Archivio per dicembre 2015

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Natale

Henry Van Dyke

Siete disposti a dimenticare quel che avete fatto per gli Altri
e a ricordare quel che gli altri hanno fatto per Voi?
A ignorare quel che il mondo vi deve
e a pensare a ciò che voi dovete al mondo?

A mettere i vostri diritti in fondo al quadro,
i vostri doveri nel mezzo
e la possibilità di fare un po’ di più del vostro
dovere in primo piano?

Ad accorgervi che i vostri simili esistono come voi,
e a cercare di guardare dietro i volti per vedere il cuore ?
A capire che probabilmente la sola ragione
della vostra esistenza non è
ciò che voi avrete dalla Vita,
ma ciò che darete alla Vita?

A non lamentarvi per come va l’universo
e a cercare intorno a voi
un luogo in cui potrete seminare
qualche granello di Felicità?
Siete disposti a fare queste cose
sia pure per un giorno solo?

 Allora per voi Natale durerà per tutto l’anno.

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Pubblicato 19 dicembre 2015 da mariannecraven in Poesia

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L’amore vive oltre la morte …   12 comments

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Sweet Mary

Homesville era un bel posto, almeno questo era ciò che la gente che viveva lì diceva. Le persone che erano cresciute lì amavano così tanto quel posto che quasi sempre sceglievano di rimanerci e di mettere su famiglia.
Homesville aveva tutti i comfort di una grande città, ma la gente conosceva i propri vicini, quando si camminava per la strada, c’era sempre qualcuno che ti sorrideva e ti chiedeva come andavano le cose…
Jack era uno dei cittadini di Homesville, tutti lo conoscevano e tutti gli volevano bene, aveva un sacco di amici. Jack avrebbe trascorso la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio, basket, baseball o con gli amici, ma non ne aveva uno con cui poter solo parlare.
Successe quasi per caso, Jack era seduto nella sua auto di fronte alla biblioteca, a sognare a occhi aperti come al solito, quando vide una ragazza seduta sulla panchina della fermata degli autobus dall’altra parte della strada, indossava un abito da festa e sembrava fosse lì ad aspettare da tanto tempo.
“Questa è la ragazza più bella che abbia mai visto”, disse Jack, avrebbe voluto presentarsi, ma le ragazze lo rendevano sempre nervoso, gli sembrava di non riuscire mai a dire la cosa giusta. Alla fine si fece coraggio, raggiunse la panchina e si sedette. La ragazza teneva lo sguardo fisso in avanti. Jack sentì il suo cuore battere forte nel petto.
“Ciao”, disse timidamente.
La ragazza non rispose.
“Il mio nome è Jack”, continuò.
Poi Jack sfiorò leggermente la spalla della ragazza che improvvisamente sembrò risvegliarsi, si voltò a guardare Jack, sembrava che ci fosse un po’ di paura nei suoi occhi.
“Ciao, il mio nome è Mary” disse piano.
Jack vide che Mary tremava per la fresca aria autunnale, così le diede la sua giacca, rimasero seduti sulla panchina per molto tempo, Jack parlò di continuo mentre Mary gli sorrideva e scambiava qualche parola gentile.
Si era fatto molto tardi, Jack riaccompagnò la ragazza, quando si fermarono davanti casa, Mary si chinò e gli diede un rapido bacio sulla guancia, il ragazzo la guardò in piedi davanti alla porta di casa. Prima di entrare lei si voltò, guardò Jack, e sorrise. Era il più dolce sorriso che Jack avesse mai visto.
La mattina dopo, Jack raccolse un piccolo bouquet di fiori e andò a casa della ragazza, gli aprì una vecchia signora, il ragazzo chiese se poteva vedere Mary, la vecchia lo guardò sorpresa.
“Mary?”, osservò il ragazzo con attenzione, poi gli mostrò una foto appesa e gli chiese:
“E’ questa la ragazza che ha parlato con te la notte scorsa?” .
“Sì”, rispose lui.
“Io sono la signora Sweet, la madre di Mary”, disse. “Mary è morta quasi venti anni fa”.
Jack non credeva a quello che stava sentendo.
“Tutti amavano Mary “, disse la signora Sweet. “Anche se incontrava qualcuno per la prima volta gli parlava come se lo conoscesse da sempre. Questa casa era sempre piena di suoi amici, di risate e di allegria,” la signora Sweet fece una pausa. “Tu non sei la prima persona che viene a dirmi che l’ha vista. Mi piace pensare che lei è vicina”.
Jack era sconvolto.
“E’ vero, Jack”, disse la signora Sweet, si fermò e si asciugò una lacrima. “Mary è sepolta nel Cimitero di Homesville”.
Jack lasciò la casa di Mary e corse fino a raggiungere il cimitero. Quando vide la giacca che aveva dato a Mary appesa ad una lapide, si arrestò. Poi vide ciò che era scritto sulla lapide:

Sweet Mary
14 gennaio 1942 – 5 maggio 1958

Jack mise i fiori sulla tomba di Mary. Non sapeva che il fantasma di Mary era appollaiato in cima alla lapide, a guardarlo da vicino.
“Non avrei potuto mai immaginarlo”, disse Jack. “La mia giacca è proprio qui!”
Jack prese la giacca e la tenne stretta a lui, notò che si sentiva vagamente un profumo.
“Sono sicuro che hai indossato questa giacca e che eri alla fermata dell’autobus!” esclamò, si mise a camminare cercando di mettere insieme questo puzzle così complicato.
“C’erano così tante cose che avrei voluto dirti”, disse Jack.
Allora Mary si avvicinò a Jack e disse: “Non essere triste. Sono qui”.
Jack non poté sentire la sua voce, ma avvertì la pelle d’oca sulle braccia nel momento in cui lei gli sussurrò in un orecchio.
Non avrebbe mai saputo che Mary, la ragazza più dolce che avesse mai incontrato, era venuta a dirgli addio.

Fonte: raccontidifata

                             

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Pubblicato 19 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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Un Natale diverso …   2 comments

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Giulio Pisati “El Dom”

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Il mio presepe privato

Racconto di Alda Merini

È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani. C’è una bella poesia dialettale che dice fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore.
Casa: quanto la ami a Natale! Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri.
Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve si mendicava dai contadini abbienti. Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini.
Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura.
Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa continuo ad accontentarmi. Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo.
Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre. Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli.
E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza!
Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché nella mia casa
A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto e sembra un eufemismo avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi.
Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni.
Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita.
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì.
Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino.

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Pubblicato 12 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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E viene Natale …   18 comments

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IL FOCOLARE

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Natale

Giuseppe Ungaretti 

Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza sulle spalle
Lasciatemi cosi
come una cosa posata
in un angolo
e dimenticata
Qui non si sente altro
che il caldo buono
Sto con le quattro
capriole di fumo
del focolare

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Pubblicato 11 dicembre 2015 da mariannecraven in Poesia, Senza categoria

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Il ritorno … della neve …   2 comments

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COMINCIA A NEVICARE

di Grazia Deledda

 

– Siamo tutti in casa? – domandò mio padre, rientrando una sera sul tardi, tutto intabarrato e col suo fazzoletto di seta nera al collo. E dopo un rapido sguardo intorno si volse a chiudere la porta col paletto e con la stanga, quasi fuori s’avanzasse una torma di ladri o di lupi. Noi bambine gli si saltò intorno curiose e spaurite.
– Che c’è, che c’è?
– C’è che comincia a nevicare e ne avremo per tutta la notte e parecchi giorni ancora: il cielo sembra il petto di un colombo.
– Bene – disse la piccola nonna soddisfatta. – Così crederete a quello che raccontavo poco fa. Poco fa la piccola nonna, che per la sua statura e il suo viso roseo rassomigliava a noi bambine, ed era più innocente e buona di noi, raccontava per la millesima volta che un anno, quando anche lei era davvero bambina (nel mille, diceva il fratellino studente, già scettico e poco rispettoso della santa vecchiaia), una lunga nevicata aveva sepolto e quasi distrutto il paese.
– Quattordici giorni e quattordici notti nevicò di continuo, senza un attimo d’interruzione. Nei primi giorni i giovani e anche le donne più audaci uscivano di casa a cavallo e calpestavano la neve nelle strade; e i servi praticavano qualche viottolo in mezzo a quelle montagne bianche ch’erano diventati gli orti ed i prati. Ma poi ci si rinchiuse tutti in casa, più che per la neve, per l’impressione che si trattasse di un avvenimento misterioso; un castigo divino. Si cominciò a credere che la nevicata durasse in eterno, e ci seppellisse tutti, entro le nostre case delle quali da un momento all’altro si aspettava il crollo. Peccati da scontare ne avevamo tutti, anche i bambini che non rispettavano i vecchi (questa è per te, signorino studente); e tutti si aveva anche paura di morire di fame.
– Potevate mangiare i teneri bambini, come nel mille – insiste lo studentello sfacciato.
– Va via, ti compatisco perché sei nell’età ingrata, – dice il babbo, che trova sempre una scusa per perdonare, – ma con queste cose qui non si scherza. Vedrai che fior di nevicata avremo adesso.
Eppoi senti senti…
D’improvviso saliva dalla valle un muggito di vento che riempiva l’aria di terrore: e noi bambine ci raccogliemmo intorno al babbo come per nasconderci sotto le ali del suo tabarro.
– Ho dimenticato una cosa: bisogna che vada fuori un momento – egli dice frugandosi in tasca.
– Vado io, babbo – grida imperterrito il ragazzo; ma la mamma, bianca in viso, ferma tutti con un gesto.
– No, no, per carità, adesso!
– Eppure è necessario – insiste il babbo preoccupato. – Ho dimenticato di comprare il tabacco. Allora la mamma si rischiara in viso e va a cercare qualche cosa nell’armadio.
– Domani è Sant’Antonio; è la tua festa, ed io avevo pensato di regalarti… Gli presenta una borsa piena di tabacco, ed egli s’inchina, ringrazia, dice che la gradisce come se fosse piena d’oro; intanto si lascia togliere dalle spalle il tabarro e siede a tavola per cenare. La cena non è come al solito, movimentata e turbata da incidenti quasi sempre provocati dall’irrequietudine dei commensali più piccoli; tutti si sta fermi, quieti, intenti alle voci di fuori.
– Ma quando c’è questo gran vento, – dice la nonna – la nevicata non può essere lunga. Quella volta…
Ed ecco che ricomincia a raccontare; ed i particolari terribili di quella volta aumentano la nostra ansia, che in fondo però ha qualche cosa di piacevole. Pare di ascoltare una fiaba che da un momento all’altro può mutarsi in realtà. Quello che soprattutto ci preoccupa è di sapere se abbiamo abbastanza per vivere, nei giorni di clausura che si preparano.
– Il peggio è per il latte: con questo tempo non è facile averlo.
Ma la mamma dice che ha una grossa scatola di cacao: e la notizia fa sghignazzare di gioia il ragazzo, che odia il latte. Gli altri bambini non osano imitarlo; ma non si afferma che la notizia sia sgradita. Anche perché si sa che oltre il cacao esiste una misteriosa riserva di cioccolata e, in caso di estrema necessità, c’è anche un vaso di miele.
Delle altre cose necessarie alla vita non c’è da preoccuparsi. Di olio e vino, formaggio e farina, salumi e patate, e altre provviste, la cantina e la dispensa sono rigurgitanti. E carbone e legna non mancano. Eravamo ricchi, allora, e non lo sapevamo.
– E adesso – dice nostro padre, alzandosi da tavola per prendere il suo posto accanto al fuoco – vi voglio raccontare la storia di Giaffà.
Allora vi fu una vera battaglia per accaparrarsi il posto più vicino a lui: e persino la voce del vento si tacque, per lasciarci ascoltare meglio. Ma la nonnina, allarmata dal silenzio di fuori, andò a guardare dalla finestra di cucina, e disse con inquietudine e piacere:
– Questa volta mi pare che sia proprio come quell’altra.

Tutta la notte nevicò, e il mondo, come una grande nave che fa acqua, parve sommergersi piano piano in questo mare bianco. A noi pareva di essere entro la grande nave: si andava giù, nei brutti sogni, sepolti a poco a poco, pieni di paura ma pure cullati dalla speranza in Dio. E la mattina dopo, il buon Dio fece splendere un meraviglioso sole d’inverno sulla terra candida, ove i fusti dei pioppi parevano davvero gli alberi di una nave pavesata di bianco.

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Pubblicato 11 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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