Archivio per febbraio 2016

Maledetta SFORTUNA!   Leave a comment

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Vorrei parlare della notte, delle stelle, della luna … naaaa!, io non sono proprio romantica … sono così … e mi piace! Anche se il sax … parla al mio cuore …

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Dillo alla luna

Vasco Rossi

Guardami quando mi parli…
Guardami quando mi parli…
Guardami quando mi parli…
Guarda se è “vero”!?
Guardami quando mi parli…
Guarda se “tremo”!?

…mmhh!…Smettila di parlare…
Guardando il muro!

E… se qualcosa mi devi dire…
Dimmelo “duro”!

Guardala in faccia la Realtà!
e quando è dura!…

sarà “sfortuna”…
…SFORTUNA!

Guardala in faccia La Realtà!
…è più “sicura”!

Guardala in faccia La Realtà…
è “meno dura”!…

Se c’è qualcosa che non ti va?!?…
…dillo alla Luna!…

Può darsi che “porti fortuna”!…
…dirlo alla Luna!…

Guardami in faccia quando mi parli!
se sei “sincera”!

Se non mi guardi quando mi parli…
non sei “sicura”!

La voglio in faccia la “verità”…
e se “sarà dura”!…

La chiamerò “sfortuna”!…
…Maledetta SFORTUNA!

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Buongiorno!   12 comments

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What a wonderful world!

Louis Armstrong

I see trees of green, red roses too
I see them bloom for me and you
And I think to myself, what a wonderful world

I see skies of blue and clouds of white
The bright blessed day, the dark sacred night
And I think to myself, what a wonderful world

The colours of the rainbow, so pretty in the sky
Are also on the faces of people going by
I see friends shakin’ hands, sayin’ How do you do?
They’re really saying I love you

I hear babies cryin’, I watch them grow
They’ll learn much more than I’ll ever know
And I think to myself, what a wonderful world
Yes, I think to myself, what a wonderful world

Oh yeah

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Che mondo meraviglioso!

Louis Armstrong

Vedo alberi verdi e rose rosse
le vedo sbocciare per me e per te
e penso tra me: che mondo meraviglioso!

Vedo cieli blu e nuvole bianche
il chiaro e benedetto giorno e la sacra notte scura
e penso tra me: che mondo meraviglioso!

Vedo i colori dell’arcobaleno,
così belli nel cielo
si riflettono anche sui visi delle persone.

Vedo amici tenersi per mano,
e dirsi: “come stai”?
Ma in realtà loro dicono: “ti amo”!

Sento bambini piangere, li vedo crescere
loro impareranno molto più di quello che so io
e penso tra me, che mondo meraviglioso!

Sì penso tra me, che mondo meraviglioso!
Oh sì!…

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Vorrei essere ricca …   22 comments

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Vorrei essere ricca …

… solo per potermi comprare questo gatto … che costa dagli 800 ai 1500 € … con pedigree ovviamente! Non che mi interessi poi molto avere il pedigree, io voglio il micione! Me ne sono pazzamente innamorata. Adoro i gatti, non potrei vivere senza, e normalmente non mi importa avere un gatto di razza, me li porterei a casa tutti quelli che vedo in giro, ma per questo ho una vera passione: il Maine Coon. Però non me lo posso permettere, non solo per il costo iniziale, ma per il mantenimento, lui ha davvero un grande appetito, mangia molto! Beh, insomma, si capisce il perché … questo è lui … bel miciotto, vero?

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Il Gatto Maine Coon è una razza di origine nord americana, di una regione, il Maine, di cui è diventato anche gatto ufficiale. Il nome significa letteralmente “procione del Maine”. Per via della sua coda molto simile a quella di un procione, gli hanno dato l’appellativo di Raccoon, orsetto lavatore in inglese, abbreviato con Coon.

La storia del gatto Maine Coon non è una, sono tante. Tutte leggendarie, affascinanti e…non confermate. La più diffusa credenza sulle origini del gatto Maine Coon risale all’inizio del secolo scorso e spiega che per le grandi e pelose orecchie provviste di ciuffi e la coda grossa e inanellata, il gatto Maine Coon deve per forza essere un incrocio tra una lince e un orsetto lavatore.

E’ molto fantasiosa, e chissà se fisicamente possibile, ma certo ha dato luogo a molte altre varianti o storie alternative, come quella che attribuisce al gatto Maine Coon un’aura regale, legandolo a doppio filo con i sei gatti d’Angora che la regina Maria Antonietta, durante la Rivoluzione Francese, avrebbe messo in salvo inviandoli a Wiscasset, nello Stato Americano del Maine.

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La teoria più probabile è che il gatto Maine Coon sia un incrocio tra gatti a pelo corto e gatti a pelo lungo d’oltremare. Quelli che oggi sono i diretti progenitori del Norvegese delle Foreste. Sarebbero sbarcati nel Nord America con i Vichinghi, attorno all’anno mille. Oppure più tardi, con i coloni, che viaggiavano con i gatti “acchiappa-topi” tra i più vari, mescolandoli senza badarci troppo.

Antenati ignoti, quindi, ma la data della prima segnalazione ufficiale di un gatto Maine Coon è il 1861: a parlarne è la signora Pierce che cita un gatto bianco e nero chiamato “Captain Jenks of the Horse Marines”. In Italia il gatto Maine Coon compare solo nel 1986 ma da quel momento fa successo e oggi questa razza è tra le star di molte esposizioni feline.

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Il gatto Maine Coon è visibilmente tra i più imponenti, con i suoi 7 -11 kg, da maschio, ridotti a 5 – 7 se femmina. E’ forte e muscoloso, equilibrato e agile, e sa adattarsi ai rigidi inverni. Questo perché sfoggia, di natura, senza vanità, uno mantello lucido, pesante e resistente all’acqua, grazie ad una particolare e caratteristica untuosità naturale che tiene caldo e non consente al pelo di annodarsi. Nessuna altra razza diversa dal gatto Maine Coon possiede un manto così speciale.

Il pelo di questo felino è più lungo sullo stomaco e sulle gambe posteriori per ripararlo dalla pioggia e dalla neve, mentre si fa raso sulla parte posteriore e sul collo così da non aggrovigliarsi ostacolandolo quando si aggira nel sottobosco. Per i colori, qui l’inverno non detta regole e sono tutti ammessi per il gatto Maine Coon, tranne Chocolate, Cinnamon, Lilac, Fawn in qualunque combinazione e fattore colourpoint.

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Anche la coda del gatto Maine Coon è anti freddo: lunga e folta, è comoda da avvolgere intorno al corpo per dormire protetto dal gelo. Le orecchie sono “studiate” per le basse temperature: più pelose sia all’interno che sulle punte e mobili, per meglio captare i suoni della foresta. Gli occhi del gatto Maine Coon sono grandi per migliorare la vista, utili nella caccia e nella fuga dai predatori, agevolata anche dai piedi grandi, rotondi, con ciuffi di pelo, ottimi come ‘pattini da neve’.

Il gatto Maine Coon è abituato a stare all’aria aperta, ma si adatta anche in casa se ha spazi per essere sé stesso. Cioè attivo e curioso, giocherellone. Questa razza può vantare un ottimo carattere, abitudinario, ideale per la compagnia alle persone, soprattutto ad anziani e bambini, perché non graffia né soffia. Il gatto Maine Coon non è mai aggressivo e tende ad interagire anche con altri animali senza dichiarare guerra, nonostante la mole.

Il gatto Maine Coon ha un portamento maestoso, avanza a testa alta, mostra la coda larga e folta a mezza altezza e muove le larghe zampe con fare da antico guerriero, ma è tutta una messa in scena. E’ docile e giocoso, e oltretutto possiede una voce che è ben lontana da un ruggito. Il suo è un miagolio acuto, flebile e continuo, borbotta in continuazione, sembra che faccia la cronaca fra sé e sé delle proprie mosse: è uno dei gatti più loquaci in assoluto.

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Così grosso e robusto, così muscoloso e vivace, il gatto Maine Coon non necessita di molte cure ma di una sana e abbondante alimentazione. Per l’estetica, una spazzolata al pelo, data la grande quantità, e un bagnetto ogni tanto, ma senza panico perché il gatto Maine Coon è un amante dell’acqua, basta asciugarlo dato il folto mantello.

Tornando all’appetito, lui ne ha tanto e necessita, quindi, di molti pieni di energia ma non a caso. Equilibrati e sani, integrando la sua dieta naturale “selvatica”, secca e umida, con integratori, da servire anche in doppia ciotola. Se tenuto a regola, il gatto Maine Coon campa fino e oltre i 13-15 anni.

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Il gatto Maine Coon è abbastanza prolifico, la femmina va in calore 2 volte all’anno, dai 10 mesi agli 8-9 anni, ogni parto vede nascere 3-4 cuccioli che aprono gli occhi dai 5 ai 12 giorni e per circa 3/4 settimane si nutrono esclusivamente del latte materno. Cosa curiosa per il gatto Maine Coon è lo sviluppo del pelo; alla nascita sembra corto ma verso la sesta settimana comincia ad allungarsi e compaiono evidenti ciuffi di pelo tra le dita dei piedi e sulle orecchie.

Il prezzo di un gatto Maine Coon da compagnia può essere di circa 800 €, mentre il costo di un esemplare da riproduzione o esposizione può raggiungere anche 1500 €. Queste cifre variano a seconda del ruolo che il gatto Maine Coon svolgerà in società, felina e umana. Spesso a deciderlo sono gli allevatori anche perché non tutti gli esemplari sono perfetti.

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Il prezzo di un gatto Maine Coon può variare anche a seconda dell’età, degli standard di razza, dei dettagli del caso e dalla presenza del pedigree. Ma sia chiaro, per il gatto Maine Coon come per molti altri, che il pedigree, è un documento che attesta la reale appartenenza ad una data razza, il suo costo è di circa una 20ina di euro. Ciò quindi non spiega l’impennata dei prezzi in presenza di pedigree e il crollo senza: in mancanza di Pedigree, pieni di dubbi, davanti a certi annunci, conviene voltare pagina e cercare il proprio gatto Maine Coon sano e salvo, e autentico, altrove.

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Insomma … se proprio  ce lo vogliamo abbracciare … facciamo in modo di avere buone braccia!

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Sono l’assassino di Laetitia Toureaux …   2 comments

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1937 – Porte de Charenton, l’enigma dell’omicidio di Laetitia Toureaux

Domenica 16 maggio 1937, h 18.30

Laetitia Toureaux, una giovane operaia di origine italiana sale nella metropolitana a Porte de Charenton, vecchio capolinea della linea 8.

Alla stazione seguente, Porte Dorée, sei viaggiatori salgono nella carrozza. La giovane donna è sola nel vagone. Il viso abbassato sotto il suo cappello bianco, sembra addormentata.
Mentre la metropolitana riparte, il suo corpo crolla al suolo in un lago di sangue. Un coltello Laguiole è piantato nella sua gola. Il colpo è stato inferto con una tale violenza, che la lama, sprofondata fino al manico, ha suddiviso il midollo spinale. Laetitia Toureaux è ancora viva, ma morirà nell’ambulanza che la porterà all’ospedale Saint-Antoine.

Quel 16 maggio 1937, la metropolitana parigina conobbe, dunque, il suo primo omicidio.

Questo crimine perfetto susciterà numerosi interrogativi. Durante gli anni, il mistero resterà totale! L’assassino ha saputo restare invisibile. L’omicidio non può essere stato commesso che tra le due stazioni, tragitto nel corso del quale lui avrebbe potuto lasciare la carrozza.

Si indagò sulla personalità torbida di Laetitia Toureaux. Operaia modello, appariva agli altri come una professionista dell’informazione. Spiona del padrone sul suo posto di lavoro, lavorava anche per un’agenzia di detective incaricata di infiltrare certi malavitosi italiani, e possedeva dei legami stretti con La Cagoule, un’organizzazione di estrema Destra.  Si trattava di un regolamento di conti?

La Francia si appassionerà per qualche tempo a questo mistero che resterà completamente tale durante gli anni.

Bisognerà aspettare Novembre 1962 affinché intervenga il colpo di scena che metterà un punto finale al caso.

Dopo avere accumulato le teorie più stravaganti durante 25 anni, la polizia riceverà la confessione anonima di un uomo che rivendicava di avere commesso l’omicidio. Sembrava così ricca di dettagli che non poteva essere considerata come un scherzo.

L’uomo affermava che si trattava di un crimine passionale, dovuto alla gelosia di un innamorato abbandonato.

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Eccola qui sotto, riprodotta integralmente. A voi giudicare.

16 novembre 1962

Signor Commissario,

Non so se questa lettera vi giungerà. Può essere che sarà gettata prima nel cestino, come l’opera di un matto, e forse ciò sarebbe meglio. Probabilmente voi vi ricordate dell’assassinio di Laetitia Toureaux che ebbe luogo a Porte de Charenton, nella metropolitana, il 16 Maggio 1937. Sono l’assassino di Laetitia Toureaux.

Questa lettera probabilmente vi stupirà. Perché l’assassino di un crimine reputato perfetto vuole raccontare così il suo misfatto più di vent’ anni dopo? Non saprei dirlo esattamente. Probabilmente ho bisogno di liberarmi, avendo custodito il segreto durante così lunghi anni che non ne provo più rimorso, forse anche un tipo di orgoglio mi spinge a portare gli elementi necessari alla risoluzione di questo affare.
Non ho per niente l’intenzione di rivelarvi il mio nome e mi auguro di restare nell’anonimato più completo, per riguardo per la mia famiglia.

Sono originario di Perpignan, dove nacqui nel 1915. Alla fine dei miei studi secondari, manifestai il desiderio di diventare medico e perciò andai a Parigi nel 1935. Mio padre era agiato, con un’automobile, e mi assegnò una sostanziale pensione. Arrivai dritto dalla mia provincia abbastanza timido e stupido, tanto che vi lascio immaginare la mia gioia di fronte alla mia improvvisa libertà.

Trascinato da alcuni compagni più “alla moda” di me, conobbi presto tutti i dancings e cabaret di Parigi e dei suoi dintorni.

Ero, senza falsa modestia, abbastanza un bel ragazzo, ma afflitto da un orribile accento che scatenava delle crisi di ilarità nelle mie conquiste di allora. Perciò mi facevo passare, più generalmente, come se fossi di origine sudamericana, ed il mio accento diventò allora, per queste gentili donne, la mia più preziosa carta vincente!

È in un dancing che feci la conoscenza di Laetitia, nel novembre 1936. Era molto bella e possedeva il fascino raro, per un giovane uomo, di essere una donna che aveva già vissuto. Mi innamorai immediatamente e le feci una corte rispettosa. Non mi accordava nessun favore e non mi permetteva di riaccompagnarla al suo domicilio. C’incontravamo solamente nei caffè del Quartiere Latino o nella mia automobile. Non mi accordava, a mio parere, che troppo rari appuntamenti. In effetti, mi trattava da ragazzino e penso, indietreggiando nel tempo, che riversasse così su di me, il suo amore materno non espresso, mi consigliava, mi sgridava. Ma come il tempo passava, io diventai sempre più pressante. Trattava il mio amore con una dolce ironia, ciò mi feriva, e cominciavo a spazientirmi, a fare delle scene ridicole. Ben presto abbreviò i nostri appuntamenti con pretesti più o meno ridicoli. Prendendo il coraggio a due mani, le chiesi di diventare la mia donna. Mi rise gentilmente in faccia. Ferito nel mio orgoglio e nel mio amore, arrivai fino a minacciarla e lei mi congedò abbastanza aspramente.
Decisi allora di dimenticarla, eravamo al mese di Marzo, e mi immersi nel lavoro in vista dei miei esami. Non diede allora più segno di vita, ma non potei dimenticarla. Così, dopo più di un mese di silenzio, il 2 maggio, andai al dancing “L’Ermitage” dove sapevo che l’avrei trovata. Uscimmo e le proposi di prendere la mia automobile. Accettò. Le chiesi allora umilmente di lasciare che ci rivedessimo. Dopo alcune esitazioni accettò e prendemmo appuntamento per il 16 maggio. Avremmo dovuto ritrovarci a “L’Ermitage” per cenare insieme la sera. Ma il 16 Maggio alla mattina, in fine di mattinata, venne a cercarmi in un caffè del quartiere latino per annullare l’appuntamento della cena: doveva assistere ad una cena dei Valdotains. Furioso di questo disappunto, l’accusai di vedere un altro uomo. Pazza furiosa a sua volta, mi rispose che difatti, aveva appuntamento con un altro uomo, e come la sfidai di provarmelo, estrasse un telegramma firmato di un certo Jean che le fissava un appuntamento per la sera stessa. Senza aspettare la mia reazione, mi dichiarò che non mi avrebbe più rivisto ed uscì senza aspettare. Ero pazzo di rabbia e mi sentii ingannato. Rientrai nella mia camera in preda alla collera più omicida. Trascorsi parecchie ore. Man mano che le ore passavano, mi calmai, ma fui posseduto allora da una rabbia fredda, ben più inquietante.
Dopo avere esitato molto tempo, decisi di andare a raggiungerla a “L’Ermitage” dove pensavo che fosse, malgrado tutto. Ma prima di partire, misi nella mia tasca un coltello che avevo acquistato in compagnia di amici, un giorno che volevamo “sorprendere” le ragazze. Presi la mia automobile e mi recai al dancing. Ma quando fui davanti al locale la mia timidezza, o il mio orgoglio, riprese il sopravvento ed aspettai Laetitia davanti alla porta. Uscì verso le 18. Mentre esitai su ciò che volevo fare, andò a prendere l’autobus e la seguii in automobile. Ne scesi velocemente a Porte de Charenton, così che entrai nella metropolitana giusto dietro di lei, senza che indovinasse la mia presenza. Si sistemò in prima classe, io salii appena dietro di lei e, non sapendo più ciò che facevo, la chiamai mentre si era appena seduta. Stupita, si rigirò, estrassi il mio coltello e glielo immersi nella gola. Non ebbe il tempo di emettere un grido. Rialzai il corpo che si era rovesciato e scesi velocemente per risalire in seconda classe, nella carrozza seguente. Il treno partì subito. Non so come le persone non notarono la mia agitazione. Avevo l’impressione che tutti mi squadrassero. A Porte Dorée, un trambusto mi fece capire che il corpo era scoperto. Come tutti i viaggiatori, mi si fece scendere dal treno.

A quel punto, ebbi l’intenzione di andare ad informarmi per sapere se Laetitia era morta, ma ero incapace del minimo gesto: avevo paura di sapere che l’avevo uccisa. Vidi passare la barella e rischiai di sentirmi male. Ci trattennero circa una mezz’ora e mi sembrò un secolo, credo che se uno dei poliziotti mi avesse chiesto qualunque cosa, sarei crollato. Ma ci lasciarono presto andare. Ritornai al mio hotel, non so bene come. Fu solamente l’indomani, dopo una notte orribile, che appresi la morte di Laetitia. All’epoca dell’inchiesta riportata dai giornali, appresi anche che Laetitia aveva annullato un appuntamento con Jean e che la mia gelosia non era fondata. Vi lascio immaginare il mio stato d’animo.
Alcuni giorni più tardi, andai a cercare la mia automobile che era restata a Porte de Charenton. Man mano che i giorni passarono mi calmai. La polizia ignorava totalmente la mia esistenza. Seguivo appassionatamente l’inchiesta sui giornali ed appresi anche che avevo commesso un crimine perfetto, non imputabile alla mia intelligenza, ma ad uno straordinario concorso di circostanze.
Adesso, molti anni sono passati. Faccio il medico, sposato ed anche nonno, ma questo segreto ha gravato pesantemente, non essendo abbastanza credente per confidarlo ad un prete.

Non ho più rimorso e mi sembra di raccontarvi la storia di un altro; perciò il mio racconto vi sembrerà freddo e secco. Voi, Signor Commissario, seduto nel vostro ufficio, probabilmente mi giudicherete severamente, ma in verità io non penso di essere un criminale-tipo, ed avrei beneficiato probabilmente di circostanze attenuanti.

Sperando che così sarà archiviato il caso Laetitia Toureaux, vi invio, Signor Commissario, i miei distinti saluti.

Fonte: « Dans les archives secrètes de la Police » Editions Folio
Da: paris-unplugged.fr
Mia traduzione dal Francese

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Grazie!   10 comments

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1.000 Mi piace

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Congratulazioni per aver ottenuto 1.000 Mi piace totali su marianna il corso delle cose.

Your current tally is 1.002.

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Grazie a tutti voi, miei cari amici!
Considerato che non è nemmeno un anno che ho aperto il blog
e che mi sono assentata per qualche mese,
essere arrivata a 1000 likes è un bellissimo risultato!
Ed è tutto merito vostro che passate a trovarmi
ed arricchite il mio piccolo mondo!
Grazie, un milione di grazie!

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BRAVO FLAVIO INSINNA. REGALA IL SUO NATANTE A MEDICI SENZA FRONTIERE   Leave a comment

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“Bravo ragazzo, umile, modesto, persona perbene …” E gran bravo attore, secondo me, persona intelligente! Del resto l’umiltà è componente essenziale dell’intelligenza! Bravo Insinna, ce ne vorrebbero di persone così!

LA VOSTRA IMPERDONABILE VOGLIA DI SHARIA   Leave a comment

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“… non abbiate paura dell’amore.” Un pezzo bellissimo, commovente, di una sensibilità straordinaria, che condivido totalmente. L’amore non ha genere, perché qualcuno ci deve imporre come dobbiamo amare? Non si faccia passare la negazione dei diritti per convinzione religiosa … non ci si comporti come Farisei ipocriti, facendo credere alla gente, indossando una maschera, di essere giusti, quando invece si è pieni di iniquità ed ingiustizia. Non ci si metta sul pulpito per insegnare agli altri come condurre la propria vita, perché è proprio dietro il pulpito che spesso si annida per prima l’ipocrisia. Non fu proprio l’apostolo Paolo a dire: “L’amore sia senza ipocrisia” (Romani 12:9)?

 

Ma io sono libera … Sono una donna   Leave a comment

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Donna

Joumana Haddad

Nessuno può immaginare
Quel che dico quando me ne sto in silenzio
Chi vedo quando chiudo gli occhi
Come vengo sospinta quando vengo sospinta
Cosa cerco quando lascio libere le mie mani.
Nessuno, nessuno sa
Quando ho fame quando parto
Quando cammino e quando mi perdo,
nessuno sa che per me andare è ritornare,
e ritornare è indietreggiare
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
Ed io glielo lascio credere
E creo.
Hanno costruito per me una gabbia
affinché la mia libertà fosse una loro concessione
E ringraziassi e obbedissi
Ma io sono libera prima e dopo di loro, con e senza di loro
Sono libera nella vittoria e nella sconfitta
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
Tuttavia la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
E al mio desiderio non impartiscono ordini.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
Ed io glielo lascio credere
E creo.

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Joumana Haddad

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Joumana Haddad – Beirut, 1970

Scrittrice, poetessa, traduttrice e giornalista. Responsabile delle pagine culturali del quotidiano «An Nahar», ha fondato la rivista «Jasad». Insegna all’Università Libano-Americana di Beirut. Per il suo “In compagnia dei ladri del fuoco” (2006) ha intervistato, tra gli altri, scrittori quali Roberto Saviano, Umberto Eco, Paul Auster, Yves Bonnefoy, Peter Handke e Elfriede Jelinek. Premio Blue Metropolis per la letteratura araba nel 2010, in Italia ha pubblicato “Adrenalina” (2009), “Il ritorno di Lilith” (2009), “Ho ucciso Shahrazad” (2011), “Le sette vite di Luca” (2011) e “Superman è un arabo ” (2013); suoi scritti sono apparsi inoltre nelle antologie “Non ho peccato abbastanza” (2005) e “Parola di donna, corpo di donna” (2006).

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Per Carla … bruciata …   14 comments

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Per tutte le donne d’Italia e del mondo …

Per le donne che hanno il coraggio di lottare per il bene e denunciare il male;

Per le donne di ogni Paese, razza, colore, opinione politica, religione, discriminate per la loro condizione, esiliate o uccise per le loro idee, che si battono per il rispetto della  dignità umana e l’affermazione della legalità contro ogni forma di prevaricazione;

Per tutte le madri coraggio lasciate sole dalle Istituzioni e dallo Stato;

Per tutte le donne che credono nella vera Giustizia e nella Libertà.

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La storia di Alicia

Alicia Arístregui era una donna spagnola che subiva quotidianamente violenze dal proprio marito. Lui l’insultava, la minacciava e la picchiava per i più banali motivi. Alicia viveva nella costante paura del marito così che nel gennaio del 2002, dopo 14 anni di matrimonio, decise di lasciarlo per andare ad abitare in un alloggio messo a disposizione dallo Stato.
Dopo essere stato lasciato, il marito continuò a minacciarla perché voleva la custodia dei figli. La perseguitava nonostante il tribunale gli avesse proibito di avvicinarsi a lei. Alicia e i suoi fratelli avvisarono più volte la corte che l’uomo non rispettava questo divieto ma tali rapporti non vennero consegnati alla polizia municipale della città dove Alicia risiedeva e le ripetute richieste di protezione furono ignorate dalle autorità. Alicia era spaventata perché era fermamente convinta che l’uomo avrebbe attuato le sue minacce.
Un giorno, quattro mesi dopo la separazione, suo marito la avvicinò – lei aveva appena accompagnato i figli alla fermata dello scuolabus – e l’accoltellò a morte.
Dopo la morte di Alicia, uno dei suoi fratelli ha fondato un’organizzazione che mira a garantire una reale protezione alle donne vittime di abusi e violenze. Infatti in molti casi, i tribunali non danno il necessario peso alle denunce di donne che hanno subito minacce di morte e aggressioni da parte dei propri partner, oppure non riescono a prendere misure efficaci contro questi uomini.
A volte con esiti fatali. Inoltre, i centri di emergenza, rifugi e appartamenti in cui le donne vittime di violenza possono rifugiarsi sono pochi e ricevono pochi finanziamenti dallo Stato e sono mantenuti per lo più grazie allo sforzo di singole organizzazioni non governative, come quella fondata dal fratello di Alicia.

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La violenza domestica

Gli studi delle Nazioni Unite evidenziano che il 70% delle donne ha subito una qualche forma di violenza durante la loro vita.

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza domestica è “ogni forma di violenza fisica,  psicologica o sessuale che riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si propongono di avere  una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all’interno di un nucleo familiare più o meno  allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo”. Viene quindi considerata violenza domestica ogni forma di violenza che avviene nell’ambito di una relazione affettiva anche tra persone che non vivono effettivamente insieme.

Una delle più comuni forme di violenza contro le donne è quella inflitta dal proprio marito o compagno. La violenza subita dal proprio partner comprende aggressioni fisiche, minacce ed insulti, violenze sessuali e limitazione della propria libertà personale attraverso l’isolamento dalla famiglia, dagli amici e l’impedimento a cercare aiuto.

La violenza domestica è sempre più considerata un importante problema di salute pubblica:

nei paesi dove sono stati condotti studi, i risultati indicano che tra il 10 e il 50% delle donne  riferisce di aver subito violenze fisiche dal partner;

la maggior parte delle vittime di aggressione fisica ha subito molti e differenti atti diviolenza per lunghi periodi di tempo;

gli abusi fisici sono accompagnati da violenze psicologiche e, in più di un terzo/ la metà dei  casi da violenze sessuali;

la violenza domestica è responsabile di un numero molto alto di morti; gli studi dimostrano che il 40–70% di donne vittime di omicidio è ucciso da un marito o da un compagno violenti;

le donne tra i 15 e i 44 anni rischiano di più di subire stupri e violenze domestiche che  ammalarsi di cancro o di altre malattie o avere incidenti di macchina.

La violenza determina conseguenze anche gravi sulla salute delle donne come:

lesioni fisiche (contusioni, ferite, fratture, emorragie e, nei casi più gravi, lesioni interne)

lesioni permanenti anche dolorose (rottura del timpano, del bulbo oculare, ecc.)

depressione e suicidi

Le donne che subiscono violenze sono costrette a ricorrere spesso a visite mediche e ricoveri ospedalieri e questo interferisce con la loro possibilità di conservare il lavoro, di poter lavorare bene e guadagnare.

Le donne sono particolarmente vulnerabili in quelle società dove vi è una marcata diseguaglianza tra uomini e donne (di genere) e dove esistono tradizioni culturali che sostengono il diritto dell’uomo ad usare violenza alla propria donna e non puniscono tali comportamenti. Tuttavia la violenza esiste in tutti i paesi e in tutte le classi sociali.

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Laura

Una donna della Provincia di Cuneo che è riuscita a lasciare il marito dopo 12 anni di violenze.

“Pensavo fosse l’uomo della mia vita – inizia il suo racconto – lui un uomo affascinante, un professionista conosciuto a Cuneo, ma mi sbagliavo”.
“Tutto è cominciato dalla violenza psicologica – spiega – mi sminuiva in ciò che facevo, mi faceva sentire inadatta, volevo fare un corso di inglese (lui parla 4 lingue) ma lui mi diceva che tanto io non capivo niente”.
“Io, forse anche per il fatto di essere cresciuta con una mamma molto severa, abituata a non rispondere – prosegue – pensavo che forse ero io che continuavo a sbagliare”.

Questo accadeva anche fuori dalle mura di casa?

“No assolutamente, mai in pubblico, anzi agli occhi della gente eravamo una coppia perfetta, ma intanto arrivati a casa ogni pretesto era buono per litigare, nemmeno a Natale potevo contare su un po’ di felicità, lentamente ha svuotato la mia vita di tutti i momenti di gioia, non andavamo nemmeno più in vacanza perché tanto lui diceva di aver già girato il mondo”.

Quando è passato alla violenza fisica?

“Con il tempo, le offese sono diventate sempre più veementi, mi diceva che gli facevo schifo, è arrivato anche a sputarmi in faccia, intanto lentamente mi creava il vuoto intorno, fino a che un giorno è passato alle mani. Mi ha colpita con un vassoio in faccia, quel colpo ha spinto la pelle all’interno dell’occhio. Quel giorno sono andata in ospedale dove mi han messo sei punti sotto l’occhio, ma non ho avuto il coraggio di raccontare quello che era accaduto, al medico ho detto di aver sbattuto contro la portiera della macchina”.

Da questo momento Laura è sprofondata nel buio.

“Ho iniziato ad aver paura, prima di andare a dormire aspettavo di sentirlo russare per il timore che
potesse succedermi qualcosa, non sapevo con chi parlare, mi vergognavo pensavo che fosse colpa mia, ho iniziato a non volermi più bene e sono anche ingrassata”, “In casa – continua – non avevo più la mia libertà, vivevo con una sensazione d’angoscia provando un lieve sollievo solo quando ero sola, magari per andare a fare la spesa, era come se ogni giorno stesse rosicchiando una parte di me, fino a diventare come di proprietà sua, non più di me stessa”.

Non ha mai pensato di andarsene di casa in quei momenti?

“Sì, più volte, un giorno ho deciso di andarmene di casa, ma lui mi ha aggredita, strappandomi le borse di mano, un’altra volta mi sono trasferita da un’amica per un periodo, ma con l’inganno, dicendomi che aveva avuto un incidente mi ha fatto tornare a casa”. E ancora “Mi ha fatto tante promesse, regalato delle rose, mi ha detto che sarebbe cambiato e sai com’è – mi dice sospirando – come molte donne avevo la speranza di riuscire a cambiarlo, ma purtroppo le persone così non cambiano”. E infatti “un giorno mi ha afferrata per la gola, continuava a stringermi forte il collo, per fortuna sul divano c’era una macchina fotografica che avevo lasciato lì per fare delle foto ai miei nipotini, l’ho afferrata e l’ho colpito in quel momento sono riuscita a liberarmi e me ne sono andata, quella volta per sempre”. “Al pronto soccorso – afferma – mi hanno dato 8 giorni di prognosi”…

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Gli uomini che commettono violenze nei confronti delle loro compagne trovano giustificazioni e motivazioni al loro agire nelle situazioni e nelle difficoltà dei rapporti, perché hanno la necessità di considerare “normali” i loro comportamenti.

Nulla può giustificarli. Sono criminali!

Bisogna parlarne, sempre di più, bisogna rompere il silenzio. Solo conoscendo la realtà riguardo ai diritti calpestati delle donne i nostri figli potranno combattere le discriminazioni legate al sesso, crescere in maniera diversa, creare una società migliore in cui i diritti di tutti vengano finalmente riconosciuti e rispettati.

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Dora e il mio Premio Dardos   Leave a comment

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Premio Dardos

Questo Premio venne assegnato per la prima volta nel 2008 dallo scrittore spagnolo Alberto Zambade a 15 blog da lui selezionati. Da allora questo premio si sta diffondendo in tutto il mondo e rappresenta un riconoscimento ad ogni blogger per il suo impegno a trasmettere valori culturali, etici, letterari e personali.

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Regole:
• mostrare l’immagine del premio
• ringraziare chi ti ha nominato
• nominare 15 bloggers
• avvisarli tramite messaggio

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Per la nomina ringrazio:

Dora Buonfino del blog almenotu

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Grazie Dora, amica mia, non credo di meritarmi questa nomina, sei troppo buona, così, visto che non devo rispondere a nulla … lo pubblico, ma soprattutto per ringraziarti della stima … evviva la pigrizia …

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Per quanto riguarda le nomine, mia cara amica, ne hai fatte così tante tu che non saprei chi nominare … quindi, si ritengano nominati tutti gli autori dei blogs che seguo e ai quali mi sono iscritta, ognuno lo sa … se non li ritenessi meritevoli di un premio avrei evitato di seguirli … mi sento, quindi, esonerata dall’avvisarli …

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