Archivio per marzo 2016

Roma! Migranti, musica, integrazione   7 comments

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Dunia band

Ragazzi italiani e giovani migranti hanno dato vita a un gruppo musicale che racconta storie di partenze, di fatiche e di accoglienze. In uscita il loro primo disco.

di Danilo Giannese

Era la prima volta che Antony cantava la sua nuova canzone in sala prove. Il microfono vicino alle labbra, le cuffie ben aderenti al capo, i tecnici audio dall’altra parte dello studio, dietro la vetrata, e i suoi compagni di band a fargli un cenno quando poteva partire. Tutto d’un fiato, senza perdere la concentrazione neanche per un attimo, Antony diede voce al nuovo testo che aveva composto.

La sua canzone parla della madre, dell’ultima volta che l’aveva vista, quando l’aveva salutata prima di lasciare la Nigeria, per intraprendere il suo lungo viaggio verso l’Europa, passando per il deserto, la Libia, la traversata del Mediterraneo a bordo di un barcone carico di migranti con il suo stesso sogno in tasca. Ognuno di loro, del resto, ha dovuto congedarsi a malincuore dalla propria famiglia. Terminata la prova, Antony tolse le cuffie, uscì dal gabbiotto, levò gli occhiali e lasciò cadere a terra i fogli con su scritto, nella sua lingua, l’asen, il testo di Mama: portò le mani al volto e cominciò a piangere. Erano passati otto anni da quando aveva abbracciato e baciato sua madre per l’ultima volta.

Antony, rifugiato in Italia, è uno dei componenti dei Dunia, una band di World Music, con sede a Roma, che mette insieme giovani italiani, rifugiati e migranti provenienti da varie parti del mondo: dall’Afghanistan al Gambia, dal Senegal al Libano e alla Nigeria.

Il gruppo, nato da un’idea dell’etnomusicologo Antonio Bevacqua e avviato ufficialmente a gennaio 2015, ha l’obiettivo di promuovere l’integrazione in ogni sua forma, di favorire l’accoglienza di chi giunge in Italia e in Europa dall’altra parte del Mediterraneo, di rappresentare un incontro possibile tra popoli e culture attraverso la musica. L’idea originaria del progetto, in realtà, nasce nel 2010, all’epoca dei fatti di Rosarno, quando le proteste degli immigrati nel piccolo centro calabrese portarono alla luce le condizioni di sfruttamento alle quali queste persone erano sottoposte dai datori di lavoro negli agrumeti calabresi.

«Vedere che tutto questo succedeva nella mia regione, da sempre teatro di incontri e scambi commerciali nel Mediterraneo, mi ha portato a chiedermi cosa potessi fare – racconta Antonio Bevacqua, calabrese di Rossano. E da musicista ho deciso di rispondere con la musica».

E così due esperienze musicali del sud d’Italia, i calabresi Neilos, dello stesso Bevacqua e Andrea Fenu, e gli Unnaddarè, siciliani, decidono di tendere la mano ai migranti che arrivano dal mare. Bevacqua: «I ragazzi che incontriamo non sono musicisti di professione. Sono approdati nella nostra Italia alla ricerca di un futuro migliore. Incontrandoli, abbiamo capito che la musica è in grado di dar loro forza e speranza, di aiutarli a integrarsi nelle nostre città e che attraverso di essa possono esprimere tutto ciò che hanno dentro».

Dunia è una parola che deriva dal sanscrito e sta per “mondo”, “vita”, “madre terra”, “speranza”. La scelta del nome della band è venuta fuori dagli incontri con i ragazzi, dagli scambi reciproci, dalle cene tutti insieme, dove ciascuno cucina un piatto tipico della propria terra. Ancora Bevacqua: «Ci siamo resi conto che questa parola, scritta con forme diverse, ricorre spesso nelle varie lingue parlate dai ragazzi, dal mandinga all’asen, dal wolof sino alle lingue in Medioriente e in Afghanistan. È una parola che lega mondi diversi».

La band, attualmente, è composta da otto elementi: oltre ad Antonio, Andrea e Maurizio, vi sono “One by Fall” dal Senegal, Ibrahim “King Solomon” dal Gambia, Bashir dall’Afghanistan, Toufic dal Libano e il nigeriano Antony. Nelle prossime settimane uscirà il primo disco ufficiale della band.

«Tutte le canzoni – chiarisce Maurizio Catania – sono nate spontaneamente. Si partiva da un riff di chitarra sul quale i ragazzi, nelle loro lingue madri, iniziavano a cantare, dando voce ai propri sentimenti. Nei loro testi ricostruiscono quello che hanno attraversato per approdare in Europa, le difficoltà che incontrano oggi giorno in Italia oppure, semplicemente, raccontano storie d’amore».

Come, per esempio, Per te, poesia scritta dall’afghano Bashir, dal 2007 rifugiato in Italia, costretto a fuggire dal suo paese a causa delle persecuzioni di cui sono vittime gli appartenenti al gruppo etnico degli hazara: «Dopo mille peripezie sono riuscito a farmi arrivare dall’Afghanistan il dambora, uno strumento a corde, tipico della mia regione, che utilizzo nella mia canzone».

«A partire dalle interpretazioni e dai testi creati dai ragazzi, noi ci troviamo di fronte a delle immagini e come dei registi non dobbiamo far altro che montarle, aggiungendovi la ritmica, le percussioni, il basso, la chitarra», spiega ancora Maurizio Catania.

«Sembra di essere in ogni luogo del mondo nello stesso tempo – dice il libanese Toufic ?. La musica è in grado di abbattere ogni barriera e quando sento i miei compagni che cantano nella loro lingua mi sembra di vedere le loro terre e vivere le loro storie».

In una canzone dal titolo Addounia (mondo, vita), Ibrahim racconta il suo viaggio di speranza verso l’Europa. Un viaggio che l’ha portato dalla Libia alla Sicilia, su un barcone nella cui stiva sono morte asfissiate 75 persone. «Canto la sofferenza di questo viaggio per far capire a tutti il dramma e il pericolo che affrontano coloro che tentano di arrivare dall’altra parte del Mediterraneo», dice Ibrahim, che canta in lingua mandinga. Il ritornello, invece, lo canta “One by Fall”, in wolof. Le sue parole dicono di Dio che incoraggia e rassicura chi sta compiendo il viaggio.

Antony: «La musica e la band sono diventati molto importanti per la mia vita. Cantare è una spinta a superare le difficoltà, dal lavoro alla lontananza dalla mia famiglia Sento che sto facendo esperienze molto importanti qui a Roma e questo mi aiuta a sentirmi parte della città. Certo, faccio anche tanti sacrifici, come svegliarmi ogni giorno alle 3.30 del mattino per andare a lavorare, ma so che tutto questo mi sarà molto utile per il futuro, quando potrò tornare da mia madre, riabbracciarla e stare finalmente di nuovo con lei». Già, in Mama, Anthony dice alla madre che tornerà presto, molto presto.

Fonte: nigrizia.it
Giovedì 24 Marzo 2016

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Che la Pace sia nel cuore di tutti!   21 comments

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Dall’uovo di Pasqua

 Gianni Rodari

Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: “Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio”.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
“Viva la pace,
abbasso la guerra”.

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Il mio calendario … in ritardo … senza riguardo!   15 comments

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Filastrocca di Primavera

Gianni Rodari

Filastrocca di primavera
più lungo è il giorno,
più dolce la sera.
Domani forse tra l’erbetta
spunterà la prima violetta.
Oh prima viola fresca e nuova
beato il primo che ti trova,
il tuo profumo gli dirà,
la primavera è giunta, è qua.
Gli altri signori non lo sanno
e ancora in inverno si crederanno:
magari persone di riguardo,
ma il loro calendario va in ritardo.

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Campagna Silence Hate   8 comments

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Smettere di odiare

Parte oggi la campagna europea contro le espressioni di razzismo, xenofobia e discriminazione nei mezzi d’informazione. In particolare sul web e nei social network. L’obiettivo è fermare i discorsi che fomentano l’odio nell’opinione pubblica, ma senza limitare la libertà d’espressione.

di Vincenzo Giardina

L’odio non è un’opinione. E i giornalisti hanno il dovere di dirlo e farlo capire, ponendosi in dialogo costante con i lettori, contrastando sempre le espressioni di razzismo, xenofobia e discriminazione. Anzitutto sul web e sui social network, strumenti di comunicazione essenziali del nostro tempo ma anche e sempre più spesso contenitori di veleni. È il messaggio al centro della campagna europea “Silence Hate – Changing Words Changes the World”, al via oggi marzo in coincidenza con la Giornata internazionale contro il razzismo.
L’impegno è favorire un confronto all’interno delle redazioni, coinvolgendo direttori e proprietà, affinché sia garantito il rispetto dei principi di uguaglianza e non discriminazione fissati nelle Costituzioni democratiche. «Gli hate speech non sono un fenomeno nuovo ma l’impatto che hanno acquisito attraverso internet dà motivi nuovi di preoccupazione» sottolinea Alessia Giannoni, animatrice di Cospe. È proprio questa onlus, impegnata da oltre 30 anni a sostegno di uno sviluppo sostenibile e del rispetto dei diritti umani, a firmare la prima ricerca italiana sui “discorsi d’odio”.

Problema sociale

Con l’obiettivo di mettere a punto una strategia di contrasto sono stati intervistati direttori di giornali, responsabili di community management, blogger ed esperti di social media. Le conclusioni? Gli hate speech sono un problema sempre più grave, come confermano i dati dell’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali (Unar): nel 2014 i casi accertati sono stati 347 solo sui social e lo scorso anno c’è stato un aggravamento ulteriore. Gli insulti prendono per lo più di mira migranti, minoranze, rifugiati, in sostanza le persone più vulnerabili. Insultate nei forum online dei giornali, con post a margine degli articoli, nelle pagine Facebook di quotidiani nazionali e locali. «Spesso non c’è alcun moderatore per i commenti agli articoli pubblicati sui social» sottolinea Giannoni: «Da un lato si sostiene che il web debba essere lasciato completamente libero; da un altro le testate hanno un problema di risorse, di mancanza di staff e professionalità dedicate». Le redazioni dove il dialogo con i lettori è gestito da figure ad hoc si contano sulle dita di una mano.Uno dei casi virtuosi è La Stampa, quotidiano torinese per altro coinvolto in uno degli esempi più brutali di discriminazione: gli insulti all’indirizzo di una bambina risultata prima in un test di intelligenza, ma identificata nell’articolo come rom.

Soluzioni possibili

Come fare allora per rendere il web un luogo migliore, di partecipazione positiva? Con il contributo della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), di Articolo 21 e di Carta di Roma, nei prossimi mesi saranno avviati percorsi formativi e iniziative di sensibilizzazione. Infine sarà diffuso un decalogo, rivolto sia ai giornalisti che ai social media manager, figura destinata a ricoprire sempre più un ruolo centrale nelle redazioni. La campagna sarà difficile, e decisiva. Lo sottolinea Giuseppe Giulietti, presidente dell’Fnsi, che parla di «battaglia etica e culturale» e chiede «un confronto pubblico in tutte le redazioni e un impegno forte delle proprietà». In gioco ci sono il ruolo e il futuro del giornalista. Chiamato a dialogare e intervenire, nel rispetto della libertà di espressione ma anche della dignità delle persone. Sin dalla stesura degli articoli, dall’impaginazione o dal montaggio delle immagini, evidenzia Pietro Suber, di Carta di Roma: «Non lasciamo più passivamente il microfono a chi istiga odio».

Fonte: nigrizia.it
Lunedì 21 Marzo 2016

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Sono sempre stata molto combattuta sul concetto di libertà di espressione e su qualsiasi mezzo che la limiti, ma non sono sicura che offendere la dignità delle persone sia libertà, anzi sono sicura che non lo sia affatto! Come sono certa che non si nasce razzisti, che è attraverso il tipo di educazione che si riceve, le frequentazioni che si hanno, spesso la sotto-cultura, che si costruiscono la xenofobia e l’odio. Credo sia un dovere etico e civile cercare di farlo capire, contrastando sempre di più le espressioni di razzismo e discriminazione nella vita di ogni giorno, ma anche attraverso ciò che si scrive. Saremo sempre di più delle società multirazziali, bisogna smetterla di fomentare l’odio! L’odio non è libertà di pensiero. Se ne facciano una ragione coloro che si ergono a dittatori del mondo!

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Buona domenica Francesco!   7 comments

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Domenica mattina, mi riascolto Francesco, quando posso farlo in silenzio, senza i rumori esterni che potrebbero arrivare dalla strada, assaporando il significato delle parole di un testo che io trovo estremamente poetico ma altrettanto incisivo, Cirano.
È una canzone del 1996, attuale ancora oggi e forse per tanto tempo a venire o per sempre. Cirano se la prende con chi fa del “qualunquismo un’arte”, con “le verità cercate per terra da maiali”, non sopporta “la gente che non sogna”, agli altri lascia “le ghiande”, per sé vuole tenere “le ali”. E’ tutto ciò che gli serve. Un testo di diktat assoluti sbattuti in faccia, sfidando tutti, tutto ciò che lui ripudia, ma anche ciò che esige gli venga riconosciuto. Però, oltre questa rabbia, c’è l’ amore per Rossana, che non si conquista col clamore, col rumore assordante delle parole vuote, sciocche, leggere, a Rossana Cirano vuole arrivare con la poesia “A parlarle non riesco, le parlerò coi versi”. L’amore per Rossana non può vivere in mezzo alle ghiande dei maiali, non può stare così in basso, ma più in alto, dove per arrivare occorrono le ali, dove c’è il sole, che è proprio Rossana “Io sono solo un’ombra e tu Rossana il sole”.

Guccini-Cirano espone con rabbia diversi aspetti della vita sociale di allora, che in fondo non  mi sembra molto diversa da quella di oggi, affermando la sua volontà di difendere le ragioni degli oppressi da quel popolo amorfo che vive di pregiudizi e di menzogne. Parla, quindi, degli arrivisti, attacca la politica, gli arrivismi politici di quell’epoca, nella quale le persone  erano perseguitate dalla smania di raggiungere al più presto un posto collocato su un alto gradino sociale, così da avere una “poltrona” stabile su cui sedersi e sentirsi sicuri per l’aspetto lavorativo e sociale per tutta la vita. Chi l’ha mai più mollata quella poltrona? E’ diventata un’attitudine sempre alquanto in voga! E ancora, “…e al fin della licenza io non perdono e tocco”, usa questo verso quando attacca i cantanti che hanno un facile successo ma sono senza stoffa, lo riscrive quando attacca i politici e infine quando attacca i preti e i materialisti. E “il fin della licenza” non è forse quello che manca ai giornalisti? Ed oggi più che mai? Come dire “siccome scrivo, e la poesia dev’essere indipendente, non guardo in faccia nessuno, scrivo quello che credo, attaccando un po’ tutti” … “io non perdono e tocco”! Era il 1996, sono passati vent’anni, ma ogni verso, ogni parola sembrano scritti adesso, non è cambiato nulla, o forse sì, qualcosa è cambiato, in peggio!

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Cirano

Francesco Guccini

Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati,
inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza,
avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finché dura,
che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura.
E andate chissà dove per non pagar le tasse,
col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe.

Io sono solo un povero cadetto di Guascogna,
però non la sopporto la gente che non sogna.

Gli orpelli? L’arrivismo?
All’amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte,
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto,
assurdo bel paese.

Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’ essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste

perché Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi…

Venite gente vuota, facciamola finita,
voi preti che vendete a tutti un’ altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito,
guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.

Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo
un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto.

Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo,
per sempre tuo, per sempre tuo… Cirano.

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Il sole africano illumina i miei sentieri …   11 comments

 

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I am an african

Siyabonga A nxumalo

Not because im black.
But because my heart warms
And tears run down my face

When i think about AFRICA.

I am an african ,
Not because i live here,
But because the
Sun lit my paths.
Because the air that i breath
Is from these majestic mountains.

That air nurtured me
Growing up.

I am an african ,
Not because i can speak
Swahili, Shona, Zulu or Xhosa.
But because my heart is
Shaped like a question mark,
Just like AFRICA.

I am an african,
Not because i am black,
But because my umbilical cord
Is burried under the majestic
Mountains of AFRICA.

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Io sono un africano

Siyabonga A nxumalo

Non perché sono nero.
Ma perché il mio cuore si riscalda
E le lacrime scorrono sul mio viso
Quando penso all’AFRICA.

Io sono un africano,
Non perché io vivo qui,
Ma perché il sole africano
illumina i miei sentieri.
Perché l’aria che respiro
è da queste montagne maestose.

Quell’aria mi ha nutrito
e mi ha fatto crescere.

Io sono un africano,
Non perché io parlo
Swahili, Shona, Zulu e Xhosa.
Ma perché il mio cuore è
A forma di punto interrogativo,
Proprio come l’AFRICA.

Io sono un africano,
Non perché sono nero,
Ma perché il mio cordone ombelicale
È sepolto sotto le maestose
Montagne dell’AFRICA.

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“Non sono razzista”, ma …   8 comments

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Emigranti Africani diretti in Italia

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Inutile e dannoso. Ma serve alla politica.

di Marco Aime

In un’intervista al Tg1, Matteo Renzi ha detto che «secondo i magistrati il reato in quanto tale non serve, non ha senso e intasa i tribunali, ma è anche vero che c’è una percezione di insicurezza da parte dei cittadini per cui questo percorso di cambiamento delle regole lo faremo con calma, tutti insieme, senza fretta». Era stato preceduto di qualche giorno dal ministro dell’interno Angelino Alfano che sul reato di immigrazione clandestina così si era espresso: «È stato un tentativo di dissuasione, ma non ha funzionato». E pur condividendo le “ragionevoli obiezioni” tecniche del procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, il quale sosteneva che si tratta di un dispositivo inutile che intasa le procure senza ottenere risultati (concetto ribadito dal presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio) e quelle “altrettanto ragionevoli” del collega di governo Andrea Orlando, ministro della giustizia, conclude che «non è questo il momento opportuno per andare a modificare quella norma. La gente non capirebbe».

Detto in soldoni, il governo italiano dice che il reato di clandestinità, peraltro già condannato dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, è inutile, ma ha deciso di rimandarne l’abolizione per questioni di “opportunità politica”. Il che è come dire a uno straniero appena arrivato: «Guarda, io ti arresto in nome di una legge sbagliata e criminale, tu vai in prigione oppure vieni espulso, sempre in nome di quella legge sbagliata e inutile, ma prima o poi, quando gli italiani saranno pronti, vedrai la cambieremo».

Il cosiddetto reato di clandestinità è la versione “democratica” delle leggi razziali, una vera e propria aberrazione giuridica, che condanna un individuo per ciò che è e non per ciò che ha eventualmente commesso. Il principio delle leggi razziali, tutte le leggi razziali, è lo stesso: discriminare sulla base dell’origine, dell’appartenenza (vera o presunta).

Si fa prevalere, in questo modo, una sorta di diritto naturale, fondato sull’origine, la cui teoria si fonda sull’idea che esistano principi della natura umana eterni e immutabili. Questa concezione presuppone l’esistenza di una e una sola verità assoluta, che esclude ogni altra ipotesi. La verità sarebbe il legame assoluto e indissolubile tra terra e sangue, da cui nasce il diritto di proprietà e di gestione del territorio e della società (“padroni a casa nostra!”) e che non ammette stranieri né altri tipi di diversità. Una realtà che non permette l’accesso a funzioni sociali secondo il merito, partendo da un’eguaglianza di base, ma lo affida allo status.

Era il 1861 quando Henry Sumner Maine teorizzava la transizione tra società di status e società di contratto. Secondo il grande giurista e storico del diritto britannico, nelle prime forme di organizzazione sociale il diritto era inseparabile dalla religione e i rapporti tra gli individui si fondavano sulla loro appartenenza a una determinata famiglia o a un certo gruppo di discendenza, perpetuati attraverso riti solenni e pressoché immutabili. La dissoluzione graduale di questo modello e di questi legami, insieme con l’emergere dell’individuo come personalità giuridica, portarono a una transizione verso società orientate all’autonomia del diritto e fondate sul contratto, cioè su relazioni tra individui liberi, sulla base delle loro attitudini e competenze.

Il passaggio dallo status al contratto coincide con il passaggio da un sistema di regole tribali a uno stato di diritto. Il ritorno allo status è un segno di tribalizzazione.

Fonte: nigrizia.it
Venerdì 11 Marzo 2016

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Emigranti Italiani diretti a Ellis Island (New York)

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“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali” (…)
“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

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