Archivio per la categoria ‘Cronaca

Roma! Migranti, musica, integrazione   7 comments

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Dunia band

Ragazzi italiani e giovani migranti hanno dato vita a un gruppo musicale che racconta storie di partenze, di fatiche e di accoglienze. In uscita il loro primo disco.

di Danilo Giannese

Era la prima volta che Antony cantava la sua nuova canzone in sala prove. Il microfono vicino alle labbra, le cuffie ben aderenti al capo, i tecnici audio dall’altra parte dello studio, dietro la vetrata, e i suoi compagni di band a fargli un cenno quando poteva partire. Tutto d’un fiato, senza perdere la concentrazione neanche per un attimo, Antony diede voce al nuovo testo che aveva composto.

La sua canzone parla della madre, dell’ultima volta che l’aveva vista, quando l’aveva salutata prima di lasciare la Nigeria, per intraprendere il suo lungo viaggio verso l’Europa, passando per il deserto, la Libia, la traversata del Mediterraneo a bordo di un barcone carico di migranti con il suo stesso sogno in tasca. Ognuno di loro, del resto, ha dovuto congedarsi a malincuore dalla propria famiglia. Terminata la prova, Antony tolse le cuffie, uscì dal gabbiotto, levò gli occhiali e lasciò cadere a terra i fogli con su scritto, nella sua lingua, l’asen, il testo di Mama: portò le mani al volto e cominciò a piangere. Erano passati otto anni da quando aveva abbracciato e baciato sua madre per l’ultima volta.

Antony, rifugiato in Italia, è uno dei componenti dei Dunia, una band di World Music, con sede a Roma, che mette insieme giovani italiani, rifugiati e migranti provenienti da varie parti del mondo: dall’Afghanistan al Gambia, dal Senegal al Libano e alla Nigeria.

Il gruppo, nato da un’idea dell’etnomusicologo Antonio Bevacqua e avviato ufficialmente a gennaio 2015, ha l’obiettivo di promuovere l’integrazione in ogni sua forma, di favorire l’accoglienza di chi giunge in Italia e in Europa dall’altra parte del Mediterraneo, di rappresentare un incontro possibile tra popoli e culture attraverso la musica. L’idea originaria del progetto, in realtà, nasce nel 2010, all’epoca dei fatti di Rosarno, quando le proteste degli immigrati nel piccolo centro calabrese portarono alla luce le condizioni di sfruttamento alle quali queste persone erano sottoposte dai datori di lavoro negli agrumeti calabresi.

«Vedere che tutto questo succedeva nella mia regione, da sempre teatro di incontri e scambi commerciali nel Mediterraneo, mi ha portato a chiedermi cosa potessi fare – racconta Antonio Bevacqua, calabrese di Rossano. E da musicista ho deciso di rispondere con la musica».

E così due esperienze musicali del sud d’Italia, i calabresi Neilos, dello stesso Bevacqua e Andrea Fenu, e gli Unnaddarè, siciliani, decidono di tendere la mano ai migranti che arrivano dal mare. Bevacqua: «I ragazzi che incontriamo non sono musicisti di professione. Sono approdati nella nostra Italia alla ricerca di un futuro migliore. Incontrandoli, abbiamo capito che la musica è in grado di dar loro forza e speranza, di aiutarli a integrarsi nelle nostre città e che attraverso di essa possono esprimere tutto ciò che hanno dentro».

Dunia è una parola che deriva dal sanscrito e sta per “mondo”, “vita”, “madre terra”, “speranza”. La scelta del nome della band è venuta fuori dagli incontri con i ragazzi, dagli scambi reciproci, dalle cene tutti insieme, dove ciascuno cucina un piatto tipico della propria terra. Ancora Bevacqua: «Ci siamo resi conto che questa parola, scritta con forme diverse, ricorre spesso nelle varie lingue parlate dai ragazzi, dal mandinga all’asen, dal wolof sino alle lingue in Medioriente e in Afghanistan. È una parola che lega mondi diversi».

La band, attualmente, è composta da otto elementi: oltre ad Antonio, Andrea e Maurizio, vi sono “One by Fall” dal Senegal, Ibrahim “King Solomon” dal Gambia, Bashir dall’Afghanistan, Toufic dal Libano e il nigeriano Antony. Nelle prossime settimane uscirà il primo disco ufficiale della band.

«Tutte le canzoni – chiarisce Maurizio Catania – sono nate spontaneamente. Si partiva da un riff di chitarra sul quale i ragazzi, nelle loro lingue madri, iniziavano a cantare, dando voce ai propri sentimenti. Nei loro testi ricostruiscono quello che hanno attraversato per approdare in Europa, le difficoltà che incontrano oggi giorno in Italia oppure, semplicemente, raccontano storie d’amore».

Come, per esempio, Per te, poesia scritta dall’afghano Bashir, dal 2007 rifugiato in Italia, costretto a fuggire dal suo paese a causa delle persecuzioni di cui sono vittime gli appartenenti al gruppo etnico degli hazara: «Dopo mille peripezie sono riuscito a farmi arrivare dall’Afghanistan il dambora, uno strumento a corde, tipico della mia regione, che utilizzo nella mia canzone».

«A partire dalle interpretazioni e dai testi creati dai ragazzi, noi ci troviamo di fronte a delle immagini e come dei registi non dobbiamo far altro che montarle, aggiungendovi la ritmica, le percussioni, il basso, la chitarra», spiega ancora Maurizio Catania.

«Sembra di essere in ogni luogo del mondo nello stesso tempo – dice il libanese Toufic ?. La musica è in grado di abbattere ogni barriera e quando sento i miei compagni che cantano nella loro lingua mi sembra di vedere le loro terre e vivere le loro storie».

In una canzone dal titolo Addounia (mondo, vita), Ibrahim racconta il suo viaggio di speranza verso l’Europa. Un viaggio che l’ha portato dalla Libia alla Sicilia, su un barcone nella cui stiva sono morte asfissiate 75 persone. «Canto la sofferenza di questo viaggio per far capire a tutti il dramma e il pericolo che affrontano coloro che tentano di arrivare dall’altra parte del Mediterraneo», dice Ibrahim, che canta in lingua mandinga. Il ritornello, invece, lo canta “One by Fall”, in wolof. Le sue parole dicono di Dio che incoraggia e rassicura chi sta compiendo il viaggio.

Antony: «La musica e la band sono diventati molto importanti per la mia vita. Cantare è una spinta a superare le difficoltà, dal lavoro alla lontananza dalla mia famiglia Sento che sto facendo esperienze molto importanti qui a Roma e questo mi aiuta a sentirmi parte della città. Certo, faccio anche tanti sacrifici, come svegliarmi ogni giorno alle 3.30 del mattino per andare a lavorare, ma so che tutto questo mi sarà molto utile per il futuro, quando potrò tornare da mia madre, riabbracciarla e stare finalmente di nuovo con lei». Già, in Mama, Anthony dice alla madre che tornerà presto, molto presto.

Fonte: nigrizia.it
Giovedì 24 Marzo 2016

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Campagna Silence Hate   8 comments

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Smettere di odiare

Parte oggi la campagna europea contro le espressioni di razzismo, xenofobia e discriminazione nei mezzi d’informazione. In particolare sul web e nei social network. L’obiettivo è fermare i discorsi che fomentano l’odio nell’opinione pubblica, ma senza limitare la libertà d’espressione.

di Vincenzo Giardina

L’odio non è un’opinione. E i giornalisti hanno il dovere di dirlo e farlo capire, ponendosi in dialogo costante con i lettori, contrastando sempre le espressioni di razzismo, xenofobia e discriminazione. Anzitutto sul web e sui social network, strumenti di comunicazione essenziali del nostro tempo ma anche e sempre più spesso contenitori di veleni. È il messaggio al centro della campagna europea “Silence Hate – Changing Words Changes the World”, al via oggi marzo in coincidenza con la Giornata internazionale contro il razzismo.
L’impegno è favorire un confronto all’interno delle redazioni, coinvolgendo direttori e proprietà, affinché sia garantito il rispetto dei principi di uguaglianza e non discriminazione fissati nelle Costituzioni democratiche. «Gli hate speech non sono un fenomeno nuovo ma l’impatto che hanno acquisito attraverso internet dà motivi nuovi di preoccupazione» sottolinea Alessia Giannoni, animatrice di Cospe. È proprio questa onlus, impegnata da oltre 30 anni a sostegno di uno sviluppo sostenibile e del rispetto dei diritti umani, a firmare la prima ricerca italiana sui “discorsi d’odio”.

Problema sociale

Con l’obiettivo di mettere a punto una strategia di contrasto sono stati intervistati direttori di giornali, responsabili di community management, blogger ed esperti di social media. Le conclusioni? Gli hate speech sono un problema sempre più grave, come confermano i dati dell’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali (Unar): nel 2014 i casi accertati sono stati 347 solo sui social e lo scorso anno c’è stato un aggravamento ulteriore. Gli insulti prendono per lo più di mira migranti, minoranze, rifugiati, in sostanza le persone più vulnerabili. Insultate nei forum online dei giornali, con post a margine degli articoli, nelle pagine Facebook di quotidiani nazionali e locali. «Spesso non c’è alcun moderatore per i commenti agli articoli pubblicati sui social» sottolinea Giannoni: «Da un lato si sostiene che il web debba essere lasciato completamente libero; da un altro le testate hanno un problema di risorse, di mancanza di staff e professionalità dedicate». Le redazioni dove il dialogo con i lettori è gestito da figure ad hoc si contano sulle dita di una mano.Uno dei casi virtuosi è La Stampa, quotidiano torinese per altro coinvolto in uno degli esempi più brutali di discriminazione: gli insulti all’indirizzo di una bambina risultata prima in un test di intelligenza, ma identificata nell’articolo come rom.

Soluzioni possibili

Come fare allora per rendere il web un luogo migliore, di partecipazione positiva? Con il contributo della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), di Articolo 21 e di Carta di Roma, nei prossimi mesi saranno avviati percorsi formativi e iniziative di sensibilizzazione. Infine sarà diffuso un decalogo, rivolto sia ai giornalisti che ai social media manager, figura destinata a ricoprire sempre più un ruolo centrale nelle redazioni. La campagna sarà difficile, e decisiva. Lo sottolinea Giuseppe Giulietti, presidente dell’Fnsi, che parla di «battaglia etica e culturale» e chiede «un confronto pubblico in tutte le redazioni e un impegno forte delle proprietà». In gioco ci sono il ruolo e il futuro del giornalista. Chiamato a dialogare e intervenire, nel rispetto della libertà di espressione ma anche della dignità delle persone. Sin dalla stesura degli articoli, dall’impaginazione o dal montaggio delle immagini, evidenzia Pietro Suber, di Carta di Roma: «Non lasciamo più passivamente il microfono a chi istiga odio».

Fonte: nigrizia.it
Lunedì 21 Marzo 2016

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Sono sempre stata molto combattuta sul concetto di libertà di espressione e su qualsiasi mezzo che la limiti, ma non sono sicura che offendere la dignità delle persone sia libertà, anzi sono sicura che non lo sia affatto! Come sono certa che non si nasce razzisti, che è attraverso il tipo di educazione che si riceve, le frequentazioni che si hanno, spesso la sotto-cultura, che si costruiscono la xenofobia e l’odio. Credo sia un dovere etico e civile cercare di farlo capire, contrastando sempre di più le espressioni di razzismo e discriminazione nella vita di ogni giorno, ma anche attraverso ciò che si scrive. Saremo sempre di più delle società multirazziali, bisogna smetterla di fomentare l’odio! L’odio non è libertà di pensiero. Se ne facciano una ragione coloro che si ergono a dittatori del mondo!

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CHI HA TOCCATO I SEDERI A COLONIA?   Leave a comment

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Piacerebbe tanto anche a me sapere chi è stato! Una vaga idea potrei anche averla …

 

Sono l’assassino di Laetitia Toureaux …   2 comments

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1937 – Porte de Charenton, l’enigma dell’omicidio di Laetitia Toureaux

Domenica 16 maggio 1937, h 18.30

Laetitia Toureaux, una giovane operaia di origine italiana sale nella metropolitana a Porte de Charenton, vecchio capolinea della linea 8.

Alla stazione seguente, Porte Dorée, sei viaggiatori salgono nella carrozza. La giovane donna è sola nel vagone. Il viso abbassato sotto il suo cappello bianco, sembra addormentata.
Mentre la metropolitana riparte, il suo corpo crolla al suolo in un lago di sangue. Un coltello Laguiole è piantato nella sua gola. Il colpo è stato inferto con una tale violenza, che la lama, sprofondata fino al manico, ha suddiviso il midollo spinale. Laetitia Toureaux è ancora viva, ma morirà nell’ambulanza che la porterà all’ospedale Saint-Antoine.

Quel 16 maggio 1937, la metropolitana parigina conobbe, dunque, il suo primo omicidio.

Questo crimine perfetto susciterà numerosi interrogativi. Durante gli anni, il mistero resterà totale! L’assassino ha saputo restare invisibile. L’omicidio non può essere stato commesso che tra le due stazioni, tragitto nel corso del quale lui avrebbe potuto lasciare la carrozza.

Si indagò sulla personalità torbida di Laetitia Toureaux. Operaia modello, appariva agli altri come una professionista dell’informazione. Spiona del padrone sul suo posto di lavoro, lavorava anche per un’agenzia di detective incaricata di infiltrare certi malavitosi italiani, e possedeva dei legami stretti con La Cagoule, un’organizzazione di estrema Destra.  Si trattava di un regolamento di conti?

La Francia si appassionerà per qualche tempo a questo mistero che resterà completamente tale durante gli anni.

Bisognerà aspettare Novembre 1962 affinché intervenga il colpo di scena che metterà un punto finale al caso.

Dopo avere accumulato le teorie più stravaganti durante 25 anni, la polizia riceverà la confessione anonima di un uomo che rivendicava di avere commesso l’omicidio. Sembrava così ricca di dettagli che non poteva essere considerata come un scherzo.

L’uomo affermava che si trattava di un crimine passionale, dovuto alla gelosia di un innamorato abbandonato.

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Eccola qui sotto, riprodotta integralmente. A voi giudicare.

16 novembre 1962

Signor Commissario,

Non so se questa lettera vi giungerà. Può essere che sarà gettata prima nel cestino, come l’opera di un matto, e forse ciò sarebbe meglio. Probabilmente voi vi ricordate dell’assassinio di Laetitia Toureaux che ebbe luogo a Porte de Charenton, nella metropolitana, il 16 Maggio 1937. Sono l’assassino di Laetitia Toureaux.

Questa lettera probabilmente vi stupirà. Perché l’assassino di un crimine reputato perfetto vuole raccontare così il suo misfatto più di vent’ anni dopo? Non saprei dirlo esattamente. Probabilmente ho bisogno di liberarmi, avendo custodito il segreto durante così lunghi anni che non ne provo più rimorso, forse anche un tipo di orgoglio mi spinge a portare gli elementi necessari alla risoluzione di questo affare.
Non ho per niente l’intenzione di rivelarvi il mio nome e mi auguro di restare nell’anonimato più completo, per riguardo per la mia famiglia.

Sono originario di Perpignan, dove nacqui nel 1915. Alla fine dei miei studi secondari, manifestai il desiderio di diventare medico e perciò andai a Parigi nel 1935. Mio padre era agiato, con un’automobile, e mi assegnò una sostanziale pensione. Arrivai dritto dalla mia provincia abbastanza timido e stupido, tanto che vi lascio immaginare la mia gioia di fronte alla mia improvvisa libertà.

Trascinato da alcuni compagni più “alla moda” di me, conobbi presto tutti i dancings e cabaret di Parigi e dei suoi dintorni.

Ero, senza falsa modestia, abbastanza un bel ragazzo, ma afflitto da un orribile accento che scatenava delle crisi di ilarità nelle mie conquiste di allora. Perciò mi facevo passare, più generalmente, come se fossi di origine sudamericana, ed il mio accento diventò allora, per queste gentili donne, la mia più preziosa carta vincente!

È in un dancing che feci la conoscenza di Laetitia, nel novembre 1936. Era molto bella e possedeva il fascino raro, per un giovane uomo, di essere una donna che aveva già vissuto. Mi innamorai immediatamente e le feci una corte rispettosa. Non mi accordava nessun favore e non mi permetteva di riaccompagnarla al suo domicilio. C’incontravamo solamente nei caffè del Quartiere Latino o nella mia automobile. Non mi accordava, a mio parere, che troppo rari appuntamenti. In effetti, mi trattava da ragazzino e penso, indietreggiando nel tempo, che riversasse così su di me, il suo amore materno non espresso, mi consigliava, mi sgridava. Ma come il tempo passava, io diventai sempre più pressante. Trattava il mio amore con una dolce ironia, ciò mi feriva, e cominciavo a spazientirmi, a fare delle scene ridicole. Ben presto abbreviò i nostri appuntamenti con pretesti più o meno ridicoli. Prendendo il coraggio a due mani, le chiesi di diventare la mia donna. Mi rise gentilmente in faccia. Ferito nel mio orgoglio e nel mio amore, arrivai fino a minacciarla e lei mi congedò abbastanza aspramente.
Decisi allora di dimenticarla, eravamo al mese di Marzo, e mi immersi nel lavoro in vista dei miei esami. Non diede allora più segno di vita, ma non potei dimenticarla. Così, dopo più di un mese di silenzio, il 2 maggio, andai al dancing “L’Ermitage” dove sapevo che l’avrei trovata. Uscimmo e le proposi di prendere la mia automobile. Accettò. Le chiesi allora umilmente di lasciare che ci rivedessimo. Dopo alcune esitazioni accettò e prendemmo appuntamento per il 16 maggio. Avremmo dovuto ritrovarci a “L’Ermitage” per cenare insieme la sera. Ma il 16 Maggio alla mattina, in fine di mattinata, venne a cercarmi in un caffè del quartiere latino per annullare l’appuntamento della cena: doveva assistere ad una cena dei Valdotains. Furioso di questo disappunto, l’accusai di vedere un altro uomo. Pazza furiosa a sua volta, mi rispose che difatti, aveva appuntamento con un altro uomo, e come la sfidai di provarmelo, estrasse un telegramma firmato di un certo Jean che le fissava un appuntamento per la sera stessa. Senza aspettare la mia reazione, mi dichiarò che non mi avrebbe più rivisto ed uscì senza aspettare. Ero pazzo di rabbia e mi sentii ingannato. Rientrai nella mia camera in preda alla collera più omicida. Trascorsi parecchie ore. Man mano che le ore passavano, mi calmai, ma fui posseduto allora da una rabbia fredda, ben più inquietante.
Dopo avere esitato molto tempo, decisi di andare a raggiungerla a “L’Ermitage” dove pensavo che fosse, malgrado tutto. Ma prima di partire, misi nella mia tasca un coltello che avevo acquistato in compagnia di amici, un giorno che volevamo “sorprendere” le ragazze. Presi la mia automobile e mi recai al dancing. Ma quando fui davanti al locale la mia timidezza, o il mio orgoglio, riprese il sopravvento ed aspettai Laetitia davanti alla porta. Uscì verso le 18. Mentre esitai su ciò che volevo fare, andò a prendere l’autobus e la seguii in automobile. Ne scesi velocemente a Porte de Charenton, così che entrai nella metropolitana giusto dietro di lei, senza che indovinasse la mia presenza. Si sistemò in prima classe, io salii appena dietro di lei e, non sapendo più ciò che facevo, la chiamai mentre si era appena seduta. Stupita, si rigirò, estrassi il mio coltello e glielo immersi nella gola. Non ebbe il tempo di emettere un grido. Rialzai il corpo che si era rovesciato e scesi velocemente per risalire in seconda classe, nella carrozza seguente. Il treno partì subito. Non so come le persone non notarono la mia agitazione. Avevo l’impressione che tutti mi squadrassero. A Porte Dorée, un trambusto mi fece capire che il corpo era scoperto. Come tutti i viaggiatori, mi si fece scendere dal treno.

A quel punto, ebbi l’intenzione di andare ad informarmi per sapere se Laetitia era morta, ma ero incapace del minimo gesto: avevo paura di sapere che l’avevo uccisa. Vidi passare la barella e rischiai di sentirmi male. Ci trattennero circa una mezz’ora e mi sembrò un secolo, credo che se uno dei poliziotti mi avesse chiesto qualunque cosa, sarei crollato. Ma ci lasciarono presto andare. Ritornai al mio hotel, non so bene come. Fu solamente l’indomani, dopo una notte orribile, che appresi la morte di Laetitia. All’epoca dell’inchiesta riportata dai giornali, appresi anche che Laetitia aveva annullato un appuntamento con Jean e che la mia gelosia non era fondata. Vi lascio immaginare il mio stato d’animo.
Alcuni giorni più tardi, andai a cercare la mia automobile che era restata a Porte de Charenton. Man mano che i giorni passarono mi calmai. La polizia ignorava totalmente la mia esistenza. Seguivo appassionatamente l’inchiesta sui giornali ed appresi anche che avevo commesso un crimine perfetto, non imputabile alla mia intelligenza, ma ad uno straordinario concorso di circostanze.
Adesso, molti anni sono passati. Faccio il medico, sposato ed anche nonno, ma questo segreto ha gravato pesantemente, non essendo abbastanza credente per confidarlo ad un prete.

Non ho più rimorso e mi sembra di raccontarvi la storia di un altro; perciò il mio racconto vi sembrerà freddo e secco. Voi, Signor Commissario, seduto nel vostro ufficio, probabilmente mi giudicherete severamente, ma in verità io non penso di essere un criminale-tipo, ed avrei beneficiato probabilmente di circostanze attenuanti.

Sperando che così sarà archiviato il caso Laetitia Toureaux, vi invio, Signor Commissario, i miei distinti saluti.

Fonte: « Dans les archives secrètes de la Police » Editions Folio
Da: paris-unplugged.fr
Mia traduzione dal Francese

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BRAVO FLAVIO INSINNA. REGALA IL SUO NATANTE A MEDICI SENZA FRONTIERE   Leave a comment

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“Bravo ragazzo, umile, modesto, persona perbene …” E gran bravo attore, secondo me, persona intelligente! Del resto l’umiltà è componente essenziale dell’intelligenza! Bravo Insinna, ce ne vorrebbero di persone così!

Per Carla … bruciata …   14 comments

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Per tutte le donne d’Italia e del mondo …

Per le donne che hanno il coraggio di lottare per il bene e denunciare il male;

Per le donne di ogni Paese, razza, colore, opinione politica, religione, discriminate per la loro condizione, esiliate o uccise per le loro idee, che si battono per il rispetto della  dignità umana e l’affermazione della legalità contro ogni forma di prevaricazione;

Per tutte le madri coraggio lasciate sole dalle Istituzioni e dallo Stato;

Per tutte le donne che credono nella vera Giustizia e nella Libertà.

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La storia di Alicia

Alicia Arístregui era una donna spagnola che subiva quotidianamente violenze dal proprio marito. Lui l’insultava, la minacciava e la picchiava per i più banali motivi. Alicia viveva nella costante paura del marito così che nel gennaio del 2002, dopo 14 anni di matrimonio, decise di lasciarlo per andare ad abitare in un alloggio messo a disposizione dallo Stato.
Dopo essere stato lasciato, il marito continuò a minacciarla perché voleva la custodia dei figli. La perseguitava nonostante il tribunale gli avesse proibito di avvicinarsi a lei. Alicia e i suoi fratelli avvisarono più volte la corte che l’uomo non rispettava questo divieto ma tali rapporti non vennero consegnati alla polizia municipale della città dove Alicia risiedeva e le ripetute richieste di protezione furono ignorate dalle autorità. Alicia era spaventata perché era fermamente convinta che l’uomo avrebbe attuato le sue minacce.
Un giorno, quattro mesi dopo la separazione, suo marito la avvicinò – lei aveva appena accompagnato i figli alla fermata dello scuolabus – e l’accoltellò a morte.
Dopo la morte di Alicia, uno dei suoi fratelli ha fondato un’organizzazione che mira a garantire una reale protezione alle donne vittime di abusi e violenze. Infatti in molti casi, i tribunali non danno il necessario peso alle denunce di donne che hanno subito minacce di morte e aggressioni da parte dei propri partner, oppure non riescono a prendere misure efficaci contro questi uomini.
A volte con esiti fatali. Inoltre, i centri di emergenza, rifugi e appartamenti in cui le donne vittime di violenza possono rifugiarsi sono pochi e ricevono pochi finanziamenti dallo Stato e sono mantenuti per lo più grazie allo sforzo di singole organizzazioni non governative, come quella fondata dal fratello di Alicia.

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La violenza domestica

Gli studi delle Nazioni Unite evidenziano che il 70% delle donne ha subito una qualche forma di violenza durante la loro vita.

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza domestica è “ogni forma di violenza fisica,  psicologica o sessuale che riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si propongono di avere  una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all’interno di un nucleo familiare più o meno  allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo”. Viene quindi considerata violenza domestica ogni forma di violenza che avviene nell’ambito di una relazione affettiva anche tra persone che non vivono effettivamente insieme.

Una delle più comuni forme di violenza contro le donne è quella inflitta dal proprio marito o compagno. La violenza subita dal proprio partner comprende aggressioni fisiche, minacce ed insulti, violenze sessuali e limitazione della propria libertà personale attraverso l’isolamento dalla famiglia, dagli amici e l’impedimento a cercare aiuto.

La violenza domestica è sempre più considerata un importante problema di salute pubblica:

nei paesi dove sono stati condotti studi, i risultati indicano che tra il 10 e il 50% delle donne  riferisce di aver subito violenze fisiche dal partner;

la maggior parte delle vittime di aggressione fisica ha subito molti e differenti atti diviolenza per lunghi periodi di tempo;

gli abusi fisici sono accompagnati da violenze psicologiche e, in più di un terzo/ la metà dei  casi da violenze sessuali;

la violenza domestica è responsabile di un numero molto alto di morti; gli studi dimostrano che il 40–70% di donne vittime di omicidio è ucciso da un marito o da un compagno violenti;

le donne tra i 15 e i 44 anni rischiano di più di subire stupri e violenze domestiche che  ammalarsi di cancro o di altre malattie o avere incidenti di macchina.

La violenza determina conseguenze anche gravi sulla salute delle donne come:

lesioni fisiche (contusioni, ferite, fratture, emorragie e, nei casi più gravi, lesioni interne)

lesioni permanenti anche dolorose (rottura del timpano, del bulbo oculare, ecc.)

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Le donne che subiscono violenze sono costrette a ricorrere spesso a visite mediche e ricoveri ospedalieri e questo interferisce con la loro possibilità di conservare il lavoro, di poter lavorare bene e guadagnare.

Le donne sono particolarmente vulnerabili in quelle società dove vi è una marcata diseguaglianza tra uomini e donne (di genere) e dove esistono tradizioni culturali che sostengono il diritto dell’uomo ad usare violenza alla propria donna e non puniscono tali comportamenti. Tuttavia la violenza esiste in tutti i paesi e in tutte le classi sociali.

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Laura

Una donna della Provincia di Cuneo che è riuscita a lasciare il marito dopo 12 anni di violenze.

“Pensavo fosse l’uomo della mia vita – inizia il suo racconto – lui un uomo affascinante, un professionista conosciuto a Cuneo, ma mi sbagliavo”.
“Tutto è cominciato dalla violenza psicologica – spiega – mi sminuiva in ciò che facevo, mi faceva sentire inadatta, volevo fare un corso di inglese (lui parla 4 lingue) ma lui mi diceva che tanto io non capivo niente”.
“Io, forse anche per il fatto di essere cresciuta con una mamma molto severa, abituata a non rispondere – prosegue – pensavo che forse ero io che continuavo a sbagliare”.

Questo accadeva anche fuori dalle mura di casa?

“No assolutamente, mai in pubblico, anzi agli occhi della gente eravamo una coppia perfetta, ma intanto arrivati a casa ogni pretesto era buono per litigare, nemmeno a Natale potevo contare su un po’ di felicità, lentamente ha svuotato la mia vita di tutti i momenti di gioia, non andavamo nemmeno più in vacanza perché tanto lui diceva di aver già girato il mondo”.

Quando è passato alla violenza fisica?

“Con il tempo, le offese sono diventate sempre più veementi, mi diceva che gli facevo schifo, è arrivato anche a sputarmi in faccia, intanto lentamente mi creava il vuoto intorno, fino a che un giorno è passato alle mani. Mi ha colpita con un vassoio in faccia, quel colpo ha spinto la pelle all’interno dell’occhio. Quel giorno sono andata in ospedale dove mi han messo sei punti sotto l’occhio, ma non ho avuto il coraggio di raccontare quello che era accaduto, al medico ho detto di aver sbattuto contro la portiera della macchina”.

Da questo momento Laura è sprofondata nel buio.

“Ho iniziato ad aver paura, prima di andare a dormire aspettavo di sentirlo russare per il timore che
potesse succedermi qualcosa, non sapevo con chi parlare, mi vergognavo pensavo che fosse colpa mia, ho iniziato a non volermi più bene e sono anche ingrassata”, “In casa – continua – non avevo più la mia libertà, vivevo con una sensazione d’angoscia provando un lieve sollievo solo quando ero sola, magari per andare a fare la spesa, era come se ogni giorno stesse rosicchiando una parte di me, fino a diventare come di proprietà sua, non più di me stessa”.

Non ha mai pensato di andarsene di casa in quei momenti?

“Sì, più volte, un giorno ho deciso di andarmene di casa, ma lui mi ha aggredita, strappandomi le borse di mano, un’altra volta mi sono trasferita da un’amica per un periodo, ma con l’inganno, dicendomi che aveva avuto un incidente mi ha fatto tornare a casa”. E ancora “Mi ha fatto tante promesse, regalato delle rose, mi ha detto che sarebbe cambiato e sai com’è – mi dice sospirando – come molte donne avevo la speranza di riuscire a cambiarlo, ma purtroppo le persone così non cambiano”. E infatti “un giorno mi ha afferrata per la gola, continuava a stringermi forte il collo, per fortuna sul divano c’era una macchina fotografica che avevo lasciato lì per fare delle foto ai miei nipotini, l’ho afferrata e l’ho colpito in quel momento sono riuscita a liberarmi e me ne sono andata, quella volta per sempre”. “Al pronto soccorso – afferma – mi hanno dato 8 giorni di prognosi”…

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Gli uomini che commettono violenze nei confronti delle loro compagne trovano giustificazioni e motivazioni al loro agire nelle situazioni e nelle difficoltà dei rapporti, perché hanno la necessità di considerare “normali” i loro comportamenti.

Nulla può giustificarli. Sono criminali!

Bisogna parlarne, sempre di più, bisogna rompere il silenzio. Solo conoscendo la realtà riguardo ai diritti calpestati delle donne i nostri figli potranno combattere le discriminazioni legate al sesso, crescere in maniera diversa, creare una società migliore in cui i diritti di tutti vengano finalmente riconosciuti e rispettati.

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Continua l’invio delle bombe italiane in Yemen …   2 comments

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È morto Hashim, il ragazzo con la telecamera, eroe sconosciuto

Il suo video inchioda i sauditi documentando un gravissimo crimine di guerra. Nel frattempo l’Italia continua a rifornire di bombe prodotte nel nostro Paese l’Arabia Saudita.

Yemen, governatorato di Sadaa. È il 22 gennaio 2016. Un giorno che forse sarà ricordato come una data tragica e storica. È il giorno della morte di un piccolo e sconosciuto eroe, Hashim al-Homran, 17 anni.

Hasim sta documentando con la sua videocamera gli effetti di un bombardamento, l’ennesimo in un anno di guerra, dell’aviazione dell’Arabia Saudita sulla popolazione civile dello Yemen. Siamo a Dhayan, 20 km dalla città di Sadaa.

Arrivano i soccorsi, la gente corre ad aiutare i feriti. Si scava per liberare i corpi dalle macerie.
Ma i sauditi non ci stanno e mettono in atto un “Dual Tap”. Una pratica orrenda che consiste nel bombardare, attendere che arrivino i soccorsi, e ribombardare la stessa area per colpire i soccorritori. Un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità, che nessuna missione militare può giustificare.

Hashim lo sa. Un anno di guerra gli ha insegnato come vanno queste cose. Intorno a lui c’è un inferno ma Hashim non scappa, non cerca di mettersi al sicuro. Non cerca un cannone per sparare a sua volta. Continua a usare la sua piccola telecamera e filma tutto quel che avviene. Viene ferito gravemente, ma non molla e continua a documentare l’incredibile: un terzo attacco.

Il ragazzo yemenita filma tutto, anche il bombardamento dell’ambulanza di Medici Senza Frontiere dell’ospedale Al Gomhoury che, dopo il secondo bombardamento, è riuscita a raggiungere la zona. L’autista dell’ambulanza muore.
Anche Hashim muore, il giorno dopo, a causa delle terribili ferite riportate. Nessun media internazionale ha mandato in onda il suo video, terribile, che però in parte è stato caricato su internet ed è visibile su youtube a questo indirizzo:https://www.youtube.com/watch?=1gYaArAnkvQ.

A 17 anni questo ragazzo è morto senza sapere di aver forse scritto una pagina di storia: le sue riprese sono un documento importantissimo. Sono la prova, assieme alle testimonianze dei sopravvissuti, che inchiodano alle loro responsabilità gli autori di un gravissimo crimine di guerra. Il “Dual Tap”.

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Hashim al-Homran, in azione con la sua telecamera
 e mentre viene trasportato all’ospedale per le gravi ferite riportate.
E’ morto il 22 gennaio

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Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali Christof Heyns nel 2012 ha qualificato gli «attacchi secondari sui soccorritori che stanno aiutando i feriti dopo un attacco iniziale, un crimine di guerra». L’ennesimo commesso dai sauditi e dai loro alleati nello Yemen.
Crimini più volte denunciati e documentati dall’Onu, da Amnesty International, da Human Rights Watch: crimini su cui mai è decollata una inchiesta internazionale indipendente a causa delle pressioni esercitate sulla diplomazia internazionale dal potentissimo Regno dei Saud.

Il governo italiano, anche sulla base di questo ennesimo atto di ferocia dovrebbe imporre l’interruzione dei regolari rifornimenti di bombe per l’aeronautica militare saudita prodotte nel nostro Paese dalla Rwm di Domusnovas.

L’ultimo carico è partito da Cagliari non più tardi dello scorso 16 gennaio, diretto alla base aerea di Taif, da cui il 22 gennaio sono decollati gli aerei che a Dhayan hanno ucciso Hashim e colpito i soccorritori, assieme a decine di altri civili inermi.

Luigi Grimaldi
famigliacristiana.it
25 Gennaio 2016

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Arsenico e vecchi merletti …   2 comments

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Vera Renczi

Fonte: Wikipedia

Vera Renczi (Bucarest, 1903 – …) è stata una criminale e serial killer ungherese. Ha avvelenato almeno 32 persone, forse fino a 35 durante il decennio 1920 – 1930, compresi i suoi mariti, amanti e un suo figlio tramite l’arsenico.
Nata in una ricca famiglia da madre rumena e padre ungherese a Bucarest, Romania, si trasferì con la famiglia nella città di Berkerekul all’età di 13 anni. Con il compimento dei quindici anni diventò sempre più ingestibile da parte dei suoi genitori ed era solita scappare da casa con numerosi amanti, molti dei quali erano significativamente più anziani di lei. Gli amici della prima infanzia dicono che lei avesse un quasi patologico e costante desiderio di rapporti sessuali e compagnia maschile, inoltre era molto gelosa e possessiva.

Il suo primo matrimonio avvenne a Bucarest con un ricco uomo d’affari molto più anziano di lei, dal quale ebbe un figlio di nome Lorenzo. Lasciata a casa ogni giorno mentre suo marito era al lavoro, cominciò a sospettare che il coniuge le fosse infedele. Una sera, durante un attacco di gelosia, versò l’arsenico nel vino del consorte e successivamente raccontò a familiari ed amici che lei e suo figlio erano stati abbandonati.
Dopo un anno circa di “lutto”, dichiarò che alcuni estranei le dissero che suo marito aveva perso la vita in un incidente automobilistico.
Poco dopo aver dichiarato la morte del marito per “incidente automobilistico”, convolò nuovamente a nozze, questa volta per un uomo più vicino alla propria età. Tuttavia, il rapporto fu molto tumultuoso e la Renczi fu nuovamente colpita dal sospetto che il suo nuovo marito avesse delle relazioni extraconiugali. Pochi mesi dopo il matrimonio l’uomo sparì e la donna raccontò poi agli amici e alla famiglia che il coniuge l’aveva abbandonata. Dopo un anno, affermò di aver ricevuto una lettera dal marito il quale proclamava la sua intenzione di lasciarla per sempre. Questo fu l’ultimo matrimonio della donna.

La donna ebbe negli anni seguenti diverse storie d’amore, alcune clandestine con uomini sposati, altre vissute alla luce del sole. I suoi amanti appartenevano a diversi ceti sociali e tutti erano destinati a sparire nel giro di mesi, settimane o, in alcuni casi, addirittura giorni dopo essere stati “romanticamente” coinvolti dalla donna. Quando veniva coinvolta dalle indagini sulle sparizioni, recitava la classica sua scusa di essere stata abbandonata.

Le autorità furono istigate a indagare sulla Renczi dalla moglie di un suo amante, il quale, pedinato dalla consorte fino alla casa della rea, successivamente svanì nel nulla. Quando i poliziotti ispezionarono la cantina della donna rinvennero trentadue bare di zinco allineate, le quali contenevano i resti dei suoi amanti in vari stadi di decomposizione.

Vera Renczi fu arrestata e tenuta in custodia dalla polizia, dove confessò di aver avvelenato i trentadue uomini con l’arsenico quando sospettava che le fossero stati infedeli o quando non interessavano più la donna. Confessò anche alla polizia che spesso amava sedersi con la sua poltrona in mezzo alle bare, circondata da tutti i suoi ex amanti.

Vera Renczi confessò di aver ucciso i suoi due mariti e suo figlio Lorenzo. Questo, infatti, durante una visita alla madre, aveva accidentalmente scoperto le bare nella sua cantina e aveva deciso di ricattarla. Successivamente fu avvelenato dalla madre che si disfece del suo corpo.

La Renczi fu condannata per trentacinque omicidi con il carcere a vita. Si dice che la sua storia può avere ispirato a Joseph Kesselring la pièce teatrale “Arsenico e vecchi merletti”.

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Le Rive del “Ruscello del Diavolo”, la paura e l’angoscia di una morte inutile   4 comments

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Il Teatro Brighton in Archer Avenue.
Le sorelle Grimes andarono al teatro quella sera e poi svanirono sulla via di casa.

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Devil’s Creek

All’ epoca dei fatti, Barbara e Patricia sono due ragazze come tante. Sono due sorelle, come tante. Hanno quindici e tredici anni e di cognome fanno Grimes. Vivono con mamma Loretta. Vivono a Chicago. Hanno cinque, tra fratelli e sorelle. Il papà non c’è, i genitori sono separati. Spesso, a casa Grimes mancano acqua e luce ma – come dirà Loretta – queste “carenze materiali sono compensate dall’amore”. Che non manca, ad una famiglia come tante.


Elvis Presley -1957

A due sorelle, come tante. All’epoca dei fatti, le sorelle Barbara e Patricia adorano Elvis Presley. Hanno visto Love me Tender  ben dieci volte e no, non ne hanno ancora abbastanza. Vogliono rivederlo, ancora una volta. E così, la sera del 28 Dicembre 1956 le due sorelle sono lì. Puntuali, alle 21: 30, fuori dal Brighton Theater. In fila per il pop corn. Alle 23, eccole su un autobus diretto a est. Due sorelle, due brave ragazze. Di certo, a quell’ora, fanno ritorno a casa. E invece no. A casa, Patricia e Barbara non tornano. Le cercano, per venticinque giorni. Le cercano tutti. Ma proprio tutti.


Barbara (a sinistra) e Patricia (Destra) Grimes

Persino Elvis Presley per un attimo smette di suonare ed invita le due sorelle a tornare a casa, dalla loro preoccupatissima madre. Le ragazzate devono pur finire. Perché è questo che crede, mezza Chicago. Che si tratti di una fuga volontaria. E mezza Chicago le avvista, le segnala, le rintraccia. A poco più di ventiquattro ore dalla scomparsa, dei compagni di classe le vedono da Angelo’s, un ristorante nella zona sud della città. Poi è il turno di un autista, che però crede di averle incontrate in un sobborgo a nord di Chicago. E ancora, una guardia giurata racconta di aver dato indicazioni a due ragazzine – presumibilmente, Patricia e Barbara Grimes – il giorno successivo alla sparizione.  Ma a nord ovest. Un albergatore afferma di aver rifiutato di affittar loro una camera, data la loro giovane età mentre un commesso di un negozio di dischi giura di averle notate, intente com’erano ad ascoltare l’album di Elvis Presley. Paradossalmente, la signora Loretta è l’unica che scuote la testa. Le sue figlie non sono scappate. Questo non è un colpo di testa. Questa non è una ragazzata. Ѐ successo qualcosa, qualcuno le trattiene. Sarà, replica la polizia. Che però continua a cercare. E alla fine, le trova. Le trova a sud est, nella contea di Cook. Le trova lungo le sponde del Devil’s Creek, in altre parole il “ruscello del Diavolo”. Barbara e Patricia sono proprio lì, sulla riva. Ѐ il 22 gennaio 1957. Barbara e Patricia sembrano due manichini. Senza vestiti. Senza vita. Leggermente congelate.

Da quanto sono lì? Cos’è successo? Sono morte la sera della scomparsa, in altre parole il 28 Dicembre 1956? Difficile stabilirlo. Oltre agli avvistamenti discordanti, altre cose sono accadute. Il 12 gennaio 1957 – dieci giorni prima del ritrovamento – Loretta Grimes è seduta su una panchina: qualcuno le ha scritto una lettera e le ha chiesto un riscatto; ora Loretta aspetta. Con sé ha il consenso dell’FBI e una borsa piena di soldi, che però nessuno ritirerà mai.


Loretta Grimes in una fotografia del giornale del posto, che guarda uno dei volantini
informativi che sono stati distribuiti nella speranza di trovare le ragazze scomparse.

La lettera è opera di un mitomane e mentre Loretta aspetta, forse Barbara e Patricia sono già morte. O forse no. Altrimenti, sarebbe difficile spiegare le telefonate ricevute da Wallace Tollstan, la notte del 14 gennaio. La figlia di Wallace – Sandra – è in classe con Patricia Grimes ed è proprio la voce di quest’ultima che l’uomo crede di riconoscere quando, intorno alla mezzanotte, alza il ricevitore. Pochi secondi e una ragazzina che chiede, sussurrando, se Sandra è in casa. Prima che l’uomo riesca a passare la telefonata alla figlia, la comunicazione s’interrompe… ma dall’altra parte, dall’altra parte c’era una spaventa Patricia Grimes, non c’è dubbio. Lo sceriffo Lohman e il detective Glos, però, qualche dubbio ce l’hanno. I corpi di Barbara e Patricia sembrano giacere sulla riva del Diavolo già da un po’, forse prima del 9 gennaio. Ci sono state pesanti nevicate e le rigide temperature hanno contribuito a preservare i corpi, a conservarli nello stato in cui erano al momento della morte. Barbara giace sul fianco sinistro. Le gambe piegate, la testa coperta dal corpo della sorella. Patricia invece è sdraiata sulla schiena, la testa girata – di netto – a destra. Sembra che braccia frettolose e ansiose di disfarsene, abbiano scaricato, anzi forse persino lanciato quei poveri corpi. Magari da un’auto in corsa. Sì, deve’essere così.


Detectives sulla scena del crimine in German Church Road.
Questa fotografia del giornale mostra i corpi delle due ragazze
nel punto in cui erano state scaricate lungo la strada.

Lo sostengono gli investigatori ed anche i giornali che fanno presto a rispolverare un altro omicidio plurimo che aveva fatto gelare, sempre in gennaio, il sangue dell’intera Chicago: il caso Schuessler-Peterson. Due cognomi, tre bambini. I fratelli John e Anton Schuessler e il piccolo Bobby Peterson. Hanno quattro dollari in tutto, quel pomeriggio. Quattro dollari, quanto basta per trascorrere un pomeriggio al cinema e guardare un film che non racconteranno mai. I tre ragazzini, infatti, vengono ritrovati due giorni dopo: senza vestiti e senza vita. Probabilmente strangolati, gli occhi bendati dal nastro adesivo, probabilmente scaricati da un veicolo in corsa. L’innocenza sembra aver voltato le spalle a Chicago, quel pomeriggio del 1955. E il delitto Grimes sembra confermarlo: non c’è più spazio per l’innocenza, giù in città. I due episodi poi hanno inquietanti analogie: i corpi nudi, lasciati in un’area del bosco e desolata, come manichini abbandonati. E se i tre bambini non hanno ancora avuto giustizia, per le sorelle Grimes la storia avrà un finale diverso. O almeno, così si spera. E ci s’impegna molto, sin da subito: ben 162 agenti sulla scena del crimine, ben 162 agenti camminano lungo il Ruscello del Diavolo, ben 162 agenti calpestano qualunque prova sia rimasta. E la confusione cresce, nei giorni seguenti: sui corpi di Patricia e Barbara ci sono dei segni strani, delle ferite tanto difficili da spiegare che neppure l’autopsia riesce a fare chiarezza. Quando sono morte le due sorelle? E qual’è stata la causa della morte? Congelamento, a quanto pare. Sì, ma se sono morte il 28 Dicembre – la notte stessa della scomparsa – come spiegare i numerosi avvistamenti dei giorni successivi? E se i corpi sono lì, al Ruscello del Diavolo, dal 28 Dicembre… come mai nessuno li ha notati prima?


Detectives sulla scena del crimine in German Church Road, folla e giornalisti

I cadaveri di Barbara e Patricia restano nell’obitorio per un mese, a disposizione del coroner e degli inquirenti. Un “soggiorno” forzato che però non porta a nulla di concreto. Niente data, né causa della morte. E così le ragazze sono restituite alla madre: il 28 gennaio 1957, le sorelle partono per il loro ultimo viaggio. A ricordarle, una lapide semplice e spartana. Ma non c’è bisogno di tener viva la memoria perché Chicago non dimentica. Anzi, la città è ossessionata dal ricordo delle ragazze uccise: è organizzata una raccolta fondi in favore della famiglia, sono distribuiti volantini con richieste d’informazioni e persino l’autorevole quotidiano Chicago Tribune invita tutti quelli che hanno visto o sanno qualcosa, a scrivere una lettera alla redazione. Ogni lettera viene ricompensata con cinquanta dollari. Ancora, si pubblicano foto delle amiche di Patricia e Barbara, con indosso abiti simili a quelli delle due vittime (abiti, peraltro, mai ritrovati) nel tentativo di rinfrescare la memoria di qualche testimone distratto. E poi, gli interrogatori. E poi, i sospettati. Circa duemila e tutti, tutti trattenuti e torchiati a dovere. Max Field, diciassette anni, è uno di loro. La macchina della verità lo mette alle strette e confessa di aver rapito le due ragazze. È lui? È lui, il mostro? Non lo sapremo mai: c’è stato un grave vizio di forma, poiché i minorenni non possono essere sottoposti alla macchina verità. Field viene rilasciato, per poi essere nuovamente arrestato – anni dopo – per l’omicidio di un’altra donna. Nel frattempo, tantissimi sono i mitomani e i malati psichici che si sentono in dovere di dire la propria: menzogne, visioni, interferenze. Per questo, quando mette le mani su Edward Bedwell, lo Sceriffo Lohman si guarda bene dall’allentare la presa. Bedwell è un vagabondo, fortunato possessore di un ciuffo alla Elvis. Lo hanno visto insieme alle Grimes in un ristorante, dove talvolta lui lava i piatti in cambio di cibo. E sì, Bedwell ammette di esser stato in quel ristorante – il “D&L”- con due ragazze ma nega che si tratti delle Grimes.


Pagina del giornale locale con la notizia del crimine

Eppure, i proprietari – John e Minnie Duros – sembrano di tutt’altro parere. E raccontano che no, Bedwell non era solo.  Con lui c’erano due ragazze e un altro uomo. La ragazza più alta (Patricia Grimes?) aveva qualcosa che non andava. Seduti al tavolo, i quattro ascoltavano canzoni di Presley che il juke box suonava. Niente di strano, se la presunta Patricia non avesse dato di stomaco. Sembrava ammalata o ubriaca. Poi gli altri tre avrebbero iniziato a trascinarla fuori dal locale. A Minnie, che si opponeva, l’altra ragazza (Barbara?) avrebbe detto – forse per tranquillizzarla – che loro due erano sorelle. Lo Sceriffo Lohman crede alla versione di Minnie. Sembra plausibile. E poi, Bedwell somiglia a Elvis, cosa che sicuramente deve averlo aiutato nell’adescare le ragazzine e a convincerle ad andare con lui. E alla fine Bedwell, non solo confessa una torbida storia di sesso, alcool e violenza ma ritorna sul luogo del crimine e riproduce, per Lohman, l’uccisione delle due ragazze.

Caso chiuso? Sì, sostiene lo sceriffo. Ma i suoi colleghi e il Procuratore Distrettuale non sono convinti. La confessione del vagabondo è contraddittoria, piena di falle. Sembra estorta e così è, in effetti: Bedwell ammette di essere stato interrogato con metodi brutali dagli uomini di Lohman e viene dunque scarcerato. Qualcuno però appoggia Lohman. Si tratta del detective Glos: anche lui è convinto che Bedwell c’entri qualcosa col delitto Grimes, convinzione che si rafforza quando Bedwell finisce nei guai per lo stupro di una ragazzina tredicenne, avvenuto in Florida. La ragazzina non solo racconta di aver subito violenza ma di essere stata rapita e tenuta prigioniera. Una dinamica che si potrebbe applicare alla vicenda delle sfortunate sorelle di Chicago, sostiene Glos. E quelle ferite, quei segni di punture su cui l’autopsia non ha saputo fare chiarezza, potrebbero avere una torbida spiegazione: le due ragazze sono state picchiate, malmenate a lungo e probabilmente molestate. Sospetto, quest’ultimo, che poi sarà confermato con grande riluttanza dalla Scientifica di Chicago. Ma l’atteggiamento di Glos non piace: è un uomo duro, critico, irriverente. Il coroner, Walter McCarron, fa in modo che il caso gli venga tolto e che non possa più metter naso nelle indagini. Almeno ufficialmente. Eh sì, perché Glos continuerà a indagare sul delitto Grimes senza ricevere compenso, al fianco dello Sceriffo Lohman. Quest’ultimo è l’unico a dar credito alle ipotesi di Glos: le ragazze sono state torturate e molestate da un predatore sessuale, che le ha attirate con i suoi modi gentili e la faccia da bravo ragazzo. E quel predatore è Benny Bedwell. Di questo Lohman è convinto e lo sarà fino alla morte avvenuta nel 1969. Un maniaco ha ucciso le due sorelle? Sì, può darsi. Questa ipotesi però a poco a poco corrode l’immagine di Barbara e Patricia: da innocenti teenager che cantano Love me Tender, nell’immaginario collettivo diventano due ragazze facili, che accettano drink da uomini più maturi e non ignorano i fatti della vita. Anzi.


Bennie Bedwell in una conferenza stampa nel 1957

Secondo le indiscrezioni che Glos lascia trapelare, entrambe erano sessualmente attive. Il coroner aveva tenuto queste informazioni per sé, forse per motivi religiosi, forse per non urtare la morale del tempo, forse per non pugnalare il cuore già sanguinante di Loretta Grimes, alla quale nessuno avrebbe osato spiegare che probabilmente le sue bambine erano entrate in un brutto giro, dal quale avevano tentato di uscire. Pagando con la vita. Sì, ma…chi è stato? Il tempo passa. Il caso diventa freddo.


Funerali di Barbara e Patricia Grimes

La verità non solo si allontana ma è avvolta da un mistero, denso e oscuro come solo le storie di fantasmi sanno essere. Le sorelle Grimes sono state gettate – senza tanti complimenti – in un luogo dal nome sinistro, il Ruscello del Diavolo, a poca distanza dal quale sorgeva una casa. Isolata, protetta dagli alberi, abitata da una famiglia che -inspiegabilmente – l’abbandona in tutta fretta dopo la scoperta dei due corpi. Più che un trasloco, sembra una fuga: oggetti personali, mobili, giocattoli sono ancora tutti lì. All’interno della casa, o sparsi in cortile. E davanti all’ingresso, una vecchia auto viene divorata per anni dalla ruggine. Perché tanta fretta? Chi abitava nella casa, ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto? Le risposte sfuggono. Non sfugge invece la casa abbandonata all’occhio sempre attento dei vandali, che, infatti, la incendiano.

Ma la forza del fuoco non è sufficiente: non solo le fiamme lasciano intatte le fondamenta, l’impianto di riscaldamento e il portico – che restano ben visibili, tra le rovine – ma non riescono a spazzare via nemmeno quei rumori, strani e inspiegabili. Porte che sbattono, il motore di un’auto che arriva a tutta velocità, uno sportello che si chiude. Decine di passanti giurano di aver udito questi inquietanti suoni e una donna addirittura crede d’aver visto due corpi nudi, sul greto del fiume. La polizia controlla, cerca, verifica. Non c’è nessuno. L’area è disabitata.  Non c’è più nessuno lungo il Devil’s Creek. E allora, di cosa si tratta? Semplice suggestione? Impressione profonda suscitata da un duplice assurdo delitto? Ai fenomeni paranormali, ognuno è libero di credere o no. Ma camminando lungo le Rive del Ruscello del Diavolo, puoi respirare tutta la paura e l’angoscia di una morte inutile.

Fonte: Crimes and old stories
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USA. MADRE MUORE, L’AMICA ADOTTA LE SUE 4 FIGLIE   4 comments

Sono commossa nel leggere questa notizia, non se ne vedono tante di questo tipo. Ritengo che l’amicizia sia una grandissima forma d’amore e questa ne è la dimostrazione. Sono fortunata, ho degli amici veri, che mi aiutano nei momenti di difficoltà, li conto sulle dita di una mano, ma ci sono, ogni giorno ho la prova di questo amore, mi emoziona pensarci e a volte mi chiedo che ho fatto io per meritarmeli … li amo, semplicemente …