Archivio per la categoria ‘Spettacolo

Caro Maestro anche tu ci hai lasciato!   3 comments

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E’ morto l’attore e regista Franco Mescolini, recitò con Benigni e altri grandi

Attore, regista e drammaturgo dalla lunga carriera sia in radio, in tivù cinema e teatro, senza dimenticare le strade e le piazze che lui ha sempre amato molto

Elisabetta Boninsegna
Cesenatoday
12 aprile 2017

Questa mattina, mercoledì, all’ospedale Bufalini, è morto Franco Mescolini a seguito di una complicanza intervenuta dopo un’operazione chirurgica. Avrebbe compiuto 73 anni il 26 luglio prossimo. Attore, regista e drammaturgo dalla lunga carriera sia in radio, in tivù cinema e teatro, senza dimenticare le strade e le piazze che lui ha sempre amato molto. Franco Mescolini ha segnato molte generazioni di cesenati, indicando come si insegna ai figli non solo a stare su un palco ma anche a vivere, a ridere e a vedere l’aspetto magico della vita.

A Cesena aveva messo in piedi la compagnia “La Bottega del teatro” con cui ha portato in giro moltissimi spettacoli indimenticabili, primi tra tutti Shakespeare e Dante in dialetto.  Ma Franco Mescolini è stato attore di cinema, prima di tutto. Un po’ di anni fa di lui Tullio Kezich scrisse: “Franco Mescolini, il vitellone giocatore di carte di Sabato Italiano. Se ce lo vedono a Hollywood ce lo portano via subito”. Ha lavorato con registi come Gigi Proietti, Maurizio Scaparro, Ugo Gregoretti, Mario Monicelli. Da giovane ha frequentato il Dams a Bologna sebbene il padre non volesse. Mentre studiava un professore lo chiamò in un gruppo teatrale e da lì è iniziata la sua carriera. Lo notarono e gli chiesero di fare un provino con dei funzionari Rai a Torino per recitare negli sceneggiati tivù. Ha vissuto per trent’anni a Roma, lavorando nel settore della tivù e della radio, non dimenticando mai la sua Cesena.

Poi c’è stato l’incontro con Roberto Benigni col quale si è trovato subito bene. Nel suo film “Il Mostro” era proprio Franco Mescolini il mostro. E anche ne “La vita è bella” aveva una particina, sebbene il suo compito più importante fosse dietro le scene, ovvero restare con il bambino quando non girava il film. L’ultimo film è stato girato qualche anno fa, “Tempo instabile con probabili schiarite” con Lillo e Greg. L’anno scorso era stato anche pubblicato un libro su di lui, edito da “Il Ponte Vecchio” scritto da Daniela Placido dal titolo “Franco Mescolini. Uomo, maestro, giullare”.

I MESSAGGI DI CORDOGLIO – Moltissimi i messaggi di cordoglio e amicizia vera e profonda apparsi da mercoledì mattina sulla sua pagina facebook. Tra questi anche quello di Barbara Abbondanza, attrice televisiva che ha iniziato a recitare con lui. “Tu mi hai insegnato a parlare con la luna, tu mi ci hai portato con sapiente maestrìa e da lassù abbiamo guardato il mondo certe notti d’estate. Con te ho iniziato il mio vero grande viaggio della vita sui sentieri dei sogni … se sono quella che sono oggi lo devo anche a te. Tu parti, ma per me sarai sempre il mio faro nella notte, la stella che guida ogni mia rotta su sentieri che abbiano un cuore. Buon viaggio mio amato Franco Mescolini … e quando sarai arrivato mangiati un bel bignè! Ci mancherai tanto…”

“Franco – ricordano il sindaco Paolo Lucchi e l’assessore alla Cultura, Cristian Castorri – ha occupato un posto speciale nella storia recente del Bonci e in generale del teatro a Cesena. E ci piace ricordare soprattutto il suo impegno di straordinario animatore culturale – portato avanti anche in Consiglio comunale, di cui ha fatto parte fra il 1979 e il 1980, subentrando ad Alberto Sughi –  e il ruolo di generoso maestro, che ha svolto fin dai lontani anni Settanta, attraverso i corsi, le scuole, le attività promosse in città, nei quartieri, nella sede della sua Bottega, rivolgendosi sia ai professionisti, o ai futuri professionisti, sia agli appassionati, a tutti coloro che amando il teatro hanno desiderato imparare ad usarne gli strumenti”.

“Ma Franco è stato anche un grande motivatore: le sue appassionate “arringhe” a favore del teatro di sempre, della sua funzione culturale e didattica, sono indimenticabili – proseguono Lucchi e Castorri -. Senza dimenticare la sua opera di autore e interprete che lo ha portato a partecipare, nel teatro e nel cinema, a produzioni di grande importanza, ma soprattutto a essere egli stesso produttore di numerosi spettacoli, giocati su registri diversi e rivolti a diversi tipi di pubblico. Preziosa la collaborazione con il Bonci, portata avanti fin dai tempi del suo debutto e, in particolare, l’instancabile lavoro svolto dagli anni Ottanta ad oggi per far crescere la Stagione di Teatro ragazzi e garantirle quella ricchezza di contenuti e di idee che la rendono apprezzata e seguita. Con Mescolini se ne va un protagonista della cultura cesenate, e oggi siamo tutti un po’ più poveri”.

Fonte: http://www.cesenatoday.it/cronaca/morto-franco-mescolini-cesena-attore.html

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Buon viaggio, mio amato Maestro, un pezzo del mio cuore oggi viene con te, in quell’altrove teatrale del quale nei tuoi spettacoli parlavi sempre. Ho imparato tanto alla tua “scuola”, soprattutto a scavare nella mia anima e tirar fuori quello che di più nascosto vi si celava, trasformandolo in emozioni da trasmettere attraverso altre vite che solo in scena si possono vivere. Il teatro è magico, Maestro, tu mi hai insegnato ad usarlo, a farne mie le tecniche, ma tu mi hai insegnato soprattutto la magia della vita, mi hai insegnato ad apprezzarla, a vederne gli aspetti positivi anche quando tutto per me era nero, mi hai trasmesso l’allegria, la fiducia e il coraggio, in un momento particolare della mia vita, di affrontare la mia disperazione e trasformarla … in vita! Hai segnato un pezzo importante di questa mia vita, arricchendola di esperienze indimenticabili. Oggi tu hai iniziato questo viaggio, io lo sento come una grande perdita, ma allo stesso tempo i ricordi che riaffiorano in me intensamente mi fanno anche sentire più ricca, perché ho la fortuna di averli, di aver condiviso con te anche solo un piccolo pezzo della mia strada. Buon viaggio, Franco, so che al tuo arrivo, ad attenderti, ci sarà una platea stracolma e che l’applauso risuonerà inarrestabile fin nei più piccoli meandri di quel grande teatro pronto ad accoglierti. Il mio grande affetto e rispetto per te, chapeau Maestro!

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La musica rubata agli dei   8 comments

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Chuck Berry: niente fu più come era stato prima

 giacomo-meingati    di Giacomo Meingati

Berry fu il solo.

Ci lascia a 90 anni, nella sua Saint Louis, che gli aveva dato i natali nel 1926, uno dei più influenti musicisti del nostro tempo.

Il nero blues vagava al ritmo della sua natura fatta di terra, e il country sfrecciava veloce come i treni che attraversano le vaste praterie americane ricolme di sole, quando Berry li unì in qualcosa di inaudito.

Così come Dio creò il primo giorno, il cielo e la terra, Berry, nel settimo in cui Dio si riposò, unì musica nera e bianca in una miscela esplosiva e creò il rock ‘n’ roll, consegnandocelo come Prometeo ci diede il fuoco, di fatto scuotendo alle fondamenta la musica e la cultura occidentali della seconda metà del XX secolo.

Berry fu il solo.

Fu di quelle inquiete e mai dome nature d’uomo, destinate a errare su questa terra seminando dinamite e stravolgendo ogni cosa al proprio passaggio.

Berry fu il solo, e Berry fu solo, per tutta la vita.

Ribelle, iroso e solitario fin da piccolo, era come se fosse tormentato da un demone che non gli dava tregua, conferendogli un temperamento geniale quanto chiuso, brillante quanto schivo e duro, che lo portò sin da giovanissimo ad assaggiare la strada e il carcere.

Fu Muddy Waters, leggendario padre del blues, a portare il giovane Berry da Chess Leonard a Chicago, convincendo il discografico a puntare su di lui.

Berry cambiò la nostra cultura in un pugno di giorni, a partire dal 21 maggio 1955, in cui in rapidissima successione, consegnò all’occidente un nuovo modo di fare musica incidendo alcune delle canzoni più influenti del nostro secolo da “Meybellene” a “Roll over Beethoven”, “Rock ‘n’ roll music” e soprattutto la sua leggendaria “Johnny B. Goode”.

Sono gli anni 50, e Prometeo furtivo è già sceso sulla terra a donare i ritmi veloci della nuova musica rubata agli dei, che come una pioggia di napalm divampa nei cuori degli adolescenti del secondo dopoguerra, sconvolgendo il costume, la morale, la cultura e la società del XX secolo.

Elvis, Jerry Lee Lewis, Little Richard, Johnny Cash sono i cavalieri di questa rumorosissima tavola rotonda, e stanno ponendo le basi per lo sviluppo di tutta la musica dagli anni 60 a oggi per come la conosciamo noi, mentre Berry, inquieto Parsifal, imperversa randagio e solitario di città in città, suonando senza band con i musicisti che trova sera dopo sera, portando le sue hit di concerto in concerto a un successo vertiginoso che non lo abbandonerà più.

La sua carriera decolla fino al 1959, anno in cui viene di nuovo imprigionato con l’accusa di aver fatto sesso con una minorenne.

Dopo la galera Berry fatica a ritrovare la vena creativa degli anni 50, ma il solco che ha tracciato nelle giovani generazioni è troppo potente per essere dimenticato, e sono proprio i suoi “figli” musicali che lo riportano in auge nei decenni successivi.

Gli antichi racconti cavallereschi affermano che Parsifal trovò il Graal proprio in virtù della sua follia e del suo errare senza meta, e il “Graal” che Berry aveva infuso nelle sue hit era talmente prodigioso da vivere di una vita propria, che avrebbe trascinato il suo autore con se in un successo destinato a durare fino ai nostri giorni.

I Rolling Stones portarono alcuni dei suoi successi come “Carol” alle nuove generazioni degli anni 60, lo stesso fecero i Beatles che iniziarono a suonare e incidere cover di Berry come “Roll over Beethoven” e “Johnny B. Goode”.

Berry non riuscirà più, fino all’anno del suo ultimo disco “Chuck” nel 1979, a esprimersi agli stessi livelli dei suoi momenti d’oro, ma le sue canzoni non smetteranno mai di essere suonate praticamente da ogni complesso rock dai primissimi anni 60 sino ai giorni nostri, in cui ragazzi nati nel 2000 ancora fanno cover di “Jhonny B. Goode” o “Roll over Beethoven”, e una star planetaria nata nel 1991 come Ed Sheeran, cita un paio di suoi versi in uno dei suoi successi più recenti.

Berry, come i grandi padri del blues, ha fatto musica fino alla fine dei suoi giorni, collaborando con gli artisti più importanti del panorama internazionale del suo tempo come Rolling Stones, Beatles, Bruce Springsteen e moltissimi, innumerevoli altri.

Tutto il mondo della musica, della cultura, dello spettacolo si unisce oggi nel ricordo di questo grandissimo che se ne va, Mick Jagger, Bruce Springsteen, lo scrittore Stephen King, Keith Richards, Lenny Kravitz e moltissimi altri hanno espresso sui social il loro rammarico per la dipartita di uno dei padri del rock ‘n’ roll e forse una delle più influenti figure culturali del XX secolo.

Fonte: https://alganews.wordpress.com/2017/03/19/chuck-berry-niente-fu-piu-come-era-stato-prima/

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His mother told him “Someday you will be a man,
And you will be the leader of a big old band.
Many people coming from miles around
To hear you play your music when the sun go down
Maybe someday your name will be in lights
Saying Johnny B. Goode tonight.”

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And your name will be Chuck Berry … forever!

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LEONARD COHEN , IL PIU’ GRANDE DI TUTTI   Leave a comment

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Tra tutte le cose che ho letto in questi giorni su Leonard Cohen, nessuna, come questo bellissimo articolo, mi ha emozionato ed ha espresso in maniera toccante e commovente anche il mio stato d’animo. Grazie.

Goodbye Mister Cohen!   13 comments

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Leonard Cohen – Hallelujah
Testo e musica: Leonard Cohen
Arrangiamenti: John Lissauer

Hallelujah

Now I’ve heard there was a secret chord
That David played, and it pleased the Lord
But you don’t really care for music, do you?
It goes like this
The fourth, the fifth
The minor fall, the major lift
The baffled king composing Hallelujah

 Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah

 Your faith was strong but you needed proof
You saw her bathing on the roof
Her beauty and the moonlight overthrew you
She tied you
To a kitchen chair
She broke your throne, and she cut your hair
And from your lips she drew the Hallelujah

Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah

 You say I took the name in vain
I don’t even know the name
But if I did, well really, what’s it to you?
There’s a blaze of light
In every word
It doesn’t matter which you heard
The holy or the broken Hallelujah

Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah

 I did my best, it wasn’t much
I couldn’t feel, so I tried to touch
I’ve told the truth, I didn’t come to fool you
And even though
It all went wrong
I’ll stand before the Lord of Song
With nothing on my tongue but Hallelujah

 Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah …

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  Alleluja 

Ho sentito di un accordo segreto
Suonato da David e gradito al Signore
Ma a te della musica non importa poi molto, vero?
Beh, fa così:
La quarta, la quinta
La minore scende, la maggiore sale
Il re perplesso compone l’Alleluja

Alleluja Alleluja Alleluja Alleluja

 La tua fede era salda ma avevi bisogno di una prova
La vedesti fare il bagno dalla terrazza
La sua bellezza e il chiaro di luna ti vinsero
Lei ti legò
Alla sedia della cucina
Ti spaccò il trono, ti rase i capelli
E dalle labbra ti strappò l’Alleluja.

Alleluja Alleluja Alleluja Alleluja

Dici che ho pronunciato il Nome invano
Ma se non lo conosco nemmeno il Nome
Ma anche se fosse, a te poi cosa importa?
C’è un’esplosione di luce
In ogni parola
E non importa se tu abbia sentito
La sacra o la disperata Alleluja

Alleluja Alleluja Alleluja Alleluja

 Ho fatto del mio meglio, non era granché
Non provavo nulla, così ho provato a toccare
Ho detto il vero, non sono venuto per prenderti in giro
E anche se
è andato tutto storto
Mi ergerò davanti al Dio della Canzone
E dalle mie labbra altro non uscirà che Alleluja

Alleluja Alleluja Alleluja Alleluja Alleluja…

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Leonard Norman Cohen è stato un cantautore, poeta, scrittore e compositore canadese. È stato uno dei cantautori più celebri, influenti e apprezzati della storia della musica.

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 Good trip, great Poet!

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Ottantacinque!   13 comments

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Buon Compleanno, Monica!

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Ladies and Gentlemen … Mister Bob Dylan!   5 comments

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 The Times They Are A-Changin’

words and music Bob Dylan

Come gather ‘round people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You’ll be drenched to the bone.
If your time to you
Is worth savin’
Then you better start swimmin’
Or you’ll sink like a stone
For the times they are a-changin’.

Come writers and critics
Who prophesize with your pen
And keep your eyes wide
The chance won’t come again
And don’t speak too soon
For the wheel’s still in spin
And there’s no tellin’ who
That it’s namin’.
For the loser now
Will be later to win
For the times they are a-changin’.

Come senators, congressmen
Please heed the call
Don’t stand in the doorway
Don’t block up the hall
For he that gets hurt
Will be he who has stalled
There’s a battle outside
And it is ragin’.
It’ll soon shake your Windows
And rattle your walls
For the times they are a-changin’.

Come mothers and fathers
Throughout the land
And don’t criticize
What you can’t understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is
Rapidly agin’.
Please get out of the new one
If you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’.

The line it is drawn
The curse it is cast
The slow one now
Will later be fast
As the present now
Will later be past
The order is
Rapidly fadin’.
And the first one now
Will later be last
For the times they are a-changin’.

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I tempi stanno cambiando

parole e musica Bob Dylan

Venite intorno gente
dovunque voi vagate
ed ammettete che le acque
attorno a voi stanno crescendo
ed accettate che presto
sarete inzuppati fino all’osso.
E se il tempo per voi
rappresenta qualcosa
fareste meglio ad incominciare a nuotare
o affonderete come pietre
perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici
che profetizzate con le vostre penne
e tenete gli occhi ben aperti
l’occasione non tornerà
e non parlate troppo presto
perché la ruota sta ancora girando
e non c’è nessuno che può dire
chi sarà scelto.
Perché il perdente adesso
sarà il vincente di domani
perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso
per favore date importanza alla chiamata
e non rimanete sulla porta
non bloccate l’atrio
perché quello che si ferirà
sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata
c’è una battaglia fuori
e sta infuriando.
Presto scuoterà le vostre finestre
e farà tremare i vostri muri
perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri
da ogni parte del Paese
e non criticate
quello che non potete capire
i vostri figli e le vostre figlie
sono al dì la dei vostri comandi
la vostra vecchia strada
sta rapidamente invecchiando.
Per favore andate via dalla nuova
se non potete dare una mano
perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L’ordine sta rapidamente
scomparendo.
Ed il primo ora
Sarà l’ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

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Accademia di Stoccolma – Anno 2016 – Premio Nobel per la Letteratura “Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”

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Accademia di Stoccolma – 1997: “… dileggia il potere seguendo la tradizione dei giullari medioevali e restituendo la dignità agli oppressi”   20 comments

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Dario Fo – 13 Ottobre 2016

Inviato da Redazione il Gio, 10/13/2016 – 12:20

Milano, 13 ottobre 2016

Il Maestro Dario Fo si è spento oggi 13 ottobre 2016 presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano, dove era ricoverato da qualche giorno a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Il nostro Paese e il mondo intero perdono oggi un artista che per tutta la vita si è battuto contro l’affermazione secondo cui “la cultura dominante è quella della classe dominante”. Attraverso la sua intera opera Dario Fo ha lavorato affinché le classi sociali che da secoli erano state costrette nell’ignoranza prendessero coscienza del fatto che è il popolo a essere depositario delle radici della propria cultura.

Per questo suo impegno nel 1997 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura “perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

Insieme all’adorata compagna Franca Rame ebbe il coraggio di allontanarsi dai circuiti teatrali ufficiali, che lui amava definire “teatro borghese”, per portare i loro spettacoli in luoghi non convenzionali come fabbriche occupate, piazze, case del popolo e carceri.

Quando si appassionava a una storia e a un personaggio per prima cosa conduceva un’inchiesta approfondita, per imparare lui stesso in modo da poter trasmettere agli altri. La sua figura si distingue in questo, Dario Fo non ha mai avuto bisogno dell’etichetta di “intellettuale”, perché l’idea di cultura per la quale si è battuto non è né accademica né elitaria. I suoi lavori nascono dalla cultura popolare per essere restituiti al popolo.

Il suo modo di concepire la narrazione non era mai limitato, ma si allargava a tutte le forme artistiche cui amava attingere. Nel momento in cui scriveva una storia all’istante la vedeva, vedeva i personaggi, i volti, le scene, e li raffigurava sulla tela, per poi portarli sul palco, trascinando il suo pubblico in una straordinaria scatola magica.

Tutta la Compagnia Teatrale e la famiglia ringraziano per l’affetto ricevuto in queste ore.

Fonte: http://www.dariofo.it/

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Maestro, la mia ammirazione, la mia stima, il mio grande rispetto
per il tuo “mestiere” e la tua vita.
Adesso, mi piace pensarti così … insieme a Franca!

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Dario Fo e Franca Rame in Mistero Buffo

“Ho ottant’anni ma ne ho vissuti almeno centocinquanta. Se poi calcolo quelli di Franca, alla fine in due facciamo circa tre secoli. Un arco di tempo lunghissimo racchiuso in due sole vite, perché quegli anni sono stati tutti, non uno di meno, belli e intensi. I mesi duravano 60 giorni, i giorni 48 ore… Sì, di vite noi due messi insieme ne abbiamo vissute davvero tante.” (Dario Fo)

Da “Il mondo secondo Fo” di Dario Fo – Anno 2008
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La mia commozione, il mio affetto, la mia vicinanza a Jacopo.

Ciao Dario, Buon Viaggio.

Chapeau!

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A Dora per il suo grande amore per il Teatro! E non solo …   12 comments

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Lella Costa da “Ferite a morte”

di Serena Dandini

Ferite a Morte è nato come un progetto teatrale sul femminicidio scritto e diretto da Serena Dandini. Un’ antologia di monologhi sulla falsariga della famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master costruita con la collaborazione di Maura Misiti, ricercatrice del CNR. I testi attingono alla cronaca e alle indagini giornalistiche per dare voce alle donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un compagno, un amante o un “ex”.

“Quote rosa”

Ho messo il rossetto rosso, in segno di lutto.
È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che una donna manager entri in un consiglio di amministrazione, ma io ce l’ho fatta. Non è stata una passeggiata, sono battaglie che lasciano i segni, ti possono indurire, a volte ti incattiviscono pure. Questa piega amara sulla fronte, per esempio, prima non ce l’avevo, ma che volete, ogni cosa ha il suo prezzo e se hai i soldi per pagarti un po’ di botulino si vede molto meno.
Io appartengo alla generazione di donne che ha rinunciato ai figli per la carriera. Non me ne pento. Ho coltivato delle amicizie meravigliose, mica è detto che una donna per realizzarsi deve per forza essere mamma come dice la pubblicità dei pannolini. Poi tanto ci sono gli uomini che ti scaldano il cuore, io addirittura ho sposato un collega. È bello lavorare spalla a spalla, sentirsi complici e uguali, tonnellate di email da smaltire la sera prima di ritrovarsi finalmente a letto, stessi iPad, stessi orari, stesso stress, stessi iPhone o BlackBerry (c’è sempre qualcuno che preferisce il BlackBerry), stessi viaggi di lavoro, Frecciarossa, wi-fi, stesse vip lounge, stessi stipendi… Ecco, finché sono stati gli stessi è andato tutto bene, io ci ho messo un po’ a raggiungerlo, si sa, a pari curriculum noi donne siamo considerate meno spendibili, meno autorevoli, dobbiamo essere tre volte più brave per ottenere lo stesso risultato, ma alla fine ce l’ho fatta.
Il problema è che poi l’ho superato, ho cominciato a guadagnare più di lui. Non l’ho fatto apposta, anzi mi vergognavo anche un po’… Subito non gliel’ho detto, non so perché, ma dentro di me mi sentivo in colpa, come se superarlo economicamente fosse un affronto alla sua virilità, avevo paura di umiliarlo. Ma poi mi sono detta che il mondo era ben cambiato dai tempi di mio padre che non ha fatto mai lavorare la mamma anche se era laureata, per decoro, per decenza, che non si dica che la sua signora era costretta a faticare; a lei invece sarebbe piaciuto tanto, ma non l’ha mai contrariato. Io sì, e così ho fatto outing offrendogli un weekend cinque stelle a Parigi. Da lì sono iniziati i guai; lentamente, sottilmente, un veleno si è infiltrato nel nostro rapporto. Io non ero più così simpatica né tanto intelligente come prima, anzi ogni motivo era buono per assestare un colpetto alla mia autostima che si sa, nelle donne è già traballante di suo. Piano piano ha cominciato a colpirmi, prima in privato poi in pubblico, davanti ad amici e colleghi. Un risentimento sordo, un sarcasmo feroce, una critica impietosa e continua. Non andava mai bene quello che facevo, un match senza esclusione di colpi, anzi un colpo dietro l’altro, fino a quello definitivo, un portacenere di marmo tirato in piena fronte una sera di maggio, appena tornati da un convegno sui tassi di interesse. Ero ancora viva, poteva salvarmi e invece mi guardava con stupore, immobile, io respiravo a fatica, finalmente debole e arrendevole. Mi aveva messo a terra, non voleva farlo ma non aveva più argomenti per spiegarmi la sua inadeguatezza, ero cresciuta troppo per lui, non ce la faceva a starmi al passo, non riusciva più a reggere il confronto… Si sentiva inferiore e non aveva altra scelta che ricorrere alla forza fisica, in quella era ancora superiore a me.
Almeno ha vinto l’ultima partita.

Dedicato a Giulia, protagonista del Racconto “La torta”, scritto dalla mia amica Dora Buonfino del Blog “Almeno tu”, per la forza di queste due straordinarie donne che, prendendo coscienza della propria identità e consapevolezza di ciò che sono e che vogliono essere, hanno trovato il coraggio di ribellarsi e combattere per l’affermazione di sé e del proprio ruolo, di spezzare le catene e salvarsi.

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La “Febbre” di Sarah Kane   14 comments

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“Monologo di A”

E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto e incontrarti da Rudy e parlare della giornata e battere a macchina le tue lettere e portare le tue scatole e ridere della tua paranoia e darti nastri che non ascolti e guardare film bellissimi e guardare film orribili e lamentarmi della radio e fotografarti mentre dormi e svegliarmi per portarti caffè brioches e ciambella e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare tutte le sigarette e non trovare mai un fiammifero e dirti quali programmi ho visto in tv la notte prima e portarti a far vedere l’occhio e non ridere delle tue barzellette e desiderarti di mattina ma lasciarti dormire ancora un po’ e baciarti la schiena e carezzarti la pelle e dirti quanto amo i tuoi capelli i tuoi occhi le tue labbra il tuo collo i tuoi seni il tuo culo il tuo …

… e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancora peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

Il “Monologo di A” fa parte dell’opera teatrale “Crave” (Febbre) della scrittrice Sarah Kane. Si tratta di quattro personaggi conosciuti solo attraverso una sola lettera, legati tra loro da profonde relazioni.

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Luca Argentero e Myriam Catania leggono “Monologo di A” di Sarah Kane per il programma radiofonico di Parole Note in onda su Radio Capital.

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Roma! Migranti, musica, integrazione   7 comments

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Ragazzi italiani e giovani migranti hanno dato vita a un gruppo musicale che racconta storie di partenze, di fatiche e di accoglienze. In uscita il loro primo disco.

di Danilo Giannese

Era la prima volta che Antony cantava la sua nuova canzone in sala prove. Il microfono vicino alle labbra, le cuffie ben aderenti al capo, i tecnici audio dall’altra parte dello studio, dietro la vetrata, e i suoi compagni di band a fargli un cenno quando poteva partire. Tutto d’un fiato, senza perdere la concentrazione neanche per un attimo, Antony diede voce al nuovo testo che aveva composto.

La sua canzone parla della madre, dell’ultima volta che l’aveva vista, quando l’aveva salutata prima di lasciare la Nigeria, per intraprendere il suo lungo viaggio verso l’Europa, passando per il deserto, la Libia, la traversata del Mediterraneo a bordo di un barcone carico di migranti con il suo stesso sogno in tasca. Ognuno di loro, del resto, ha dovuto congedarsi a malincuore dalla propria famiglia. Terminata la prova, Antony tolse le cuffie, uscì dal gabbiotto, levò gli occhiali e lasciò cadere a terra i fogli con su scritto, nella sua lingua, l’asen, il testo di Mama: portò le mani al volto e cominciò a piangere. Erano passati otto anni da quando aveva abbracciato e baciato sua madre per l’ultima volta.

Antony, rifugiato in Italia, è uno dei componenti dei Dunia, una band di World Music, con sede a Roma, che mette insieme giovani italiani, rifugiati e migranti provenienti da varie parti del mondo: dall’Afghanistan al Gambia, dal Senegal al Libano e alla Nigeria.

Il gruppo, nato da un’idea dell’etnomusicologo Antonio Bevacqua e avviato ufficialmente a gennaio 2015, ha l’obiettivo di promuovere l’integrazione in ogni sua forma, di favorire l’accoglienza di chi giunge in Italia e in Europa dall’altra parte del Mediterraneo, di rappresentare un incontro possibile tra popoli e culture attraverso la musica. L’idea originaria del progetto, in realtà, nasce nel 2010, all’epoca dei fatti di Rosarno, quando le proteste degli immigrati nel piccolo centro calabrese portarono alla luce le condizioni di sfruttamento alle quali queste persone erano sottoposte dai datori di lavoro negli agrumeti calabresi.

«Vedere che tutto questo succedeva nella mia regione, da sempre teatro di incontri e scambi commerciali nel Mediterraneo, mi ha portato a chiedermi cosa potessi fare – racconta Antonio Bevacqua, calabrese di Rossano. E da musicista ho deciso di rispondere con la musica».

E così due esperienze musicali del sud d’Italia, i calabresi Neilos, dello stesso Bevacqua e Andrea Fenu, e gli Unnaddarè, siciliani, decidono di tendere la mano ai migranti che arrivano dal mare. Bevacqua: «I ragazzi che incontriamo non sono musicisti di professione. Sono approdati nella nostra Italia alla ricerca di un futuro migliore. Incontrandoli, abbiamo capito che la musica è in grado di dar loro forza e speranza, di aiutarli a integrarsi nelle nostre città e che attraverso di essa possono esprimere tutto ciò che hanno dentro».

Dunia è una parola che deriva dal sanscrito e sta per “mondo”, “vita”, “madre terra”, “speranza”. La scelta del nome della band è venuta fuori dagli incontri con i ragazzi, dagli scambi reciproci, dalle cene tutti insieme, dove ciascuno cucina un piatto tipico della propria terra. Ancora Bevacqua: «Ci siamo resi conto che questa parola, scritta con forme diverse, ricorre spesso nelle varie lingue parlate dai ragazzi, dal mandinga all’asen, dal wolof sino alle lingue in Medioriente e in Afghanistan. È una parola che lega mondi diversi».

La band, attualmente, è composta da otto elementi: oltre ad Antonio, Andrea e Maurizio, vi sono “One by Fall” dal Senegal, Ibrahim “King Solomon” dal Gambia, Bashir dall’Afghanistan, Toufic dal Libano e il nigeriano Antony. Nelle prossime settimane uscirà il primo disco ufficiale della band.

«Tutte le canzoni – chiarisce Maurizio Catania – sono nate spontaneamente. Si partiva da un riff di chitarra sul quale i ragazzi, nelle loro lingue madri, iniziavano a cantare, dando voce ai propri sentimenti. Nei loro testi ricostruiscono quello che hanno attraversato per approdare in Europa, le difficoltà che incontrano oggi giorno in Italia oppure, semplicemente, raccontano storie d’amore».

Come, per esempio, Per te, poesia scritta dall’afghano Bashir, dal 2007 rifugiato in Italia, costretto a fuggire dal suo paese a causa delle persecuzioni di cui sono vittime gli appartenenti al gruppo etnico degli hazara: «Dopo mille peripezie sono riuscito a farmi arrivare dall’Afghanistan il dambora, uno strumento a corde, tipico della mia regione, che utilizzo nella mia canzone».

«A partire dalle interpretazioni e dai testi creati dai ragazzi, noi ci troviamo di fronte a delle immagini e come dei registi non dobbiamo far altro che montarle, aggiungendovi la ritmica, le percussioni, il basso, la chitarra», spiega ancora Maurizio Catania.

«Sembra di essere in ogni luogo del mondo nello stesso tempo – dice il libanese Toufic ?. La musica è in grado di abbattere ogni barriera e quando sento i miei compagni che cantano nella loro lingua mi sembra di vedere le loro terre e vivere le loro storie».

In una canzone dal titolo Addounia (mondo, vita), Ibrahim racconta il suo viaggio di speranza verso l’Europa. Un viaggio che l’ha portato dalla Libia alla Sicilia, su un barcone nella cui stiva sono morte asfissiate 75 persone. «Canto la sofferenza di questo viaggio per far capire a tutti il dramma e il pericolo che affrontano coloro che tentano di arrivare dall’altra parte del Mediterraneo», dice Ibrahim, che canta in lingua mandinga. Il ritornello, invece, lo canta “One by Fall”, in wolof. Le sue parole dicono di Dio che incoraggia e rassicura chi sta compiendo il viaggio.

Antony: «La musica e la band sono diventati molto importanti per la mia vita. Cantare è una spinta a superare le difficoltà, dal lavoro alla lontananza dalla mia famiglia Sento che sto facendo esperienze molto importanti qui a Roma e questo mi aiuta a sentirmi parte della città. Certo, faccio anche tanti sacrifici, come svegliarmi ogni giorno alle 3.30 del mattino per andare a lavorare, ma so che tutto questo mi sarà molto utile per il futuro, quando potrò tornare da mia madre, riabbracciarla e stare finalmente di nuovo con lei». Già, in Mama, Anthony dice alla madre che tornerà presto, molto presto.

Fonte: nigrizia.it
Giovedì 24 Marzo 2016

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