Archivio per la categoria ‘Racconti

Pensare con la propria testa … Fiabe cinesi e orientali …   Leave a comment

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Il cavallo e il fiume 

Un cavallino viveva nella stalla con la madre e non era mai uscito di casa, né si era mai allontanato dal suo fianco protettivo.
Un giorno la madre gli disse: “E’ ora che tu esca e che impari a fare piccole commissioni per me. Porta questo sacchetto di grano al mulino!”
Con il sacco sulla groppa, contento di rendersi utile, il puledro si mise a galoppare verso il mulino.
Ma dopo un po’ incontrò sul suo cammino un fiume gonfio d’acqua che fluiva gorgogliando.
“Che cosa devo fare? Potrò attraversare?”
Si fermò incerto sulla riva.
Non sapeva a chi chiedere consiglio.
Si guardò intorno e vide un vecchio bue che brucava lì accanto.
Il cavallino si avvicinò e gli chiese:
“Zio, posso attraversare il fiume?”
“Certo, l’acqua non è profonda, mi arriva appena a ginocchio, vai tranquillo”.
Il cavallino si mise a galoppare verso il fiume, ma quando stava proprio sulla riva in procinto di attraversare, uno scoiattolo gli si avvicinò saltellando e gli disse tutto agitato: “Non passare, non passare! È pericoloso, rischi di annegare!”
“Ma il fiume è così profondo?” Chiese il cavallino confuso.
“Certo, un amico ieri è annegato” raccontò lo scoiattolo con voce mesta.
Il cavallino non sapeva più a chi credere e decise di tornare a casa per chiedere consiglio alla madre.
“Sono tornato perché l’acqua è molto profonda” disse imbarazzato “non posso attraversare il fiume”.
“Sei sicuro? Io penso invece che l’acqua sia poco profonda “replicò la madre.
“E’ quello che mi ha detto il vecchio bue, ma lo scoiattolo insiste nel dire che il fiume è pericoloso e che ieri è annegato un suo amico”.
“Allora l’acqua è profonda o poco profonda? Prova a pensarci con la tua testa”.
“Veramente non ci ho pensato”.
“Figlio mio, non devi ascoltare i consigli senza riflettere con la tua testa. Puoi arrivarci da solo. Il bue è grande e grosso e pensa naturalmente che il fiume sia poco profondo, mentre lo scoiattolo è così piccolo che può annegare anche in una pozzanghera e pensa che sia molto profondo”.
Dopo aver ascoltato le parole della madre, il cavallino si mise a galoppare verso il fiume sicuro di sé.
Quando lo scoiattolo lo vide con le zampe ormai dentro il fiume gli gridò:
“Allora hai deciso di annegare?”
“Voglio provare ad attraversare”.
E il cavallino scoprì che l’acqua del fiume non era né poco profonda come aveva detto il bue, né troppo profonda come aveva detto lo scoiattolo.

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Il segreto della felicità …   7 comments

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La fata farfalla e l’orfanella

C’è una favola meravigliosa che narra di una povera orfanella che non aveva né famiglia né qualcuno che le volesse bene. Un giorno, sentendosi particolarmente triste e sola, si mise a camminare per i boschi e vide una bellissima farfalla imprigionata in un rovo. Più la farfalla si dibatteva per conquistare la libertà e più le spine si conficcavano nel suo fragile corpo. La giovane orfanella con delicatezza riuscì a liberarla.
Invece di volare via, la farfalla si tramutò in una bellissima fata. La ragazzina si sfregò gli occhi perché pensava di aver avuto una allucinazione.
“Per ricompensarti della tua straordinaria bontà”, disse la fatina buona, “esaudirò qualunque tuo desiderio”. La ragazzina si fermò un attimo a riflettere, poi disse: “Voglio essere felice!”.
La fata rispose: “Molto bene”. Si chinò su di lei e le sussurrò qualcosa in un orecchio. Poi svanì.
La ragazzina, divenuta ormai grande, appariva felice come nessun altro sulla terra. Tutti le chiedevano il segreto della sua felicità, ma lei si limitava a sorridere e rispondeva: “il segreto della mia felicità consiste nell’aver dato ascolto ad una fatina buona quando ero piccola”.
Poi divenne vecchia e quando fu in punto di morte i vicini le si fecero attorno, temendo che il segreto della felicità svanisse con lei. “Per piacere”, la pregarono, “rivelaci ciò che ti ha detto la fatina buona”.
La cortese vecchietta sorrise ed esclamò: “Mi disse che tutti, per quanto sicuri di sé, e non importa se giovani o vecchi, ricchi o poveri, hanno bisogno di me”.

Fonte: raccontidifata.com

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Una favola di Natale …   9 comments

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Fantasia di Natale

Era la vigilia di Natale. Nella vecchia casa si erano riuniti i parenti e gli amici più intimi per celebrare tutti insieme la festa più bella dell’anno. C’erano la vecchia nonna, la mamma, i due gemelli, Maria, la sorella maggiore, il parroco, un giovane dottore e persino i due cani. Per ultimo giunse il vecchio maestro con la sua solita aria svanita ed il cappotto logoro. Ma era sempre così allegro, gioioso e buono che tutti gli volevano bene. ” Cosa avete portato?” gli chiesero i gemelli correndogli incontro. Il maestro, pur non avendo nulla, dava sempre l’impressione di avere tutto, proprio come un mago. ” Ho qualcosa che farà piacere a tutti!” rispose e, prese dalla tasca del cappotto una scatola da cui estrasse una polvere. Il maestro mise la polvere sul ceppo del camino ed il fumo si diffuse per tutta la stanza. Allora la scena cambiò per ognuno. Tim, uno dei gemelli, si ritrovò a cavallo di un superbo destriero bianco. In mano teneva una spada scintillante e cavalcava terre lontane e sconosciute.

Tom, il fratello, si ritrovò su una nave che solcava l’oceano e lui ne era il valido capitano. Maria si ritrovò vestita con il più bell’abito da sposa che avesse mai sognato e il dottore invece si vide passeggiare per strada accanto alla sua adorata sposa, Maria e con loro vi era un tenero bambino dai riccioli color ebano. Il parroco per un attimo non scorse nulla ma il fumo lentamente si diradò e allora poté scorgere la città di Betlemme e udire mille campane suonare a festa. Nel cielo splendeva la stella cometa ed il parroco sentì il cuore colmarsi di gioia. La nonna invece vide una fanciulla seduta sopra ad un cuscino di velluto. Guardò meglio e vide sé stessa, bella e giovane, avvolta nell’abito da sposa che le aveva confezionato la sua mamma. Infine la mamma si ritrovò tra le mani metri e metri di broccato d’oro e non finiva più di misurare il tessuto pensando all’abito elegante che avrebbe potuto confezionarsi. Anche i cani ebbero la loro visione e mugolarono felici scodinzolando allegramente. A mezzanotte in punto le campane della chiesa suonarono. Allora il maestro spazzò via il fumo e l’aria tornò nitida e chiara. Tutti si risvegliarono in tempo per mangiare il budino e bere lo spumante. Il sogno magico era svanito, ma nel cuore di ognuno regnava un vago sentimento di pace e felicità.

Fonte: ilpaesedeibambinichesorridono.it

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Pubblicato 26 dicembre 2015 da mariannecraven in Favole, Racconti

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Aspettando Natale …   3 comments

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La favola di Natale

di Giovannino Guareschi

Natale è la festa della famiglia e tutti si danno da fare per trascorrerla insieme in allegria; se gli adulti hanno da fare, i bambini non sono da meno.
In molte famiglie è tradizione che i figli recitino nel giorno della festa una poesia e allora … che fatica imparare le poesie! E se poi in famiglia ci sono più poesie da imparare c’è il rischio che mezzo quartiere sia costretto a impararle.
Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo.
La tonalità, anche nei più comuni scambi verbali, viene portata ad altezze vertiginose e non si parla più, si urla. Ciò è contrario allo stile del «vero signore», ma quando Margherita mi chiede dalla cucina che ore sono, c’è la comodità che io non debbo disturbarmi a rispondere perché l’inquilino del piano di sopra si affaccia alla finestra e urla che sono le sei o le dieci. Margherita, una sera del mese scorso, stava ripassando la tavola pitagorica ad Albertino e Albertino s’era impuntato sul sette per otto.
Sette per otto? – cominciò a chiedere Margherita. E, dopo sei volte che Margherita aveva chiesto quanto faceva sette per otto, sentii suonare alla porta di casa. Andai ad aprire e mi trovai davanti il viso congestionato dell’inquilino del quinto piano  (io sto al secondo).
Cinquantasei! – esclamò con odio l’inquilino del quinto piano.
Rincasando, un giorno del dicembre scorso, la portinaia si sporse dall’uscio della portineria e mi disse sarcastica: È Natale, è Natale è la festa dei bambini – è un emporio generale – di trastulli e zuccherini!
Ecco, – dissi tra me – Margherita deve aver cominciato a insegnare la poesia di Natale ai bambini. Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita: «È Natale, è Natale – è la festa dei bambini!…».
È la festa dei cretini! – rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.
Sei giorni dopo, il salumaio quando mi vide passare mi fermò.
Strano, – disse – una bambina così sveglia che non riesce a imparare una poesia così semplice.
La sanno tutti, ormai, della casa, meno che lei.
In fondo non ha torto se non la vuole imparare, – osservò gravemente il lattaio sopravvenendo. – È una poesia piuttosto leggerina.
È molto migliore quella del maschietto: «O Angeli del Cielo – che in questa notte santa – stendete d’oro un velo – sulla natura in festa…».
Non è così, – interruppe il garzone del fruttivendolo. – «O Angeli del Cielo – che in questa notte santa stendete d’oro un velo – sul popolo che canta…
Nacque una discussione alla quale partecipò anche il carbonaio, e io mi allontanai.
Arrivato alla prima rampa di scale sentii l’urlo di Margherita: «…che nelle notti sante – stendete d’oro un velo – sul popolo festante…».
Due giorni prima della vigilia, venne a cercarmi un signore di media età molto dignitoso.
Abito nell’appartamento di fronte alla sua cucina, – spiegò. Ho un sistema nervoso molto sensibile, mi comprenda. Sono tre settimane che io sento urlare dalla mattina alla sera:
«È Natale, è Natale – è la festa dei bambini – è un emporio generale – di trastulli e zuccherini».
Si vede che è un tipo di poesia non adatto al temperamento artistico della bambina e per questo non riesce a impararla.
Ma ciò è secondario: il fatto è che io non resisto più: ho bisogno che lei mi dica anche le altre quartine. lo mi trovo nella condizione di un assetato che, da quindici giorni, per cento volte al giorno, sente appressarsi alla bocca un bicchiere colmo d’acqua.
Quando sta per tuffarvi le labbra ecco che il bicchiere si allontana.
Se c’è da pagare pago, ma mi aiuti.
Trovai il foglio sulla scrivania della Pasionaria.
Il signore si gettò avidamente sul foglio: poi copiò le altre quattro quartine e se ne andò felice.
Lei mi salva la vita – disse sorridendo.
La sera della vigilia di Natale passai dal fornaio, e il brav’uomo sospirò.
È un pasticcio – disse. – Siamo ancora all’emporio generale. La bambina non riesce a impararla, questa benedetta poesia. Non so come se la caverà stasera.
Ad ogni modo è finita! – si rallegrò.
Margherita, la sera della vigilia era triste e sconsolata.
Ci ponemmo a tavola, io trovai le regolamentari letterine sotto il piatto.
Poi venne il momento solenne.
Credo che Albertino debba dirti qualcosa, – mi comunicò Margherita.
Albertino non fece neanche in tempo a cominciare i convenevoli di ogni bimbo timido: la Pasionaria era già ritta in piedi sulla sua sedia e già aveva attaccato decisamente:
«O Angeli del Cielo – che in queste notti sante – stendete d’oro un velo – sul popolo festante…».
Attaccò decisa, attaccò proditoriamente, biecamente, vilmente e recitò, tutta d’un fiato, la poesia di Albertino.
È la mia! – singhiozzò l’infelice correndo a nascondersi nella camera da letto.
Margherita, che era rimasta sgomenta, si riscosse, si protese sulla tavola verso la Pasionaria e la guardò negli occhi.
Caina! – urlò Margherita.
Ma la Pasionaria non si scompose e sostenne quello sguardo. E aveva solo quattro anni, ma c’erano in lei Lucrezia Borgia, la madre dei Gracchi, Mata Hari, George Sand, la Dubarry, il ratto delle Sabine o le Sorelle Karamazoff.
Intanto Abele, dopo averci ripensato sopra, aveva cessato l’azione.
Rientrò Albertino, fece l’inchino e declamò tutta la poesia che avrebbe dovuto imparare la Pasionaria.
Margherita allora si mise a piangere e disse che quei due bambini erano la sua consolazione.
La mattina un sacco di gente venne a felicitarsi, e tutti assicurarono che colpi di scena così, non ne avevano mai visti neanche nei più celebri romanzi gialli.

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L’amore vive oltre la morte …   12 comments

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Sweet Mary

Homesville era un bel posto, almeno questo era ciò che la gente che viveva lì diceva. Le persone che erano cresciute lì amavano così tanto quel posto che quasi sempre sceglievano di rimanerci e di mettere su famiglia.
Homesville aveva tutti i comfort di una grande città, ma la gente conosceva i propri vicini, quando si camminava per la strada, c’era sempre qualcuno che ti sorrideva e ti chiedeva come andavano le cose…
Jack era uno dei cittadini di Homesville, tutti lo conoscevano e tutti gli volevano bene, aveva un sacco di amici. Jack avrebbe trascorso la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio, basket, baseball o con gli amici, ma non ne aveva uno con cui poter solo parlare.
Successe quasi per caso, Jack era seduto nella sua auto di fronte alla biblioteca, a sognare a occhi aperti come al solito, quando vide una ragazza seduta sulla panchina della fermata degli autobus dall’altra parte della strada, indossava un abito da festa e sembrava fosse lì ad aspettare da tanto tempo.
“Questa è la ragazza più bella che abbia mai visto”, disse Jack, avrebbe voluto presentarsi, ma le ragazze lo rendevano sempre nervoso, gli sembrava di non riuscire mai a dire la cosa giusta. Alla fine si fece coraggio, raggiunse la panchina e si sedette. La ragazza teneva lo sguardo fisso in avanti. Jack sentì il suo cuore battere forte nel petto.
“Ciao”, disse timidamente.
La ragazza non rispose.
“Il mio nome è Jack”, continuò.
Poi Jack sfiorò leggermente la spalla della ragazza che improvvisamente sembrò risvegliarsi, si voltò a guardare Jack, sembrava che ci fosse un po’ di paura nei suoi occhi.
“Ciao, il mio nome è Mary” disse piano.
Jack vide che Mary tremava per la fresca aria autunnale, così le diede la sua giacca, rimasero seduti sulla panchina per molto tempo, Jack parlò di continuo mentre Mary gli sorrideva e scambiava qualche parola gentile.
Si era fatto molto tardi, Jack riaccompagnò la ragazza, quando si fermarono davanti casa, Mary si chinò e gli diede un rapido bacio sulla guancia, il ragazzo la guardò in piedi davanti alla porta di casa. Prima di entrare lei si voltò, guardò Jack, e sorrise. Era il più dolce sorriso che Jack avesse mai visto.
La mattina dopo, Jack raccolse un piccolo bouquet di fiori e andò a casa della ragazza, gli aprì una vecchia signora, il ragazzo chiese se poteva vedere Mary, la vecchia lo guardò sorpresa.
“Mary?”, osservò il ragazzo con attenzione, poi gli mostrò una foto appesa e gli chiese:
“E’ questa la ragazza che ha parlato con te la notte scorsa?” .
“Sì”, rispose lui.
“Io sono la signora Sweet, la madre di Mary”, disse. “Mary è morta quasi venti anni fa”.
Jack non credeva a quello che stava sentendo.
“Tutti amavano Mary “, disse la signora Sweet. “Anche se incontrava qualcuno per la prima volta gli parlava come se lo conoscesse da sempre. Questa casa era sempre piena di suoi amici, di risate e di allegria,” la signora Sweet fece una pausa. “Tu non sei la prima persona che viene a dirmi che l’ha vista. Mi piace pensare che lei è vicina”.
Jack era sconvolto.
“E’ vero, Jack”, disse la signora Sweet, si fermò e si asciugò una lacrima. “Mary è sepolta nel Cimitero di Homesville”.
Jack lasciò la casa di Mary e corse fino a raggiungere il cimitero. Quando vide la giacca che aveva dato a Mary appesa ad una lapide, si arrestò. Poi vide ciò che era scritto sulla lapide:

Sweet Mary
14 gennaio 1942 – 5 maggio 1958

Jack mise i fiori sulla tomba di Mary. Non sapeva che il fantasma di Mary era appollaiato in cima alla lapide, a guardarlo da vicino.
“Non avrei potuto mai immaginarlo”, disse Jack. “La mia giacca è proprio qui!”
Jack prese la giacca e la tenne stretta a lui, notò che si sentiva vagamente un profumo.
“Sono sicuro che hai indossato questa giacca e che eri alla fermata dell’autobus!” esclamò, si mise a camminare cercando di mettere insieme questo puzzle così complicato.
“C’erano così tante cose che avrei voluto dirti”, disse Jack.
Allora Mary si avvicinò a Jack e disse: “Non essere triste. Sono qui”.
Jack non poté sentire la sua voce, ma avvertì la pelle d’oca sulle braccia nel momento in cui lei gli sussurrò in un orecchio.
Non avrebbe mai saputo che Mary, la ragazza più dolce che avesse mai incontrato, era venuta a dirgli addio.

Fonte: raccontidifata

                             

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Pubblicato 19 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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Un Natale diverso …   2 comments

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Giulio Pisati “El Dom”

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Il mio presepe privato

Racconto di Alda Merini

È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani. C’è una bella poesia dialettale che dice fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore.
Casa: quanto la ami a Natale! Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri.
Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve si mendicava dai contadini abbienti. Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini.
Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura.
Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa continuo ad accontentarmi. Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo.
Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre. Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli.
E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza!
Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché nella mia casa
A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto e sembra un eufemismo avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi.
Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni.
Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita.
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì.
Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino.

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Pubblicato 12 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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Il ritorno … della neve …   2 comments

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COMINCIA A NEVICARE

di Grazia Deledda

 

– Siamo tutti in casa? – domandò mio padre, rientrando una sera sul tardi, tutto intabarrato e col suo fazzoletto di seta nera al collo. E dopo un rapido sguardo intorno si volse a chiudere la porta col paletto e con la stanga, quasi fuori s’avanzasse una torma di ladri o di lupi. Noi bambine gli si saltò intorno curiose e spaurite.
– Che c’è, che c’è?
– C’è che comincia a nevicare e ne avremo per tutta la notte e parecchi giorni ancora: il cielo sembra il petto di un colombo.
– Bene – disse la piccola nonna soddisfatta. – Così crederete a quello che raccontavo poco fa. Poco fa la piccola nonna, che per la sua statura e il suo viso roseo rassomigliava a noi bambine, ed era più innocente e buona di noi, raccontava per la millesima volta che un anno, quando anche lei era davvero bambina (nel mille, diceva il fratellino studente, già scettico e poco rispettoso della santa vecchiaia), una lunga nevicata aveva sepolto e quasi distrutto il paese.
– Quattordici giorni e quattordici notti nevicò di continuo, senza un attimo d’interruzione. Nei primi giorni i giovani e anche le donne più audaci uscivano di casa a cavallo e calpestavano la neve nelle strade; e i servi praticavano qualche viottolo in mezzo a quelle montagne bianche ch’erano diventati gli orti ed i prati. Ma poi ci si rinchiuse tutti in casa, più che per la neve, per l’impressione che si trattasse di un avvenimento misterioso; un castigo divino. Si cominciò a credere che la nevicata durasse in eterno, e ci seppellisse tutti, entro le nostre case delle quali da un momento all’altro si aspettava il crollo. Peccati da scontare ne avevamo tutti, anche i bambini che non rispettavano i vecchi (questa è per te, signorino studente); e tutti si aveva anche paura di morire di fame.
– Potevate mangiare i teneri bambini, come nel mille – insiste lo studentello sfacciato.
– Va via, ti compatisco perché sei nell’età ingrata, – dice il babbo, che trova sempre una scusa per perdonare, – ma con queste cose qui non si scherza. Vedrai che fior di nevicata avremo adesso.
Eppoi senti senti…
D’improvviso saliva dalla valle un muggito di vento che riempiva l’aria di terrore: e noi bambine ci raccogliemmo intorno al babbo come per nasconderci sotto le ali del suo tabarro.
– Ho dimenticato una cosa: bisogna che vada fuori un momento – egli dice frugandosi in tasca.
– Vado io, babbo – grida imperterrito il ragazzo; ma la mamma, bianca in viso, ferma tutti con un gesto.
– No, no, per carità, adesso!
– Eppure è necessario – insiste il babbo preoccupato. – Ho dimenticato di comprare il tabacco. Allora la mamma si rischiara in viso e va a cercare qualche cosa nell’armadio.
– Domani è Sant’Antonio; è la tua festa, ed io avevo pensato di regalarti… Gli presenta una borsa piena di tabacco, ed egli s’inchina, ringrazia, dice che la gradisce come se fosse piena d’oro; intanto si lascia togliere dalle spalle il tabarro e siede a tavola per cenare. La cena non è come al solito, movimentata e turbata da incidenti quasi sempre provocati dall’irrequietudine dei commensali più piccoli; tutti si sta fermi, quieti, intenti alle voci di fuori.
– Ma quando c’è questo gran vento, – dice la nonna – la nevicata non può essere lunga. Quella volta…
Ed ecco che ricomincia a raccontare; ed i particolari terribili di quella volta aumentano la nostra ansia, che in fondo però ha qualche cosa di piacevole. Pare di ascoltare una fiaba che da un momento all’altro può mutarsi in realtà. Quello che soprattutto ci preoccupa è di sapere se abbiamo abbastanza per vivere, nei giorni di clausura che si preparano.
– Il peggio è per il latte: con questo tempo non è facile averlo.
Ma la mamma dice che ha una grossa scatola di cacao: e la notizia fa sghignazzare di gioia il ragazzo, che odia il latte. Gli altri bambini non osano imitarlo; ma non si afferma che la notizia sia sgradita. Anche perché si sa che oltre il cacao esiste una misteriosa riserva di cioccolata e, in caso di estrema necessità, c’è anche un vaso di miele.
Delle altre cose necessarie alla vita non c’è da preoccuparsi. Di olio e vino, formaggio e farina, salumi e patate, e altre provviste, la cantina e la dispensa sono rigurgitanti. E carbone e legna non mancano. Eravamo ricchi, allora, e non lo sapevamo.
– E adesso – dice nostro padre, alzandosi da tavola per prendere il suo posto accanto al fuoco – vi voglio raccontare la storia di Giaffà.
Allora vi fu una vera battaglia per accaparrarsi il posto più vicino a lui: e persino la voce del vento si tacque, per lasciarci ascoltare meglio. Ma la nonnina, allarmata dal silenzio di fuori, andò a guardare dalla finestra di cucina, e disse con inquietudine e piacere:
– Questa volta mi pare che sia proprio come quell’altra.

Tutta la notte nevicò, e il mondo, come una grande nave che fa acqua, parve sommergersi piano piano in questo mare bianco. A noi pareva di essere entro la grande nave: si andava giù, nei brutti sogni, sepolti a poco a poco, pieni di paura ma pure cullati dalla speranza in Dio. E la mattina dopo, il buon Dio fece splendere un meraviglioso sole d’inverno sulla terra candida, ove i fusti dei pioppi parevano davvero gli alberi di una nave pavesata di bianco.

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Pubblicato 11 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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Nulla si perde per sempre…   9 comments

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Il folletto che sposta le cose

Associazione Culturale Opera X , progetto Fiabe n.2

Quante volte vi è capitato di cercare una cosa e di non riuscire a trovarla?
– Eppure era proprio qui… l’ho vista poco fa!! –
– Ma dove è finita… proprio ora che mi serve! –
Ed ancora abbiamo sentito spesso dire:
– Sono sicuro di aver posato lì il mio libro… qualcuno deve averlo preso! –
– Accidenti non era nemmeno mio… ora come farò a restituirlo?! –
Per molti questi sono piccoli misteri, per me è invece l’opera abilmente congeniata del “folletto che sposta le cose”
Come… non lo conoscete?!… Davvero?
Ascoltate bene di che si tratta:
Tu posi le chiavi sul tavolo
Lui ti osserva, ti segue e… le sposta!
Ed ora ecco… sono lì, proprio vicino alla finestra. Metti le scarpe vicino al letto.
Non fai nemmeno in tempo ad andare in una altra stanza che, con un rapido gioco, lui le porta accanto all’armadio.
Attenzione però! Questo folletto non ruba e non nasconde ad arte gli oggetti. Si diverte solo a spostarli da un luogo ad un altro… magari solo un pochino più in là, dove i nostri occhi non lo hanno ancora notato.
E qualcuno ha per caso mai capito il perché di questa sua, chiamiamola, “passione”?
Probabilmente no!
Forse lo fa perché ama vedere la gente cercare…
Magari egli pensa che ognuno dovrebbe sempre mettere almeno in parte in discussione le proprie certezze… Oppure gli piace spronare la gente. Costringendola in questo modo a guardare un po’ più in là rispetto a dove sono abituati a farlo di solito… E sapete amici, come reagiscono le persone che non riescono a trovare ciò che cercano?
Alcuni si arrabbiano, si agitano, urlano e se ne vanno imprecando contro ogni cosa gli capiti a tiro…
Altri cercano di ricostruire il loro passato, ripercorrendo esattamente i propri passi… lo fanno anche per delle ore con tenacia e precisione… Altri ancora vanno cercando dei colpevoli. Vogliono per forza dare colpa a tutti! Ma dimenticano quasi sempre se stessi e le proprie responsabilità…
Ma quelli che questo folletto proprio non digerisce, sono coloro che smettono di cercare. Quelli che abbandonano tutto, si tirano indietro senza nemmeno provare. Senza pensare che, quello che vanno cercando, magari è proprio lì! sotto il loro naso…
Ma insomma! (vi chiederete…) Perché esiste il folletto che sposta le cose?
Che bisogno c’era di inventare un essere così dispettoso?!?!
Qualcuno pensa davvero che sia necessario o che serva a qualcuno? Io, in cuore mio, penso proprio di sì.
Io credo che egli sposti le cose per poi darci il piacere di ritrovarle. Come se volesse farci capire, a suo modo, che nulla si perde per sempre… nemmeno l’amore…
E sapete perché io dico questo?
Lo dico perché, troppo spesso gli uomini apprezzano ed amano le cose solo dopo aver temuto anche solo per un istante… di averle perdute.
A proposito… qualcuno ha visto la mia penna?!!

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                                      sbilf

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E’ sempre l’uomo che rovina tutto …   3 comments

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Lettera di un ragno

di Gianni Rodari

“Egregio signore, sono un vecchio ragno e sono vissuto finora proprio alle sue spalle, dietro il busto di gesso di questo strano personaggio con due facce che mi sembra che si chiami il dio Giano. Però non é del dio Giano che voglio parlarle, ma della mia vecchia e povera persona. Ero un bel ragno grasso e nero ai miei tempi, ma sono stato ridotto così dalle tante battaglie che ho dovuto sostenere con la di lei moglie che ogni mattina distruggeva con un solo colpo di scopa le mie pazienti creazioni nel campo della tessitura. Se lei fosse un pescatore e un pescecane le distruggesse tutte le mattine la rete, come farebbe a vivere? Con questo non voglio paragonare la sua signora a un pescecane. Ma insomma, mi sono dovuto ridurre a dare la caccia ai moscerini in libreria, e mi sono accampato in un piccolo rifugio,dietro la testa del dio Giano, che non se ne lamenta troppo. Così sono invecchiato. Le mosche, sono sempre più rare, con tutti gli insetticidi che hanno inventato. Vorrei pregare la sua signora di lasciarne vivere almeno due o tre la settimana, di non farle morire proprio tutte. Ma so che questo è impossibile; la sua signora odia le mosche, perché le sporcano le tovaglie e i vetri delle finestre.  Perciò ho deciso di lasciare questa casa e di trasferirmi in campagna. Là forse troverò da vivere. Ho ricevuto un messaggio da alcuni miei amici che vivevano in solaio e sono emigrati in giardino; si trovano bene e mi invitano a raggiungerli. Sì, signore, ce ne andiamo tutti. I ragni lasciano le case degli uomini, perché non vi trovano più cibo. Me ne vado senza malinconia, ma mi sarebbe sembrato di farle un dispetto e di mancarle di cortesia andandomene senza salutare.. Suo devotissimo, Ragno Ottozampe.”

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Pubblicato 30 luglio 2015 da mariannecraven in Racconti

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Le Rive del “Ruscello del Diavolo”, la paura e l’angoscia di una morte inutile   4 comments

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Il Teatro Brighton in Archer Avenue.
Le sorelle Grimes andarono al teatro quella sera e poi svanirono sulla via di casa.

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Devil’s Creek

All’ epoca dei fatti, Barbara e Patricia sono due ragazze come tante. Sono due sorelle, come tante. Hanno quindici e tredici anni e di cognome fanno Grimes. Vivono con mamma Loretta. Vivono a Chicago. Hanno cinque, tra fratelli e sorelle. Il papà non c’è, i genitori sono separati. Spesso, a casa Grimes mancano acqua e luce ma – come dirà Loretta – queste “carenze materiali sono compensate dall’amore”. Che non manca, ad una famiglia come tante.


Elvis Presley -1957

A due sorelle, come tante. All’epoca dei fatti, le sorelle Barbara e Patricia adorano Elvis Presley. Hanno visto Love me Tender  ben dieci volte e no, non ne hanno ancora abbastanza. Vogliono rivederlo, ancora una volta. E così, la sera del 28 Dicembre 1956 le due sorelle sono lì. Puntuali, alle 21: 30, fuori dal Brighton Theater. In fila per il pop corn. Alle 23, eccole su un autobus diretto a est. Due sorelle, due brave ragazze. Di certo, a quell’ora, fanno ritorno a casa. E invece no. A casa, Patricia e Barbara non tornano. Le cercano, per venticinque giorni. Le cercano tutti. Ma proprio tutti.


Barbara (a sinistra) e Patricia (Destra) Grimes

Persino Elvis Presley per un attimo smette di suonare ed invita le due sorelle a tornare a casa, dalla loro preoccupatissima madre. Le ragazzate devono pur finire. Perché è questo che crede, mezza Chicago. Che si tratti di una fuga volontaria. E mezza Chicago le avvista, le segnala, le rintraccia. A poco più di ventiquattro ore dalla scomparsa, dei compagni di classe le vedono da Angelo’s, un ristorante nella zona sud della città. Poi è il turno di un autista, che però crede di averle incontrate in un sobborgo a nord di Chicago. E ancora, una guardia giurata racconta di aver dato indicazioni a due ragazzine – presumibilmente, Patricia e Barbara Grimes – il giorno successivo alla sparizione.  Ma a nord ovest. Un albergatore afferma di aver rifiutato di affittar loro una camera, data la loro giovane età mentre un commesso di un negozio di dischi giura di averle notate, intente com’erano ad ascoltare l’album di Elvis Presley. Paradossalmente, la signora Loretta è l’unica che scuote la testa. Le sue figlie non sono scappate. Questo non è un colpo di testa. Questa non è una ragazzata. Ѐ successo qualcosa, qualcuno le trattiene. Sarà, replica la polizia. Che però continua a cercare. E alla fine, le trova. Le trova a sud est, nella contea di Cook. Le trova lungo le sponde del Devil’s Creek, in altre parole il “ruscello del Diavolo”. Barbara e Patricia sono proprio lì, sulla riva. Ѐ il 22 gennaio 1957. Barbara e Patricia sembrano due manichini. Senza vestiti. Senza vita. Leggermente congelate.

Da quanto sono lì? Cos’è successo? Sono morte la sera della scomparsa, in altre parole il 28 Dicembre 1956? Difficile stabilirlo. Oltre agli avvistamenti discordanti, altre cose sono accadute. Il 12 gennaio 1957 – dieci giorni prima del ritrovamento – Loretta Grimes è seduta su una panchina: qualcuno le ha scritto una lettera e le ha chiesto un riscatto; ora Loretta aspetta. Con sé ha il consenso dell’FBI e una borsa piena di soldi, che però nessuno ritirerà mai.


Loretta Grimes in una fotografia del giornale del posto, che guarda uno dei volantini
informativi che sono stati distribuiti nella speranza di trovare le ragazze scomparse.

La lettera è opera di un mitomane e mentre Loretta aspetta, forse Barbara e Patricia sono già morte. O forse no. Altrimenti, sarebbe difficile spiegare le telefonate ricevute da Wallace Tollstan, la notte del 14 gennaio. La figlia di Wallace – Sandra – è in classe con Patricia Grimes ed è proprio la voce di quest’ultima che l’uomo crede di riconoscere quando, intorno alla mezzanotte, alza il ricevitore. Pochi secondi e una ragazzina che chiede, sussurrando, se Sandra è in casa. Prima che l’uomo riesca a passare la telefonata alla figlia, la comunicazione s’interrompe… ma dall’altra parte, dall’altra parte c’era una spaventa Patricia Grimes, non c’è dubbio. Lo sceriffo Lohman e il detective Glos, però, qualche dubbio ce l’hanno. I corpi di Barbara e Patricia sembrano giacere sulla riva del Diavolo già da un po’, forse prima del 9 gennaio. Ci sono state pesanti nevicate e le rigide temperature hanno contribuito a preservare i corpi, a conservarli nello stato in cui erano al momento della morte. Barbara giace sul fianco sinistro. Le gambe piegate, la testa coperta dal corpo della sorella. Patricia invece è sdraiata sulla schiena, la testa girata – di netto – a destra. Sembra che braccia frettolose e ansiose di disfarsene, abbiano scaricato, anzi forse persino lanciato quei poveri corpi. Magari da un’auto in corsa. Sì, deve’essere così.


Detectives sulla scena del crimine in German Church Road.
Questa fotografia del giornale mostra i corpi delle due ragazze
nel punto in cui erano state scaricate lungo la strada.

Lo sostengono gli investigatori ed anche i giornali che fanno presto a rispolverare un altro omicidio plurimo che aveva fatto gelare, sempre in gennaio, il sangue dell’intera Chicago: il caso Schuessler-Peterson. Due cognomi, tre bambini. I fratelli John e Anton Schuessler e il piccolo Bobby Peterson. Hanno quattro dollari in tutto, quel pomeriggio. Quattro dollari, quanto basta per trascorrere un pomeriggio al cinema e guardare un film che non racconteranno mai. I tre ragazzini, infatti, vengono ritrovati due giorni dopo: senza vestiti e senza vita. Probabilmente strangolati, gli occhi bendati dal nastro adesivo, probabilmente scaricati da un veicolo in corsa. L’innocenza sembra aver voltato le spalle a Chicago, quel pomeriggio del 1955. E il delitto Grimes sembra confermarlo: non c’è più spazio per l’innocenza, giù in città. I due episodi poi hanno inquietanti analogie: i corpi nudi, lasciati in un’area del bosco e desolata, come manichini abbandonati. E se i tre bambini non hanno ancora avuto giustizia, per le sorelle Grimes la storia avrà un finale diverso. O almeno, così si spera. E ci s’impegna molto, sin da subito: ben 162 agenti sulla scena del crimine, ben 162 agenti camminano lungo il Ruscello del Diavolo, ben 162 agenti calpestano qualunque prova sia rimasta. E la confusione cresce, nei giorni seguenti: sui corpi di Patricia e Barbara ci sono dei segni strani, delle ferite tanto difficili da spiegare che neppure l’autopsia riesce a fare chiarezza. Quando sono morte le due sorelle? E qual’è stata la causa della morte? Congelamento, a quanto pare. Sì, ma se sono morte il 28 Dicembre – la notte stessa della scomparsa – come spiegare i numerosi avvistamenti dei giorni successivi? E se i corpi sono lì, al Ruscello del Diavolo, dal 28 Dicembre… come mai nessuno li ha notati prima?


Detectives sulla scena del crimine in German Church Road, folla e giornalisti

I cadaveri di Barbara e Patricia restano nell’obitorio per un mese, a disposizione del coroner e degli inquirenti. Un “soggiorno” forzato che però non porta a nulla di concreto. Niente data, né causa della morte. E così le ragazze sono restituite alla madre: il 28 gennaio 1957, le sorelle partono per il loro ultimo viaggio. A ricordarle, una lapide semplice e spartana. Ma non c’è bisogno di tener viva la memoria perché Chicago non dimentica. Anzi, la città è ossessionata dal ricordo delle ragazze uccise: è organizzata una raccolta fondi in favore della famiglia, sono distribuiti volantini con richieste d’informazioni e persino l’autorevole quotidiano Chicago Tribune invita tutti quelli che hanno visto o sanno qualcosa, a scrivere una lettera alla redazione. Ogni lettera viene ricompensata con cinquanta dollari. Ancora, si pubblicano foto delle amiche di Patricia e Barbara, con indosso abiti simili a quelli delle due vittime (abiti, peraltro, mai ritrovati) nel tentativo di rinfrescare la memoria di qualche testimone distratto. E poi, gli interrogatori. E poi, i sospettati. Circa duemila e tutti, tutti trattenuti e torchiati a dovere. Max Field, diciassette anni, è uno di loro. La macchina della verità lo mette alle strette e confessa di aver rapito le due ragazze. È lui? È lui, il mostro? Non lo sapremo mai: c’è stato un grave vizio di forma, poiché i minorenni non possono essere sottoposti alla macchina verità. Field viene rilasciato, per poi essere nuovamente arrestato – anni dopo – per l’omicidio di un’altra donna. Nel frattempo, tantissimi sono i mitomani e i malati psichici che si sentono in dovere di dire la propria: menzogne, visioni, interferenze. Per questo, quando mette le mani su Edward Bedwell, lo Sceriffo Lohman si guarda bene dall’allentare la presa. Bedwell è un vagabondo, fortunato possessore di un ciuffo alla Elvis. Lo hanno visto insieme alle Grimes in un ristorante, dove talvolta lui lava i piatti in cambio di cibo. E sì, Bedwell ammette di esser stato in quel ristorante – il “D&L”- con due ragazze ma nega che si tratti delle Grimes.


Pagina del giornale locale con la notizia del crimine

Eppure, i proprietari – John e Minnie Duros – sembrano di tutt’altro parere. E raccontano che no, Bedwell non era solo.  Con lui c’erano due ragazze e un altro uomo. La ragazza più alta (Patricia Grimes?) aveva qualcosa che non andava. Seduti al tavolo, i quattro ascoltavano canzoni di Presley che il juke box suonava. Niente di strano, se la presunta Patricia non avesse dato di stomaco. Sembrava ammalata o ubriaca. Poi gli altri tre avrebbero iniziato a trascinarla fuori dal locale. A Minnie, che si opponeva, l’altra ragazza (Barbara?) avrebbe detto – forse per tranquillizzarla – che loro due erano sorelle. Lo Sceriffo Lohman crede alla versione di Minnie. Sembra plausibile. E poi, Bedwell somiglia a Elvis, cosa che sicuramente deve averlo aiutato nell’adescare le ragazzine e a convincerle ad andare con lui. E alla fine Bedwell, non solo confessa una torbida storia di sesso, alcool e violenza ma ritorna sul luogo del crimine e riproduce, per Lohman, l’uccisione delle due ragazze.

Caso chiuso? Sì, sostiene lo sceriffo. Ma i suoi colleghi e il Procuratore Distrettuale non sono convinti. La confessione del vagabondo è contraddittoria, piena di falle. Sembra estorta e così è, in effetti: Bedwell ammette di essere stato interrogato con metodi brutali dagli uomini di Lohman e viene dunque scarcerato. Qualcuno però appoggia Lohman. Si tratta del detective Glos: anche lui è convinto che Bedwell c’entri qualcosa col delitto Grimes, convinzione che si rafforza quando Bedwell finisce nei guai per lo stupro di una ragazzina tredicenne, avvenuto in Florida. La ragazzina non solo racconta di aver subito violenza ma di essere stata rapita e tenuta prigioniera. Una dinamica che si potrebbe applicare alla vicenda delle sfortunate sorelle di Chicago, sostiene Glos. E quelle ferite, quei segni di punture su cui l’autopsia non ha saputo fare chiarezza, potrebbero avere una torbida spiegazione: le due ragazze sono state picchiate, malmenate a lungo e probabilmente molestate. Sospetto, quest’ultimo, che poi sarà confermato con grande riluttanza dalla Scientifica di Chicago. Ma l’atteggiamento di Glos non piace: è un uomo duro, critico, irriverente. Il coroner, Walter McCarron, fa in modo che il caso gli venga tolto e che non possa più metter naso nelle indagini. Almeno ufficialmente. Eh sì, perché Glos continuerà a indagare sul delitto Grimes senza ricevere compenso, al fianco dello Sceriffo Lohman. Quest’ultimo è l’unico a dar credito alle ipotesi di Glos: le ragazze sono state torturate e molestate da un predatore sessuale, che le ha attirate con i suoi modi gentili e la faccia da bravo ragazzo. E quel predatore è Benny Bedwell. Di questo Lohman è convinto e lo sarà fino alla morte avvenuta nel 1969. Un maniaco ha ucciso le due sorelle? Sì, può darsi. Questa ipotesi però a poco a poco corrode l’immagine di Barbara e Patricia: da innocenti teenager che cantano Love me Tender, nell’immaginario collettivo diventano due ragazze facili, che accettano drink da uomini più maturi e non ignorano i fatti della vita. Anzi.


Bennie Bedwell in una conferenza stampa nel 1957

Secondo le indiscrezioni che Glos lascia trapelare, entrambe erano sessualmente attive. Il coroner aveva tenuto queste informazioni per sé, forse per motivi religiosi, forse per non urtare la morale del tempo, forse per non pugnalare il cuore già sanguinante di Loretta Grimes, alla quale nessuno avrebbe osato spiegare che probabilmente le sue bambine erano entrate in un brutto giro, dal quale avevano tentato di uscire. Pagando con la vita. Sì, ma…chi è stato? Il tempo passa. Il caso diventa freddo.


Funerali di Barbara e Patricia Grimes

La verità non solo si allontana ma è avvolta da un mistero, denso e oscuro come solo le storie di fantasmi sanno essere. Le sorelle Grimes sono state gettate – senza tanti complimenti – in un luogo dal nome sinistro, il Ruscello del Diavolo, a poca distanza dal quale sorgeva una casa. Isolata, protetta dagli alberi, abitata da una famiglia che -inspiegabilmente – l’abbandona in tutta fretta dopo la scoperta dei due corpi. Più che un trasloco, sembra una fuga: oggetti personali, mobili, giocattoli sono ancora tutti lì. All’interno della casa, o sparsi in cortile. E davanti all’ingresso, una vecchia auto viene divorata per anni dalla ruggine. Perché tanta fretta? Chi abitava nella casa, ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto? Le risposte sfuggono. Non sfugge invece la casa abbandonata all’occhio sempre attento dei vandali, che, infatti, la incendiano.

Ma la forza del fuoco non è sufficiente: non solo le fiamme lasciano intatte le fondamenta, l’impianto di riscaldamento e il portico – che restano ben visibili, tra le rovine – ma non riescono a spazzare via nemmeno quei rumori, strani e inspiegabili. Porte che sbattono, il motore di un’auto che arriva a tutta velocità, uno sportello che si chiude. Decine di passanti giurano di aver udito questi inquietanti suoni e una donna addirittura crede d’aver visto due corpi nudi, sul greto del fiume. La polizia controlla, cerca, verifica. Non c’è nessuno. L’area è disabitata.  Non c’è più nessuno lungo il Devil’s Creek. E allora, di cosa si tratta? Semplice suggestione? Impressione profonda suscitata da un duplice assurdo delitto? Ai fenomeni paranormali, ognuno è libero di credere o no. Ma camminando lungo le Rive del Ruscello del Diavolo, puoi respirare tutta la paura e l’angoscia di una morte inutile.

Fonte: Crimes and old stories
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