Archivio per 8 marzo 2016

8 Marzo 2016, ma che festa è … ?   16 comments

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FEMMINISMO
Manifestazione Movimento Femminista Anni ’70

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Ho pubblicato questo pezzo un anno fa nel blog che avevo in un’ altra piattaforma. Lo ripropongo qui, partendo dalla considerazione di quanto sia ancora tristemente attuale e di quanto, dopo un altro anno, la condizione della donna vada sempre più peggiorando.

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“Festa della donna”, che c’è da festeggiare?

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«Giulia è felice, suo marito la ama. Sembrava arrabbiato poco fa, ma adesso no, va tutto bene tra loro. E’ felice, davvero, lo dice a tutti. Si asciuga una lacrima. Anzi no, è sangue» (Catia Nafissi)

La Giornata Internazionale della Donna, comunemente definita Festa della Donna, festività celebrata l’8 marzo di ogni anno, intende ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, che le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo. Una ricorrenza, in realtà, dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne, ai progressi ottenuti, e motivo di riflessione su quanto ancora c’è da fare per ottenere quella parità di opportunità e diritti che ancora non c’è. Nel tempo però questa giornata ha perso il suo valore originario e si è trasformata in una festa priva di contenuto.
Nel corso degli anni la ricorrenza sta perdendo in molti paesi l’originario significato di lotta e di protesta per assumere una connotazione di mero carattere commerciale.
Io la reputo diventata ormai l’ennesima messa in scena commerciale, per far lavorare di più qualche ristorante, o qualche fioraio. Un modo per potare malamente qualche bellissima pianta di mimosa.
La festa della donna non deve essere la mimosa da ricevere e la pizza con le amiche zitelle, l’8 marzo deve essere una giornata di riflessione per tutte quelle donne che sono ancora prigioniere di umiliazioni e soprusi e il cui stato di persone viene violato e non considerato.
Che c’è da festeggiare in un Paese dove le donne guadagnano il 17% in meno degli uomini a parità di competenze e orario di lavoro, dove il tasso di occupazione femminile è ancora sotto il 50%, dove sono le donne ad avere il primato del lavoro atipico? Non c’è niente da festeggiare in un Paese che è al 71° posto della classifica mondiale per parità tra i generi. Dove molte donne, ancora oggi, hanno il permesso di uscire con le amiche solo quella sera. Non c’è niente da festeggiare in un Paese in cui le donne vengono ancora uccise perché vogliono essere libere e autonome. Non c’è niente da festeggiare in un Paese dove uno stupro di gruppo è considerato una bravata, e i colpevoli vengono messi alla prova, e dopo pochi mesi il reato è estinto. Ogni tre giorni una donna in Italia viene uccisa per mano del proprio partner, una donna su 4, nell’arco della vita, subisce violenza.
Il mostro del femminicidio in Italia è sfociato ormai in una situazione emergenziale. Ogni anno, in Italia come nel resto del mondo, troppe sono ancora le donne picchiate, violentate, torturate, mutilate e spesso, troppo spesso, barbaramente uccise da uomini in virtù del loro “essere donna”. Come se non bastasse, a fare da apripista a certi fatti ci sono l’indifferenza e la superficialità di istituzioni sorde e cieche, del tutto incapaci di arginare il fenomeno, e di una politica assente e troppo presa da egocentrismi, personalismi e sete di potere.
L’unica cosa che la politica italiana è stata capace di fare è l’inutile e vuota legge sullo stalking, una legge-farsa che non ha fatto diminuire la violenza domestica né, tanto meno, il numero delle donne uccise dai propri compagni, ex compagni, mariti, ex mariti, fidanzati, ex fidanzati. Una legge che non previene né reprime il fenomeno. In Italia il femminicidio è “un crimine di Stato”, perché le Istituzioni, nonostante le numerose sollecitazioni, non si stanno impegnando abbastanza per fermare un’ondata di violenza e morte che assume sempre più i connotati di una inarrestabile strage.
Mi chiedo, dunque, cosa ci sia da festeggiare. Specie dalle nostre parti.
La chiamano “festa”, ma è un giorno della memoria, dal significato profondo che viene insultato dai tanti spettacoli osceni, organizzati secondo un copione noioso e volgare. E’ la festa delle donne e non delle stordite che vanno a vedere gli spogliarelli dei bipedi fallodotati.
La Giornata internazionale della Donna è una ricorrenza. Quali siano le sue origini tra leggenda e racconti non è ancora chiaro, ma non importa. Quel che è certo è che a partire dal 1909 la Giornata è stata istituzionalizzata a poco a poco in tutto il mondo occidentale per ricordare le rivendicazioni di libertà delle donne, le discriminazioni che hanno subito per millenni, i diritti ottenuti e quelli ancora da conquistare. Al pari di quelle per i Diritti dell’infanzia, i Diritti umani, la Memoria, la Giornata della Donna ha una matrice ben precisa che nulla ha a che vedere con mimose, pizzerie e locali notturni. Ridurla a una festa di sedicente libertà ne svilisce il significato e ci offende tutte, mascherando la realtà dei fatti.
Alle donne che si preparano per la “festa” e sono fiere di ricevere auguri e rametti di mimosa, si potrebbe ricordare loro cos’è l’autodeterminazione e cosa significa, dopo le grandi battaglie degli anni Settanta, lasciarsela scippare da chi da una parte le usa come oggetti da vetrina e dall’altra cerca di impedire loro di esercitare in modo responsabile quella libertà sessuale di cui la vetrina fornisce un grottesco surrogato. Paradossale? Non in Italia, dove si usa un paio di generose tette anche per vendere un detersivo ma parallelamente la battaglia contro la legge 194 sull’aborto è diventata guerra di trincea mentre aumentano i paletti su aborto chimico e contraccezione di emergenza. Puoi, anzi devi, venderti ma non puoi gestire il tuo corpo perché non ti appartiene.
Se nonostante ciò si vuole ancora festeggiare, si sappia almeno che si va solo a rafforzare questo perverso modello. Se si pensa che basti una minigonna e una serata fuori dalle righe per essere libere, si è state fregate. Hanno fregato tutte noi.
Bisognerebbe però, ricordare che le donne vere sono quelle che si alzano presto al mattino per andare a lavorare, che tornano a casa la sera a preparare la cena, per la modica cifra di 1000 euro al mese. Devono cucinare, giocare con i propri figli, accompagnarli e poi riprenderli dall’asilo (200 euro al mese minimo, la stessa cifra che invece “loro”, quelle che si vedono in Tv e sui giornali, pagano per una sola seduta dal parrucchiere). Sono le donne che comprano le borse al mercato, quasi sempre di marche sconosciute e rigorosamente “made in Italy” per aiutare l’economia locale. Una borsa che costa magari 15 euro, perché se volessero realizzare il sogno di poter passeggiare con addosso una borsa di Luis Vuitton, servirebbero come minimo due mensilità di lavoro a tempo pieno … anzi no, magari anche qualche straordinario. Sono le donne che ogni giorno fanno i salti mortali per fare la spesa, per comprare la carne, possibilmente controllata, senza ogm, per mangiarla almeno 3 volte alla settimana. Sono le donne che comprano il latte con il rischio che sia prodotto nella zona di Taranto, dove abbattono le greggi a causa della diossina dell’Ilva, che continua ad uccidere silenziosamente. Sono vere donne quelle a cui i genitori hanno insegnato i valori della dignità ed il rispetto del corpo, quelle alle quali hanno insegnato a combattere per farsi riconoscere come tali, donne con una sensibilità. Quelle donne che non mostrano culi e tette e che non portano la taglia 38. Quelle i cui modelli non sono i manichini brandizzati in vetrina, e neanche l’anello di brillanti da 18 carati, ma donne che hanno sul viso i segni del tempo che passa, le giornaliste che lottano per i propri diritti e quelli altrui, tutte quelle donne che diffondono la cultura, quelle che fanno della cultura la propria bandiera.
Nonostante tutto, nonostante il fatto che io ritenga che non ci sia niente da festeggiare, soprattutto perché, al di là del fatto di essere donna, mi sento solo un essere umano che soffre per tutte le ingiustizie, non mi astengo dagli auguri. Oggi, in questa giornata dedicata alla donna, vorrei che tutte quante fossimo più vicine alle donne sole e maltrattate, oggi la mia posizione è quella di solidarietà a chi, come me, vuole costruire un mondo con più strade … e senza più scorciatoie per nessuno.
I miei auguri quindi a tutte le donne, la mia stima a tutte coloro che non si faranno compatire, che non faranno regredire con i loro atteggiamenti in una sola sera la considerazione per il nostro sesso, che con fatica ogni giorno dell’anno conquistiamo.
Buon otto marzo a tutte quelle donne che sanno che oggi proprio non c’è nulla da festeggiare e che non si accontentano di mimose in cambio di rispetto.
Marianne

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