Archivio per agosto 2015

Troppo belle e “progressiste”: l’Isis minaccia le donne Tuareg   12 comments

***

***

La loro avvenenza potrebbe diventare paradossalmente una minaccia. E su di loro incombe l’integralismo professato dall’Isis. Il viso delle donne della tribù dei Tuareg nel deserto del Sahara non è quasi mai coperto dal velo perché gli uomini “vogliono vedere i loro bellissimi volti”. A differenza di altre tribù di religione islamica, quella Tuareg è una società progressista che concede alle ragazze benefici che altre non hanno: possono infatti divorziare, e quando ciò si verifica – dal momento che le tende sono di proprietà della donna – l’ex marito deve cercare ospitalità presso parenti di sesso femminile (madre, sorelle). L’ascesa dell’Isis nel Sahara potrebbe però minacciare il loro stile di vita.

Fonte: repubblica.it
24 giugno 2015

***

Le donne Tuareg sono le regine del Sahara

Portano il volto scoperto per mostrare la loro bellezza. Si sposano e divorziano quando vogliono. E sono le proprietarie dei beni più preziosi della loro tribù

Per secoli la tribù nomade dei Tuareg ha attraversato il deserto del Sahara, trasportando sale, datteri e zafferano verso sud, e schiavi e oro verso nord. I suoi membri divennero conosciuti come gli uomini blu del Sahara a causa del colore delle sciarpe che arrotolano intorno ai loro volti.

Oggi questa tribù nomade vive in un territorio che attraversa cinque Paesi africani: Mali, Algeria, Niger, Nigeria e Burkina Faso, e presenta una cultura molto moderna. I Tuareg sono musulmani ma, a differenza di altre società del mondo islamico, la loro cultura è particolarmente progressista per quanto riguarda il ruolo e l’emancipazione della donna.

Ad esempio, sono gli uomini, e non le donne, a coprire i loro volti. Quando la fotografa Henrietta Butler ha chiesto loro il perché, la risposta è stata molto semplice: “Vogliamo vedere i loro bellissimi visi.”

Libertà sessuale 

Prima che una donna Tuareg si sposi, è libera di avere tutti gli amanti che desidera. “Le ragazze hanno la stessa libertà dei maschi”, ha raccontato Butler. Esiste tuttavia un codice di condotta molto rigido al riguardo. L’uomo deve lasciare la tenda della donna tassativamente prima dell’alba, dal momento che la privacy è molto importante per la tribù nomade e questi incontri si svolgono con discrezione e rispetto.

Prima di sposarsi, inoltre, le donne vengono corteggiate dagli uomini con poesie scritte da loro stessi. Ma anche le ragazze – che imparano l’alfabeto dalle loro madri – scrivono poesie ai propri ammiratori. “Sia le donne che gli uomini sono molto romantici nelle loro composizioni”, ha raccontato Butler.

Matrimonio e divorzio 

Diversamente da ciò che accade in molte altre culture, le donne non perdono potere e indipendenza dopo il matrimonio. Visitando un campo Tuareg, si rischia di sottovalutare il ruolo delle donne della tribù, individuando come loro compiti solamente quelli di cucinare e prendersi cura dei bambini.

In realtà, sono le donne le proprietarie della tenda e degli animali. Gli animali, in particolare, rappresentano una risorsa di grande valore per questa tribù nomade. Il giornalista Peter Gwin ha riferito quanto gli venne raccontato da un anziano nomade: “Gli animali sono tutto per i Tuareg. Beviamo il loro latte, mangiamo la loro carne, usiamo la loro pelle, li commerciamo per ottenere ciò che ci serve. Quando gli animali muoiono, muoiono anche i Tuareg.”

Anche per quanto riguarda il divorzio, le tradizioni Tuareg sono molto moderne. Sono spesso le donne a decidere il divorzio, e la proprietà degli animali e delle tende rimane a loro. Solitamente anche i figli vengono affidati alla madre. Inoltre, grazie alla diffusione degli accordi pre-matrimoniali, è difficile che si verifichino liti tra gli ex-coniugi per la divisione del patrimonio.

Non c’è alcuna vergogna nel divorzio, e spesso viene organizzata una festa per celebrarlo, così che gli uomini sappiano che la donna è di nuovo disponibile.

Una società matriarcale? 

La società Tuareg, tuttavia, non si può definire matriarcale. Sono infatti gli uomini a prendere le decisioni politiche più importanti, anche se le donne vengono spesso consultate da figli e mariti. Secondo Butler, sono in realtà le donne stesse a controllare la politica della tribù, dietro le quinte.

L’albero genealogico viene registrato attraverso la linea materna e, per questo, tradizionalmente è l’uomo a entrare a far parte della famiglia della donna dopo il matrimonio, non il contrario. L’accento sulla linea materna è dovuto anche a una leggenda sulle origini dei Tuareg, secondo la quale le famiglie nobili della tribù discendono da Tin Hinan, la prima regina Tuareg, che nel IV secolo attraversò il deserto dal Marocco all’Algeria.

Inoltre, gli uomini lasciano i loro beni in eredità non ai propri figli, ma a quelli delle loro sorelle. Questo perché il legame genetico con i propri nipoti è assolutamente certo, a differenza di quello con i figli della propria compagna.

Ci sono altre tradizioni Tuareg particolari riguardo al rapporto uomo-donna. Per esempio, mangiare di fronte a una donna con la quale non si può avere una relazione sessuale oppure di fronte alle anziane è considerato un gesto molto maleducato da parte di un uomo. Il gesto più disonorevole è mangiare di fronte alla propria suocera.

I Tuareg sono inoltre famosi per le cerimonie di benvenuto con cui accolgono i viaggiatori che compaiono all’orizzonte. Non dimenticano mai di offrire acqua, e i loro ospiti vengono sempre “trattati come re”.

di Vittoria Vardanega
Fonte: thepostinternazionale.it

***

TUAREG

***

***

I nobili e fieri dominatori del Sahara corrono oggi il rischio di scomparire, schiacciati dalla civiltà moderna che sta cancellando la loro cultura secolare. Le lunghe carovane di un tempo sono sparite. Le piste del deserto sono percorse da fuoristrada carichi di turisti. Nell’Africa di oggi sembra non esserci spazio per un popolo di nomadi tenacemente attaccato alla propria indipendenza e diversità.

Attraversavano le sconfinate distese di sabbia trasportando oro, sale, spezie, stoffe e avorio. Si spostavano con cammelli e grosse mandrie di buoi alla perenne ricerca di sorgenti e corsi d’acqua. Riscuotevano tributi dai convogli dei mercanti in transito sulle “loro terre”. Godevano della fama di abili predatori e valorosi guerrieri (i francesi impiegarono trent’anni per piegarne l’indole belligerante).

Il celebre geografo arabo Ibn Battuta, già nel XV secolo, descrisse la loro straordinaria Civiltà della sabbia, fondata su un solido sistema di caste.

Il Sahara dei Tuareg, terra epica di esplorazioni e fughe celebrata in tanti film e libri di successo, non esiste più: le frontiere demarcate dalle potenze coloniali, ereditate negli anni ’60 dagli Stati africani indipendenti, hanno spezzato il deserto come un enorme mosaico.

I nomadi sono stati imbrigliati in una ragnatela di confini tracciati in modo arbitrario.

Le terribili siccità e carestie degli ultimi trent’anni hanno bruciato i loro pascoli, sterminato le greggi, messo in crisi la fragile economia pastorale.

I convogli dei camion hanno sostituito le lunghe carovane, il vento e la sabbia cancellato le antiche piste della transumanza.

Uno dopo l’altro sono crollati i tasselli sociali e i valori tradizionali su cui poggiava il secolare modello di vita dei nomadi. Per lungo tempo i Tuareg sono stati i signori incontrastati del deserto, l’unico popolo capace di adattarsi alle proibitive condizioni ambientali del “bahr belà mà”, l’immenso “mare senz’acqua”. Percorrevano senza sosta le vie carovaniere, tra il Maghreb e l’Africa nera, dominando il florido commercio transahariano.

Oggi i leggendari “uomini blu”, così chiamati per via del tipico turbante blu indaco che tinge anche la loro pelle, emblemi di libertà e fierezza, rischiano l’annientamento culturale.

Ne restano poco più di un milione, dispersi fra cinque stati: Niger, Mali, Libia, Algeria e Burkina Faso.

Pochi, neppure 100 mila, hanno mantenuto gli usi e i costumi della tradizionale vita nomade: viaggiano nel cuore del Sahara, vivendo di contrabbando o di piccoli commerci. Percorrono per settimane piste millenarie, rinnovando gesti e rituali senza tempo: si orientano con le stelle, dormono su stuoie all’aria aperta, bevono da otri di pelle appese sui dorsi dei cammelli, si cibano di datteri e formaggio di capra. Cinque volte al giorno arrestano le carovane per pregare: osservano il sole per individuare la direzione della Mecca, srotolano piccoli tappeti ed eseguono le abluzioni prescritte dal Corano.

“Allah akbar”, “Dio è il più grande”, ripetono in continuazione. Purtroppo anche questi ultimi cavalieri del deserto, custodi di un antico e prezioso patrimonio culturale, sono minacciati dall’aggressione della società moderna.

Nell’Africa di oggi sembra non esserci spazio per un popolo di nomadi tenacemente attaccato alla propria indipendenza e diversità.

I Tuareg vengono considerati dai Governi una minoranza pericolosa, una minaccia, e per questo sono oggetto di persecuzioni e discriminazioni. Le organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato arresti arbitrari, detenzioni illegali, violenze di ogni tipo perpetrate da militari e poliziotti contro i nomadi. Le autorità hanno avviato politiche di sedentarizzazione forzata che hanno prodotto risultati disastrosi: sradicati dal loro habitat e imprigionati nei caotici ritmi delle città, i Tuareg sono stati relegati ai margini della vita sociale.

L’irrequietezza di questo popolo, che rivendica la propria identità e che culla il sogno di uno stato indipendente, rimane inascoltata dalla comunità internazionale.

Le rivolte dei Tuareg scoppiate negli anni ’90 in Niger e Mali sono state soffocate nel sangue. Centinaia di migliaia di famiglie, distrutte e ridotte alla fame, sono state costrette a fuggire dagli accampamenti. Molti nomadi hanno trovato rifugio nelle periferie delle città del deserto Agadez, Tamanrasset, Gao, Timbuctù, Ghat in baracche arroventate, senza luce né acqua.

Vivono di espedienti, piccoli lavori saltuari: vendono oggetti di artigianato, trasportano merci e persone su camion sgangherati, oppure coltivano fazzoletti di terra strappati con fatica al deserto. I pochi che hanno trovato un’occupazione stabile vengono sfruttati in miniere di uranio, oro e altri minerali. Altri riescono a racimolare qualche soldo coi pochi turisti di passaggio.

I Tuareg vivono in bilico tra passato e presente, tra modernità e tradizioni, con l’impossibilità di tornare indietro nel tempo e la difficoltà oggettiva ad assimilare nuovi modelli culturali. Non hanno smesso di sognare gli spazi senza fine del Sahara. Sono nomadi anche da fermi, perché”L’essere nomade è un modo di vivere, ma anche un modo di pensare”.

Il mistero dei Tuareg

***

“Tuareg” è un termine spregiativo coniato dagli arabi: significa “abbandonati da Dio”. I leggendari nomadi del Sahara preferiscono chiamarsi “imohag”, gli “uomini liberi”. Sono un popolo di stirpe berbera, le cui origini rimangono avvolte nel mistero: potrebbero discendere dagli antichi egizi, provenire dallo Yemen, oppure derivare dai mitici Garamanti, gli abitanti del Sahara citati da Erodoto, la cui straordinaria civiltà è stata raffigurata sulle rocce del deserto, in pitture e incisioni rupestri giunti quasi intatti fino a noi. Oggi i Tuareg sono stimati in circa un milione di persone: 500 mila vivono in Niger, 300 mila in Mali, 50 mila in Libia, 30 mila in Burkina Faso, 20 mila in Ciad, poche migliaia si trovano in Senegal.

Tratti somatici

***

I Tuareg hanno una fisionomia longilinea e snella.
La forma della testa è piuttosto allungata, e il naso è quasi aquilino.
Gli occhi sono piccoli ed hanno la palpebra superiore che tende a superare quella inferiore: in questo modo si forma una piega nell’angolo esterno dell’occhio che serve come difesa dell’occhio dalla luce e dalle bufere di sabbia. I Tuareg utilizzano inoltre, a protezione dell’occhio contro i raggi del sole polvere nera chiamata khol.
Spesso la fronte o le tempie dei Tuareg sono segnate da cicatrici, poiché  vi è la credenza che facciano diventare la persona più forte e prestante, e che evitino le emicranie.
Gli uomini si rasano a zero i capelli e lasciano solo una treccia al centro della testa, che servirà ad Allah a portarli in paradiso; le donne, invece, hanno i capelli lunghi, legati in numerose treccine.
Gli uomini indossano una casacca corta, pantaloni molto larghi con cavallo molto basso, un’ampia toga chiamata draa e il litham, il loro copricapo. Le donne si vestono con una lunga gonna, una casacca e spesso un ampio mantello.
Sia uomini che donne portano croci al collo e indossano scarpe simili a larghi sandali.

Religione

***

In origine animisti, i Tuareg sono stati convertiti all’Islam 1200 anni fa dagli arabi, ma hanno mantenuto intatte alcune delle loro tradizioni animiste modificando alcune di quelle musulmane:

  • è l’uomo e non la donna a tenere il volto coperto

  • non sono soliti pregare cinque volte al giorno rivolti verso la Mecca

  • gli uomini sposano generalmente una sola donna anche se è concessa la poligamia.

Credono negli spiriti buoni e cattivi detti ginni che abitano fra le montagne, nelle oasi, negli alberi e nei pozzi.
Gli spiriti sono conosciuti dalla donna che al momento del parto entra in contatto con essi: oltre alle voci di trapassati sentirà la voce, o meglio le mille voci degli spiriti dell’acqua che non possono uscire dalle sorgenti altrimenti il caldo del deserto li ucciderebbe.
Conosce anche gli zini, spiriti aerei che parlano tramite il vento e si materializzano in turbini o tempeste.
Altri spiriti galoppano aggrappati alla schiena delle lepri e portano la follia; altri, saranno trasportati da una mongolfiera o da prodotti artigianali in lontanissimi paesi.
Vi è il culto dei morti e si crede nella reincarnazione.
Le persone vengono seppellite con dei datteri in mano e talvolta i loro gioielli.

La civiltà della sabbia

***

La società Tuareg è fondata sulla “famiglia”, le famiglie Tuareg si riuniscono in tribù chiamate tuaket aventi un capo elettivo chiamato Amràr; e quando le tribù si uniscono a vicenda formano una confederazione avente come capo l’Amenokàl.
Vi è inoltre un sistema di caste molto articolato.
Ai vertici della piramide sociale ci sono gli Imoràd o Imuhar: discendenti degli antichi eroi, possiedono cammelli e riscuotono le tasse.
Poi vi è la casta dei “religiosi” detti Imislinèn: insegnanti del Corano, stregoni-guaritori, sono una casta privilegiata e sono esentati dal pagamento delle tasse.
Gli Imràd sono figli di Tuareg e di donne straniere, sono dediti alla pastorizia e all’agricoltura.
Gli Iglàm o Iklan o Bellah o Harratin sono i servi degli Imoràd, spesso prigionieri di guerra che in alcuni casi possono essere liberati.
Infine gli Inaden sono i fuori casta e lavorano come artigiani del ferro e del cuoio; non sono nomadi, ma sotto richiesta, prestano i loro servigi a tutti i Tuareg i quali, però, li disprezzano grandemente.
La società tuareg è regolata da leggi particolari.

La lingua, la poetica orale

***

La lingua dei Tuareg, il Tamacheq, ha un sistema vocalico a sei toni.
L’alfabeto è il Tifinagh e consiste di 24 segni più segni composti
L’ origine del Tifinagh è poco nota; ha delle lettere in comune con il fenicio e con l’alfabeto cuneiforme e si trova in alcune scritture libiche di circa 2000 anni fa.
Chi compone una poesia sa che questa verrà recitata o cantata da uomini e donne al suono dell’imzad, la viola monocorde suonata dalle donne, o mormorata da chi segue le mandrie al pascolo….o la sera davanti al fuoco dell’accampamento e nell’oasi di arrivo. Le poesie si apprendono a memoria e contengono i codici del matrimonio, della dote, l’insegnamento ai figli, il trattamento riservato ai nemici…
Raccontano le guerre, l’amore, la pastorizia, le vicende politiche.
La poesia cantata esprime gli aspetti più significativi della cultura tuareg, le regole del mondo pastorale, il cammello l’animale più caro, la caccia, il thé, le visite notturne all’accampamento dell’amata.
La poesia Tuareg è viva e i poeti continuano a comporre per celebrare un avvenimento, a trasmettere nuovi eventi, e, quindi contiene la storia e la maggior parte delle informazioni socio antropologiche.

Le donne Tuareg

***

La donna Tuareg, targhia, occupa un posto centrale nella società dei nomadi
Svolge lavori faticosi e gestice gli accampamenti durante le lunghe assenza del marito partito in carovana.
Ella è depositaria della cultura attraverso la musica – l’imzad è sempre suonato da una donna -, la poesia e l’educazione orale dei figli. Contrariamente all’uomo non si copre il volto, la fotografa Henrietta Butler, che segue i Tuareg dal 2001, ha ricevuto questa spiegazione: «Le donne sono bellissime, vogliamo vedere il loro viso»; in caso di divorzio è a lei che rimane la tenda e il proprio gregge. La targhia non è una donna sottomessa
La leggenda tuareg vuole che l’unico sovrano accettato da tutti i Tuareg sia la regina Tin Hanan, la cui tomba è ad Abalessa, nell’Hoggar ed i resti al museo del Bardo, ad Algeri.
La libertà di cui godono fa sì che le donne Tuareg si sposino più tardi rispetto ad altri gruppi: l’età consueta è 20 anni. Sono libere di avere più partner sessuali al di fuori del matrimonio. Prima delle nozze una donna può avere tutti i partner che desidera. Le Tuareg sono particolarmente rispettate dai generi, che non osano mangiare nella loro stessa stanza, perché è considerato maleducato mangiare di fronte a una persona con cui non è possibile avere relazioni sessuali. Ricevono poesie scritte dagli amanti e loro stesse ne scrivono, avendo imparato l’alfabeto dalle madri. Una volta sposate, le donne non perdono diritti e poteri. Possiedono casa e animali, che sono la fonte primaria di sussistenza. Se la storia finisce con un divorzio (in genere deciso dalla donna), a lei restano le proprietà e i figli, a lui resta il cammello per tornare a casa dalla mamma. La mamma è la casa, la figura centrale attorno cui si sviluppa la comunità. Il divorzio non è per niente una vergogna, anzi spesso si fanno feste di divorzio per far sapere che quella donna è tornata libera. Non è una società matriarcale, gli uomini parlano di politica e fanno riunioni per decidere, ma il punto di vista femminile è consultato. E’ una società matrilineare, ovvero la linea di discendenza è femminile (da una regina), quindi è l’uomo ad appartenere ad un clan femminile, non il contrario.

Alimentazione

***

I Tuareg vivono principalmente di prodotti ricavati dai loro animali.
La loro alimentazione è costituita da latte cagliato, burro fermentato, datteri e cereali (in particolare il miglio) dai quali ottengono la farina.
Cucinano un particolare tipo di pane che viene cotto sotto la sabbia rovente del deserto. Mangiano anche una sorta di polenta speziata di miglio, accompagnata da latte fresco cagliato e burro fuso.
La carne è mangiata raramente, ma quando c’è un ospite è tradizione uccidere una capra.
Nella tradizione Tuareg vi è anche un particolare rituale per la preparazione e la consumazione del tea.

Attività

***

L’artigianato Tuareg è semplice e raffinato al tempo stesso: con il cuoio i nomadi realizzano gris-gris (portafortuna), borse, portafogli e selle per i cammelli (le più belle – fabbricate nell’Air, in Niger – sono decorate sulla parte anteriore con un puntale in cuoio e ai lati con piastrine d’argento o d’alluminio).

***

***

L’argento viene lavorato per creare collane, orecchini e braccialetti. Altri oggetti tipici sono i pendenti-contenitori di talismani, le bacinelle di rame stagnato, le guerba (otri di pelle di capra) e i lucchetti placcati in argento e rame, con chiavi finemente cesellate. L’emblema del popolo Tuareg rimane la croce di Agadez, che i fabbri personalizzano con originali motivi geometrici.

***

Musica

***

La musica, i canti, la poesia occupano un ruolo fondamentale nella società tuareg.
La tradizione musicale presso i Tuareg non è né una professione, né un qualcosa di eccezionale, è semplicemente l’identità di un popolo nomade che rivendica di essere libero e senza frontiere. Gli uomini e le donne del deserto esprimono se stessi e la loro identità attraverso la musica, in modo molto naturale, sia che si trovino nei campi profughi o in esilio, che nei loro accampamenti.
Presso i Tuareg la musica non si apprende: tutti fanno la musica; si prende uno strumento e si suona, si canta e si danza.
Le donne rivestono un ruolo centrale: suonano l’imzad, la viola monocorda, fanno il “tendé”, cantano e ritmano con la battuta delle mani.
Il liuto, tehardent, è riservato all’uomo che impara a suonare in famiglia, per tradizione. Chi suona il liuto è l’aggouten, il cantastorie (poetica orale) : egli racconta quello che succede, dona coraggio, racconta di chi fa bene e chi fa male, narra le storie degli avi e delle generazioni attuali; egli attraverso la musica è il guardiano della tradizione e la storia è trasmessa attraverso i canti.La musica accompagna le feste civili e religiose e tutti gli eventi della vita, il matrimonio, il divorzio, il corteggiamento. Si canta la pace, l’amore, l’esilio, l’unione dei Tuareg e anche la politica.

***

***

Gli strumenti della musica Tuareg sono il “tendé”, l’imzad, il liuto, la darbuka, e i suoni, oltre a quelli degli strumenti, sono costituiti anche dal battito delle mani delle donne, dalle battute dei piedi degli uomini, dalle grida degli uomini e dalle grida delle donne (Tarhalelit). Nella musica Tuareg attuale è presente anche la chitarra acustica.
Tendé: anticamente il tendé veniva suonato utilizzando un mortaio di legno usato dalle donne per i cereali trasformato in tamburo da una copertura con pelle di capra fissata da due pestelli e tenuta in tensione da quattro donne. Sopra la pelle di capra veniva messo un pezzo di stoffa che ogni tanto veniva bagnata. Il suono varia a seconda di quanto è bagnata la stoffa e di quanto viene tenuta in tensione la pelle di capra.
Oggi le donne suonano il tendé utilizzando le taniche della benzina.

***

***

Il Tuareg ha una grande dignità personale. Se è assetato non chiede da bere, perciò il suo benvenuto è leggendario. I viaggiatori sono sempre trattati da re, accolti subito con cibo e acqua. Ora anche questa tribù, in Libia, soffre la minaccia dell’ISIS e di Boko Haram in Mali e in Nigeria. E qualche donna Tuareg ha cominciato ad indossare l’”Hijab”. Si spera che non sia una forma di regressione e che questa tribù riesca a mantenere vive le sue tradizioni, compresa quella di considerarsi superiore e meno primitiva di altre culture.

***

                                                 

***

***

Pubblicato 13 agosto 2015 da mariannecraven in Cultura, Società

Taggato con , , , , , , , , ,

Grazie a tutti!   12 comments

***

***

Grazie a tutti, amici di WordPress!

Cioccolata e rose sono il mio omaggio per voi!

E’ solo poco più di due mesi che ho aperto il blog e oggi ho raggiunto la cifra di 50 followers … è incredibile, non avrei mai pensato che sarebbe successo!

E’ un grande piacere, anche se non mi ero posta alcun  traguardo,
il mio scopo era solo di pubblicare cose che mi piacciono e che condivido,
esprimendo in questo modo quello che sono.

Vorrei seguirvi tutti, ma davvero a volte non ce la faccio, vi assicuro, però, che sono passata almeno una volta da tutti a visitare il blog, ma non riesco a farlo tutti i giorni o a lasciare un commento ogni volta, il tempo è sempre tiranno … spero mi perdonerete!

Auguro ad ognuno grande successo per il proprio blog, ma soprattutto il meglio per la vita, sono certa che ve lo meritate, e, in fondo, la vita reale è la cosa più importante …

Un buon pomeriggio e grazie ancora!

Marianne

***

Congratulations on getting 50 total follows onmarianna il corso delle cose!
Your current tally is 51.

***

***

Pubblicato 13 agosto 2015 da mariannecraven in Diario

Taggato con , , , , ,

Noi canteremo insieme …   6 comments

***

***

Dove finisce l’arcobaleno

R.Rive
*** 

Dove finisce l’arcobaleno
ci sarà un luogo,fratello,dove il mondo
potrà cantare canzoni d’ogni sorta.
Noi canteremo insieme,
neri e bianchi fratelli,una canzone.
E sarà un canto pieno di tristezza.
Non ne sappiamo il motivo
difficile a imparare.
ma noi lo impareremo tutti insieme
Non esiste un motivo che sia nero,
Non esiste un motivo che sia bianco.
C’è musica soltanto
e canteremo musica,fratello,
dove finisce l’arcobaleno.

Poesia del Sudafrica

***

           

***

Pubblicato 11 agosto 2015 da mariannecraven in Poesia, Società

Taggato con , , , , , , , ,

PAPA FRANCESCO E ALEXIS TSIPRAS STANNO CELEBRANDO IL FUNERALE DEL CAPITALISMO   9 comments

Mi è capitato soltanto oggi di leggere questo articolo, un pezzo davvero significativo, attuale anche se di un mese fa, soprattutto in questi giorni in cui si stanno scatenando battaglie politiche contro Papa Francesco, all’insegna di un populismo sfrenato, con l’unico obiettivo di portare a casa voti. Con un Salvini beceramente cinico, per il quale i “migranti” sono solo “clandestini”, non persone, e la sua affermazione che “respingerli” è un dovere; con quella parte del Movimento 5 Stelle che propone regole aberranti su un forzato rimpatrio; con articoli come quello di Feltri, apparso in questi giorni, mi sembra davvero di essere in guerra. Condivido ogni parola dell’articolo, credo fermamente che esista tanta parte “sana” in questa nostra Italia che ha ancora valori umani, sogni e ideali in cui credere e per cui lottare … ribloggo con immenso piacere, nella speranza che più persone possibili lo leggano e sappiano discernere …

10 Agosto … San Lorenzo … io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade … ma va!?   11 comments

***

***

Stella cadente

Trilussa
***

Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d’agosto tanto belle
ch’er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.

Perchè la gente immagina sur serio
che chi se sbriga a chiede qualche cosa
finche la striscia resta luminosa,
la stella je soddisfa er desiderio;
ma, se se smorza prima, bonanotte:
la speranzella se ne va a fa’ fotte.

Jersera, ar Pincio, in via d’esperimento,
guardai la stella e chiesi:”Bramerei
de ritrovamme a tuppertù co’ lei
come trent’anni fa: per un momento.
Come starà Lullù? Dov’è finita
la donna ch’ho più amato ne la vita?”

Allora chiusi gli occhi e ripensai
a le gioje, a le pene, a li rimorsi,
ar primo giorno quanno ce discorsi,
a quela sera che ce liticai…
E rivedevo tutto a mano a mano,
in un nebbione piucchemmai lontano.

Ma ner ricordo debbole e confuso
ecco che m’è riapparsa la biondina
Quanno venne da me quela mattina,
giovene, bella, dritta come un fuso,
che me diceva sottovoce:”E’ tanto
che sospiravo de tornatte accanto!”

Er fatto me pareva così vero
che feci fra de me:- Questa è la prova
che la gioja passata se ritrova
solo nel labirinto der pensiero.
Qualunquesia speranza è un brutto tiro
de l’illusione che ce pija in giro – .

Però ce fu la mano der Destino:
perchè doppo nemmanco un quarto d’ora,
giro la testa e vedo una signora
ch’annava a spasso con un cagnolino.
Una de quelle bionde ossiggenate
che perloppiù ricicceno d’estate.

– Chissà – pensai – che pure ‘sta grassona
co’ quer po’ po’ de robba che je balla
nun sia stata carina? – E ner guardalla
trovai ch’assomigliava a ‘na persona…
Speciarmente er nasino pe’ l’insù
me ricordava quello de Lullù…

Era lei? Nu’ lo so. Da certe mosse,
da la maniera de guardà la gente,
avrei detto: – E’ Lullù sicuramente…-
Ma ner dubbio che fosse o che nun fosse
richiusi l’occhi e ritornai da quella
ch’avevo combinato co’ la stella.

***

Pubblicato 10 agosto 2015 da mariannecraven in Poesia

Taggato con , , , ,

Una domenica afosa … mi manca l’aria … respiro poesia …   25 comments

***

***

Gocce d’Alba

Monica De Steinkuehl
***

Annego sotto gocce di rugiada
soffici e delicate
mi lascio avvolgere dall’aria umida
dolci stille mi accarezzano il viso
senza lasciare
spazio a nessuno
Voce all’anima
libera dentro un sogno leggero
seguo il flusso della mia vita
in un mare di piccoli segni del destino
a cui mi abbandono
per trovare la pace più profonda
il senso che mi da
questo contatto
così forte
con la natura
così immensa.
Danzo libera su queste gocce
su me stessa
sui miei pensieri
in un arcobaleno di suoni
che mi dona quest’alba
così viva di colori,
ritrovo la perdita
all’improvviso..
…mi accorgo
che in realtà
non ho mai perduto nulla.
Tutto è dentro di me.

***

                            

***

È quel silenzio che non scordo …   11 comments

***

***

In silenzio

Alagna Valsesia, estate 2006

È quel silenzio che non scordo.
Le vette interminabili, gli orizzonti sconfinati, la cima conquistata.
Il tutto, come fossi parte di un quadro meraviglioso.
Ma è quel silenzio che non scordo.
L’ho percepito, respirato, è stato il protagonista di una giornata lunga una vita.
E’ così che quel giorno ho vissuto.
I passi scalfiscono il ghiaccio, la corda solca la neve, il respiro a tratti si affanna.
Ma è solo il silenzio a fare rumore.
Sento il cuore, lui sì col suo battito inarrestabile.
Forte come mai l’ho udito prima, o forse come mai l’ho saputo ascoltare.
E’ in silenzio che quel giorno ho ascoltato.
E’ in silenzio che un’energia misteriosa ha riempito la mia anima.
Lontano, glaciale, inospitale, fieramente distante dal mondo degli uomini.
E’ così quel posto, e solo grazie al silenzio ho imparato a conoscerlo.
Il silenzio, che fino a ieri non sapevo cosa fosse.

Fonte:georientamenti.org

   

***

Pubblicato 7 agosto 2015 da mariannecraven in Poesia

Taggato con , , , , , ,

Vacanze …   19 comments

***

***

Ciao a tutti, ragazzi, sono tornata!

Già, non vi avevo detto che partivo, ma è stato tutto imprevisto. Sono stata qualche giorno in montagna, ho avuto un invito inaspettato dalla sorella di un’amica nella sua casetta sul Monte Baldo, ne ho approfittato per godermi un po’ di fresco … direi freddo, anzi, considerato che la sera dovevo indossare una giacca in pile … l’aria buona, il verde, il profumo dei pini mi hanno rigenerato. E’ stato come sentire l’ossigeno entrare nei polmoni ad ogni respiro! Mi sento proprio bene!

Sono stata in un paesino sulla catena del Monte Baldo, dal lato in cui si può godere delle bellezze naturali che il paesaggio offre, spaziando dalle distese azzurre del Lago di Garda in tutta la sua lunghezza, da Sirmione fino a Riva del Garda, dalle colline moreniche a sud ai boschi di uliveti e alle cime delle prealpi verso nord.

La zona è proprio un balcone sul Lago di Garda ed è caratterizzata dalla presenza di contrade e piccoli borghi, ognuno con una sua identità e caratteristica.

Il Monte Baldo, con i suoi pascoli verdi, i vasti boschi, i castagni secolari e i suoi fiori, rari e straordinari, è conosciuto fin dal passato come “Hortus Europae” (Giardino d’Europa). Le sommità del Monte Baldo si possono raggiungere attraverso suggestivi sentieri, che dalla località Prada, posta a circa 1000 metri, portano l’escursionista fino a quota 1850 metri, da dove si possono ammirare panorami mozzafiato o intraprendere escursioni verso i più alti rifugi alpini. Il pianoro di Prada un tempo era raggiunto solo in estate per lo sfruttamento del bosco e delle risorse foraggiere, mentre ora è punteggiato da residenze permanenti di allevatori, la cui attività si intreccia con quelle indotte dal turismo. Da qui partono molti itinerari escursionistici che, attraverso i boschi di faggio, salgono fino ai pascoli sommitali, da dove si godono splendidi panorami.

Oltre i 1000 metri su entrambi i versanti baldensi troviamo le malghe che risalgono al periodo veneziano e presentano una forma caratteristica con un grande camino sporgente e un’estremità a forma circolare. Qui vivevano con il bestiame e lavoravano il latte gli allevatori del Monte Baldo.

Le diversità di clima e di vegetazione del Monte Baldo sono evidenti percorrendo i sentieri dal Lago alle cime: si parte da una cintura sempreverde di tipo mediterraneo (lecci e olivi), passando ai boschi di querce e castagni, ai maestosi faggi per arrivare a ricche associazioni di pino mugo. Nella parte sommitale gli alberi scompaiono e lasciano il posto a piante di graminacee.

Il Monte Baldo venne frequentato da naturalisti e botanici famosi. Nel periodo glaciale la parte sommitale della  catena montuosa emergeva dai ghiacci, offrendo rifugio per tipi di flora e fauna che altrove scomparvero dando origine a specie floreali endemiche denominate con l’aggettivo “baldensis” ad indicare che sono state rinvenute per la prima volta sul Monte Baldo o che sono esclusive di questa montagna (orchidee in particolare). Oltre a queste si trovano piante medicinali ed aromatiche.

Per quanto riguarda la fauna il Monte Baldo è ricco di microfauna: si contano circa 960 specie di farfalle, svariati tipi di coleotteri ed insetti. La fauna superiore annovera la pernice bianca, il gallo cedrone, lepri, scoiattoli, volpi, tassi e faine. Sono ben insediati il capriolo, la marmotta e da alcuni anni il camoscio. Tutto insomma costituisce un inestimabile patrimonio da godere, ma della cui conservazione ciascuno di noi è responsabile, nel rispetto della natura.

A chi ama passeggiare all’aria aperta, fare escursioni in mountain bike o esplorare il territorio a cavallo la zona offre la possibilità di percorrere sentieri tra i boschi di castagni, di inerpicarsi verso le cime del Baldo tra i prati profumati di fiori o di scendere fino alle rive del lago di Garda, ammirando panorami stupendi.

Il territorio infatti è l’ideale per la pratica di molte attività sportive ed in particolar modo per il trekking e la mountain bike. Dalla primavera all’autunno il clima è mite e stimolante: turisti di ogni età, famiglie e sportivi possono passeggiare alla scoperta degli angoli più nascosti delle diverse contrade, percorrere i facili e pianeggianti sentieri ombreggiati in pineta dove si trovano anche aree pic-nic attrezzate, o spingersi fin sulle cime del Monte Baldo in escursioni più impegnative. L’atmosfera rilassante, il verde della natura e i panorami a tratti mozzafiato fanno da cornice a queste giornate all’aria aperta.

Si possono inoltre gustare i caratteristici prodotti della montagna baldense, come i saporiti salumi e formaggi. I piatti tipici preparati nei ristoranti si accompagnano alle diverse stagioni dell’anno o alle feste tradizionali: in primavera la cucina si profuma delle erbe del Baldo, mentre in autunno si posso assaporare menù a base di funghi e tartufi.

Alla Fiera di San Michel, in Prada, vengono servite le trippe e il “Pito con capussi e pevrà”. Durante la Festa delle Castagne i ristoranti gareggiano nella preparazione di menù a base di questo speciale prodotto di questa montagna, in particolare il gustoso minestrone di castagne, un tempo piatto base dei contadini; il tutto accompagnato dal buon vino e dal puro olio extravergine del lago di Garda.

Ed ecco alcune immagini della zona dove sono stata …

***

***

Pubblicato 5 agosto 2015 da mariannecraven in Viaggiare

Taggato con , , , , , ,