Archivio per giugno 2015

La forza delle donne: “Siamo noi donne che costruiamo il mondo!”   5 comments

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Donne che contano, l’esperienza del Senegal

di Anna Jannello

«Quando, come donne, si ha accesso alla proprietà della terra, ci si sente libere, autonome, rispettate, in grado di parlare alla pari con gli uomini e di spezzare le consuetudini che ci hanno impedito di possederla». È la convinta affermazione di Tinde Ndoye, presidente della Rete delle donne rurali di Thiès, che rappresenta 3 mila lavoratrici impegnate nel settore agricolo. Nel suo paese, il Senegal, la maggioranza dei 13 milioni di abitanti vive in zone rurali, dove il lavoro agricolo è svolto principalmente dalle donne: l’82 % di loro è impegnato nei campi e assicura oltre l’80 % della produzione alimentare.

Tuttavia hanno un accesso ancora limitato alla terra: gli uomini capofamiglia possiedono il 61 % delle proprietà agricole contro il 31 % detenuto da donne che svolgono lo stesso ruolo. Tinde fa parte della delegazione di venticinque donne senegalesi, tutte responsabili di cooperative e associazioni, che hanno portato la loro testimonianza nel seminario sulle sfide della nuova Agenda per lo sviluppo, organizzato dalla Cooperazione italiana alla cascina Triulza (padiglione della società civile all’interno di Expo 2015).

Altre rappresentanti di realtà locali, nei loro coloratissimi bou bou, hanno preso la parola. Maïmouna Ndao, presidente di Mutuelle Teranga a Kaolack, ha sottolineato l’importanza delle piccole imprese e dei commerci gestiti dalle donne: il network Aprofes, di cui fa parte la sua associazione, ha formato 30 mila donne e dato vita a 500 iniziative commerciali. «Per poter dire no a chi ci vuole sottomesse bisogna essere autonome economicamente. Lavoriamo anche venti ore al giorno, senza un minuto per noi stesse», ha detto ricordando che le istituzioni preferiscono «parlare delle donne piuttosto che con le donne e capire le loro esigenze».

Seynabou Cissé, presidente della Piattaforma per la promozione della pace in Casamance, ha raccontato della difficoltà di lavorare i campi nell’ex granaio del paese a causa del conflitto irrisolto da 32 anni: le donne si sono mobilitate per fare sminare i sentieri che conducono ai loro appezzamenti e si sono riunite per partecipare al processo di pace. Aïssatou Dème ha convinto 80 donne di Guinguinéo, 250 chilometri a sud di Dakar, a lavorare delle terre ritenute poco fertili e, dopo l’installazione di una pompa a energia solare per estrarre l’acqua, adesso sono proprietarie dei loro campi. «Al mattino faccio formazione alle donne, il pomeriggio lavoro la terra, la sera sono sposa e madre. Siamo noi donne che costruiamo il mondo!» ha affermato con fierezza.

Valorizzare il ruolo delle donne come protagoniste dello sviluppo, lottare contro le discriminazioni di genere sono fra gli obiettivi di diversi programmi che dal 2008 la Cooperazione italiana promuove nelle regioni di Dakar, Kaolak, Thiès, Kolda, Sedhiou per rafforzare le capacità imprenditoriali femminili. Argomenti che saranno ripresi nella “Carta delle donne” che Women for Expo intende lanciare durante l’esposizione universale milanese come documento condiviso dalla galassia di associazioni femminili impegnate sui temi del nutrimento e della sostenibilità.

La discriminazione di genere può essere contrastata anche con l’ironia: è il messaggio del docufilm Goor Ndongue (proiettato durante il seminario) che mette in scena una quotidianità capovolta. Le donne lavorano in città e trovano tutto pronto al ritorno, gli uomini si occupano dei bambini e delle faccende domestiche, vanno al mercato, lottano per conquistarsi le attenzioni del marito poligamo e una briciola di libertà scontrandosi contro la tradizione che le vuole obbedienti e sottomesse…

Fonte: nigrizia.it
Mercoledì 24 Giugno 2015
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Kenya   8 comments

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Scorre acqua pulita a Nairobi

di Viky Charo (dal Kenya)

La fornitura d’acqua potabile e low cost nelle baraccopoli della capitale del Kenya non è più un miraggio. Investimenti e utilizzo di nuove tecnologie stanno migliorando la situazione. Gli ostacoli restano molti, come il cartello dei venditori abusivi, le carenze nella rete distribuzione e la scarsità di fonti idriche potabili.

Da alcuni giorni gli abitanti dello slum di Mathare, a Nairobi, possono acquistare acqua pulita a basso prezzo da un dispenser, utilizzando una smart card o il telefono cellulare. La fornitura di acqua low cost fa parte del programma per il rinnovamento delle baraccopoli, avviato dal governo nel 2010. Con il sostegno finanziario della Banca Mondiale e il supporto tecnologico della società danese Grundfos. La Nairobi city water and sewerage company (Ncwsc, la principale delle tre aziende che forniscono acqua alla capitale kenyana) ha disposto quattro distriburori automatici in varie zone di Nairobi, ma quello di Mathare è il primo ad essere installato in uno slum.

La fornitura ha un costo di appena 0,50 centesmi di shilling (metà di un centesimo di euro) per 20 litri, 100 volte meno del prezzo fissato dagli ambulanti (50 centesimi per 20 litri). La lucrativa vendita di acqua pulita nelle baraccopoli e in altre zone della capitale, è gestita in esclusiva da un cartello di centinaia di operatori che prelevano il liquido danneggiando le condotte o collegandosi illegalmente. «È un settore controllato – riferisce Pauline Nyota, operatrice dell’organizzazione umanitaria Water and sanitation for the urban poor (Wsup) – se non si è del gruppo è molto difficile poter aprire un chiosco di vendita, ed è per questo che la gente pensa a loro come ad una mafia». La rete di condutture è datata e sottoposta a scarsa manutenzione, e questo agevola la manomissione delle tubature e gli allacciamenti abusivi. Ma in alcune zone povere della capitale le cose stanno cambiando.

Nuovi  servizi ma con ostacoli
Nello slum di Kayole, in cui vivono circa 100 mila persone, il nuovo sistema di pagamento telefonico della bolletta – il primo di questo tipo utilizzato nell’Africa dell’Est – sta agevolando la diffusione della rete idrica: le rendite, per la società di distribuzione, sono aumentate e quest’ultima intende re-investire il denaro per arrivare a raggiungere ogni abitazione.
Kibera è il secondo più grande slum del continente, con una popolazione che si aggira attorno ai 200 mila abitanti. Anche qui si registrano piccole, positive rivoluzioni e il cambiamento avviato dal programma governativo ha presto coinvolto la popolazione locale. Negli ultimi cinque anni, la volontà della gente di migliorare le proprie condizioni di vita, assieme al sostegno economico delle istituzioni, ha fatto nascere strade, cliniche mediche e piccole postazioni di polizia in vecchi continers riadattati, alcuni punti luce notturni e persino delle reti wifi gratuite, dando lavoro a circa 3.500 persone, ma l’acqua potabile e i servizi igienici sono ancora un obiettivo lontano.
A Kibera, Korogocho e negli altri slum della capitale, la barriera più consistente è quella eretta dai proprietari delle baracche che sono riluttanti ad investire per fornire acqua corrente agli inquilini e osteggiano, in generale, gli sforzi compiuti per migliorarne la qualità di vita. «La maggior parte dei landlords – spiega Graham Alabaster, direttore del settore di igiene urbana del programma Onu per le abitazioni (Un Habitat) – sono persone che occupano posti di prestigio a Nairobi e che guadagnano molto bene sfruttando questa situazione».

C’è ancora da lavorare
Il cambiamento ha avuto inizio nel 2010 con l’entrata in vigore della nuova Costituzione che sancisce l’accesso all’acqua come diritto umano dalla parola masaai che significa “acqua fresca” –  soffre storicamente di carenza di fonti idriche potabili. «La richiesta attuale di acqua è di 720 mila metri cubi al giorno – spiega il direttore della Nuniversale. Le tre società che gestiscono la distribuzione idrica nella capitale, sono dunque obbligate a rendere conto, anno dopo anno, dei passi avanti compiuti per arrivare a portare l’acqua corrente a tutta la popolazione (2 milioni di persone), slum compresi. Ma attualmente, anche le zone fornite dalla rete soffrono di ricorrenti e prolungati blackout.
Paradossalmente Nairobi – il cui nome deriva cwsc, Phillip Gichuki – ma noi riusciamo a fornirne solo 560 mila». Un deficit di 160 metri cubi, aggiunge, che può essere azzerato solamente con nuovi investimenti. Intanto, le bollette sono quasi raddoppiate dal marzo di quest’anno.

Le dighe di Sasumua (di epoca coloniale) e Ndakaini (edificata nel 1991), sono ancora l’unica fonte d’acqua – sporca e contaminata – per gran sanità. Nonostante la scadenza del termine stabilito per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio dell’Onu (Millennium development goals, 2000/2015), oltre 700 mila persone sul pianeta, soprattutto nei centri urbani, nparte della popolazione povera (che vive con circa un euro al giorno). Malattie trasmesse dall’acqua inquinata (colera, tifo, epatite A, diarrea) sono diffusissime negli slum di Nairobi, in particolare tra i bambini.
In generale quelle trasmesse dall’uso di acqua contaminata, sono la principale causa di morte nel mondo con 3.4 milioni di decessi all’anno, secondo dati dell’Organizzazione mondiale della on hanno ancora accesso a fonti di acqua pulita.

Fonte: nigrizia.it
Giovedì 25 Giugno 2015
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Pubblicato 26 giugno 2015 da mariannecraven in Società

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“L’edificando muro magiaro voluto dal fascistoide Orban”   Leave a comment

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Moni Ovadia
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Il valore dei muri

di Moni Ovadia
Venerdì 19 Giugno 2015

Lo scan­dalo e l’esecrazione pro­vo­cati dal cele­ber­rimo muro di Ber­lino non hanno più avuto rea­zioni con­si­mili in quelle pro­vo­cate da altri muri che stanno sor­gendo da molte parti in Europa e nel mondo. Nes­sun Pre­si­dente degli Stati Uniti suscita la com­mo­zione dei sedi­centi demo­cra­tici con le sue frasi lapi­da­rie come fu quella pro­nun­ciata da John Fitz­ge­rald Ken­nedy in rife­ri­mento al quel muro della Guerra Fredda: «Ich bin ein Ber­li­ner». Repli­cherà Obama un exploit del genere pro­nun­ciando un vibrante: «I am an ille­gal immi­grant» o «I am a gipsy» davanti all’edificando muro magiaro voluto dal fascistoide Orban? C’è da dubi­tarne visto che sul con­fine fra Mes­sico e Usa c’è una bar­riera il cui scopo è quello di arre­stare l’immigrazione illegale.

L’Europa Comu­ni­ta­ria, con ogni pro­ba­bi­lità, non farà nulla nei con­fronti dell’Ungheria dato che fino ad ora non ha fatto gran­ché per con­tra­stare i prov­ve­di­menti liber­ti­cidi e anti­de­mo­cra­tici del suo governo. Alla comu­nità Euro­pea non importa niente della libertà e men che meno della demo­cra­zia, quella vera si intende e non la mise­ra­bile scorza a cui quell’idea è stata ridotta. Quanto ai diritti, si tratta solo di chiac­chiere o di qual­che richiamo poco o per nulla impegnativo.

Que­sta cari­ca­tura buro­cra­tica di pseudo asso­cia­zione sovra­na­zio­nale mone­ta­ria ha get­tato alle orti­che la cul­tura e l’ideale anti­fa­sci­sta da cui è nata con grandi annunci e grandi spe­ranze e pre­fe­ri­sce pro­ster­narsi davanti alla pre­po­tenza dei poten­tati eco­no­mico finanziari.

La Ue tol­lera con non­cha­lance i revan­sci­smi fasci­sti, gli xeno­fobi e i raz­zi­sti, ma si acca­ni­sce con cinico piglio ideo­lo­gico con­tro l’unico governo di sini­stra del vec­chio con­ti­nente, quello della Gre­cia, per­ché si rifiuta di mas­sa­crare i ceti deboli.

Que­sta Europa non è molto dis­si­mile da quella che assi­stette alla nascita del Nazi­smo, non ha impa­rato niente dalla lezione a parte la reto­rica del Giorno della Memo­ria. I lea­der euro­pei sono sot­to­messi all’ossessione di esten­dere la Nato per ricreare la Guerra Fredda con­na­tu­rata al volere ege­mo­nico degli Usa, il cui mal­ce­lato sogno è sem­pre stato quello di dis­se­mi­nare la fron­tiera con la Rus­sia di instal­la­zioni mili­tari per pun­tare i mis­sili fra le nati­che di Putin, il quale  sarà anche un ese­cra­bile auto­crate, ma ha le sue ragioni, come non smet­tono di ricor­dare anche i “migliori” ana­li­sti sta­tu­ni­tensi quali Henry Kissinger.

Ma l’Europa — e nella fat­ti­spe­cie la Mit­te­leu­ropa a stelle e stri­sce — pre­fe­ri­sce di gran lunga con­vi­vere con le ragioni di fasci­sti xeno­fobi e revan­sci­sti che pre­ci­pi­tano l’odio verso immi­grati e rom per fomen­tare l’infame guerra fra poveri, instru­men­tum regni il cui scopo è quello di per­pe­tuare poli­ti­che regres­sive nei con­fronti dell’uguaglianza e della pari dignità sociale di tutti gli uomini.

Per quanto ci riguarda, la lezione più urgente da trarre dalla dis­se­mi­na­zione di que­sti nuovi muri, è che l’antifascismo non è un vec­chio arnese da sof­fitta della Sto­ria, ma un ideale vivo e pul­sante sino­nimo di civiltà della democrazia.

E’ ora di ripren­dere il cam­mino della Resi­stenza per com­pierne il lascito.

fonte: L’Altra Europa con Tsipras
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Ho sempre avuto stima e ammirazione per Moni Ovadia. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo, uomo di straordinaria intelligenza, cultura e umanità. I suoi spettacoli mi hanno sempre entusiasmato, grande attore, grande musicista, un artista a tutto tondo, che ha saputo esprimere anche attraverso lo spettacolo i suoi grandi valori di vita. Condivido pienamente questo articolo, frutto del suo impegno politico e sociale. Grazie Salomone.

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“Renzi invece di scondinzolare alla Merkel, veda di imitare Tsipras”   8 comments

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Grecia, Ferrero: «Se il governo italiano avesse portato a casa quanto ottenuto da Tsipras il reddito minimo si potrebbe fare domattina!»

di Paolo Ferrero
Martedì 23 Giugno 2015

Leggo da varie parti che Tsipras si sarebbe allineato alle posizioni dell’Unione Europea. In pratica Tsipras avrebbe ceduto e accettato di fare le stesse politiche dell’Italia, della Spagna o del Portogallo. Si tratta di una bufala. La riduzione dell’avanzo primario che Tsipras ha ottenuto rispetto a quanto imposto al precedente governo greco – del 2% nel 2015 e del 2,5% nel 2016 – è un grande risultato ed una secca vittoria contro le politiche di austerità. Se il governo italiano avesse contrattato una riduzione pari a quella greca avremmo 30 miliardi nel 2015 e 37 miliardi nel 2016 da spendere in più di quelli che abbiamo. Se Renzi avesse lottato e portato a casa quanto ottenuto da Tsipras, il reddito minimo per i disoccupati si potrebbe fare domattina e avanzerebbero anche una decina di miliardi all’anno per le pensioni. Renzi invece di scondinzolare alla Merkel, veda di imitare Tsipras e tagliare l’enorme avanzo primario italiano.

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Ok, Vicki, proviamo a partecipare … rispondo!   6 comments

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My Sweet Nails, il gioco dei Tag

Vicki di https://tramineraromatico.wordpress.com/ mi ha invitato a partecipare a questo gioco relativo al TAG ideato da BEA del blog  https://unghiesmaltate98.wordpress.com.

Un tag divertente, grazie viki, ero già preoccupata per la mia schizofrenia, visto il mio grande amore per le mie gatte … scherzo, naturalmente, ma meglio giocare …

Sono impressionata dalle unghie di questa immagine inserita da Vicki,

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non porterei mai unghie così complesse, sono per le cose più semplici. Così ne ho inserita una più classica, che rispecchia di più il mio gusto …

Ho belle mani, scusate la presunzione, ma lo dicono tutti, dita lunghe e affusolate, e non sempre metto lo smalto, me lo posso permettere. Mi piace portarlo, però, e se ho tempo mi faccio da sola delle manicure complete e accurate. Niente di stravagante, comunque, colori solari e caldi. Mai rosso vivo, però, semmai tendente al bordeaux o anche più scuro, oppure decisamente più chiaro come il rosa, o semplicemente un french trasparente, mai nero o blù, giallo, verde … Sì, vabbè, sono limitata, lo so, ma sono fatta così, prendere o lasciare!

Ora, le regole previste dal TAG sono le seguenti:

1) Ringraziare il blog che ti ha taggato: fatto in apertura!
2) Inserire il logo del Tag:

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3) Citare il blog che lo ha inventato, eccolo:  https://unghiesmaltate98.wordpress.com
4) Rispondere a 10 domande del Tag My Sweet Nails

Queste:

1) Ti sei mai mangiata le unghie?  No, mi farebbe proprio schifo.

2) Solitamente hai le unghie lunghe o corte? Corte il giusto! Non ho bisogno di farle crescere tanto, sono già di forma allungata.

3) Che colore hai in questo momento sulle unghie delle mani? Rosso bordeaux.

4) Abbini il colore dello smalto su mani e piedi? Sempre, come le borse alle scarpe.

5) Dopo lo smalto colorato o una nail art applichi sempre il top coat? Sì.

6) Che differenza c’è, secondo te, tra una base coat e uno smalto trasparente? Il base coat protegge l’unghia da eventuali agenti nocivi degli smalti, ammesso che gli stessi agenti non siano presenti anche nella base …

7) Se dovessi portare con te per un viaggio di un mese solo due smalti, quali sceglieresti? Rosso bordeaux e Rosa.

8) Quanti smalti hai? Tantissimi, anche se non li uso tutti, ma, come Vicki, adoro i colori, anche se ne uso pochi.

9) Quale prodotto per la nail care routine ritieni indispensabile? Forbicina e limetta.

10) Qual è la tecnica di nail art (micropittura, sponge, marble ecc.) che preferisci? Micropittura.

Ora le nominations, ed è il punto dolente. Sono qui da poco, conosco solo qualche utente, e devo scegliere donne, quindi sceglierò tra chi conosco e tra chi mi segue, sperando di non dispiacere nessuno …

Eccole:

https://giorgiapenzo.wordpress.com/
https://seidicente.wordpress.com/
https://annegrayharvey.wordpress.com/
https://ormedanima.wordpress.com/
http://violetadyliopinionistapercaso.wordpress.com/

Spero che sia un divertimento per tutte, un bacione e una rosa …

Marianne

             

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Pubblicato 25 giugno 2015 da mariannecraven in Giochi e Passatempi

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Sarà proprio vero?   7 comments

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Recenti studi correlano il possesso di un gatto alla schizofrenia

Gli scienziati hanno recentemente scoperto una forte correlazione tra il possesso di uno, o più gatti ed il disagio schizofrenico che, secondo questi studi, sarebbe provocato da un parassita.

In uno studio pubblicato recentemente sul giornale “Schizophrenia Research” gli esperti hanno rilevato che nelle famiglie che possiedono un gatto c’è una maggiore probabilità che la malattia schizofrenica colpisca uno dei figli negli anni dello sviluppo.

Analizzando un vecchio questionario compilato nel 1982 da più di 2000 nuclei familiari che in comune avevano un malato di mente in casa, non sempre necessariamente ‘schizofrenico’, ebbene gli studiosi hanno estrapolato un dato incredibilmente significativo: ben il 50% di questi malati possedeva un gatto o aveva posseduto un gatto durante la propria infanzia.

I risultati di questo studio, tra l’altro, sono stati molto simili ad un altro test effettuato negli anni 90.

La schizofrenia è una malattia che si sviluppa su tempi molto lunghi i cui sintomi possono essere allucinazioni e cambiamenti di umore e comportamentali repentini.

Gli scienziati spiegano anche che secondo loro il colpevole di ciò potrebbe essere il Toxoplasma gondii, un parassita unicellulare presente nel corpo di alcuni gatti.

Fuller Torrey, un ricercatore dello Stanley Medical Research Institute che ha preso parte allo studio, dice all’Huffington Post: “Il Toxoplasma gondii si insinua nel cervello e crea delle micro cisti. Noi pensiamo che queste micro cisti si attivino durante l’adolescenza e causino i disturbi tipici della malattia mentale, probabilmente dovuta a non meglio identificati malfunzionamenti dei neurotrasmettitori.

Fonte: indipendent.co.uk
13 Giugno 2015
        
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Pazzie d’amore …   Leave a comment

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La ex e la fidanzata si tuffano nel fiume per vedere quale delle due lui avrebbe salvato

CINA – Quando i ragazzi dicono che le ragazze sono pazze beh, generalmente si sbagliano. Peccato che ogni tanto succeda che alcune rappresentanti del gentil sesso la facciano così grossa da dover dare, per una volta almeno, proprio ragione ai maschietti.

Questa storia riguarda infatti due femmine non troppo normali, evidentemente.

Tutto è cominciato quando il 21enne Wu Hsia ha deciso di lasciare la sua ragazza “storica”, la ventenne Jun Tang, per accoppiarsi con la 22enne Rong Tsao.

Capirete lo smacco!

La ex quindi, non accettando l’umiliazione di essere stata lasciata, ha stalkerato l’uomo per diverse settimane fino a quando è riuscita a convincere i due ad unincontro a tre per affrontare l’argomento e decidere sul da farsi.

Si sono quindi incontrati e, naturalmente, le due ragazze hanno cominciato a combattere. Solite cose, tirate di capelli, qualche ceffone e così via. Poi la ex ha deciso di tuffarsi nel vicino corso d’acqua implorando il suo ex fidanzato di dimostrare alla sua attuale compagna che lui ancora teneva a lei e che si sarebbe tuffato per salvarla.

L’attuale compagna, probabilmente intuendo che l’uomo si sarebbe tuffato se non altro per soccorrere la folle ex, ha quindi deciso di tuffarsi anche lei nel tentativo di risvegliare l’attenzione del suo ragazzo e sopratutto nella speranza di non dover subire l’umiliazione di vedere il suo compagno salvare la ex.

Come è andata a finire?

Bene, Wu si è tuffato in acqua salvando la sua nuova fidanzata ed ha lasciato l’ex in ammollo senza neanche pensarci troppo.

L’ex è stata, fortunatamente, soccorsa dai Pompieri.

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Pubblicato 24 giugno 2015 da mariannecraven in Società

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Nessuno è figlio di un Dio minore …   2 comments

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Filastrocca dei figli del mondo

di Bruno Tognolini

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Tu figlio di chi sei? Son figlio di due stelle
Nel cielo ce n’è tante ma le mie son le più belle
Tu figlio di chi sei? Del sole e della luna
Non splendono mai insieme: cala l’altro e sorge una
Tu figlio di chi sei? Son figlio del villaggio
Dieci madri, venti padri, cento cuori di coraggio
Tu figlio di chi sei? Di un grande albero solo
Ma così alto e forte che da lui io spicco il volo
Tu figlio di chi sei? Di un amore, di un viale
Di un bue e di un asinello, di un dio, di un ospedale
Il nostro nome è uomini, siamo figli e figliastri
Di altri figli degli uomini, della terra e degli astri

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 Pubblicata nel libro “Rime Raminghe”
Salani Editore 2013

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Gran bel pezzo, Lidia, mia grande maestra di vita! Sempre con te!   4 comments

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Invasioni barbariche? Migrazioni di popoli? Migrazioni di massa?

di Lidia Menapace

Chiamiamo invasioni barbariche quelle che interessarono lo Stivale per alcuni secoli dopo la caduta del’Impero romano d’Occidente. Addirittura chiamando “regni romano-barbarici” quelli che ne derivarono in vari luoghi dell’Italia settentrionale.
Vediamo di intenderci sull’uso dei termini, a partire dalla toponomastica: ad esempio Bologna, che era una città etrusca col nome di Felsina, fu chiamata Bononia dopo l’invasione dei galli Boi; allo stesso modo Sena fu chiamata gallica,  in Italiano Senigallia.. La Gallia cisalpina (cioé posta di qua: cis) divenne Lombardia dopo essere stata conquistata dai Longobardi. I Celti (altra tribù gallica) lasciarono  nomi in -ate, come Linate, Trecate, Brembate, Tradate  ecc. ecc..  Gotica, dopo le invasioni dei Goti fu detta la linea dell’antico confine d’Italia, sotto la quale linea era vietato dalle leggi romane portare armi ed eserciti. Appunto il varco del Rubicone da parte delle truppe comandate da  Giulio Cesare ai suoi tempi fu il segno del suo colpo di stato e probabilmente Hitler pensò di ristabilire quel confine obbligando le sue truppe alla più feroce resistenza appunto alla “linea gotica”. ll cascinale dei Cervi, era su quella linea, verso l’Adriatico, come S.Anna di Stazzema lo era verso il Tirreno.
Mentre in Italia quegli arrivi di popolazioni straniere erano  sentiti come invasione barbara da parte di popoli dei quali non si capiva la lingua e non si condividevano i costumi  nè l’urbanizzazione, nelle popolazioni di origine germanica che ne furono per lo più protagoniste erano chiamate in modo neutro  Voelkerwanderungen, cioé migrazioni di popoli, anche quelle provenienti dall’Asia (Attila di lì arrivava e per sfuggirlo fu costruita nella palude Venezia, che in effetti è una delle meno antiche città italiane).

Il termine greco barbaròs, barbaro significava balbuziente, incomprensibile,  e conteneva un cenno di superiorità da parte dei Greci, che infatti riconoscevano come pari e non barbari solo gli Egizi, mettendo le basi del fenomeno che chiamiamo razzismo.

Non so in altri continenti, dei quali non conosco abbastanza la storia, ma certo in Europa un fenomeno di questo tipo, comunque lo si voglia chiamare, avviene dopo la caduta o la crisi grave di un assetto politico, economico, sociale e culturale di lunga data e segna un passaggio epocale. Non sembra che vi si possa porre ostacolo, per quanta ferocia e violenza si metta nel reprimerlo, controbatterlo, sconfiggerlo. Le popolazioni del nord arrivarono fino in Sicilia coi Normanni, a Trani è sepolto un re longobardo, Alarico è sepolto a Cosenza  ecc.ecc. Queste estreme scosse geopolitiche spesso si intrecciano con periodi di straordinario favore, successo, gloria, splendore. E riportano la storia indietro di secoli: ad esempio le prime distrussero spesso le vestigia dell’ordine giuridico romano; la seconda di tali evenienze, cioè la scoperta dell’America, che fu contemporanea del Rinascimento, vide il ripristino della schiavitù, e oggi assistiamo quale guasto sulla fragile, sottile e superficiale crosta civile sta avvenendo in Europa, con non pochi segni di ritorno del Feudalesimo (le corporazioni, il lavoro non pagato dei e delle migranti).
Sembra dunque di poter sommariamente riassumere questo capitolo storico col dire che talora, nel bel mezzo di una storia che avanza secondo le sue intrinseche propensioni, gusti, cultura, scoperte ecc. ecc., si infilza qualcosa di estraneo, allotrio, incomprensibile, che genera panico e ripudio e fa tornare indietro quel complesso di convinzioni, giudizi, comportamenti, leggi  ecc. ecc. che chiamiamo civiltà; si avvia una profonda ondata di insicurezza, ansia, panico, odio, respingimenti ecc. ecc.

Torno a ripetere che non pare vi si possa porre rimedio, meno che mai accentuando le previsioni di “invasione”, “cancellazione”, “perdita di identità” e simili: tutte queste “risposte” producono danni maggiori, e d’altronde non sono meccanicamente sostituibili con i soliti discorsi  di buonsenso e buon cuore sull’accoglienza, accettazione, inclusione, ecc. ecc. Le prediche lasciamole al papa, ché gli spettano.

Ma allora: che fare?
Forse molte cose anche non coordinate e connesse tra loro, apparentemente casuali o anomale, guardando solo di evitare accuratamente il confronto sulle religioni, il passato, la storia e la gara tra le civiltà. I missionari, se hanno scelto di convertire l’Islam facciano, ma non diano il minimo sentore di politica alla loro predicazione, nè di carità o elemosina ai loro lavori.
Racconto ciò che ho provato a fare io. Premetto che da anni mi aspetto una ondata di Voelkerwanderungen, e mi chiedo in che rapporti esse siano con la crisi mondiale, globale, capitalistica, che agisce naturalmente mostrando attraverso le televisioni, i giornali, insomma i mezzi di comunicazione di massa, immagini affluenti, ricche, vantaggiose, dall’Europa e dagli USA, suscitando per contrasto desideri e proiezioni verso di noi. Sicché quando nelle parti povere del pianeta si cade nella miseria, carestia, e magari anche guerre e dittature, parte una migrazione di popoli che si scarica attraverso inenarrabili fatiche, rischi, privazioni, morti, sulle coste mediterranee e ci arriva addosso, a me nella forma di quelli, raramente quelle, che vendono per strada piccole merci o chiedono direttamente l’elemosina, oppure lavano i vetri delle automobili ai semafori, insomma ciò che sappiamo e vediamo ogni giorno.

Mi fa vergogna  sia di dare qualcosa che di non dare nulla a chi chiede, ma poiché penso che loro preferiscono che io mi vergogni dando qualcosa, quando esco di casa per fare la spesa mi metto in tasca quei pochi euro che ogni giorno posso dare via. E perchè non pensino di essere una  cassetta delle elemosine, sono solita salutare e chiedere da che paese vengono, da quanto sono in Italia, insomma che tempo fa. Rispondono volentieri, soprattutto gli Africani, che la seconda volta ti chiamano già mama.  
Dopo un po’ di tempo, siccome un arabo (scoprirò poi marocchino, di Fez) vende asciugamani e calzini di buon cotone, se mi servono, mi servo da lui e lui a sua volta cerca di sapere chi sono chiedendo ad altri di Bolzano che abitano nelle vicinanze. Bolzano è una piccola città e la sua curiosità viene soddisfatta. Incomincia a chiamarmi dottoressa e si offre di portare fin sottocasa la spesa, va bene, intanto parliamo e lui a un certo punto dice che dove abita lui l’acqua c’é, però manca il pozzo.
Ma perché allora, se io riesco a mettere da parte del denaro mio o che mi viene dato, non lo  raccogliamo allo scopo di scavare il pozzo? Loro ci mettono il lavoro, io aiuto a comprare le macchine ecc. La cosa si fa e infine ricevo quello che sono solita citare come il più bel complimento che abbia ricevuto in vita; ”dottoressa al mio paese anche gli asini ti vogliono bene”, poiché se c’è il pozzo bevono e si tolgono la sete anche gli asinelli, giusto.  Ma poi – mi dice –  c’è un grande cambiamento, anche le donne si riuniscono, lavorano, discutono, propongono, una cosa mai vista. “Caro, si chiama rivoluzione” gli dico tra il serio e il faceto.     
Fatto il pozzo, le donne pensano che anche i loro cibi sono buoni e che se si fa un centro per i possibili turisti, si ha modo di vendere qualcosa. Detto fatto, a settembre ci andrò, per inaugurare il centro, che mi chiedono di poter chiamare menapace: benone, è un buon augurio.

Bisogna fare copie di questo? certo che no, è andata così per caso, però bisogna mantenere accesa la curiosità verso quel che succede e se ha dentro di sé anche timori e rischi, cercare se o cosa ha anche di utile o positivo e lavorarci  sopra col massimo di eguaglianza possibile, senza montare in cattedra, ricordando sempre che noi europei ed europee abbiamo inventato fatto e praticato verso di loro il colonialismo più sfruttatore e che quindi se non ci sparano a vista, ma accettano di lavorare con qualcuno/a  tra noi, sono generosi e intelligenti, speriamo vada tutto bene, io speriamo che me la cavo, appunto. Lidia

da Rifondazione Comunista
Lunedì 22 Giugno 2015

                    
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Racconti dall’Africa   3 comments

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Il matrimonio del topo  

C’era una volta un bellissimo topolino bianco. E diventava sempre più bello mentre cresceva e diventava adulto. I suoi genitori si chiedevano spesso: Dove troveremo una moglie degna per lui? Quando arrivò il momento di cercare una moglie decisero che solo nella famiglia di Dio poteva esserci una ragazza giusta per lui. Così, come era d’uso, tre vecchi componenti della famiglia andarono da Dio a chiedergli una moglie per il bel topolino. Giunti alla casa di Dio, i tre entrarono e dissero: Veniamo per conto del bellissimo topolino bianco, a cercare una moglie degna di lui: solo tu puoi trovarcela! Dio allora disse. Grazie di essere venuti,ma siete nel posto sbagliato: dovete andare a casa del vento! Il vento è più forte di me, perché mi soffia la polvere negli occhi!” A quel punto i tre messaggeri decisero di andare a casa del Vento. Ma giunti là, il Vento disse loro:”Vi ringrazio, ma la Montagna è più forte di me: io non riesco a scalfirla, malgrado soffi con tutta la mia forza! A quel punto lì i tre topi andarono dalla Montagna, che però disse loro: Grazie di essere venuti, ma c’è una creatura più potente, che mi sbriciola dalle fondamenta: abita là, andate a trovarla! I tre andarono nella casa che gli era stata indicata e videro che era la casa di un Topo. Il capofamiglia disse loro: Avete trovato la moglie per il vostro bellissimo topolino bianco!. Che gioia! E così il bellissimo topolino bianco trovò una moglie degna di lui.

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Cosa sono le favole per gli africani

Per gli africani le favole sono vicende fantastiche narrate per divertire e per insegnare a vivere. Gli uditori si sentono coinvolti nel racconto e partecipano ai successi o alle disgrazie degli attori con esclamazioni di gioia o di delusione. Ma dietro il velo delle immagini le favole rappresentano la vita come è o come dovrebbe essere. Allora il narratore diventa un maestro di vita. Di solito è un anziano o griot. Le favole vengono raccontate di sera, attorno al fuoco che raccoglie piccoli e grandi. Oppure vengono proposte al gruppo dei giovani raccolti in foresta nel periodo dell’iniziazione. A volte, in forma sintetica, sono ricordate anche nelle sedute dei tribunali indigeni come fonte di norme in base alle quali raggiungere una giusta sentenza.

I racconti dell’Africa Nera 

Offrono l’immagine d’un mondo alle prese con le forze della natura, con le belve della foresta, con gli spiriti vaganti e con il potere delle streghe onnipresenti. Nell’Africa Nera lo scopo principale cui mira il narratore è l’insegnare. La favola è una lezione per immagini. Le popolazioni africane si servono di oggetti visibili, di fatti concreti, di azioni che coinvolgono i presenti, come le danze e i canti. Così il messaggio s’imprime nella memoria e influenza la loro vita. Dovendo insegnare qualche cosa per la vita, le favole africane hanno per protagonista sempre l’uomo, anche quando sono di scena gli animali. Questi non sono che la controfigura dell’uomo, ne riflettono le virtù e i difetti, le tribolazioni, i fallimenti e i successi. Alcuni, impersonando con speciale rilievo un difetto o una virtù, sono divenuti simbolo d’un tipo particolare d’uomo. La lepre e la rana rappresentano, in Africa, l’uomo saggio e coraggioso, il leopardo e il leone sono simbolo dell’oppressore prepotente e ottuso. Allora raccontare le avventure della lepre, del leone o del leopardo, dello scoiattolo o delle formiche, è insegnare la prudenza, il coraggio, l’amore o condannare la prepotenza, l’infedeltà, l’ambizione. Le favole trasmettono così una concezione della vita e forniscono norme per la condotta personale e per la convivenza nella società. Si capisce quindi perché siano strumenti di formazione per le nuove generazioni e ammonimento per tutti.

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Pubblicato 22 giugno 2015 da mariannecraven in Racconti, Società

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