Archivio per 13 marzo 2016

Mancato rispetto dei diritti sulla terra   20 comments

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Foreste africane sotto attacco

I polmoni verdi africani sono minacciati. È quanto emerge di un’inchiesta pubblicata il 23 febbraio scorso dalla sezione francese di Greenpeace. Gli ambientalisti puntano il dito contro il colosso dell’agro-business Socfin e lanciano una petizione per evitare la deforestazione nel Bacino del Congo e negli altri paradisi ecologici del continente.

di Michela Trevisan

La produzione di olio di palma è in aumento, e l’Africa è la nuova frontiera. Clima ideale, lacune legislative e corruzione favoriscono, secondo gli attivisti di Greenpeace, un numero sempre maggiore di investimenti che si concentrano attorno alle ricche zone forestali del continente. Azienda leader mondiale dell’agro-business è la holding lussemburghese Socfin, presente attraverso le sue consociate in otto paesi: Ghana (Psg), Liberia (Lac-Src), Sao Tomé e Principe (Agripalma), Sierra Leone (Sac), Costa d’Avorio (SoGB), Nigeria (Okomu), R.D.Congo (Brabanta), Camerun (Safacam e Socapalm). I principali azionisti della Socfin sono il belga Hubet Fabri (presidente, detiene in via diretta e indiretta il 50,2%) e il francese Vincent Bolloré (con il 38,75%). Quest’ultimo è anche alla testa del gruppo francese che porta il suo cognome, nel cui consglio d’ammnistrazione siede Fabri. Le attività dei due controversi uomini d’affari – già al centro di scandali e azioni giudiziarie negli ultimi anni – s’intrecciano. Ma è a Bolloré che Greenpeace chiede di fare pressione sui consigli d’amministrazione dei due gruppi per l’adozione di politiche di “deforestazione zero”, rispondenti ai più alti standards internazionali a tutela della popolazioni locali. La preoccupazione degli ambientalisti è duplice: da un lato la distruzione di preziosi ecosistemi, custodi di straordinaria biodiversità, dall’altro l’aumento di emissioni di Co2 nell’atmosfera.

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Paradisi ecologici a rischio

L’inchiesta prende in esame l’attività della Socfin nella Repubblica democratica del Congo (Rdc) e a Sao Tomé e Principe. Nella Rdc si estende il 60% delle foreste del bacino del Congo, la seconda più grande area di foresta tropicale al mondo. Nella provincia di Kazai, la sussidiaria Socfin, Brabanta, occupa 29.00 ettari di coltivazioni. Ma il suo piano di estensione – che potrebbe arrivare a coprire 210.000 ettari -, minaccia potenzialmente “20.00 ettari di fitte foreste, comprese zone forestali ancora intatte e zone arboree dette foreste mosaico”, come si legge nel rapporto. Ciò è dovuto in particolare all’assenza di politiche contro la deforestazione. Nell’arcipelago del Golfo di Guinea, dal 2010 ad oggi sono stati distrutti 1.800 ettari di foresta, convertiti in piantagioni di olio di palma. Il parco nazionale Obo, sull’isola di Sao Tomé, è minacciato da Agripalma. Qui gli ecologisti denunciano abbattimenti di zone forestali esterne alla concessione, situata ai margini del parco. In entrambi i casi, inoltre, le coltivazioni si sono estese anche su terreni utilizzati dalle popolazioni locali per l’agricoltura di sussistenza.

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Una minaccia crescente

In Africa, nel 2014, Socfin ha prodotto 185.443 tonnellate di olio di palma grezzo, sfruttando circa 80.000 ettari di terreno e 116.933 tonnellate di caucciù naturale, coltivato su circa 50.000 ettari. Il rapporto di Greenpeace fa però notare che le terre attualmente sfruttate dal gruppo sono in realtà solo il 40% delle concessioni ottenute, che ammontano, secondo i dati del 2014, a 325.000 ettari. “Le superfici piantate potrebbero, dunque, raddoppiare nei prossimi anni – si legge – per soddisfare una richiesta di materie prime in crescita a livello mondiale. All’interno di queste concessioni vi sono foreste tropicali che racchiudono importanti quantità di carbonio (High carbon stock, Hcs) che saranno rilasciate in atmosfera nel caso fossero convertite in piantagioni”. Ma non è solo l’ambiente ad essere minacciato. Le comunità che vivono ai margini delle piantagioni Socfin in diversi paesi hanno creato un’alleanza transnazionale per denunciare il mancato rispetto dei diritti sulla terra, le deboli compensazioni, la durezza delle condizioni di lavoro e la minaccia alla sicurezza alimentare.

Fonte: nigrizia.it
lunedì 07 marzo 2016

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Le foreste pluviali costituiscono una preziosa fascia di raffreddamento intorno all’equatore terrestre, ma la loro deforestazione viene considerata dagli esperti una delle principali cause del riscaldamento globale.
La deforestazione genera il 25/30% dei gas serra rilasciati ogni anno nell’atmosfera.
Le emissioni di carbonio provenienti da questa attività, infatti, superano di gran lunga i danni causati dagli aerei, dalle automobili e dalle fabbriche.
Siamo soliti pensare alle foreste solo in termini di assorbimento di CO2, ma gli alberi sono per il 50% carbonio e quando essi vengono abbattuti e bruciati, la CO2 che hanno immagazzinato ritorna nell’atmosfera.
Assegnare un valore al carbonio che queste vitali foreste contengono, è certamente l’unica via per rallentare la loro distruzione e ridare speranza di un futuro vivibile alle generazioni ormai definite no-future.
Quando avranno distrutto tutte le foreste, quando non si potrà più tornare indietro, sono sicure queste multinazionali che non diventeranno anch’esse no-future?
Non manca ancora molto per il non-ritorno!

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