Archivio per gennaio 2016

Honey and Cinnamon … an elixir of long life …   5 comments

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Le proprietà curative della Cannella

Dall’albero della Cannella si ricava l’omonima spezia, molto aromatica, ricca di gusto e proprietà terapeutiche.

La Cannella (Cinnamomum Zeylanicum Nees) è una spezia ricca di proprietà che si ricava dall’omonimo albero, molto aromatico appartenente alla famiglia delle Lauracee.

Originario dello Sri Lanka e della Malesia si riproduce sia per seme che per talea. Nel nostro paese è impossibile coltivare questa pianta dato il clima sfavorevole.

L’albero di cannella può arrivare sino ai 15 metri di altezza, presenta un fusto molto robusto con ramificazioni aperte, foglie verdi di forma ellittica con apice acuto, fiori piccoli e di colore bianco-giallognolo e corteccia liscia, molto profumata. Proprio la corteccia, nello specifico la parte interna della corteccia, è utilizzata per il suo aroma gradevole e le sue splendide proprietà terapeutiche. Dalla corteccia inoltre si ricava l’olio essenziale di cannella.

In Europa la cannella è nota e diffusa fin da tempi antichi, ma per molti secoli il suo utilizzo era ristretto esclusivamente a scopi alimentari: essa veniva utilizzata per aromatizzare bevande, cibi e dolci. Anche in campo medico, in tempi più recenti, questa spezia era utilizzata principalmente per il suo aroma: era impiegata infatti per rendere meno sgradevole il gusto amaro di alcune erbe medicinali.
Gli antichi erbari cinesi però la menzionavano già nel 2700 a.C. consigliandone l’uso in caso di febbre o diarrea.

La Cannella in cucina

Questa spezia trova applicazioni soprattutto nella preparazione di dolci e di liquori. Tuttavia il suo aroma conferisce un tocco esotico a primi e secondi piatti. In Asia il suo utilizzo è esteso anche a zuppe e secondi piatti.
Per conservare la cannella è bene metterla al riparo dall’aria e dalla luce in barattoli ermetici.

La Cannella a scopo terapeutico: le proprietà medicinali

Per le notevoli virtù tonificanti e stimolanti, le proprietà di disinfettante intestinale e polmonare, la cannella è un prezioso aiuto a cui ricorrere per aumentare le difese dell’organismo nelle malattie infettive.
Preparazioni a base di cannella si possono utilizzare per contrastare problemi alla digestione lenta, debolezza, affaticamento e inappetenza. La cannella è anche un ottimo rimedio contro raffreddore, mal di gola e diarrea.

La cannella inoltre, è un buon aiuto contro il Diabete: i polifenoli che contiene infatti svolgono un’azione molto simile all’insulina.

Questa spezia gode di buone proprietà antiossidanti e antiparassitarie: recenti studi hanno dimostrato come la cannella riesca a contrastare efficacemente Candida ed Escherichia Coli.

Per uso esterno invece, l’olio essenziale di cannella è un ottimo disinfettante naturale e lo si può utilizzare anche come collutorio per alleviare gengiviti e infiammazioni del cavo orale.

La Cannella, se unita al Miele, forma un potentissimo cocktail ricco di proprietà terapeutiche.

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Gli innumerevoli benefici di miele e cannella

La combinazione di miele e cannella è un potente antibiotico naturale, antimicrobico, antinfiammatorio, ecc… non solo per l’uomo ma anche per i nostri animali.

Le proprietà terapeutiche del miele sono molteplici, questo prezioso alimento vanta infatti proprietà antibatteriche, antiossidanti, antinfiammatorie, sedative per la tosse e vanta innumerevoli proprietà nutrizionali, inoltre è una fonte inestimabile di energia. Lo zucchero contenuto nel miele aiuta a combattere stress e fatica fisica e, se assunto in basse quantità, non crea nessun problema ai diabetici.

Il miele, in combinazione con la cannella forma una coppia perfetta per migliorare il proprio stato di salute in modo semplice e naturale.

Miele e cannella uniti formano un elisir del benessere apportando numerosi benefici per la nostra salute, e se assunti quotidianamente aiutano a rafforzare il sistema immunitario e proteggono l’organismo da batteri e da virus.

Già nel 1995 la rivista Canadese “Weekly world news” ha pubblicato un articolo che contiene un elenco delle malattie curabili con questa mescolanza di miele e cannella: Artrite, Malattie del cuore, Colesterolo, Male ai denti, Infezioni ai reni e alla vescica, Perdita dei capelli, Raffreddore, Tosse, Sinusite, Punture di insetti. Utilissima anche per la perdita di peso.

In Italia pochi conoscono le straordinarie proprietà di questo elisir, ma la combinazione di miele e cannella è un rimedio usato da secoli sia nella Medicina Tradizionale Cinese che nell’Ayurveda.

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Tè a base di miele e cannella

Far bollire un cucchiaio di cannella mescolato a 3 tazze di acqua, una volta raggiunto il bollore spegnere il fuoco e lasciare raffreddare. Una volta che questo tè avrà raggiunto la temperatura ambientale, aggiungere 4 cucchiai di miele e bere 1/4 della tazza, dopo un paio di ore, berne un altro quarto e così via fino a finirla.

Questo tè rende fresca e morbida la pelle e diminuisce i segni dell’età. L’uso costante di questo tè prolunga la vita, elimina l’invecchiamento causato dalla routine e dalla fatica e tonifica il corpo in generale.

Avvertenza: il Miele non va mai scaldato, salvo indicazioni contrarie, perché molte delle sostanze curative andrebbero perse.

Controindicazioni, effetti collaterali e interazioni della cannella

Le controindicazioni della cannella sono legate soprattutto ad un uso eccessivo. Essa infatti contiene una sostanza, la cumarina, che se assunta in dosi elevate può essere tossica per fegato e reni. Il suo utilizzo sarebbe da evitare in gravidanza, allattamento e nei bambini sotto i 3 anni. Se si utilizza l’olio essenziale sulla pelle, si possono verificare reazioni allergiche che portano a manifestazioni di orticaria. Infine è bene tener presente che la cannella può interagire con farmaci come i FANS.

La dose che si consiglia di non superare è di 3 grammi al giorno.

Fonte: viversano.net

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I fiori avranno tempo per me …   Leave a comment

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Io sono verticale

Sylvia Plath

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultra dipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

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Oggetto di culto postumo per gli studiosi di letteratura americana, poetessa e musa emblematica di una stagione letteraria cruciale, morta suicida nel 1963 a soli trentuno anni, Sylvia Plath è assurta a simbolo delle rivendicazioni femministe del Novecento ed è stata una delle voci più potenti e limpide della letteratura del secolo scorso. Il suo mito è stato coronato di recente anche dal film “Sylvia” (2003), interpretato da una splendida Gwyneth Paltrow nel ruolo della poetessa.

Sylvia Plath nasce il 27 ottobre 1932 a Jamaica Plain, un sobborgo di Boston. Il padre Otto Emil Plath, figlio di genitori tedeschi, si trasferì in America a sedici anni per diventare in seguito uno stimato entomologo; la madre, Aurelia Schober, apparteneva ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts, abituata in casa a parlare solo tedesco.

La carriera scolastica di Sylvia è assolutamente brillante e grazie ai suoi scritti, consegue molti premi. Uno di questi la conduce a New-York ospite di un’importante rivista del tempo. La frenetica metropoli però ha su di lei effetti devastanti e mina il suo già fragile equilibrio psichico. Non è difficile trovare nella sensibilità della poetessa gli effetti negativi dell’impatto con la mondanità newyorkese: in quelle frequentazioni avvertiva il peso dell’ipocrisia della middle-class americana, spesso adagiata su di un facile atteggiamento progressista, e il rientro a casa era sempre accompagnato da gravi crisi. In quegli anni già si parla per Sylvia di cure psichiatriche, primi ricoveri in manicomio, tentati suicidi e elettroshock.

La psicoterapia e gli elettroshock le consentono comunque di abbandonare presto la clinica e la sua vita riprende con l’Università, i corsi di poesia, la tesi di laurea su Dostoevskij e l’amore per il poeta inglese Ted Hughes, che sposa dopo qualche tempo. Per Sylvia Plath, educata ai valori della società americana, il successo è fondamentale e la nuova condizione di moglie è un ricatto continuo alla sua attività di scrittrice.

Inizialmente riesce a svolgere in modo perfetto le mansioni di casalinga e di moglie, senza che questo influisca sulla sua creatività, ma in seguito, con la nascita dei figli la sua vita comincia a trascinarsi su un binario monotono. La maternità, da gesto creativo, diventa fonte di frustrazione e causa di depressione a cui si aggiungono i tradimenti del marito Ted.

Sylvia ha la forza di separarsi, portando con sé i figli, ma cominciano anche le ristrettezze economiche. E’ proprio in questo periodo che esplode la sua attività letteraria: nel 1960 pubblica “The Colossus”, presentazione immediata del suo stile personale ed elaborato ma anche testimonianza del suo crollo psichico. Scrive poi il romanzo “La campana di vetro”, pubblicato nel 1963 con lo pseudonimo di Victoria Lewis, testimonianza del disperato bisogno di affermazione di una donna lacerata dal conflitto irrisolto tra le aspirazioni personali ed il ruolo impostole dalla società.

L’11 febbraio 1963 è passato solo un mese dalla pubblicazione del romanzo quando Sylvia prepara fette di pane imburrato per i figli, mette al sicuro i piccoli, sigilla porte e finestre con del nastro adesivo, scrive l’ultima poesia “Orlo”, apre il gas, infila la testa nel forno e si toglie la vita.

Torturata dalla sua ansia di vivere e di esprimersi, che contraddiceva il ruolo tradizionale di moglie e madre, lacerata dal conflitto dall’essere per sé e l’essere per gli altri, la trentenne Sylvia Plath lascia un’infinità di poesie violente e disperate, ed un unico elemento di disordine nella cucina del suo appartamento: il suo corpo senza vita.

Diventata con gli anni un caso letterario, molte raccolte postume si sono succedute sugli scaffali delle librerie: “Attraversando l’acqua”, “Alberi invernali” e soprattutto i celebri “Diari”, pubblicati nel 1971 e curati dall’ex marito Ted Hughes.

Fonte: biografieonline.it

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Pensare con la propria testa … Fiabe cinesi e orientali …   Leave a comment

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Il cavallo e il fiume 

Un cavallino viveva nella stalla con la madre e non era mai uscito di casa, né si era mai allontanato dal suo fianco protettivo.
Un giorno la madre gli disse: “E’ ora che tu esca e che impari a fare piccole commissioni per me. Porta questo sacchetto di grano al mulino!”
Con il sacco sulla groppa, contento di rendersi utile, il puledro si mise a galoppare verso il mulino.
Ma dopo un po’ incontrò sul suo cammino un fiume gonfio d’acqua che fluiva gorgogliando.
“Che cosa devo fare? Potrò attraversare?”
Si fermò incerto sulla riva.
Non sapeva a chi chiedere consiglio.
Si guardò intorno e vide un vecchio bue che brucava lì accanto.
Il cavallino si avvicinò e gli chiese:
“Zio, posso attraversare il fiume?”
“Certo, l’acqua non è profonda, mi arriva appena a ginocchio, vai tranquillo”.
Il cavallino si mise a galoppare verso il fiume, ma quando stava proprio sulla riva in procinto di attraversare, uno scoiattolo gli si avvicinò saltellando e gli disse tutto agitato: “Non passare, non passare! È pericoloso, rischi di annegare!”
“Ma il fiume è così profondo?” Chiese il cavallino confuso.
“Certo, un amico ieri è annegato” raccontò lo scoiattolo con voce mesta.
Il cavallino non sapeva più a chi credere e decise di tornare a casa per chiedere consiglio alla madre.
“Sono tornato perché l’acqua è molto profonda” disse imbarazzato “non posso attraversare il fiume”.
“Sei sicuro? Io penso invece che l’acqua sia poco profonda “replicò la madre.
“E’ quello che mi ha detto il vecchio bue, ma lo scoiattolo insiste nel dire che il fiume è pericoloso e che ieri è annegato un suo amico”.
“Allora l’acqua è profonda o poco profonda? Prova a pensarci con la tua testa”.
“Veramente non ci ho pensato”.
“Figlio mio, non devi ascoltare i consigli senza riflettere con la tua testa. Puoi arrivarci da solo. Il bue è grande e grosso e pensa naturalmente che il fiume sia poco profondo, mentre lo scoiattolo è così piccolo che può annegare anche in una pozzanghera e pensa che sia molto profondo”.
Dopo aver ascoltato le parole della madre, il cavallino si mise a galoppare verso il fiume sicuro di sé.
Quando lo scoiattolo lo vide con le zampe ormai dentro il fiume gli gridò:
“Allora hai deciso di annegare?”
“Voglio provare ad attraversare”.
E il cavallino scoprì che l’acqua del fiume non era né poco profonda come aveva detto il bue, né troppo profonda come aveva detto lo scoiattolo.

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Il segreto della felicità …   7 comments

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La fata farfalla e l’orfanella

C’è una favola meravigliosa che narra di una povera orfanella che non aveva né famiglia né qualcuno che le volesse bene. Un giorno, sentendosi particolarmente triste e sola, si mise a camminare per i boschi e vide una bellissima farfalla imprigionata in un rovo. Più la farfalla si dibatteva per conquistare la libertà e più le spine si conficcavano nel suo fragile corpo. La giovane orfanella con delicatezza riuscì a liberarla.
Invece di volare via, la farfalla si tramutò in una bellissima fata. La ragazzina si sfregò gli occhi perché pensava di aver avuto una allucinazione.
“Per ricompensarti della tua straordinaria bontà”, disse la fatina buona, “esaudirò qualunque tuo desiderio”. La ragazzina si fermò un attimo a riflettere, poi disse: “Voglio essere felice!”.
La fata rispose: “Molto bene”. Si chinò su di lei e le sussurrò qualcosa in un orecchio. Poi svanì.
La ragazzina, divenuta ormai grande, appariva felice come nessun altro sulla terra. Tutti le chiedevano il segreto della sua felicità, ma lei si limitava a sorridere e rispondeva: “il segreto della mia felicità consiste nell’aver dato ascolto ad una fatina buona quando ero piccola”.
Poi divenne vecchia e quando fu in punto di morte i vicini le si fecero attorno, temendo che il segreto della felicità svanisse con lei. “Per piacere”, la pregarono, “rivelaci ciò che ti ha detto la fatina buona”.
La cortese vecchietta sorrise ed esclamò: “Mi disse che tutti, per quanto sicuri di sé, e non importa se giovani o vecchi, ricchi o poveri, hanno bisogno di me”.

Fonte: raccontidifata.com

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Buonanotte mondo!   8 comments

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Fai la ninna

Fai la ninna e fai la nanna,
bimbo bello della mamma.
Han già chiuso i loro occhietti
dentro il nido gli uccelletti.
E sui prati a terra chini
dormon tutti i fiorellini.
Solo gli angeli celesti
per vegliarti ancor son desti.
Solo gli angeli e la mamma
dormi bimbo e fai la nanna.

dal web
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Pubblicato 10 gennaio 2016 da mariannecraven in Filastrocche, Poesia

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Una favola del Senegal   6 comments

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L’Africa

Contrariamente a quanto si è a lungo creduto, l’Africa non è un “continente senza storia”. Civiltà fiorenti, tradizioni, usanze tramandate anche tramite storie, leggende e racconti, si sono sviluppate in molte regioni (Africa occidentale, l’attuale Angola, l’attuale Zimbabwe) fin da tempi molto antichi.
Il declino di questi stati e civiltà africane è relativamente recente ed è legato all’espansione europea nel mondo a partire dalla fine del quattrocento. L’intero continente africano venne infatti impoverito e degradato da quattro secoli di tratta degli schiavi. Si calcola che gli schiavi africani deportati fra il 1500 e il 1850 in schiavitù verso le Americhe non furono meno di trenta milioni.

Nelle fiabe africane ci sono tanti spunti per comprendere la ricchezza di un continente ricco di storia, cultura e tradizioni.

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“Perché ci sono tanti idioti”

Tanto tempo fa c’erano pochissimi idioti nel mondo rispetto a oggi. Quando se ne trovava uno da qualche parte, subito era cacciato via dal villaggio. Oggi, invece, bisognerebbe cacciare via la metà del villaggio e ancora ciò non basterebbe. Ma come si spiega che ci sono in giro tanti idioti? Ecco come sono andate le cose… Un giorno tre idioti che erano stati cacciati via da un villaggio per colpa dei loro pettegolezzi, si ritrovarono ad un crocevia e dissero:
«Forse arriveremo a qualche cosa di utile se riuniremo l’intelligenza di tre teste stupide».
E proseguirono il loro cammino insieme: dopo un certo tempo, arrivarono davanti a una capanna dalla quale uscì un vecchio uomo che disse loro:
«Dove andate?».
Gli idioti alzarono le spalle e risposero:
«Dove ci porteranno le nostre gambe. Ci hanno cacciato via dal nostro villaggio per le nostre imbecillità».
Il vecchio rispose: «Allora entrate. Vi metterò alla prova».
Questo vecchio aveva tre figlie anche loro imbecilli e si dimostrò comprensivo.
L’indomani, chiese al primo idiota: «Tu, vai alla pesca!» E al secondo:
«Vai nel bosco e porta un masso legato con treccine di corde!»
Poi al terzo:
«E tu portami delle noci di cocco!»
Gli idioti presero un recipiente ciascuno, un’ascia e un bastone e si misero in strada. Il primo si fermò vicino al mare e si mise a pescare. Quando il suo recipiente fu pieno, ebbe di colpo sete; ributtò tutto il pesce in acqua e tornò a casa a bere.
Il vecchio gli domandò: «Dove sono i pesci?».
Egli rispose: «Li ho rimessi nell’acqua. Mi ha preso la sete e sono ritornato veloce a casa per bere.
Il vecchio si arrabbiò: «E non potevi bere al mare?» gli chiese.
L’idiota rispose: «Non ci ho pensato…»
Durante questo tempo, il secondo idiota che era stato nel bosco, ma si preparava a ritornare a casa, si era reso conto che non aveva corda per legare i massi. Correva a casa appunto per cercarne una.
Il vecchio si arrabbiò di nuovo: «Perché non hai legato il tuo masso con una delle corde?». Egli rispose: «Non ci ho pensato…». Il terzo idiota montò sulla palma da cocco, mostrò alle noci di cocco il suo bastone e disse: «Tu devi buttare a terra queste noci di cocco, hai capito?»
Scese e cominciò a lanciare il bastone sul cocco. Ma non fece cadere nessuna noce. Anche lui ritornò a casa a mani vuote.
E una volta ancora il vecchio si arrabbiò: «Poiché tu eri sul cocco, perché non hai colto il frutto con le mani?».
Egli rispose: «Non ci ho pensato…».
Il vecchio seppe che non avrebbe combinato niente di buono con quei tre scemi.
Gli diede in moglie le sue tre figlie e li cacciò via tutti quanti.
Gli idioti e le loro mogli costruirono una capanna e vi vissero bene e male.
Ebbero figli tanto stupidi quanto erano loro, le capanne si moltiplicarono e gli idioti si disseminarono in tutto il mondo.

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Arsenico e vecchi merletti …   2 comments

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Vera Renczi

Fonte: Wikipedia

Vera Renczi (Bucarest, 1903 – …) è stata una criminale e serial killer ungherese. Ha avvelenato almeno 32 persone, forse fino a 35 durante il decennio 1920 – 1930, compresi i suoi mariti, amanti e un suo figlio tramite l’arsenico.
Nata in una ricca famiglia da madre rumena e padre ungherese a Bucarest, Romania, si trasferì con la famiglia nella città di Berkerekul all’età di 13 anni. Con il compimento dei quindici anni diventò sempre più ingestibile da parte dei suoi genitori ed era solita scappare da casa con numerosi amanti, molti dei quali erano significativamente più anziani di lei. Gli amici della prima infanzia dicono che lei avesse un quasi patologico e costante desiderio di rapporti sessuali e compagnia maschile, inoltre era molto gelosa e possessiva.

Il suo primo matrimonio avvenne a Bucarest con un ricco uomo d’affari molto più anziano di lei, dal quale ebbe un figlio di nome Lorenzo. Lasciata a casa ogni giorno mentre suo marito era al lavoro, cominciò a sospettare che il coniuge le fosse infedele. Una sera, durante un attacco di gelosia, versò l’arsenico nel vino del consorte e successivamente raccontò a familiari ed amici che lei e suo figlio erano stati abbandonati.
Dopo un anno circa di “lutto”, dichiarò che alcuni estranei le dissero che suo marito aveva perso la vita in un incidente automobilistico.
Poco dopo aver dichiarato la morte del marito per “incidente automobilistico”, convolò nuovamente a nozze, questa volta per un uomo più vicino alla propria età. Tuttavia, il rapporto fu molto tumultuoso e la Renczi fu nuovamente colpita dal sospetto che il suo nuovo marito avesse delle relazioni extraconiugali. Pochi mesi dopo il matrimonio l’uomo sparì e la donna raccontò poi agli amici e alla famiglia che il coniuge l’aveva abbandonata. Dopo un anno, affermò di aver ricevuto una lettera dal marito il quale proclamava la sua intenzione di lasciarla per sempre. Questo fu l’ultimo matrimonio della donna.

La donna ebbe negli anni seguenti diverse storie d’amore, alcune clandestine con uomini sposati, altre vissute alla luce del sole. I suoi amanti appartenevano a diversi ceti sociali e tutti erano destinati a sparire nel giro di mesi, settimane o, in alcuni casi, addirittura giorni dopo essere stati “romanticamente” coinvolti dalla donna. Quando veniva coinvolta dalle indagini sulle sparizioni, recitava la classica sua scusa di essere stata abbandonata.

Le autorità furono istigate a indagare sulla Renczi dalla moglie di un suo amante, il quale, pedinato dalla consorte fino alla casa della rea, successivamente svanì nel nulla. Quando i poliziotti ispezionarono la cantina della donna rinvennero trentadue bare di zinco allineate, le quali contenevano i resti dei suoi amanti in vari stadi di decomposizione.

Vera Renczi fu arrestata e tenuta in custodia dalla polizia, dove confessò di aver avvelenato i trentadue uomini con l’arsenico quando sospettava che le fossero stati infedeli o quando non interessavano più la donna. Confessò anche alla polizia che spesso amava sedersi con la sua poltrona in mezzo alle bare, circondata da tutti i suoi ex amanti.

Vera Renczi confessò di aver ucciso i suoi due mariti e suo figlio Lorenzo. Questo, infatti, durante una visita alla madre, aveva accidentalmente scoperto le bare nella sua cantina e aveva deciso di ricattarla. Successivamente fu avvelenato dalla madre che si disfece del suo corpo.

La Renczi fu condannata per trentacinque omicidi con il carcere a vita. Si dice che la sua storia può avere ispirato a Joseph Kesselring la pièce teatrale “Arsenico e vecchi merletti”.

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