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Vorrei essere ricca …   22 comments

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Vorrei essere ricca …

… solo per potermi comprare questo gatto … che costa dagli 800 ai 1500 € … con pedigree ovviamente! Non che mi interessi poi molto avere il pedigree, io voglio il micione! Me ne sono pazzamente innamorata. Adoro i gatti, non potrei vivere senza, e normalmente non mi importa avere un gatto di razza, me li porterei a casa tutti quelli che vedo in giro, ma per questo ho una vera passione: il Maine Coon. Però non me lo posso permettere, non solo per il costo iniziale, ma per il mantenimento, lui ha davvero un grande appetito, mangia molto! Beh, insomma, si capisce il perché … questo è lui … bel miciotto, vero?

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Il Gatto Maine Coon è una razza di origine nord americana, di una regione, il Maine, di cui è diventato anche gatto ufficiale. Il nome significa letteralmente “procione del Maine”. Per via della sua coda molto simile a quella di un procione, gli hanno dato l’appellativo di Raccoon, orsetto lavatore in inglese, abbreviato con Coon.

La storia del gatto Maine Coon non è una, sono tante. Tutte leggendarie, affascinanti e…non confermate. La più diffusa credenza sulle origini del gatto Maine Coon risale all’inizio del secolo scorso e spiega che per le grandi e pelose orecchie provviste di ciuffi e la coda grossa e inanellata, il gatto Maine Coon deve per forza essere un incrocio tra una lince e un orsetto lavatore.

E’ molto fantasiosa, e chissà se fisicamente possibile, ma certo ha dato luogo a molte altre varianti o storie alternative, come quella che attribuisce al gatto Maine Coon un’aura regale, legandolo a doppio filo con i sei gatti d’Angora che la regina Maria Antonietta, durante la Rivoluzione Francese, avrebbe messo in salvo inviandoli a Wiscasset, nello Stato Americano del Maine.

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La teoria più probabile è che il gatto Maine Coon sia un incrocio tra gatti a pelo corto e gatti a pelo lungo d’oltremare. Quelli che oggi sono i diretti progenitori del Norvegese delle Foreste. Sarebbero sbarcati nel Nord America con i Vichinghi, attorno all’anno mille. Oppure più tardi, con i coloni, che viaggiavano con i gatti “acchiappa-topi” tra i più vari, mescolandoli senza badarci troppo.

Antenati ignoti, quindi, ma la data della prima segnalazione ufficiale di un gatto Maine Coon è il 1861: a parlarne è la signora Pierce che cita un gatto bianco e nero chiamato “Captain Jenks of the Horse Marines”. In Italia il gatto Maine Coon compare solo nel 1986 ma da quel momento fa successo e oggi questa razza è tra le star di molte esposizioni feline.

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Il gatto Maine Coon è visibilmente tra i più imponenti, con i suoi 7 -11 kg, da maschio, ridotti a 5 – 7 se femmina. E’ forte e muscoloso, equilibrato e agile, e sa adattarsi ai rigidi inverni. Questo perché sfoggia, di natura, senza vanità, uno mantello lucido, pesante e resistente all’acqua, grazie ad una particolare e caratteristica untuosità naturale che tiene caldo e non consente al pelo di annodarsi. Nessuna altra razza diversa dal gatto Maine Coon possiede un manto così speciale.

Il pelo di questo felino è più lungo sullo stomaco e sulle gambe posteriori per ripararlo dalla pioggia e dalla neve, mentre si fa raso sulla parte posteriore e sul collo così da non aggrovigliarsi ostacolandolo quando si aggira nel sottobosco. Per i colori, qui l’inverno non detta regole e sono tutti ammessi per il gatto Maine Coon, tranne Chocolate, Cinnamon, Lilac, Fawn in qualunque combinazione e fattore colourpoint.

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Anche la coda del gatto Maine Coon è anti freddo: lunga e folta, è comoda da avvolgere intorno al corpo per dormire protetto dal gelo. Le orecchie sono “studiate” per le basse temperature: più pelose sia all’interno che sulle punte e mobili, per meglio captare i suoni della foresta. Gli occhi del gatto Maine Coon sono grandi per migliorare la vista, utili nella caccia e nella fuga dai predatori, agevolata anche dai piedi grandi, rotondi, con ciuffi di pelo, ottimi come ‘pattini da neve’.

Il gatto Maine Coon è abituato a stare all’aria aperta, ma si adatta anche in casa se ha spazi per essere sé stesso. Cioè attivo e curioso, giocherellone. Questa razza può vantare un ottimo carattere, abitudinario, ideale per la compagnia alle persone, soprattutto ad anziani e bambini, perché non graffia né soffia. Il gatto Maine Coon non è mai aggressivo e tende ad interagire anche con altri animali senza dichiarare guerra, nonostante la mole.

Il gatto Maine Coon ha un portamento maestoso, avanza a testa alta, mostra la coda larga e folta a mezza altezza e muove le larghe zampe con fare da antico guerriero, ma è tutta una messa in scena. E’ docile e giocoso, e oltretutto possiede una voce che è ben lontana da un ruggito. Il suo è un miagolio acuto, flebile e continuo, borbotta in continuazione, sembra che faccia la cronaca fra sé e sé delle proprie mosse: è uno dei gatti più loquaci in assoluto.

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Così grosso e robusto, così muscoloso e vivace, il gatto Maine Coon non necessita di molte cure ma di una sana e abbondante alimentazione. Per l’estetica, una spazzolata al pelo, data la grande quantità, e un bagnetto ogni tanto, ma senza panico perché il gatto Maine Coon è un amante dell’acqua, basta asciugarlo dato il folto mantello.

Tornando all’appetito, lui ne ha tanto e necessita, quindi, di molti pieni di energia ma non a caso. Equilibrati e sani, integrando la sua dieta naturale “selvatica”, secca e umida, con integratori, da servire anche in doppia ciotola. Se tenuto a regola, il gatto Maine Coon campa fino e oltre i 13-15 anni.

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Il gatto Maine Coon è abbastanza prolifico, la femmina va in calore 2 volte all’anno, dai 10 mesi agli 8-9 anni, ogni parto vede nascere 3-4 cuccioli che aprono gli occhi dai 5 ai 12 giorni e per circa 3/4 settimane si nutrono esclusivamente del latte materno. Cosa curiosa per il gatto Maine Coon è lo sviluppo del pelo; alla nascita sembra corto ma verso la sesta settimana comincia ad allungarsi e compaiono evidenti ciuffi di pelo tra le dita dei piedi e sulle orecchie.

Il prezzo di un gatto Maine Coon da compagnia può essere di circa 800 €, mentre il costo di un esemplare da riproduzione o esposizione può raggiungere anche 1500 €. Queste cifre variano a seconda del ruolo che il gatto Maine Coon svolgerà in società, felina e umana. Spesso a deciderlo sono gli allevatori anche perché non tutti gli esemplari sono perfetti.

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Il prezzo di un gatto Maine Coon può variare anche a seconda dell’età, degli standard di razza, dei dettagli del caso e dalla presenza del pedigree. Ma sia chiaro, per il gatto Maine Coon come per molti altri, che il pedigree, è un documento che attesta la reale appartenenza ad una data razza, il suo costo è di circa una 20ina di euro. Ciò quindi non spiega l’impennata dei prezzi in presenza di pedigree e il crollo senza: in mancanza di Pedigree, pieni di dubbi, davanti a certi annunci, conviene voltare pagina e cercare il proprio gatto Maine Coon sano e salvo, e autentico, altrove.

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Insomma … se proprio  ce lo vogliamo abbracciare … facciamo in modo di avere buone braccia!

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La danza delle stelle e dell’universo …   2 comments

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La danzatrice

Khalil Gibran

Per un giorno, la corte del principe invita una danzatrice
accompagnata dai suoi musicisti.

Ella fu presentata alla corte,
poi danza davanti al principe
al suono del liuto, del flauto e della chitarra.

Ella danza la danza delle stelle e quella dell’universo;
poi ella danza la danza dei fiori che vorticano nel vento.
E il principe ne rimane affascinato.

Egli la prega di avvicinarsi.
Ella si dirige allora verso il trono
e s’inchina davanti a lui.
E il principe domanda:

“Bella donna, figlia della grazia e della gioia, da dove viene la tua arte?
Come puoi tu dominare la terra a l’aria nei tuoi passi,
l’acqua e il fuoco nel tuo ritmo?”

La danzatrice s’inchina di nuovo davanti al principe e dice:

“Vostra Altezza, io non saprei rispondervi,
ma so che:

L’Anima del filosofo veglia nella sua testa.
L’Anima del poeta vola nel suo cuore.
L’Anima del cantante vibra nella sua gola.
Ma l’Anima della danzatrice vive in tutto il suo corpo.”

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Pubblicato 5 luglio 2015 da mariannecraven in Poesia, Scienza

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Sarà proprio vero?   7 comments

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Recenti studi correlano il possesso di un gatto alla schizofrenia

Gli scienziati hanno recentemente scoperto una forte correlazione tra il possesso di uno, o più gatti ed il disagio schizofrenico che, secondo questi studi, sarebbe provocato da un parassita.

In uno studio pubblicato recentemente sul giornale “Schizophrenia Research” gli esperti hanno rilevato che nelle famiglie che possiedono un gatto c’è una maggiore probabilità che la malattia schizofrenica colpisca uno dei figli negli anni dello sviluppo.

Analizzando un vecchio questionario compilato nel 1982 da più di 2000 nuclei familiari che in comune avevano un malato di mente in casa, non sempre necessariamente ‘schizofrenico’, ebbene gli studiosi hanno estrapolato un dato incredibilmente significativo: ben il 50% di questi malati possedeva un gatto o aveva posseduto un gatto durante la propria infanzia.

I risultati di questo studio, tra l’altro, sono stati molto simili ad un altro test effettuato negli anni 90.

La schizofrenia è una malattia che si sviluppa su tempi molto lunghi i cui sintomi possono essere allucinazioni e cambiamenti di umore e comportamentali repentini.

Gli scienziati spiegano anche che secondo loro il colpevole di ciò potrebbe essere il Toxoplasma gondii, un parassita unicellulare presente nel corpo di alcuni gatti.

Fuller Torrey, un ricercatore dello Stanley Medical Research Institute che ha preso parte allo studio, dice all’Huffington Post: “Il Toxoplasma gondii si insinua nel cervello e crea delle micro cisti. Noi pensiamo che queste micro cisti si attivino durante l’adolescenza e causino i disturbi tipici della malattia mentale, probabilmente dovuta a non meglio identificati malfunzionamenti dei neurotrasmettitori.

Fonte: indipendent.co.uk
13 Giugno 2015
        
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Non siamo nulla senza di loro … nemmeno grandi cuochi!   Leave a comment

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Sono sempre stata affascinata dal mondo animale, leggo tutto ciò che trovo su questi esseri che ritengo straordinari, superiori direi, c’è una infinità di informazioni da scoprire, notizie che ci insegnano quanto il nostro comportamento “umano” sia gran poca cosa e derivi sostanzialmente da ciò che gli animali conoscono già. Mi sono imbattuta in questo articolo, che riporto integralmente, e che ho trovato davvero interessante e decisamente istruttivo. E poi,  “loro” sono troppo simpatici…

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Le (possibili) abilità culinarie degli scimpanzè

Gli scimpanzé selvatici preferiscono i cibi cotti a quelli crudi, capiscono che gli alimenti vengono trasformati dal calore e possono pianificare le azioni necessarie alla cottura. E’ quanto emerge da uno studio sul campo i cui risultati suggeriscono che le capacità cognitive necessarie alla cottura dei cibi, un passo fondamentale dell’evoluzione, sono emerse in un’epoca molto remota del passato filogenetico degli esseri umani.

La cottura del cibo è una tappa fondamentale nell’evoluzione umana, poiché rende gli alimenti più facili da masticare e da digerire, oltre che meno rischiosi per la salute.  Uno studio pubblicato sui “Proceedings of the Royal Society B”da Felix Warneken e Alexandra Rosati della Harvard University sostiene ora che le capacità cognitive necessarie per preferire i cibi cotti a quelli crudi e per saperli cuocere sono emerse molto precocemente nei nostri antenati, dato che anche gli scimpanzé dimostrano di possederle.

“Parlando della cottura del cibo molti antropologi si sono concentrati sul controllo del fuoco, che sembra la cosa più importante, ma avere in mano un bastoncino che brucia non basta, occorrono diversi altri passaggi cognitivi prima di poterlo usare per cuocere”, ha spiegato Rosati. “Ovviamente, gli scimpanzé non sono in grado di controllare il fuoco; ciò che abbiamo cercato di verificare era se anche in questi primati fossero presenti altri aspetti cognitivi della cottura, come la comprensione del rapporto di causa effetto che è alla base della trasformazione del cibo da crudo a cotto tramite il calore, e la pianificazione delle azioni necessarie alla cottura, che finora si ritenevano esclusivamente umane”.

Per verificare se gli scimpanzé selvatici fossero in grado di compiere i passaggi mentali necessari per cuocere, nel 2011, Warneken e Rosati hanno condotto una serie di esperimenti sul campo in Congo, presso il Jane Goodall Institute, l’istituto intitolato alla ricercatrice che ha dedicato la vita allo studio di questi primati.

La sperimentazione prevedeva diverse fasi successive sempre più complesse. Nella prima, gli autori hanno dato agli animali la possibilità di scegliere tra patate dolci crude e cotte e gli scimpanzé hanno dimostrato di preferire quelle cotte, anche se prima di mangiarle dovevano attendere alcuni minuti.

Nella seconda fase, gli animali hanno ricevuto uno strumento di cottura semplificato e fette di patate dolci crude. Anche in questo caso, una buona proporzione degli scimpanzé ha imparato presto a usare lo strumento per ottenere e mangiare patate cotte: questo, secondo gli autori, presuppone un passaggio cognitivo piuttosto importante, perché implica la comprensione della trasformazione del cibo da crudo a cotto e del rapporto di causa-effetto tra l’uso dello strumento e la possibilità di consumare il cibo cotto.

Nella terza e ultima fase, gli autori hanno dato agli scimpanzé le patate crude e solo in un secondo momento lo strumento di cottura. In questo caso, alcuni animali hanno consumato le patate crude, mentre una buona percentuale di loro ha aspettato di poterle cuocere, dimostrato di avere una capacità assai sviluppata di pianificare le azioni future.

“Questi studi comparativi chiariscono molti particolari del nostro passato evolutivo”, ha concluso Rosati. “Ritengo che questi risultati supportino l’idea che la cottura del cibo sia emersa molto presto nel corso dell’evoluzione: tutti gli elementi erano già presenti, e tutto ciò che occorreva era il controllo del fuoco”.

Le Scienze
Edizione Italiana di Scientific American
Venerdì 05 giugno 2015

                  

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L’istinto di sopravvivenza fa aguzzare l’ingegno, ma …   10 comments

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Mi sono imbattuta in una notizia che ha, a dir poco, dello straordinario, ma che conferma, prima di tutto a me stessa, l’idea che ho sempre avuto sul fatto che gli animali sono esseri superiori. Sembra che il beccospino bruno un uccello australiano piccolissimo, che pesa soltanto 7 grammi, abbia imparato ad imitare i suoi simili per difendere se stesso e il suo nido dai predatori. Riproducendo il verso di pettirossi, roselle e altri volatili lancia un segnale di avvertimento del pericolo nel caso si avvicini una cornacchia, per esempio. La malcapitata, spaventata da questo allarme, si blocca per il tempo sufficiente da permettere al beccospino e ai suoi piccoli di allontanarsi e mettersi al riparo.

La notizia arriva dai ricercatori dell’Australian National University, che affermano che questa è la prima ricerca in merito all’uso del mimetismo vocale degli uccelli mirato a spaventare i predatori, tra i quali, in primis, vi è la cornacchia sibilante bianca e nera, che è grande almeno 40 volte più del beccospino e mangia individui molto più adulti.

In pratica se il beccospino imita il segnale dell’allarme del falco, la cornacchia si distrae per il doppio del tempo rispetto all’allarme dato nella propria lingua, permettendo così all’ “imitatore” di fuggire e scampare il pericolo.

Trovo straordinaria l’intelligenza degli animali, l’istinto di sopravvivenza fa aguzzare l’ingegno, ma partendo da questo presupposto, mi rimane una domanda: che succederà quando la cornacchia capirà il “giochino” e si avvicinerà al nido imitando un beccospino innamorato?

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Pubblicato 5 giugno 2015 da mariannecraven in Scienza

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