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Here’s to you, Nicola and Bart, rest forever here in our hearts …   36 comments

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Here’s to You
Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone
Interpreted by Joan Baez
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
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Questo è per voi
Testo di Joan Baez, Musica di Ennio Morricone
Interpretata da Joan Baez
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo

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Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, pugliese il primo e piemontese il secondo emigrarono negli Stati Uniti nel 1908. Vissero e lavorarono nel Massachusetts facendo i mestieri più disparati come consuetudine in quegli anni per gli immigrati, (alla fine Sacco calzolaio e Vanzetti pescivendolo), professando le loro idee socialiste di colore anarchico e pacifista. Nell’aprile del 1920 in un clima permeato da pregiudizi e da ostilità verso gli stranieri, furono accusati di essere gli autori di una rapina ad una fabbrica di calzature in cui rimasero vittime un cassiere e una guardia armata.

Il processo istituito contro di loro non giunse mai alla certezza di provare accusatorie sicure, ma fu fortemente condizionato dall’ansia di placare un opinione pubblica furiosa e avvelenata dalla violenza, a cui bisognava dare dei colpevoli e dal pretesto fornito dall’evento per la scalata al successo personale del giudice THAYER e del pubblico ministero KATZMANN.

Di certo Sacco e Vanzetti pagarono per le loro idee anarchiche, idealiste e pacifiste (al momento dell’intervento americano del conflitto del 15-18 si rifugiarono in Messico per non essere arruolati) e per il fatto di far parte di una minoranza etnica disprezzata ed osteggiata come quella italiana. Non da meno pesarono le azioni violente e terroristiche dell’altra ala del pensiero anarchica dei primi anni del secolo (ad es. Gaetano Cresci e Giovanni Passanante) e non ultime alcune contraddizioni della linea difensiva. Dopo circa un anno di processo il 14 luglio 1921 furono condannati alla sedia elettrica.

Sacco e Vanzetti ribadirono fino all’ultimo la loro innocenza, ma nonostante nel 1925 un pregiudicato, tal Celestino Madeiros si accusasse di aver partecipato alla rapina assieme ad altri complici; scagionando completamente i due italiani e nonostante appelli e manifestazioni di solidarietà e di richiesta di assoluzione da parte dell’opinione pubblica mondiale, la notte del 23 agosto 1927 Sacco e Vanzetti furono giustiziati sulla sedia elettrica.

Nel 1977 dopo che il caso era stato più volte riaperto, il governatore del Massachusetts, Michael s. Dukakis, riabilitò le figure di Sacco e Vanzetti, scrivendo nel documento che proclama per il 23 agosto di ogni anno il S.&V. Memorial Day che “il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi, l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.

A noi di tutta la vicenda (che per la durata della prigionia e i contorni della fine assume quasi caratteri martirologici) preme far rilevare l’estrema coerenza e convinzione nei valori professati da Sacco e Vanzetti, mai rinnegati fino alla fine e non ultimo il forte legame di amicizia che li tenne uniti e spiritualmente vicini per tutta la loro esistenza, anche nel momento in cui salirono sulla sedia elettrica, con un coraggio, uno stoicismo ed una umanità su cui tutti dovremmo riflettere e confrontarci. Perché in ogni caso la vera memoria ha un futuro dentro ognuno di noi.

Fonte: http://www.saccoevanzetti.com/storia.htm

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La Ballata di Sacco e Vanzetti

Il più famoso componimento sulla vicenda di Sacco e Vanzetti ad opera di Joan Baez e del compositore Ennio Morricone.

Si tratta originariamente della colonna sonora del film di Giuliano Montaldo (1972) “Sacco e Vanzetti”, interpretato da Gian Maria Volonté (Bartolomeo Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Nicola Sacco). Musiche di Ennio Morricone e testi di Joan Baez. La Seconda parte della ballata è ispirata dalla lettera dal carcere di Vanzetti al padre, mentre la Terza parte è ispirata dalla stessa lettera dal carcere di Sacco al figlio Dante.

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The Ballad Of Sacco And Vanzetti – Part One
Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone
Interpreted by Joan Baez
Give to me your tired and your poor
Your huddled masses yearning to breathe free
The wretched refuse of your teeming shore
Send these, the homeless, tempest-tossed to me.”
Blessed are the persecuted
And blessed are the pure in heart
Blessed are the merciful
And blessed are the ones who mourn
The step is hard that tears away the roots
And says goodbye to friends and family
The fathers and the mothers weep
The children cannot comprehend
But when there is a promised land
The brave will go and others follow
The beauty of the human spirit
Is the will to try our dreams
And so the masses teemed across the ocean
To a land of peace and hope
But no one heard a voice or saw a light
As they were tumbled onto shore
And none was welcomed by the echo of the phrase
“I lift my lamp beside the golden door.”
Blessed are the persecuted
And blessed are the pure in heart
Blessed are the merciful
And blessed are the ones who mourn

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La Ballata di Sacco Vanzetti – 1^ Parte
Testo di Joan Baez, Musica di Ennio Morricone
Interpretata da Joan Baez
 “Portatemi i vostri stanchi e i vostri poveri
le vostre masse riunite per respirare libere
i rifiuti scartati delle vostre rive affollate
mandateli, i senzacasa, quelli colpiti da tempesta, da me”
 Benedetti siano i perseguitati
e benedetti siano i puri di cuore
benedetti siano i misericordiosi
e benedetti siano i portatori di lutto
 Il passo è difficile che strappa le radici
e dice addio ad amici e famiglia
i padri e le madri piangono
i bambini non possono capire
ma quando c’è una terra promessa
i coraggiosi andranno e gli altri seguiranno
la bellezza dello spirito umano
è la volontà di provare i nostri sogni
e così le masse si affollano attraverso l’oceano
in una terra di pace e speranza
ma nessuno udì una voce o vide una luce
e furono sbattuti contro la riva
e nessuno fu accolto dall’eco della frase
“alzo la mia lampada dietro la porta d’oro”
 Benedetti siano i perseguitati
e benedetti siano i puri di cuore
benedetti siano i misericordiosi
e benedetti siano i portatori di lutto

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The Ballad Of Sacco And Vanzetti – Part Two
Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone
Interpreted by Joan Baez
Father, yes, I am a prisoner
Fear not to relay my crime
The crime is loving the forsaken
Only silence is shame
And now I’ll tell you what’s against us
An art that’s lived for centuries
Go through the years and you will find
What’s blackened all of history
Against us is the law
With its immensity of strength and power
Against us is the law!
Police know how to make a man
A guilty or an innocent
Against us is the power of police!
The shameless lies that men have told
Will ever more be paid in gold
Against us is the power of the gold!
Against us is racial hatred
And the simple fact that we are poor
My father dear, I am a prisoner
Don’t be ashamed to tell my crime
The crime of love and brotherhood
And only silence is shame
With me I have my love, my innocence,
The workers, and the poor
For all of this I’m safe and strong
And hope is mine
Rebellion, revolution don’t need dollars
They need this instead
Imagination, suffering, light and love
And care for every human being
You never steal, you never kill
You are a part of hope and life
The revolution goes from man to man
And heart to heart
And I sense when I look at the stars
That we are children of life
Death is small.

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La Ballata di Sacco Vanzetti – 2^ Parte
Testo di Joan Baez, Musica di Ennio Morricone
Interpretata da Joan Baez
Sì Padre, son carcerato
Non aver paura di parlare del mio reato
Crimine di amare i dimenticati
Solo il silenzio è vergogna.
 Ed ora ti dirò cosa abbiamo contro di noi
Un’arte che è stata viva per secoli
Percorri gli anni e troverai
cosa ha imbrattato tutta la storia.
Contro di noi è la legge
con la sua immensa forza e potere
Contro di noi è la legge!
La Polizia sa come fare di un uomo
un colpevole od un innocente
Contro di noi è il potere della Polizia!
Le menzogne senza vergogna dette da alcuni uomini
saranno sempre ripagate in denari.
Contro di noi è il potere del denaro
Contro di noi è l’odio razziale
ed il semplice fatto che siamo poveri.
 Mio caro padre, son carcerato
Non vergognarti di divulgare il mio reato
Crimine d’amore e fratellanza
E solo il silenzio è vergogna.
 Con me ho il mio amore, la mia innocenza,
i lavoratori ed i poveri
Per tutto questo sono integro, forte
e pieno di speranze.
Ribellione, rivoluzione non han bisogno di dollari,
Ma di immaginazione, sofferenza, luce ed amore
e rispetto
Per ogni essere umano.
Non rubare mai, non uccidere mai,
sei parte della forza e della vita
La Rivoluzione si tramanda da uomo ad uomo
e da cuore a cuore
E percepisco quando guardo le stelle
che siamo figli della vita
La morte è poca cosa

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The Ballad Of Sacco And Vanzetti-Part Three
Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone
Interpreted by Joan Baez
My son, instead of crying be strong
Be brave and comfort your mother
Don’t cry for the tears are wasted
Let not also the years be wasted
Forgive me, son, for this unjust Death
Which takes your father from your side
Forgive me all who are my friends
I am with you, so do not cry
If mother wants to be distracted
From the sadness and the soulness
You take her for a walk
Along the quiet country
And rest beneath the shade of trees
Beside the music and the water
Is the peacefulness of nature
She will enjoy it very much
And surely you’ll enjoy it too
But son, you must remember
Do not use it all yourself
But down yourself one little step
To help the weak ones by your side
Forgive me, son, for this unjust death
Which takes your father from your side
Forgive me all who are my friends
I am with you, so do not cry
The weaker ones that cry for help
The persecuted and the victim
They are your friends
And comrades in the fight
And yes, they sometimes fall
Just like your father
Yes, your father and Bartolo
They have fallen
And yesterday they fought and fell
But in the quest for joy and freedom
And in the struggle of this life you’ll find
That there is love and sometimes more
Yes, in the struggle you will find
That you can love and be loved also
Forgive me all who are my friends
I am with you
I beg of you, do not cry

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La Ballata di Sacco Vanzetti – 3^ Parte
Testo di Joan Baez, Musica di Ennio Morricone
Interpretata da Joan Baez
Figlio mio, invece di piangere sii forte
sii coraggioso e conforta tua madre
non piangere perché le lacrime sono sprecate
non lasciare che anche gli anni siano sprecati
Perdonami figlio, per questa morte ingiusta
che ti porta via tuo padre
perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te, quindi non piangere
Se tua madre cerca di essere distratta
dalla tristezza e dalla depressione
portala a camminare
lungo la campagna tranquilla
e riposa sotto l’ombra degli alberi
dove qua e là raccogli fiori
oltre la musica e l’acqua
è la pace della natura
che lei apprezzerà molto
e sicuramente anche tu l’apprezzerai
ma figlio, devi ricordarti
non agire tutto da solo
ma abbassati solo un passo
per aiutare i deboli al tuo fianco
Perdonami figlio, per questa morte ingiusta
che ti porta via tuo padre
perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te, quindi non piangere
I più deboli che piangono per un aiuto
il perseguitato e la vittima
sono tuoi amici
e compagni nella lotta
e sì, qualche volta cadono
proprio come tuo padre
sì, tuo padre e Bartolo
sono caduti
e ieri combatterono e caddero
ma nella ricerca di gioia e libertà
e nella lotta di questa vita troverai
che c’è amore e a volte di più
sì, nella lotta troverai
che puoi amare e anche essere amato
Perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te,
ti prego non piangere

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Monologhi dal film di Giuliano Montaldo “Sacco e Vanzetti” (1972)
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nterpretato da Gian Maria Volonté (Bartolomeo Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Nicola Sacco)

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Un’ingiustizia commessa 90 anni fa, che si riflette ancora oggi.

Perché a subirla furono immigrati, e italiani per la precisione, poveri e politicamente scomodi in quanto anarchici.

Due “wops” (without papers, senza documenti, epiteto dispregiativo usato ancor oggi per gli italiani) che non parlavano inglese o quasi.

Due “bastardi anarchici”, come a più riprese li chiamò in aula il giudice Webster Thayer.

Due migranti, come quelli di oggi: poveri e senza voce in capitolo.

Sacco e Vanzetti furono vittime della “politica del terrore” contro i “rossi” che l’America del tempo praticava, con speciale ferocia quando si trattava di immigrati. Una linea di condotta che caratterizzava il clima politico statunitense di quegli anni, instaurata indiscriminatamente contro anarchici, operai, sindacalisti e masse popolari che auspicavano un riscatto sociale.

Gran parte dell’opinione pubblica riteneva che l’appartenenza agli Stati Uniti fosse una questione di sangue e non accettava i nuovi arrivati, ritenendoli individui etnicamente inferiori e non assimilabili perché le loro radici non affondavano nell’Europa Settentrionale.

In particolare, gli italiani erano accusati di essere incivili, sporchi, violenti, dediti al crimine e, in un’ipotetica gerarchia razziale, più simili e vicini ai neri che ai bianchi, a causa del colore olivastro della pelle di molti meridionali e dei loro rapporti secolari con i nordafricani.

Basti pensare che, tra gli ultimi anni del 1800 e i primi del 1900, oltre 30 immigrati italiani, in prevalenza siciliani, vennero linciati, cioè furono colpiti da quella forma di giustizia sommaria popolare che negli Stati del Sud, razzisti, si accaniva sugli afroamericani.

In un momento in cui era fortissimo sia il pregiudizio nei confronti degli italiani, sia quello nei confronti degli anarchici, Sacco e Vanzetti dovettero affrontare un tribunale e un giudice – Webster Thayer che, appunto, li chiamava “bastardi” – fortemente motivati a farli giustiziare. Inoltre il governatore dell’epoca, Alvan Fuller, che avrebbe potuto evitare l’esecuzione, non lo fece per motivi, a quanto si è capito negli anni, puramente politici: cercava la nomination repubblicana alla presidenza degli Stati Uniti.

La vera “colpa” di Sacco e Vanzetti era di essere italiani e anarchici e che di questa loro “fede” non facevano mistero.

Furono molti gli intellettuali di primissimo piano che presero le parti dei due immigrati italiani: da Albert Einstein a George Bernard Shaw, da Bertrand Russell a John Dos Passos, passando per Anatole France.

Persino Benito Mussolini, nonostante l’ideologia politica lo allontanasse da Sacco e Vanzetti, si adoperò perché i due italiani fossero risparmiati.

Ma ogni iniziativa fu inutile: i due trovarono la morte su una sedia elettrica, scatenando indignazione e rivolte.

A novant’anni di distanza, mentre l’appartenenza alla nazione di afroamericani, ispanici e musulmani è messa in discussione nell’America di Trump, la vicenda di Sacco e Vanzetti resta a monito delle aberrazioni dell’intolleranza xenofoba che riaffiora continuamente in un Paese che avrebbe l’ambizione di essere la terra degli immigrati per antonomasia.

Sacco e Vanzetti furono vittime del pregiudizio, della faziosità, dell’intolleranza, della discriminazione, del razzismo e della persecuzione diventati regola di vita.

E noi? Come l’intera Europa, l’Italia si è battuta a lungo affinché fosse fatta giustizia e venisse riconosciuta l’innocenza dei nostri connazionali e riabilitato il loro nome. Noi tutti li ricordiamo tributando loro gli onori che meritano.

Ma cosa si sta facendo col fenomeno della immigrazione nel nostro “Bel Paese”?

Non sta forse spirando un vento che porta la stessa intolleranza xenofoba, la stessa discriminazione, lo stesso razzismo di 90 anni or sono verso gli italiani, contro un’umanità miserabile che fugge dalle terre della disperazione, esseri umani ai quali abbiamo depredato tutto, lasciando loro solo gli occhi per piangere?

Bartolomeo Vanzetti, che conosceva l’inglese meglio di Sacco, pronunciò al giudice queste parole: “Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole”.

E quando arrivano dal mare uomini, donne, bambini, rischiando la vita, non dimentichiamoci che non sono meno di un cane, un serpente, o la più bassa creatura della Terra, ma esseri umani la cui unica colpa è soltanto la disperazione.

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Scena dal film di Giuliano Montaldo “Sacco e Vanzetti” (1972)
interpretato da Gian Maria Volonté (Bartolomeo Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Nicola Sacco)

Da una lettera di Nicola Sacco al figlio Dante

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Solo le persone speciali possono sentire …   79 comments

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Solo quelli che sanno ascoltare e seguire il cuore hanno la capacità di sentire e capire profondamente le altre persone. Solo chi sa fare silenzio dentro di sé e ascoltarsi, raggiunge la consapevolezza di sé stesso e del mondo intorno a sé, senza giudicarlo. Solo chi sa ascoltare le proprie emozioni e dedica tempo ad osservare ed ascoltare quelle di chi gli sta intorno, entrerà autenticamente in sintonia con gli altri e rafforzerà anche la propria intuizione.

E’ necessario che impariamo a comprendere noi stessi, prima di provare a fare altrettanto con chi ci circonda. Se abbiamo cuore, non possiamo perdere niente, dovunque andiamo. Possiamo solo trovare. Il nostro cuore conosce tutte le cose.

L’incapacità dell’uomo di comunicare è il risultato della sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto. Ascoltare in modo attivo vuol dire dedicare il proprio tempo a qualcun altro.

Chi sa ascoltare è in grado di “mettersi nei panni dell’altro”, apre cuore e mente ancor prima delle orecchie.

Chi sa ascoltare ha una maggiore sensibilità ed è per questo in grado di andare oltre ciò che viene espresso con le semplici parole.

Ascoltare l’altro è una bellissima manifestazione di rispetto; è un segnale di attenzione verso l’altro ed è il modo migliore per creare relazioni vere e durature.

Si sente con le orecchie e si ascolta con il cuore e con la mente. Saper comunicare da cuore a cuore trasforma la mente di chi ascolta e l’animo di chi parla.

Troppo spesso si cerca di affermare il proprio ego personale sugli altri … convinti di avere sempre la risposta giusta, al momento giusto e per ogni interrogativo …

Il silenzio dovrebbe essere la condizione utile e lo spazio necessario per il vero ascolto, ma troppo spesso ci fa paura. Il silenzio, invece, è pienezza, non povertà. E’ proprio quando il silenzio esteriore si crea, che si possono sentire le parole, la melodia …

Solo chi, nel silenzio, scava profondamente nel proprio cuore, può sentire le emozioni nel cuore degli altri, solo chi apre il cuore all’ascolto, e si commuove, può sentire la magia del bosco, la melodia degli alberi, il canto delle foglie d’autunno, solo chi ha capito che il silenzio e l’ascolto, a volte, valgono più di mille parole, diventa una persona “speciale”. E solo le persone “speciali” possono sentire la musica sprigionarsi dall’albero d’oro.

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L’albero che cantava

C’era una volta un albero un po’ particolare, e vi dirò subito perché: sapeva cantare! All’arrivo della primavera, dunque, al primo tepore del sole, le sue tenere foglioline cominciavano ad aprirsi e intonavano un coro che si espandeva per tutto il giardino.

Dapprima iniziavano fievolmente, poi, mano a mano che crescevano e diventavano delle robuste foglie verdi, anche le loro voci si facevano sempre più sonore e armoniose rallegrando così le giornate di quel luogo ameno.

Vicino a quest’albero canterino c’era una di quelle piante grasse con quei tremendi aculei che sembravano sempre pronti a colpire chi si avvicinava troppo. Ebbene questa pianta era l’unica nel giardino che non apprezzava per niente le canzoni di questo albero e pertanto continuava a brontolare come una pentola di fagioli. – Verrà anche l’autunno – borbottava tra sé – così questa musica smetterà -. E intanto diventava sempre più gonfia di stizza e i suoi spini sembravano pronti a schizzar via per pungere qualche malcapitato.

Verso settembre arrivò nel giardino il primo venticello portando un po’ di tremore dappertutto.

La voce delle foglie dell’albero canterino cominciò a indebolirsi. E il sole, impietosito, cercò di donare loro tutto il calore di cui era capace in quel periodo dell’anno, facendole diventare splendenti come l’oro. E così poterono continuare a gorgheggiare contente.

In ottobre passò da quelle parti un signore molto distinto assieme ad un suo amico che indossava dei vestiti un po’ larghi, aveva i capelli lunghi e amava dipingere quadri.

Giunti davanti all’albero che sapeva cantare, si fermarono estasiati dallo splendore delle foglie che il sole non smetteva di accarezzare.

– Che meraviglia! – disse il signore elegante. – Davvero splendido! – replicò il pittore.

A quei complimenti le foglie arrossirono di piacere e alcune svennero per l’emozione, cadendo  a terra.

– Domani potrai venir qui con il tuo cavalletto e con i tuoi pennelli – disse il signore elegante al pittore.

– Verrò volentieri e ti ringrazio – rispose questi.

– Ecco care – disse la pianta grassa – domani ci faranno il ritratto. Potreste almeno per un giorno smettere di cantare? –

– Smettere di cantare? Perché? – risposero le foglie – noi domani faremo del nostro meglio per regalare a quei signori gentili le nostre più belle melodie -. La pianta grassa bofonchiò rassegnata; tanto con quelle era proprio inutile discutere.

L’indomani era una giornata meravigliosa. Sullo sfondo del cielo turchese e alla luce del sole tutti gli alberi splendevano dei colori più belli e l’albero canterino spiccava fra tutti per la sua luminosità.

Arrivò il pittore con il suo cavalletto sul quale sistemò una tela bianca di media grandezza; si sedette su una panchina di fronte all’albero che cantava e, presi pennelli e tavolozza, iniziò a dipingere. Lo spettacolo era davvero mozzafiato; le foglie arrossivano sempre di più nel sentirsi così al centro dell’attenzione, e cantavano sommessamente.

Disse la pianta grassa: – meno male che oggi almeno cantate più piano e non mi rompete i timpani con i vostri strilli ! –

Alla fine della giornata il pittore regalò il quadro al suo amico che ne fu molto contento, mentre la notte abbassò le palpebre a tutti gli abitanti del giardino, che si addormentarono pacifici.

L’autunno e l’inverno avanzavano a grandi passi e il vento che li accompagnava faceva cadere le foglie di quasi tutti gli alberi. Solo la pianta grassa rimaneva imperterrita, assieme alle piante sempreverdi che sonnecchiavano silenziose.

Anche le foglie canterine caddero una ad una e, mentre si adagiavano sul terreno intorno al tronco dell’albero, continuavano a cantare piano piano, finché si addormentarono tranquille; sapevano infatti che l’albero conosceva a memoria le loro canzoni e le teneva ben custodite per la primavera successiva.

La pianta grassa, che ormai non poteva più sentirle, disse: – meno male che almeno adesso posso dormire in pace – e, distolto lo sguardo dai rami spogli dell’albero, cominciò a russare come un trombone stonato.

In una bella casa, non molto lontano dal giardino, quel signore elegante di cui abbiamo parlato poco fa, una sera invitò a cena amiche ed amici con le rispettive famiglie. E in quell’occasione mostrò loro il dipinto fatto dal suo amico all’albero dai colori splendenti.

Tutti guardarono il ritratto con ammirazione. Fra i presenti c’era anche una ragazzina che amava molto dipingere e alla vista del quadro proruppe in una esclamazione di meraviglia : – Ma è bellissimo! Quell’albero ha i colori dell’oro e sembra quasi che sprigioni una musica! -. Non si era resa conto, come noi sappiamo, di aver detto proprio la verità. E fu così che il nostro albero poté continuare a cantare felice nel quadro, in ogni stagione, ma solo le persone speciali riuscivano a sentirlo.

Fiaba di: giovigio

Fonte: https://www.tiraccontounafiaba.it/fiabe/varie/1195-albero-cantava.html

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La voce di Giancarlo Giannini: potente, unica, calda …   45 comments

“Ci sono due lupi in ognuno di noi”   41 comments

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Antica favola Cherokee

“Nonno, perché gli uomini combattono?”
Il vecchio, gli occhi rivolti al sole calante, al giorno che stava perdendo la sua battaglia con la notte, parlò con voce calma.
“Ogni uomo, prima o poi, è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.”
“Quali lupi, nonno?”
“Quelli che ogni uomo porta dentro di sé.”
Il bambino non riusciva a capire.
Attese che il nonno rompesse l’attimo di silenzio che aveva lasciato cadere fra loro, forse per accendere la sua curiosità.
Infine, il vecchio che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo.
“Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo.”
Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.
“E l’altro?”
“L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.”
Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato.
Poi diede voce alla sua curiosità ed al suo pensiero.
“E quale lupo vince?”
Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti.
“Quello che nutri di più.”

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L’ha portato il vento dalla grande vallata …   20 comments

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Il prato

Racconto di Roberto Piumini

Posso aiutarti a dipingere, Sakumat? – chiese un giorno Madurer.
Questi fiori gialli sono facili da fare… Ne posso dipingere uno anch’io?
Dipingerai il fiore giallo, e anche altri fiori, se vuoi.
lo ti insegnerò e, quando i tuoi fiori andranno bene, mi aiuterai a fare quelli del
prato – disse il pittore.
Così Sakumat, un poco ogni giorno, insegnò a Madurer a dipingere i fiori, e gli steli dell’erba; e poiché fiori e farfalle non sono molto diversi, anche le farfalle.
Ci vollero tre settimane perché Madurer fosse soddisfatto delle proprie capacità, e cominciasse ad aggiungere piccolissimi fiori e farfalle al prato, che era diventato un maturo campo di giugno, ricco di vita colorata.
Nessun fiore mancava ormai nello spessore dell’erba.
La sua pittura si faceva ogni giorno più coraggiosa, mescolandosi a quella di Sakumat, spettinando un po’ l’ordine delle forme, il tessuto del verde, come se qui e là una grossa lepre avesse saltellato o si fosse fermata ad annusare i pericoli del campo.
E il prato, luminoso, assomigliava sempre più a una foresta d’erbe e di corolle.
Madurer, un giorno, cominciò ad aggiungere delle spighe sottili dorate che spiccavano nell’erba e spingevano, però non troppo, la loro cima nell’azzurro del cielo.
È arrivato il grano, nel nostro prato? disse sorridendo Sakumat, che si fermava qualche volta alle spalle del bambino, a guardarne il lavoro..
L’ha portato il vento fino a qui, dalla grande vallata.

      kelebek_gifleri_forumgazel13     368_zpssb4yitovleft-wheat 004pasta-semola-grano-duro  368_zpssb4yitov     kelebek_gifleri_forumgazel13

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L’ultimo fiato di vento …   7 comments

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Sera d’estate sul lago

Racconto di Vincenzo Cardarelli

Chi ha vissuto una sera d’estate in riva a un lago sa che cosa sia la beatitudine. Un calore fermo, avvolgente, sale in quell’ora dalle acque che sembrano lasciate lì, immobili e qua e là increspate dall’ultimo fiato di vento che il giorno andandosene ha esalato e il loro aspetto è morto e grigio. Si prova allora, più che in qualunque altro istante della giornata, quella dolce infinita sensazione di riposo auditivo che danno le lagune, dove i rumori non giungono che ovattati.
Come sanno d’acqua le parole che dicono i barcaioli che a quell’ora stanno a chiacchierare sulla scaletta!
Come rimbalzano chiocce nell’aria!
I rintocchi delle squille lontane arrivano all’orecchio a grado a grado e rotondi, scivolano dall’alto del cielo pianamente a guisa di lentissimi bolidi.
La sera scorre placida, è tutta un fluire di cose silenziose a fior d’acqua. Naufraga d’un tratto in un chiacchiericcio alto, intenso, diffuso, simile al clamore d’una festa lontana, appena s’accendono i lumi, tra le risate e le voci varie e gaie che escono dagli alberghi, dopo cena, e il fragore d’un pianoforte meccanico che giunge dall’altra riva.
Poi tutto sfuma e rientra ben presto nel gran silenzio lacustre, dove più non si ode che il battere degli orologi che suonano ogni quarto d’ora: a poca distanza l’uno dall’ altro, da tutti i punti della sponda, e quel soave, assiduo scampanio delle reti che i pescatori lasciano andare di sera alla deriva, che fa pensare insistentemente a un invisibile gregge in cammino.

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Una pace infinita …   5 comments

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Temporale d’estate

Racconto di Nancy Peterson

L’aria, calda per tutto il giorno, opprime gli alberi, piega le corolle dei fiori, grava sulle mie spalle.
Mi avvicino alla finestra con un senso di disagio.
Ecco, lì a occidente, la spiegazione.
Strati su strati di nuvoloni giganteschi si addensano, si gonfiano, s’impennano nel cielo azzurro creando figure fantastiche.
Ben presto le nuvole coprono il sole del tardo pomeriggio, e la giornata si oscura anzitempo.
Una raffica di vento frusta la polvere lungo la strada.
Una porta sbatte, le tendine si gonfiano e ondeggiano.
Corro a chiudere le finestre, a ritirare la biancheria stesa.
Smorzato dalla distanza, mi giunge il cupo brontolio del tuono.
Le prime gocce di pioggia sono spropositate; si spiaccicano nella polvere, rigano le finestre, tambureggiano rade sulla tettoia del patio.
Poi più veloci, come un rullo di tamburo in crescendo, le singole gocce diventano un esercito in marcia sulla campagna e sui tetti.
Qualche attimo dopo il cielo sembra spaccarsi, e io sussulto di paura.
Non più appostato in lontananza, il tuono fa tremare i vetri e manda il cane a nascondersi sotto il letto. Lo scoppio successivo è ancora più vicino e io faccio un involontario passo indietro.
So che non dovrei stare vicino alla finestra per ragioni di sicurezza, ma non so rinunciare allo spettacolo.
La pioggia diventa un torrente agitato a capriccio da un vento sempre più forte.
Insieme, pioggia e vento martellano gli alberi e piegano l’erba.
Dai tetti e dalle grondaie scende acqua furiosa, e il rovescio contro le finestre così fitto e continuo che non riesco a vedere nulla.
Nello scrosciare uniforme si inserisce ora il rumore della grandine sul tetto.
Chicchi bianchi rimbalzano contro l’erba e bucherellano le pozzanghere.
Ma ormai il temporale ha perso lena.
La tensione presente nell’atmosfera si è scaricata.
Le cortine di pioggia lasciano filtrare più luce, e il tuono brontola per l’ultima volta. …
Mi vien voglia di uscire mentre ancora piove.
Una nebbiolina di gocce polverizzate mi bagna nonostante il riparo della tettoia, ma è fresca e gradita. Respiro a fondo e guardo il sole che si riaffaccia negli squarci tra le nuvole.
Un raggio colpisce le goccioline formatesi sull’orlo del tetto, che diventano ciascuna un piccolo spettro di colori, la mia schiera privata di arcobaleni.
Tutto intorno a me sembra rinato, e anch’io mi sento così.
Provo un senso di pace infinita.

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Storie perdute … Aprile 2016   Leave a comment

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La Matematica Di Robert

di Mauro Armanino

Insegna matematica in una scuola privata di Lomé, capitale del Togo. Quasi quarant’anni nel deserto di un paese che deruba i giovani e li spinge a partire. Robert si occupa di sua madre e dei fratelli minori che rincorrono gli anni più belli della vita. Non ha i soldi e la stabilità necessaria per sposarsi e avere figli suoi. A quell’età dalle sue parti questa è una sconfitta. Robert ha sentito parlare del cugino di un amico che si trova in Spagna. Le cose gli vanno bene e manda soldi alla famiglia. Possono studiare tutti e financo la casa è stata rimessa a nuovo e verniciata di fresco.

Per aggiungere qualcosa allo stipendio d’insegnante, Robert possiede una moto che funge da taxi e con questo mantiene la famiglia. Robert è un matematico e comincia a calcolare i costi e i ricavi dell’operazione. Vende la moto, si indebita con alcuni conoscenti e parte per la Spagna.

Prende la strada sbagliata e si ritrova nel Mali, assediato da gruppi ribelli appena dietro la città di Gao. Sborsa i soldi del viaggio in corsia preferenziale per evitare i banditi. Che invece appaiono, puntuali, prima che possa raggiungere l’altra città. Gli portano via quanto aveva messo da parte per la traversata. Avrebbe tentato il mare che separa la Spagna dal Marocco. Altri l’hanno fatto prima di lui e lo faranno anche dopo. Forse arrivano sull’altra sponda o forse no. Sono messi in sacchi bianchi cuciti all’orlo, senza nome e numero.

È minacciato da un giovane con la barba che gli chiede il nome del libro che porta nella borsa. La bibbia di Robert, assieme al rosario che fa da segnalibro, per poco non gli costa la vita. Il giovane ha già impugnato il mitra e si dice pronto a sparare: gli altri compagni lo fermano in tempo.

Le otto ragazze, per la maggior parte ivoriane, sono state isolate in alcune tende per un paio d’ore. Alcune, dopo, hanno raccontato l’accaduto. Hanno rimpianto per sempre di essere partite per quella strada. Violentate dopo aver scoperto i soldi nascosti nelle parti intime. Gli altri erano una quarantina: giovani del Senegal, Gambia, Nigeria, Guinea e Costa d’Avorio. Mezza Africa Occidentale che mette in vendita i propri giovani per far funzionare il sistema globale.

L’economia di tutti i giorni si chiama informale e fabbrica piccoli mestieri ambulanti. Robert insegnava matematica e la sera guidava la moto-taxi per mantenere la madre e i fratelli di sangue. Ha perso tutto, è stato abbandonato nel deserto, insieme ad altri. Hanno datteri, una piccola riserva d’acqua e nessuna idea su dove si trovano.

Hanno camminato per quattordici giorni nel deserto. Finita l’acqua, hanno resistito altri due giorni cercando il confine del mondo. Una luce, di notte, li ha guidati fino all’accampamento delle forze francesi che stazionano nella zona. L’operazione Serval si è trasformata in Barkhane, la duna mobile. I giovani sono stati affidati al contingente senegalese dell’altra operazione che tutto riassume perché fatta con l’Onu.

L’hanno chiamata Operazione Minusma e ambisce mettere assieme il Mali disintegrato dal caos che ancora regna nella regione. A Gao sono stati accolti nella casa del migrante e Robert ha finalmente raggiunto Niamey (Niger). In pochi mesi ha perso tutto ma non la bibbia e il rosario-segnalibro. Robert non vuole tornare da sua madre con le mani vuote. Alloggia per ora alla stazione del bus di linea col quale ha viaggiato da Gao. Robert insegnava matematica e da oggi cerca lavoro per rifare i conti con la sua vita.

Fonte: nigrizia.it
Lunedì 18 Aprile 2016

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Simbolo dell’oblio, del sonno, dei sensi e del cuore …   6 comments

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La leggenda del papavero

Era un giorno di primavera, le erbe si svegliarono, c’era un leggero soffio di vento, le erbe videro passare una farfalla e le chiesero :
– Ti puoi fermare un po’ con noi?
La farfalla disse:
– No! Perché non siete fiori.
Poi le erbe chiesero all’ ape:
– Vuoi stare insieme a noi?
– No! Perché non avete il nettare.
Le erbe erano tristi e con le lacrime che caddero a terra, formarono un fiore; le erbe gli chiesero:
– Vuoi vivere con noi?
– Si! – rispose.
Le erbe saltarono dalla felicità e gli fecero mille complimenti e i petali divennero rossi per l’emozione.
Da quel giorno le erbe chiamarono quel fiore Papavero.

Scritta da Matteo – 3^ Elementare

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A Dora per il suo grande amore per il Teatro! E non solo …   12 comments

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Lella Costa da “Ferite a morte”

di Serena Dandini

Ferite a Morte è nato come un progetto teatrale sul femminicidio scritto e diretto da Serena Dandini. Un’ antologia di monologhi sulla falsariga della famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master costruita con la collaborazione di Maura Misiti, ricercatrice del CNR. I testi attingono alla cronaca e alle indagini giornalistiche per dare voce alle donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un compagno, un amante o un “ex”.

“Quote rosa”

Ho messo il rossetto rosso, in segno di lutto.
È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che una donna manager entri in un consiglio di amministrazione, ma io ce l’ho fatta. Non è stata una passeggiata, sono battaglie che lasciano i segni, ti possono indurire, a volte ti incattiviscono pure. Questa piega amara sulla fronte, per esempio, prima non ce l’avevo, ma che volete, ogni cosa ha il suo prezzo e se hai i soldi per pagarti un po’ di botulino si vede molto meno.
Io appartengo alla generazione di donne che ha rinunciato ai figli per la carriera. Non me ne pento. Ho coltivato delle amicizie meravigliose, mica è detto che una donna per realizzarsi deve per forza essere mamma come dice la pubblicità dei pannolini. Poi tanto ci sono gli uomini che ti scaldano il cuore, io addirittura ho sposato un collega. È bello lavorare spalla a spalla, sentirsi complici e uguali, tonnellate di email da smaltire la sera prima di ritrovarsi finalmente a letto, stessi iPad, stessi orari, stesso stress, stessi iPhone o BlackBerry (c’è sempre qualcuno che preferisce il BlackBerry), stessi viaggi di lavoro, Frecciarossa, wi-fi, stesse vip lounge, stessi stipendi… Ecco, finché sono stati gli stessi è andato tutto bene, io ci ho messo un po’ a raggiungerlo, si sa, a pari curriculum noi donne siamo considerate meno spendibili, meno autorevoli, dobbiamo essere tre volte più brave per ottenere lo stesso risultato, ma alla fine ce l’ho fatta.
Il problema è che poi l’ho superato, ho cominciato a guadagnare più di lui. Non l’ho fatto apposta, anzi mi vergognavo anche un po’… Subito non gliel’ho detto, non so perché, ma dentro di me mi sentivo in colpa, come se superarlo economicamente fosse un affronto alla sua virilità, avevo paura di umiliarlo. Ma poi mi sono detta che il mondo era ben cambiato dai tempi di mio padre che non ha fatto mai lavorare la mamma anche se era laureata, per decoro, per decenza, che non si dica che la sua signora era costretta a faticare; a lei invece sarebbe piaciuto tanto, ma non l’ha mai contrariato. Io sì, e così ho fatto outing offrendogli un weekend cinque stelle a Parigi. Da lì sono iniziati i guai; lentamente, sottilmente, un veleno si è infiltrato nel nostro rapporto. Io non ero più così simpatica né tanto intelligente come prima, anzi ogni motivo era buono per assestare un colpetto alla mia autostima che si sa, nelle donne è già traballante di suo. Piano piano ha cominciato a colpirmi, prima in privato poi in pubblico, davanti ad amici e colleghi. Un risentimento sordo, un sarcasmo feroce, una critica impietosa e continua. Non andava mai bene quello che facevo, un match senza esclusione di colpi, anzi un colpo dietro l’altro, fino a quello definitivo, un portacenere di marmo tirato in piena fronte una sera di maggio, appena tornati da un convegno sui tassi di interesse. Ero ancora viva, poteva salvarmi e invece mi guardava con stupore, immobile, io respiravo a fatica, finalmente debole e arrendevole. Mi aveva messo a terra, non voleva farlo ma non aveva più argomenti per spiegarmi la sua inadeguatezza, ero cresciuta troppo per lui, non ce la faceva a starmi al passo, non riusciva più a reggere il confronto… Si sentiva inferiore e non aveva altra scelta che ricorrere alla forza fisica, in quella era ancora superiore a me.
Almeno ha vinto l’ultima partita.

Dedicato a Giulia, protagonista del Racconto “La torta”, scritto dalla mia amica Dora Buonfino del Blog “Almeno tu”, per la forza di queste due straordinarie donne che, prendendo coscienza della propria identità e consapevolezza di ciò che sono e che vogliono essere, hanno trovato il coraggio di ribellarsi e combattere per l’affermazione di sé e del proprio ruolo, di spezzare le catene e salvarsi.

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