Archivio per 26 giugno 2015

La forza delle donne: “Siamo noi donne che costruiamo il mondo!”   5 comments

*****

*****

Donne che contano, l’esperienza del Senegal

di Anna Jannello

«Quando, come donne, si ha accesso alla proprietà della terra, ci si sente libere, autonome, rispettate, in grado di parlare alla pari con gli uomini e di spezzare le consuetudini che ci hanno impedito di possederla». È la convinta affermazione di Tinde Ndoye, presidente della Rete delle donne rurali di Thiès, che rappresenta 3 mila lavoratrici impegnate nel settore agricolo. Nel suo paese, il Senegal, la maggioranza dei 13 milioni di abitanti vive in zone rurali, dove il lavoro agricolo è svolto principalmente dalle donne: l’82 % di loro è impegnato nei campi e assicura oltre l’80 % della produzione alimentare.

Tuttavia hanno un accesso ancora limitato alla terra: gli uomini capofamiglia possiedono il 61 % delle proprietà agricole contro il 31 % detenuto da donne che svolgono lo stesso ruolo. Tinde fa parte della delegazione di venticinque donne senegalesi, tutte responsabili di cooperative e associazioni, che hanno portato la loro testimonianza nel seminario sulle sfide della nuova Agenda per lo sviluppo, organizzato dalla Cooperazione italiana alla cascina Triulza (padiglione della società civile all’interno di Expo 2015).

Altre rappresentanti di realtà locali, nei loro coloratissimi bou bou, hanno preso la parola. Maïmouna Ndao, presidente di Mutuelle Teranga a Kaolack, ha sottolineato l’importanza delle piccole imprese e dei commerci gestiti dalle donne: il network Aprofes, di cui fa parte la sua associazione, ha formato 30 mila donne e dato vita a 500 iniziative commerciali. «Per poter dire no a chi ci vuole sottomesse bisogna essere autonome economicamente. Lavoriamo anche venti ore al giorno, senza un minuto per noi stesse», ha detto ricordando che le istituzioni preferiscono «parlare delle donne piuttosto che con le donne e capire le loro esigenze».

Seynabou Cissé, presidente della Piattaforma per la promozione della pace in Casamance, ha raccontato della difficoltà di lavorare i campi nell’ex granaio del paese a causa del conflitto irrisolto da 32 anni: le donne si sono mobilitate per fare sminare i sentieri che conducono ai loro appezzamenti e si sono riunite per partecipare al processo di pace. Aïssatou Dème ha convinto 80 donne di Guinguinéo, 250 chilometri a sud di Dakar, a lavorare delle terre ritenute poco fertili e, dopo l’installazione di una pompa a energia solare per estrarre l’acqua, adesso sono proprietarie dei loro campi. «Al mattino faccio formazione alle donne, il pomeriggio lavoro la terra, la sera sono sposa e madre. Siamo noi donne che costruiamo il mondo!» ha affermato con fierezza.

Valorizzare il ruolo delle donne come protagoniste dello sviluppo, lottare contro le discriminazioni di genere sono fra gli obiettivi di diversi programmi che dal 2008 la Cooperazione italiana promuove nelle regioni di Dakar, Kaolak, Thiès, Kolda, Sedhiou per rafforzare le capacità imprenditoriali femminili. Argomenti che saranno ripresi nella “Carta delle donne” che Women for Expo intende lanciare durante l’esposizione universale milanese come documento condiviso dalla galassia di associazioni femminili impegnate sui temi del nutrimento e della sostenibilità.

La discriminazione di genere può essere contrastata anche con l’ironia: è il messaggio del docufilm Goor Ndongue (proiettato durante il seminario) che mette in scena una quotidianità capovolta. Le donne lavorano in città e trovano tutto pronto al ritorno, gli uomini si occupano dei bambini e delle faccende domestiche, vanno al mercato, lottano per conquistarsi le attenzioni del marito poligamo e una briciola di libertà scontrandosi contro la tradizione che le vuole obbedienti e sottomesse…

Fonte: nigrizia.it
Mercoledì 24 Giugno 2015
*****

                                         

*****

Kenya   8 comments

*****

*****

Scorre acqua pulita a Nairobi

di Viky Charo (dal Kenya)

La fornitura d’acqua potabile e low cost nelle baraccopoli della capitale del Kenya non è più un miraggio. Investimenti e utilizzo di nuove tecnologie stanno migliorando la situazione. Gli ostacoli restano molti, come il cartello dei venditori abusivi, le carenze nella rete distribuzione e la scarsità di fonti idriche potabili.

Da alcuni giorni gli abitanti dello slum di Mathare, a Nairobi, possono acquistare acqua pulita a basso prezzo da un dispenser, utilizzando una smart card o il telefono cellulare. La fornitura di acqua low cost fa parte del programma per il rinnovamento delle baraccopoli, avviato dal governo nel 2010. Con il sostegno finanziario della Banca Mondiale e il supporto tecnologico della società danese Grundfos. La Nairobi city water and sewerage company (Ncwsc, la principale delle tre aziende che forniscono acqua alla capitale kenyana) ha disposto quattro distriburori automatici in varie zone di Nairobi, ma quello di Mathare è il primo ad essere installato in uno slum.

La fornitura ha un costo di appena 0,50 centesmi di shilling (metà di un centesimo di euro) per 20 litri, 100 volte meno del prezzo fissato dagli ambulanti (50 centesimi per 20 litri). La lucrativa vendita di acqua pulita nelle baraccopoli e in altre zone della capitale, è gestita in esclusiva da un cartello di centinaia di operatori che prelevano il liquido danneggiando le condotte o collegandosi illegalmente. «È un settore controllato – riferisce Pauline Nyota, operatrice dell’organizzazione umanitaria Water and sanitation for the urban poor (Wsup) – se non si è del gruppo è molto difficile poter aprire un chiosco di vendita, ed è per questo che la gente pensa a loro come ad una mafia». La rete di condutture è datata e sottoposta a scarsa manutenzione, e questo agevola la manomissione delle tubature e gli allacciamenti abusivi. Ma in alcune zone povere della capitale le cose stanno cambiando.

Nuovi  servizi ma con ostacoli
Nello slum di Kayole, in cui vivono circa 100 mila persone, il nuovo sistema di pagamento telefonico della bolletta – il primo di questo tipo utilizzato nell’Africa dell’Est – sta agevolando la diffusione della rete idrica: le rendite, per la società di distribuzione, sono aumentate e quest’ultima intende re-investire il denaro per arrivare a raggiungere ogni abitazione.
Kibera è il secondo più grande slum del continente, con una popolazione che si aggira attorno ai 200 mila abitanti. Anche qui si registrano piccole, positive rivoluzioni e il cambiamento avviato dal programma governativo ha presto coinvolto la popolazione locale. Negli ultimi cinque anni, la volontà della gente di migliorare le proprie condizioni di vita, assieme al sostegno economico delle istituzioni, ha fatto nascere strade, cliniche mediche e piccole postazioni di polizia in vecchi continers riadattati, alcuni punti luce notturni e persino delle reti wifi gratuite, dando lavoro a circa 3.500 persone, ma l’acqua potabile e i servizi igienici sono ancora un obiettivo lontano.
A Kibera, Korogocho e negli altri slum della capitale, la barriera più consistente è quella eretta dai proprietari delle baracche che sono riluttanti ad investire per fornire acqua corrente agli inquilini e osteggiano, in generale, gli sforzi compiuti per migliorarne la qualità di vita. «La maggior parte dei landlords – spiega Graham Alabaster, direttore del settore di igiene urbana del programma Onu per le abitazioni (Un Habitat) – sono persone che occupano posti di prestigio a Nairobi e che guadagnano molto bene sfruttando questa situazione».

C’è ancora da lavorare
Il cambiamento ha avuto inizio nel 2010 con l’entrata in vigore della nuova Costituzione che sancisce l’accesso all’acqua come diritto umano dalla parola masaai che significa “acqua fresca” –  soffre storicamente di carenza di fonti idriche potabili. «La richiesta attuale di acqua è di 720 mila metri cubi al giorno – spiega il direttore della Nuniversale. Le tre società che gestiscono la distribuzione idrica nella capitale, sono dunque obbligate a rendere conto, anno dopo anno, dei passi avanti compiuti per arrivare a portare l’acqua corrente a tutta la popolazione (2 milioni di persone), slum compresi. Ma attualmente, anche le zone fornite dalla rete soffrono di ricorrenti e prolungati blackout.
Paradossalmente Nairobi – il cui nome deriva cwsc, Phillip Gichuki – ma noi riusciamo a fornirne solo 560 mila». Un deficit di 160 metri cubi, aggiunge, che può essere azzerato solamente con nuovi investimenti. Intanto, le bollette sono quasi raddoppiate dal marzo di quest’anno.

Le dighe di Sasumua (di epoca coloniale) e Ndakaini (edificata nel 1991), sono ancora l’unica fonte d’acqua – sporca e contaminata – per gran sanità. Nonostante la scadenza del termine stabilito per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio dell’Onu (Millennium development goals, 2000/2015), oltre 700 mila persone sul pianeta, soprattutto nei centri urbani, nparte della popolazione povera (che vive con circa un euro al giorno). Malattie trasmesse dall’acqua inquinata (colera, tifo, epatite A, diarrea) sono diffusissime negli slum di Nairobi, in particolare tra i bambini.
In generale quelle trasmesse dall’uso di acqua contaminata, sono la principale causa di morte nel mondo con 3.4 milioni di decessi all’anno, secondo dati dell’Organizzazione mondiale della on hanno ancora accesso a fonti di acqua pulita.

Fonte: nigrizia.it
Giovedì 25 Giugno 2015
*****

             

*****

Pubblicato 26 giugno 2015 da mariannecraven in Società

Taggato con , , , , , , ,