Archivio per dicembre 2015

Aspettando Natale …   3 comments

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La favola di Natale

di Giovannino Guareschi

Natale è la festa della famiglia e tutti si danno da fare per trascorrerla insieme in allegria; se gli adulti hanno da fare, i bambini non sono da meno.
In molte famiglie è tradizione che i figli recitino nel giorno della festa una poesia e allora … che fatica imparare le poesie! E se poi in famiglia ci sono più poesie da imparare c’è il rischio che mezzo quartiere sia costretto a impararle.
Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo.
La tonalità, anche nei più comuni scambi verbali, viene portata ad altezze vertiginose e non si parla più, si urla. Ciò è contrario allo stile del «vero signore», ma quando Margherita mi chiede dalla cucina che ore sono, c’è la comodità che io non debbo disturbarmi a rispondere perché l’inquilino del piano di sopra si affaccia alla finestra e urla che sono le sei o le dieci. Margherita, una sera del mese scorso, stava ripassando la tavola pitagorica ad Albertino e Albertino s’era impuntato sul sette per otto.
Sette per otto? – cominciò a chiedere Margherita. E, dopo sei volte che Margherita aveva chiesto quanto faceva sette per otto, sentii suonare alla porta di casa. Andai ad aprire e mi trovai davanti il viso congestionato dell’inquilino del quinto piano  (io sto al secondo).
Cinquantasei! – esclamò con odio l’inquilino del quinto piano.
Rincasando, un giorno del dicembre scorso, la portinaia si sporse dall’uscio della portineria e mi disse sarcastica: È Natale, è Natale è la festa dei bambini – è un emporio generale – di trastulli e zuccherini!
Ecco, – dissi tra me – Margherita deve aver cominciato a insegnare la poesia di Natale ai bambini. Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita: «È Natale, è Natale – è la festa dei bambini!…».
È la festa dei cretini! – rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.
Sei giorni dopo, il salumaio quando mi vide passare mi fermò.
Strano, – disse – una bambina così sveglia che non riesce a imparare una poesia così semplice.
La sanno tutti, ormai, della casa, meno che lei.
In fondo non ha torto se non la vuole imparare, – osservò gravemente il lattaio sopravvenendo. – È una poesia piuttosto leggerina.
È molto migliore quella del maschietto: «O Angeli del Cielo – che in questa notte santa – stendete d’oro un velo – sulla natura in festa…».
Non è così, – interruppe il garzone del fruttivendolo. – «O Angeli del Cielo – che in questa notte santa stendete d’oro un velo – sul popolo che canta…
Nacque una discussione alla quale partecipò anche il carbonaio, e io mi allontanai.
Arrivato alla prima rampa di scale sentii l’urlo di Margherita: «…che nelle notti sante – stendete d’oro un velo – sul popolo festante…».
Due giorni prima della vigilia, venne a cercarmi un signore di media età molto dignitoso.
Abito nell’appartamento di fronte alla sua cucina, – spiegò. Ho un sistema nervoso molto sensibile, mi comprenda. Sono tre settimane che io sento urlare dalla mattina alla sera:
«È Natale, è Natale – è la festa dei bambini – è un emporio generale – di trastulli e zuccherini».
Si vede che è un tipo di poesia non adatto al temperamento artistico della bambina e per questo non riesce a impararla.
Ma ciò è secondario: il fatto è che io non resisto più: ho bisogno che lei mi dica anche le altre quartine. lo mi trovo nella condizione di un assetato che, da quindici giorni, per cento volte al giorno, sente appressarsi alla bocca un bicchiere colmo d’acqua.
Quando sta per tuffarvi le labbra ecco che il bicchiere si allontana.
Se c’è da pagare pago, ma mi aiuti.
Trovai il foglio sulla scrivania della Pasionaria.
Il signore si gettò avidamente sul foglio: poi copiò le altre quattro quartine e se ne andò felice.
Lei mi salva la vita – disse sorridendo.
La sera della vigilia di Natale passai dal fornaio, e il brav’uomo sospirò.
È un pasticcio – disse. – Siamo ancora all’emporio generale. La bambina non riesce a impararla, questa benedetta poesia. Non so come se la caverà stasera.
Ad ogni modo è finita! – si rallegrò.
Margherita, la sera della vigilia era triste e sconsolata.
Ci ponemmo a tavola, io trovai le regolamentari letterine sotto il piatto.
Poi venne il momento solenne.
Credo che Albertino debba dirti qualcosa, – mi comunicò Margherita.
Albertino non fece neanche in tempo a cominciare i convenevoli di ogni bimbo timido: la Pasionaria era già ritta in piedi sulla sua sedia e già aveva attaccato decisamente:
«O Angeli del Cielo – che in queste notti sante – stendete d’oro un velo – sul popolo festante…».
Attaccò decisa, attaccò proditoriamente, biecamente, vilmente e recitò, tutta d’un fiato, la poesia di Albertino.
È la mia! – singhiozzò l’infelice correndo a nascondersi nella camera da letto.
Margherita, che era rimasta sgomenta, si riscosse, si protese sulla tavola verso la Pasionaria e la guardò negli occhi.
Caina! – urlò Margherita.
Ma la Pasionaria non si scompose e sostenne quello sguardo. E aveva solo quattro anni, ma c’erano in lei Lucrezia Borgia, la madre dei Gracchi, Mata Hari, George Sand, la Dubarry, il ratto delle Sabine o le Sorelle Karamazoff.
Intanto Abele, dopo averci ripensato sopra, aveva cessato l’azione.
Rientrò Albertino, fece l’inchino e declamò tutta la poesia che avrebbe dovuto imparare la Pasionaria.
Margherita allora si mise a piangere e disse che quei due bambini erano la sua consolazione.
La mattina un sacco di gente venne a felicitarsi, e tutti assicurarono che colpi di scena così, non ne avevano mai visti neanche nei più celebri romanzi gialli.

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Let it snow!   3 comments

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L’omino di neve

di Gianni Rodari

L’omino di neve, guardate che caso,
non ha più naso
e ha solo un orecchio:
in un giorno di sole
è diventato vecchio!
Chi gli ha rubato un piede?
è stato il gatto,
bestia senza tatto.
Per un chicco di grano
una gallina
gli becca una mano.
Infine, per far festa,
i bambini
gli tagliano la testa.

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Pubblicato 21 dicembre 2015 da mariannecraven in Filastrocche, Poesia

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Dolce Natale …   5 comments

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La storia del pandoro

Il Pandoro, dolce tipico veronese dalla caratteristica forma “a stella a 5 punte”, è il dolce per eccellenza (insieme al Panettone) delle festività natalizie. Le origini del pandoro non sono ben chiare, ma secondo alcuni sarebbe nato in Austria ai tempi dell’impero Asburgico, dove si produceva il cosiddetto “Pane di Vienna”, probabilmente derivato a sua volta dalle brioches francesi; fin dal ‘700/’800, infatti la tecnica per ottenere questo pane era molto conosciuta, la sua lavorazione prevedeva di completare l’impasto aggiungendo una maggiore dose di burro (come si fa per la pasta sfoglia) con il risultato che, durante la cottura il dolce acquisti volume… Più probabilmente, i pasticceri veneti appresero la tecnica di preparazione dell’impasto durante la dominazione asburgica: i pasticceri viennesi, infatti, avevano perfezionato il “pan brioche” francese, creando un nuovo dolce (detto “Pan di Vienna”) piuttosto simile al pandoro stesso. Secondo altri, invece, deriverebbe dal “Pan de oro”, un dolce ricoperto completamente di sottili foglie di oro zecchino (da cui probabilmente il nome attuale) che veniva servito sulle tavole dei più ricchi veneziani. Le origini, comunque, più accreditate, sarebbero quelle secondo le quali il pandoro deriverebbe dal “Nadalin” un dolce a forma di stella che per tradizione le famiglie veronesi preparavano per Natale…è probabile, comunque, che nell’ideazione di questo dolce ci sia stata anche la collaborazione dei pasticceri austriaci, molto impiegati nelle pasticcerie più importanti di Verona. Creato nel 1260 per festeggiare il primo Natale dopo l’investitura dei nobili Della Scala e dei Signori di Verona, inizialmente costituito da un tronco a stella con 8 punte e non troppo alto ricoperto da una glassa. Intorno alla fine dell’Ottocento, il dolce cambiò forma, venne alzato, le punte ridotte a 5 e la glassa eliminata… Cambiando anche il suo nome in “Pandoro”. In ogni caso, qualunque sia stata la sua origine, nel 1894 fu brevettata la ricetta da Domenico Melegatti, che brevettò anche lo stampo dalla forma caratteristica… un’altra versione, vuole invece che, sì Melegatti brevettò la ricetta del panettone, ma che lo stampo fosse disegnato dal pittore impressionista Angelo Dell’Oca Bianca, che lo disegnò con il corpo a forma di stella a 8 punte. Domenico Melagatti, quindi, “avverte la benevola e numerosissima sua clientela di aver creato un nuovo dolce”.
Una cosa è abbastanza certa: il nome Pandoro deriva proprio dal colore dorato di questo dolce, dato dalla presenza, nell’impasto, di una gran quantità di uova. Secondo la leggenda familiare, un garzone, di fronte alla prima fetta del nuovo dolce illuminata da un raggio di sole esclamò stupito: “l’è proprio un pan de oro!”.
Fra gli ingredienti del pandoro si annoverano: Farina, zucchero, uova, lievito, burro e burro di cacao. La tecnica di preparazione è estremamente complessa e si svolge in più fasi consecutive, con molte ore di lavoro dietro. I suoi elementi caratteristici sono la consistenza soffice e leggera, simile a quella della pasta brioche, il sapore delicato e il profumo di vaniglia. La ricetta originale del pandoro non prevede che questo venga guarnito internamente con creme o canditi, anche se col tempo le case produttrici hanno cercato di ampliare la loro offerta variando le loro ricette, facendo nascere così diversi tipi di pandoro: da quello farcito al cioccolato a quello alla crema, o ancora a quello ricoperto di glassa. Il pandoro tradizionale non viene guarnito internamente con creme o canditi (come il panettone). Con il tempo le case produttrici hanno cercato di differenziare la propria offerta inventando o riutilizzando particolari ricette, ed è oggi possibile quindi gustare il pandoro in diverse versioni, farcito con crema pasticcera o ricoperto da uno strato di cioccolato, ecc. Il classico di oggi, è però quello senza farcitura ricoperto da uno strato di zucchero a velo… Semplice e ..inimitabile! È consigliabile riscaldarlo prima di consumarlo. Sovente il Pandoro viene venduto in scatole di cartone con lo zucchero a velo in un sacchettino a parte che gli acquirenti dovranno versare sul dolce personalmente al momento dell’apertura (questo anche per evitare che lo zucchero a velo con un contatto prolungato con il dolce durante il periodo di confezionamento perda le sue caratteristiche). Trattandosi di un dolce già piuttosto zuccherato in molti però non ne fanno uso. Assieme al panettone milanese è il dolce più venduto ed apprezzato in Italia durante il Natale.

LA RICETTA

INGREDIENTI (PANDORO da 1 KG)

650 grammi di farina
250 grammi di burro
08 uova
200 grammi di zucchero
30 grammi di lievito di birra
1/2 bicchiere di panna liquida
50 gr. di zucchero a velo
scorza grattugiata di un limone
una bustina di vanillina

          

PREPARAZIONE

Ponete in un recipiente 75 grammi di farina, 10 di zucchero, il lievito di birra (dopo averlo sbriciolato), un tuorlo d’uovo e impastate il tutto (se l’impasto dovesse risultare troppo consistente, potete aggiungere qualche cucchiaio di acqua tiepida). Dopo aver amalgamato bene gli ingredienti, mettete il recipiente in luogo tiepido (18/20 gradi) e lasciate lievitare la pasta per almeno due ore. Al panetto lievitato aggiungete 160 grammi di farina, 25 di burro ammorbidito, 90 di zucchero e 3 tuorli d’uovo. Amalgamate il tutto e rimettete la pasta a lievitare per altre due ore. Con il terzo impasto unite 375 grammi di farina, 40 di burro ammorbidito, 75 di zucchero, un uovo intero e tre tuorli. Amalgamate il tutto e rimettete la pasta a lievitare per altre due ore. Ora ponete l’impasto sul piano di un tavolo infarinato e lavorandolo con forza aggiungete mezzo bicchiere di panna liquida, la scorza grattugiata di un limone e un pizzico di vanillina. Con il matterello stendete la pasta, ottenendo un quadrato non molto largo, nel cui centro andrete a porre del burro, tagliato a pezzetti e non troppo duro (150 grammi di burro ogni chilogrammo di impasto).

         

Ripiegare sul burro la pasta, poi con il matterello stenderla e piegarla in tre, stenderla ancora e ripiegarla in tre; lasciate riposare l’impasto per una trentina di minuti. Trascorso questo tempo stendete nuovamente la pasta, piegatela in tre, stendetela ancora, piegatela nuovamente in tre e lasciatela riposare per altri 30 minuti. Nel frattempo imburrate due stampi con le pareti alte, scannellate, senza buco centrale e spolverizzarli con il restante zucchero semolato (in commercio si trovano anche quelli a forma di stella con otto punte, quella tipica del pandoro). Mettere la pasta sulla spianatoia, lavorarla ancora per qualche minuto con mano leggera, facendola roteare su se stessa e spolverizzando, se necessario, la spianatoia con un poco di farina. Fare con la pasta due palle e metterle negli stampi già pronti; la pasta dovrà arrivare circa a metà altezza degli stampi. Poneteli in luogo tiepido e lasciateli lievitare fino a quando la pasta arriverà a colmare lo stampo (circa 30/60 minuti).

        

Fate cuocere per una quarantina di minuti in forno ventilato preriscaldato a 190 gradi, abbassando a metà cottura la temperatura a 160 gradi per far cuocere anche l’interno. Sfornate appena pronti e lasciateli raffreddare a temperatura ambiente. Servire il Pandoro con una spolverata di zucchero a velo e una bottiglia di vino Spumante Lessini Durello.

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Pubblicato 20 dicembre 2015 da mariannecraven in Tradizioni

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Natale tutto l’anno   Leave a comment

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Natale

Henry Van Dyke

Siete disposti a dimenticare quel che avete fatto per gli Altri
e a ricordare quel che gli altri hanno fatto per Voi?
A ignorare quel che il mondo vi deve
e a pensare a ciò che voi dovete al mondo?

A mettere i vostri diritti in fondo al quadro,
i vostri doveri nel mezzo
e la possibilità di fare un po’ di più del vostro
dovere in primo piano?

Ad accorgervi che i vostri simili esistono come voi,
e a cercare di guardare dietro i volti per vedere il cuore ?
A capire che probabilmente la sola ragione
della vostra esistenza non è
ciò che voi avrete dalla Vita,
ma ciò che darete alla Vita?

A non lamentarvi per come va l’universo
e a cercare intorno a voi
un luogo in cui potrete seminare
qualche granello di Felicità?
Siete disposti a fare queste cose
sia pure per un giorno solo?

 Allora per voi Natale durerà per tutto l’anno.

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Pubblicato 19 dicembre 2015 da mariannecraven in Poesia

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L’amore vive oltre la morte …   12 comments

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Sweet Mary

Homesville era un bel posto, almeno questo era ciò che la gente che viveva lì diceva. Le persone che erano cresciute lì amavano così tanto quel posto che quasi sempre sceglievano di rimanerci e di mettere su famiglia.
Homesville aveva tutti i comfort di una grande città, ma la gente conosceva i propri vicini, quando si camminava per la strada, c’era sempre qualcuno che ti sorrideva e ti chiedeva come andavano le cose…
Jack era uno dei cittadini di Homesville, tutti lo conoscevano e tutti gli volevano bene, aveva un sacco di amici. Jack avrebbe trascorso la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio, basket, baseball o con gli amici, ma non ne aveva uno con cui poter solo parlare.
Successe quasi per caso, Jack era seduto nella sua auto di fronte alla biblioteca, a sognare a occhi aperti come al solito, quando vide una ragazza seduta sulla panchina della fermata degli autobus dall’altra parte della strada, indossava un abito da festa e sembrava fosse lì ad aspettare da tanto tempo.
“Questa è la ragazza più bella che abbia mai visto”, disse Jack, avrebbe voluto presentarsi, ma le ragazze lo rendevano sempre nervoso, gli sembrava di non riuscire mai a dire la cosa giusta. Alla fine si fece coraggio, raggiunse la panchina e si sedette. La ragazza teneva lo sguardo fisso in avanti. Jack sentì il suo cuore battere forte nel petto.
“Ciao”, disse timidamente.
La ragazza non rispose.
“Il mio nome è Jack”, continuò.
Poi Jack sfiorò leggermente la spalla della ragazza che improvvisamente sembrò risvegliarsi, si voltò a guardare Jack, sembrava che ci fosse un po’ di paura nei suoi occhi.
“Ciao, il mio nome è Mary” disse piano.
Jack vide che Mary tremava per la fresca aria autunnale, così le diede la sua giacca, rimasero seduti sulla panchina per molto tempo, Jack parlò di continuo mentre Mary gli sorrideva e scambiava qualche parola gentile.
Si era fatto molto tardi, Jack riaccompagnò la ragazza, quando si fermarono davanti casa, Mary si chinò e gli diede un rapido bacio sulla guancia, il ragazzo la guardò in piedi davanti alla porta di casa. Prima di entrare lei si voltò, guardò Jack, e sorrise. Era il più dolce sorriso che Jack avesse mai visto.
La mattina dopo, Jack raccolse un piccolo bouquet di fiori e andò a casa della ragazza, gli aprì una vecchia signora, il ragazzo chiese se poteva vedere Mary, la vecchia lo guardò sorpresa.
“Mary?”, osservò il ragazzo con attenzione, poi gli mostrò una foto appesa e gli chiese:
“E’ questa la ragazza che ha parlato con te la notte scorsa?” .
“Sì”, rispose lui.
“Io sono la signora Sweet, la madre di Mary”, disse. “Mary è morta quasi venti anni fa”.
Jack non credeva a quello che stava sentendo.
“Tutti amavano Mary “, disse la signora Sweet. “Anche se incontrava qualcuno per la prima volta gli parlava come se lo conoscesse da sempre. Questa casa era sempre piena di suoi amici, di risate e di allegria,” la signora Sweet fece una pausa. “Tu non sei la prima persona che viene a dirmi che l’ha vista. Mi piace pensare che lei è vicina”.
Jack era sconvolto.
“E’ vero, Jack”, disse la signora Sweet, si fermò e si asciugò una lacrima. “Mary è sepolta nel Cimitero di Homesville”.
Jack lasciò la casa di Mary e corse fino a raggiungere il cimitero. Quando vide la giacca che aveva dato a Mary appesa ad una lapide, si arrestò. Poi vide ciò che era scritto sulla lapide:

Sweet Mary
14 gennaio 1942 – 5 maggio 1958

Jack mise i fiori sulla tomba di Mary. Non sapeva che il fantasma di Mary era appollaiato in cima alla lapide, a guardarlo da vicino.
“Non avrei potuto mai immaginarlo”, disse Jack. “La mia giacca è proprio qui!”
Jack prese la giacca e la tenne stretta a lui, notò che si sentiva vagamente un profumo.
“Sono sicuro che hai indossato questa giacca e che eri alla fermata dell’autobus!” esclamò, si mise a camminare cercando di mettere insieme questo puzzle così complicato.
“C’erano così tante cose che avrei voluto dirti”, disse Jack.
Allora Mary si avvicinò a Jack e disse: “Non essere triste. Sono qui”.
Jack non poté sentire la sua voce, ma avvertì la pelle d’oca sulle braccia nel momento in cui lei gli sussurrò in un orecchio.
Non avrebbe mai saputo che Mary, la ragazza più dolce che avesse mai incontrato, era venuta a dirgli addio.

Fonte: raccontidifata

                             

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Pubblicato 19 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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Un Natale diverso …   2 comments

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Giulio Pisati “El Dom”

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Il mio presepe privato

Racconto di Alda Merini

È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani. C’è una bella poesia dialettale che dice fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore.
Casa: quanto la ami a Natale! Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri.
Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve si mendicava dai contadini abbienti. Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini.
Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura.
Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa continuo ad accontentarmi. Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo.
Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre. Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli.
E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza!
Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché nella mia casa
A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto e sembra un eufemismo avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi.
Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni.
Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita.
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì.
Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino.

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Pubblicato 12 dicembre 2015 da mariannecraven in Racconti

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E viene Natale …   18 comments

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IL FOCOLARE

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Natale

Giuseppe Ungaretti 

Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza sulle spalle
Lasciatemi cosi
come una cosa posata
in un angolo
e dimenticata
Qui non si sente altro
che il caldo buono
Sto con le quattro
capriole di fumo
del focolare

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Pubblicato 11 dicembre 2015 da mariannecraven in Poesia, Senza categoria

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