Archivio per 21 marzo 2016

Campagna Silence Hate   8 comments

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Smettere di odiare

Parte oggi la campagna europea contro le espressioni di razzismo, xenofobia e discriminazione nei mezzi d’informazione. In particolare sul web e nei social network. L’obiettivo è fermare i discorsi che fomentano l’odio nell’opinione pubblica, ma senza limitare la libertà d’espressione.

di Vincenzo Giardina

L’odio non è un’opinione. E i giornalisti hanno il dovere di dirlo e farlo capire, ponendosi in dialogo costante con i lettori, contrastando sempre le espressioni di razzismo, xenofobia e discriminazione. Anzitutto sul web e sui social network, strumenti di comunicazione essenziali del nostro tempo ma anche e sempre più spesso contenitori di veleni. È il messaggio al centro della campagna europea “Silence Hate – Changing Words Changes the World”, al via oggi marzo in coincidenza con la Giornata internazionale contro il razzismo.
L’impegno è favorire un confronto all’interno delle redazioni, coinvolgendo direttori e proprietà, affinché sia garantito il rispetto dei principi di uguaglianza e non discriminazione fissati nelle Costituzioni democratiche. «Gli hate speech non sono un fenomeno nuovo ma l’impatto che hanno acquisito attraverso internet dà motivi nuovi di preoccupazione» sottolinea Alessia Giannoni, animatrice di Cospe. È proprio questa onlus, impegnata da oltre 30 anni a sostegno di uno sviluppo sostenibile e del rispetto dei diritti umani, a firmare la prima ricerca italiana sui “discorsi d’odio”.

Problema sociale

Con l’obiettivo di mettere a punto una strategia di contrasto sono stati intervistati direttori di giornali, responsabili di community management, blogger ed esperti di social media. Le conclusioni? Gli hate speech sono un problema sempre più grave, come confermano i dati dell’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali (Unar): nel 2014 i casi accertati sono stati 347 solo sui social e lo scorso anno c’è stato un aggravamento ulteriore. Gli insulti prendono per lo più di mira migranti, minoranze, rifugiati, in sostanza le persone più vulnerabili. Insultate nei forum online dei giornali, con post a margine degli articoli, nelle pagine Facebook di quotidiani nazionali e locali. «Spesso non c’è alcun moderatore per i commenti agli articoli pubblicati sui social» sottolinea Giannoni: «Da un lato si sostiene che il web debba essere lasciato completamente libero; da un altro le testate hanno un problema di risorse, di mancanza di staff e professionalità dedicate». Le redazioni dove il dialogo con i lettori è gestito da figure ad hoc si contano sulle dita di una mano.Uno dei casi virtuosi è La Stampa, quotidiano torinese per altro coinvolto in uno degli esempi più brutali di discriminazione: gli insulti all’indirizzo di una bambina risultata prima in un test di intelligenza, ma identificata nell’articolo come rom.

Soluzioni possibili

Come fare allora per rendere il web un luogo migliore, di partecipazione positiva? Con il contributo della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), di Articolo 21 e di Carta di Roma, nei prossimi mesi saranno avviati percorsi formativi e iniziative di sensibilizzazione. Infine sarà diffuso un decalogo, rivolto sia ai giornalisti che ai social media manager, figura destinata a ricoprire sempre più un ruolo centrale nelle redazioni. La campagna sarà difficile, e decisiva. Lo sottolinea Giuseppe Giulietti, presidente dell’Fnsi, che parla di «battaglia etica e culturale» e chiede «un confronto pubblico in tutte le redazioni e un impegno forte delle proprietà». In gioco ci sono il ruolo e il futuro del giornalista. Chiamato a dialogare e intervenire, nel rispetto della libertà di espressione ma anche della dignità delle persone. Sin dalla stesura degli articoli, dall’impaginazione o dal montaggio delle immagini, evidenzia Pietro Suber, di Carta di Roma: «Non lasciamo più passivamente il microfono a chi istiga odio».

Fonte: nigrizia.it
Lunedì 21 Marzo 2016

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Sono sempre stata molto combattuta sul concetto di libertà di espressione e su qualsiasi mezzo che la limiti, ma non sono sicura che offendere la dignità delle persone sia libertà, anzi sono sicura che non lo sia affatto! Come sono certa che non si nasce razzisti, che è attraverso il tipo di educazione che si riceve, le frequentazioni che si hanno, spesso la sotto-cultura, che si costruiscono la xenofobia e l’odio. Credo sia un dovere etico e civile cercare di farlo capire, contrastando sempre di più le espressioni di razzismo e discriminazione nella vita di ogni giorno, ma anche attraverso ciò che si scrive. Saremo sempre di più delle società multirazziali, bisogna smetterla di fomentare l’odio! L’odio non è libertà di pensiero. Se ne facciano una ragione coloro che si ergono a dittatori del mondo!

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