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La leggenda del papavero

Era un giorno di primavera, le erbe si svegliarono, c’era un leggero soffio di vento, le erbe videro passare una farfalla e le chiesero :
– Ti puoi fermare un po’ con noi?
La farfalla disse:
– No! Perché non siete fiori.
Poi le erbe chiesero all’ ape:
– Vuoi stare insieme a noi?
– No! Perché non avete il nettare.
Le erbe erano tristi e con le lacrime che caddero a terra, formarono un fiore; le erbe gli chiesero:
– Vuoi vivere con noi?
– Si! – rispose.
Le erbe saltarono dalla felicità e gli fecero mille complimenti e i petali divennero rossi per l’emozione.
Da quel giorno le erbe chiamarono quel fiore Papavero.

Scritta da Matteo – 3^ Elementare

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A Dora per il suo grande amore per il Teatro! E non solo …   12 comments

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Lella Costa da “Ferite a morte”

di Serena Dandini

Ferite a Morte è nato come un progetto teatrale sul femminicidio scritto e diretto da Serena Dandini. Un’ antologia di monologhi sulla falsariga della famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master costruita con la collaborazione di Maura Misiti, ricercatrice del CNR. I testi attingono alla cronaca e alle indagini giornalistiche per dare voce alle donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un compagno, un amante o un “ex”.

“Quote rosa”

Ho messo il rossetto rosso, in segno di lutto.
È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che una donna manager entri in un consiglio di amministrazione, ma io ce l’ho fatta. Non è stata una passeggiata, sono battaglie che lasciano i segni, ti possono indurire, a volte ti incattiviscono pure. Questa piega amara sulla fronte, per esempio, prima non ce l’avevo, ma che volete, ogni cosa ha il suo prezzo e se hai i soldi per pagarti un po’ di botulino si vede molto meno.
Io appartengo alla generazione di donne che ha rinunciato ai figli per la carriera. Non me ne pento. Ho coltivato delle amicizie meravigliose, mica è detto che una donna per realizzarsi deve per forza essere mamma come dice la pubblicità dei pannolini. Poi tanto ci sono gli uomini che ti scaldano il cuore, io addirittura ho sposato un collega. È bello lavorare spalla a spalla, sentirsi complici e uguali, tonnellate di email da smaltire la sera prima di ritrovarsi finalmente a letto, stessi iPad, stessi orari, stesso stress, stessi iPhone o BlackBerry (c’è sempre qualcuno che preferisce il BlackBerry), stessi viaggi di lavoro, Frecciarossa, wi-fi, stesse vip lounge, stessi stipendi… Ecco, finché sono stati gli stessi è andato tutto bene, io ci ho messo un po’ a raggiungerlo, si sa, a pari curriculum noi donne siamo considerate meno spendibili, meno autorevoli, dobbiamo essere tre volte più brave per ottenere lo stesso risultato, ma alla fine ce l’ho fatta.
Il problema è che poi l’ho superato, ho cominciato a guadagnare più di lui. Non l’ho fatto apposta, anzi mi vergognavo anche un po’… Subito non gliel’ho detto, non so perché, ma dentro di me mi sentivo in colpa, come se superarlo economicamente fosse un affronto alla sua virilità, avevo paura di umiliarlo. Ma poi mi sono detta che il mondo era ben cambiato dai tempi di mio padre che non ha fatto mai lavorare la mamma anche se era laureata, per decoro, per decenza, che non si dica che la sua signora era costretta a faticare; a lei invece sarebbe piaciuto tanto, ma non l’ha mai contrariato. Io sì, e così ho fatto outing offrendogli un weekend cinque stelle a Parigi. Da lì sono iniziati i guai; lentamente, sottilmente, un veleno si è infiltrato nel nostro rapporto. Io non ero più così simpatica né tanto intelligente come prima, anzi ogni motivo era buono per assestare un colpetto alla mia autostima che si sa, nelle donne è già traballante di suo. Piano piano ha cominciato a colpirmi, prima in privato poi in pubblico, davanti ad amici e colleghi. Un risentimento sordo, un sarcasmo feroce, una critica impietosa e continua. Non andava mai bene quello che facevo, un match senza esclusione di colpi, anzi un colpo dietro l’altro, fino a quello definitivo, un portacenere di marmo tirato in piena fronte una sera di maggio, appena tornati da un convegno sui tassi di interesse. Ero ancora viva, poteva salvarmi e invece mi guardava con stupore, immobile, io respiravo a fatica, finalmente debole e arrendevole. Mi aveva messo a terra, non voleva farlo ma non aveva più argomenti per spiegarmi la sua inadeguatezza, ero cresciuta troppo per lui, non ce la faceva a starmi al passo, non riusciva più a reggere il confronto… Si sentiva inferiore e non aveva altra scelta che ricorrere alla forza fisica, in quella era ancora superiore a me.
Almeno ha vinto l’ultima partita.

Dedicato a Giulia, protagonista del Racconto “La torta”, scritto dalla mia amica Dora Buonfino del Blog “Almeno tu”, per la forza di queste due straordinarie donne che, prendendo coscienza della propria identità e consapevolezza di ciò che sono e che vogliono essere, hanno trovato il coraggio di ribellarsi e combattere per l’affermazione di sé e del proprio ruolo, di spezzare le catene e salvarsi.

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