Il dono d’Itaca è il viaggio che fu bello …   35 comments

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Itaca

di Konstantinos Kavafis
traduzione di Guido Ceronetti

Se Itaca è la meta del tuo viaggio
formula voti sia una lunga via;
peripezie e scoperte la gremiscano.
Lestrìgoni , Ciclòpi, e di Poseidone
accessi d’ira escludili.
Renderli vani è in te se via facendo
col pensiero li domini, se carne e spirito
risucchi la vertigine.
Mai vedresti Lestrìgoni e Ciclòpi
se Psiche in te non li generasse,
né l’irascibile Poseidone ti sbatterebbe
se Psiche in te non lo drizzasse orrendo.

Vòglila lunga, la via.
E i mattini d’estate mai finiscano
in cui ti accolgano finora ignoti
porti che di dolcezze ti sfiniscano.
A ogni suk dei Fenici sosterai,
ci farai begli acquisti di coralli,
di madreperle, d’ebani, di ambre.
E di profumi che stordiscano pigliane
a sacchi, di più godrai.
Ma nelle città egizie tu errabondo
viandante agli eruditi
rivolgiti, e da loro impara,
impara senza fine.

Della tua mente avrai stella polare
Itaca – sempre. Là devi approdare,
termine ultimo tuo prescritto.
Il viaggio
fallo anni durare, ritorna vecchio
nella tua isola, gli accumulati
lungo la via tesori
li sbarcherai con te, perché da Itaca
ricchezze non puoi sperare.

Il dono d’Itaca è il viaggio che fu bello.
Senza di lei, per te, quale cammino?
E null’altro sarà il suo dare.

Pur così povera mai ti avrà deluso.
Ora tu sei di vita e di sapienza
talmente ricco! E certo non ti è ignoto
il senso che ogni Itaca tramanda.
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Kavafis ci induce al viaggio verso Itaca evocando, con splendore tutto mediterraneo, mattine d’estate, mercati fenici in cui si commerciano madreperle, corallo, ebano, ambra. Il riferimento mitologico è il famoso viaggio di Ulisse nell’Odissea. Itaca, l’isola di Ulisse, diventa, nella poesia, metafora della vita stessa in cui ciò che conta non è tanto la meta, ma il viaggio.
Il senso di Itaca, infatti, è quello di fungere da stimolo per il viaggio, più che da meta da raggiungere fine a se stessa. E’ la vita, concepita come viaggio verso una meta che si raggiungerà dopo lunghe peregrinazioni.
Il viaggio di Ulisse, dunque, come metafora della nostra vita, racconta una verità che fa quasi paura. Tutta la nostra vita è un viaggio! Quando ci prepariamo ad affrontarne l’ itinerario, in realtà ci accingiamo ad affrontare un percorso alla scoperta dei nostri pensieri, di noi stessi. Perciò non dobbiamo avere fretta di giungere a destinazione e alla nostra Itaca, ma dobbiamo semplicemente goderci il viaggio, e quindi la vita, per esplorare il mondo, crescere intellettualmente, cambiare e ampliare il nostro patrimonio di conoscenze. Un viaggio è sempre una raccolta di emozioni, di sensazioni inebrianti, vive, di colori, luci, odori, sapori, suoni! È giusto apprendere il più possibile durante il viaggio, vivere esperienze, tenendo sempre presente il sentimento forte e deciso che ci porterà a destinazione.
“Itaca” è un viaggio nel quale non è importante se la meta è poi deludente, è proprio grazie ad Itaca che ci siamo messi in viaggio, e la destinazione sarà la causa di tante belle esperienze vissute lungo il cammino.
Ogni giorno in cui, prima di addormentarci, ci renderemo conto di aver appreso qualcosa di nuovo, potremo essere consapevoli di essere cresciuti, di essere diventati più esperti e più saggi, e quando giungeremo alla fine del nostro percorso, saremo soddisfatti per l’aver viaggiato, ovvero per l’aver vissuto, anche se la nostra meta non ci sembrerà più così ricca come l’avevamo immaginata! A quel punto, infatti, avremo già maturato in noi questa consapevolezza, non ci importerà che Itaca sia ricca o povera, perché saremo noi ad esserci arricchiti. E, in fondo, cosa è più bello? Il luogo in cui arriveremo o quello che ci accadrà durante il viaggio che stiamo compiendo?
Ci sono cose che il tempo non restituisce. E lo fa per insegnarci quanto siano preziose le nostre scelte, le azioni che compiamo ogni giorno.
Ognuno di noi deve coltivare un sogno, uno scopo, una meta nella propria vita, sapendo che non importa come e quando raggiungeremo la nostra destinazione, perché ciò che conta è come affronteremo il viaggio per raggiungerla.
Ciò che conta davvero è vivere e “come” si vive.

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Trick or treat? It’s Halloween!   74 comments

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Silly Symphonies – The Skeleton Dance (1929)
Walt Disney Animation Studios

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Dolcetto o scherzetto? E’ Halloween!
Dolcetto, dolcetto!

Torta morbida alla zucca

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Torta morbida alla zucca

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La torta morbida alla zucca è un dolce per la colazione o da servire per merenda, morbido e soffice, una torta molto semplice da preparare.

La zucca, protagonista della festa di Halloween, viene, per l’occasione, utilizzata per creare un dolce dalla consistenza sorprendente: la torta morbida alla zucca. Prima di utilizzarla nell’impasto, realizzato senza burro, la zucca viene fatta cuocere in forno e aromatizzata con un rametto di rosmarino. Un pizzico di cannella renderà la torta morbida alla zucca ancora più particolare e raffinata, mentre l’aggiunta di granella di nocciole si sposa perfettamente con la sua caratteristica di sciogliersi in bocca. Il risultato, infatti, è un dolce dalla consistenza cremosa, ideale per la colazione o per la merenda!

Ingredienti per la cottura in forno della zucca

Zucca mantovana (polpa) 500 g
Zucchero 35 g
Rosmarino 1 rametto

Ingredienti per l’impasto (per un stampo del diametro di 24 cm)

Uova medie 3
Olio di semi 150 ml
Zucchero integrale di canna 150 g
Farina 00 175 g
Farina di mandorle 75 g
Latte intero 100 ml
Lievito in polvere per dolci 16 g
Cannella in polvere 1 pizzico
Granella di nocciole 150 g

Per spolverizzare

Zucchero a velo q.b.

Come preparare la Torta morbida alla zucca

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Per preparare la torta morbida alla zucca iniziate a ricavare la polpa eliminando con un coltello affilato la parte esterna (1), poi togliete i semi (2) e affettate la zucca non troppo sottile (3).

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Disponetela su una leccarda foderata con carta da forno e adagiate su ciascuna fetta qualche ago di rosmarino (4), poi cospargete con lo zucchero semolato (5), quindi cuocete in forno statico preriscaldato a 180° per 60 minuti (a 160° per circa 50 minuti se forno ventilato). Quando la zucca sarà pronta, leggermente abbrustolita e ammorbidita, eliminate i rametti di  rosmarino (6),

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poi passate la zucca cotta al setaccio per eliminare l’acqua in eccesso (7). In una ciotola a parte, rompete le uova (8) e sbattetele con uno sbattitore elettrico; unite lo zucchero di canna (9) e continuate a lavorarle perché lo zucchero si sciolga.

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In un’altra ciotolina setacciate la farina 00 e unite il lievito (10). Quindi aggiungete al composto di uova e zucchero la farina di mandorle (11), poi la farina 00 a cui avevate aggiunto il lievito (12).

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Continuate a far andare le fruste, quindi unite a filo l’olio di semi (13) e quando tutte le polveri saranno ben incorporate, aromatizzate con la cannella in polvere (14). A questo punto unite la polpa di zucca (15).

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Mescolate accuratamente, poi aggiungete il latte (16) e continuate a mescolare; unite per ultima la granella di nocciole (18)

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e amalgamatela al composto (19). Imburrate e foderate con carta da forno una tortiera del diametro di 24 cm e versate all’interno l’impasto della torta (20-21). Cuocete in forno statico preriscaldato a 180° per 40 minuti (se forno ventilato a 160° per circa 30 minuti.

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Una volta cotta, sfornatela (22) e lasciate intiepidire leggermente prima di sformarla e lasciarla raffreddare completamente (23); prima di servire potete cospargere la torta morbida alla zucca con dello zucchero a velo (24).

Conservazione
Potete conservare la torta morbida di zucca sotto una campana di vetro per 2-3 giorni. Si può congelare se avete utilizzato tutti ingredienti freschi non decongelati.

Consiglio
Per rendere la torta morbida alla zucca ancora più golosa, potete aggiungere gocce di cioccolato al posto della granella di nocciole. Potete utilizzare dello zucchero di canna grezzo in alternativa a quello integrale.

Fonte: http://ricette.giallozafferano.it/Torta-morbida-alla-zucca.html

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Here’s to you, Nicola and Bart, rest forever here in our hearts …   32 comments

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Here’s to You
Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone
Interpreted by Joan Baez
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph
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Questo è per voi
Testo di Joan Baez, Musica di Ennio Morricone
Interpretata da Joan Baez
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo
Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate per sempre qui nei nostri cuori
L’ultimo e finale istante è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo

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Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, pugliese il primo e piemontese il secondo emigrarono negli Stati Uniti nel 1908. Vissero e lavorarono nel Massachusetts facendo i mestieri più disparati come consuetudine in quegli anni per gli immigrati, (alla fine Sacco calzolaio e Vanzetti pescivendolo), professando le loro idee socialiste di colore anarchico e pacifista. Nell’aprile del 1920 in un clima permeato da pregiudizi e da ostilità verso gli stranieri, furono accusati di essere gli autori di una rapina ad una fabbrica di calzature in cui rimasero vittime un cassiere e una guardia armata.

Il processo istituito contro di loro non giunse mai alla certezza di provare accusatorie sicure, ma fu fortemente condizionato dall’ansia di placare un opinione pubblica furiosa e avvelenata dalla violenza, a cui bisognava dare dei colpevoli e dal pretesto fornito dall’evento per la scalata al successo personale del giudice THAYER e del pubblico ministero KATZMANN.

Di certo Sacco e Vanzetti pagarono per le loro idee anarchiche, idealiste e pacifiste (al momento dell’intervento americano del conflitto del 15-18 si rifugiarono in Messico per non essere arruolati) e per il fatto di far parte di una minoranza etnica disprezzata ed osteggiata come quella italiana. Non da meno pesarono le azioni violente e terroristiche dell’altra ala del pensiero anarchica dei primi anni del secolo (ad es. Gaetano Cresci e Giovanni Passanante) e non ultime alcune contraddizioni della linea difensiva. Dopo circa un anno di processo il 14 luglio 1921 furono condannati alla sedia elettrica.

Sacco e Vanzetti ribadirono fino all’ultimo la loro innocenza, ma nonostante nel 1925 un pregiudicato, tal Celestino Madeiros si accusasse di aver partecipato alla rapina assieme ad altri complici; scagionando completamente i due italiani e nonostante appelli e manifestazioni di solidarietà e di richiesta di assoluzione da parte dell’opinione pubblica mondiale, la notte del 23 agosto 1927 Sacco e Vanzetti furono giustiziati sulla sedia elettrica.

Nel 1977 dopo che il caso era stato più volte riaperto, il governatore del Massachusetts, Michael s. Dukakis, riabilitò le figure di Sacco e Vanzetti, scrivendo nel documento che proclama per il 23 agosto di ogni anno il S.&V. Memorial Day che “il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi, l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.

A noi di tutta la vicenda (che per la durata della prigionia e i contorni della fine assume quasi caratteri martirologici) preme far rilevare l’estrema coerenza e convinzione nei valori professati da Sacco e Vanzetti, mai rinnegati fino alla fine e non ultimo il forte legame di amicizia che li tenne uniti e spiritualmente vicini per tutta la loro esistenza, anche nel momento in cui salirono sulla sedia elettrica, con un coraggio, uno stoicismo ed una umanità su cui tutti dovremmo riflettere e confrontarci. Perché in ogni caso la vera memoria ha un futuro dentro ognuno di noi.

Fonte: http://www.saccoevanzetti.com/storia.htm

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La Ballata di Sacco e Vanzetti

Il più famoso componimento sulla vicenda di Sacco e Vanzetti ad opera di Joan Baez e del compositore Ennio Morricone.

Si tratta originariamente della colonna sonora del film di Giuliano Montaldo (1972) “Sacco e Vanzetti”, interpretato da Gian Maria Volonté (Bartolomeo Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Nicola Sacco). Musiche di Ennio Morricone e testi di Joan Baez. La Seconda parte della ballata è ispirata dalla lettera dal carcere di Vanzetti al padre, mentre la Terza parte è ispirata dalla stessa lettera dal carcere di Sacco al figlio Dante.

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The Ballad Of Sacco And Vanzetti – Part One
Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone
Interpreted by Joan Baez
Give to me your tired and your poor
Your huddled masses yearning to breathe free
The wretched refuse of your teeming shore
Send these, the homeless, tempest-tossed to me.”
Blessed are the persecuted
And blessed are the pure in heart
Blessed are the merciful
And blessed are the ones who mourn
The step is hard that tears away the roots
And says goodbye to friends and family
The fathers and the mothers weep
The children cannot comprehend
But when there is a promised land
The brave will go and others follow
The beauty of the human spirit
Is the will to try our dreams
And so the masses teemed across the ocean
To a land of peace and hope
But no one heard a voice or saw a light
As they were tumbled onto shore
And none was welcomed by the echo of the phrase
“I lift my lamp beside the golden door.”
Blessed are the persecuted
And blessed are the pure in heart
Blessed are the merciful
And blessed are the ones who mourn

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La Ballata di Sacco Vanzetti – 1^ Parte
Testo di Joan Baez, Musica di Ennio Morricone
Interpretata da Joan Baez
 “Portatemi i vostri stanchi e i vostri poveri
le vostre masse riunite per respirare libere
i rifiuti scartati delle vostre rive affollate
mandateli, i senzacasa, quelli colpiti da tempesta, da me”
 Benedetti siano i perseguitati
e benedetti siano i puri di cuore
benedetti siano i misericordiosi
e benedetti siano i portatori di lutto
 Il passo è difficile che strappa le radici
e dice addio ad amici e famiglia
i padri e le madri piangono
i bambini non possono capire
ma quando c’è una terra promessa
i coraggiosi andranno e gli altri seguiranno
la bellezza dello spirito umano
è la volontà di provare i nostri sogni
e così le masse si affollano attraverso l’oceano
in una terra di pace e speranza
ma nessuno udì una voce o vide una luce
e furono sbattuti contro la riva
e nessuno fu accolto dall’eco della frase
“alzo la mia lampada dietro la porta d’oro”
 Benedetti siano i perseguitati
e benedetti siano i puri di cuore
benedetti siano i misericordiosi
e benedetti siano i portatori di lutto

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The Ballad Of Sacco And Vanzetti – Part Two
Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone
Interpreted by Joan Baez
Father, yes, I am a prisoner
Fear not to relay my crime
The crime is loving the forsaken
Only silence is shame
And now I’ll tell you what’s against us
An art that’s lived for centuries
Go through the years and you will find
What’s blackened all of history
Against us is the law
With its immensity of strength and power
Against us is the law!
Police know how to make a man
A guilty or an innocent
Against us is the power of police!
The shameless lies that men have told
Will ever more be paid in gold
Against us is the power of the gold!
Against us is racial hatred
And the simple fact that we are poor
My father dear, I am a prisoner
Don’t be ashamed to tell my crime
The crime of love and brotherhood
And only silence is shame
With me I have my love, my innocence,
The workers, and the poor
For all of this I’m safe and strong
And hope is mine
Rebellion, revolution don’t need dollars
They need this instead
Imagination, suffering, light and love
And care for every human being
You never steal, you never kill
You are a part of hope and life
The revolution goes from man to man
And heart to heart
And I sense when I look at the stars
That we are children of life
Death is small.

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La Ballata di Sacco Vanzetti – 2^ Parte
Testo di Joan Baez, Musica di Ennio Morricone
Interpretata da Joan Baez
Sì Padre, son carcerato
Non aver paura di parlare del mio reato
Crimine di amare i dimenticati
Solo il silenzio è vergogna.
 Ed ora ti dirò cosa abbiamo contro di noi
Un’arte che è stata viva per secoli
Percorri gli anni e troverai
cosa ha imbrattato tutta la storia.
Contro di noi è la legge
con la sua immensa forza e potere
Contro di noi è la legge!
La Polizia sa come fare di un uomo
un colpevole od un innocente
Contro di noi è il potere della Polizia!
Le menzogne senza vergogna dette da alcuni uomini
saranno sempre ripagate in denari.
Contro di noi è il potere del denaro
Contro di noi è l’odio razziale
ed il semplice fatto che siamo poveri.
 Mio caro padre, son carcerato
Non vergognarti di divulgare il mio reato
Crimine d’amore e fratellanza
E solo il silenzio è vergogna.
 Con me ho il mio amore, la mia innocenza,
i lavoratori ed i poveri
Per tutto questo sono integro, forte
e pieno di speranze.
Ribellione, rivoluzione non han bisogno di dollari,
Ma di immaginazione, sofferenza, luce ed amore
e rispetto
Per ogni essere umano.
Non rubare mai, non uccidere mai,
sei parte della forza e della vita
La Rivoluzione si tramanda da uomo ad uomo
e da cuore a cuore
E percepisco quando guardo le stelle
che siamo figli della vita
La morte è poca cosa

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The Ballad Of Sacco And Vanzetti-Part Three
Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone
Interpreted by Joan Baez
My son, instead of crying be strong
Be brave and comfort your mother
Don’t cry for the tears are wasted
Let not also the years be wasted
Forgive me, son, for this unjust Death
Which takes your father from your side
Forgive me all who are my friends
I am with you, so do not cry
If mother wants to be distracted
From the sadness and the soulness
You take her for a walk
Along the quiet country
And rest beneath the shade of trees
Beside the music and the water
Is the peacefulness of nature
She will enjoy it very much
And surely you’ll enjoy it too
But son, you must remember
Do not use it all yourself
But down yourself one little step
To help the weak ones by your side
Forgive me, son, for this unjust death
Which takes your father from your side
Forgive me all who are my friends
I am with you, so do not cry
The weaker ones that cry for help
The persecuted and the victim
They are your friends
And comrades in the fight
And yes, they sometimes fall
Just like your father
Yes, your father and Bartolo
They have fallen
And yesterday they fought and fell
But in the quest for joy and freedom
And in the struggle of this life you’ll find
That there is love and sometimes more
Yes, in the struggle you will find
That you can love and be loved also
Forgive me all who are my friends
I am with you
I beg of you, do not cry

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La Ballata di Sacco Vanzetti – 3^ Parte
Testo di Joan Baez, Musica di Ennio Morricone
Interpretata da Joan Baez
Figlio mio, invece di piangere sii forte
sii coraggioso e conforta tua madre
non piangere perché le lacrime sono sprecate
non lasciare che anche gli anni siano sprecati
Perdonami figlio, per questa morte ingiusta
che ti porta via tuo padre
perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te, quindi non piangere
Se tua madre cerca di essere distratta
dalla tristezza e dalla depressione
portala a camminare
lungo la campagna tranquilla
e riposa sotto l’ombra degli alberi
dove qua e là raccogli fiori
oltre la musica e l’acqua
è la pace della natura
che lei apprezzerà molto
e sicuramente anche tu l’apprezzerai
ma figlio, devi ricordarti
non agire tutto da solo
ma abbassati solo un passo
per aiutare i deboli al tuo fianco
Perdonami figlio, per questa morte ingiusta
che ti porta via tuo padre
perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te, quindi non piangere
I più deboli che piangono per un aiuto
il perseguitato e la vittima
sono tuoi amici
e compagni nella lotta
e sì, qualche volta cadono
proprio come tuo padre
sì, tuo padre e Bartolo
sono caduti
e ieri combatterono e caddero
ma nella ricerca di gioia e libertà
e nella lotta di questa vita troverai
che c’è amore e a volte di più
sì, nella lotta troverai
che puoi amare e anche essere amato
Perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te,
ti prego non piangere

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Monologhi dal film di Giuliano Montaldo “Sacco e Vanzetti” (1972)
i
nterpretato da Gian Maria Volonté (Bartolomeo Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Nicola Sacco)

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Un’ingiustizia commessa 90 anni fa, che si riflette ancora oggi.

Perché a subirla furono immigrati, e italiani per la precisione, poveri e politicamente scomodi in quanto anarchici.

Due “wops” (without papers, senza documenti, epiteto dispregiativo usato ancor oggi per gli italiani) che non parlavano inglese o quasi.

Due “bastardi anarchici”, come a più riprese li chiamò in aula il giudice Webster Thayer.

Due migranti, come quelli di oggi: poveri e senza voce in capitolo.

Sacco e Vanzetti furono vittime della “politica del terrore” contro i “rossi” che l’America del tempo praticava, con speciale ferocia quando si trattava di immigrati. Una linea di condotta che caratterizzava il clima politico statunitense di quegli anni, instaurata indiscriminatamente contro anarchici, operai, sindacalisti e masse popolari che auspicavano un riscatto sociale.

Gran parte dell’opinione pubblica riteneva che l’appartenenza agli Stati Uniti fosse una questione di sangue e non accettava i nuovi arrivati, ritenendoli individui etnicamente inferiori e non assimilabili perché le loro radici non affondavano nell’Europa Settentrionale.

In particolare, gli italiani erano accusati di essere incivili, sporchi, violenti, dediti al crimine e, in un’ipotetica gerarchia razziale, più simili e vicini ai neri che ai bianchi, a causa del colore olivastro della pelle di molti meridionali e dei loro rapporti secolari con i nordafricani.

Basti pensare che, tra gli ultimi anni del 1800 e i primi del 1900, oltre 30 immigrati italiani, in prevalenza siciliani, vennero linciati, cioè furono colpiti da quella forma di giustizia sommaria popolare che negli Stati del Sud, razzisti, si accaniva sugli afroamericani.

In un momento in cui era fortissimo sia il pregiudizio nei confronti degli italiani, sia quello nei confronti degli anarchici, Sacco e Vanzetti dovettero affrontare un tribunale e un giudice – Webster Thayer che, appunto, li chiamava “bastardi” – fortemente motivati a farli giustiziare. Inoltre il governatore dell’epoca, Alvan Fuller, che avrebbe potuto evitare l’esecuzione, non lo fece per motivi, a quanto si è capito negli anni, puramente politici: cercava la nomination repubblicana alla presidenza degli Stati Uniti.

La vera “colpa” di Sacco e Vanzetti era di essere italiani e anarchici e che di questa loro “fede” non facevano mistero.

Furono molti gli intellettuali di primissimo piano che presero le parti dei due immigrati italiani: da Albert Einstein a George Bernard Shaw, da Bertrand Russell a John Dos Passos, passando per Anatole France.

Persino Benito Mussolini, nonostante l’ideologia politica lo allontanasse da Sacco e Vanzetti, si adoperò perché i due italiani fossero risparmiati.

Ma ogni iniziativa fu inutile: i due trovarono la morte su una sedia elettrica, scatenando indignazione e rivolte.

A novant’anni di distanza, mentre l’appartenenza alla nazione di afroamericani, ispanici e musulmani è messa in discussione nell’America di Trump, la vicenda di Sacco e Vanzetti resta a monito delle aberrazioni dell’intolleranza xenofoba che riaffiora continuamente in un Paese che avrebbe l’ambizione di essere la terra degli immigrati per antonomasia.

Sacco e Vanzetti furono vittime del pregiudizio, della faziosità, dell’intolleranza, della discriminazione, del razzismo e della persecuzione diventati regola di vita.

E noi? Come l’intera Europa, l’Italia si è battuta a lungo affinché fosse fatta giustizia e venisse riconosciuta l’innocenza dei nostri connazionali e riabilitato il loro nome. Noi tutti li ricordiamo tributando loro gli onori che meritano.

Ma cosa si sta facendo col fenomeno della immigrazione nel nostro “Bel Paese”?

Non sta forse spirando un vento che porta la stessa intolleranza xenofoba, la stessa discriminazione, lo stesso razzismo di 90 anni or sono verso gli italiani, contro un’umanità miserabile che fugge dalle terre della disperazione, esseri umani ai quali abbiamo depredato tutto, lasciando loro solo gli occhi per piangere?

Bartolomeo Vanzetti, che conosceva l’inglese meglio di Sacco, pronunciò al giudice queste parole: “Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole”.

E quando arrivano dal mare uomini, donne, bambini, rischiando la vita, non dimentichiamoci che non sono meno di un cane, un serpente, o la più bassa creatura della Terra, ma esseri umani la cui unica colpa è soltanto la disperazione.

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Scena dal film di Giuliano Montaldo “Sacco e Vanzetti” (1972)
interpretato da Gian Maria Volonté (Bartolomeo Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Nicola Sacco)

Da una lettera di Nicola Sacco al figlio Dante

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Un guerriero può morire, ma non le sue idee.   17 comments

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“Es mejor así, nunca debería haber sido capturado con vida.”
Estas fueron las palabras de Ernesto Che Guevara
cuando se dio cuenta de que iba a ser fusilado.

Él siempre será mi ideal y mi mito!

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In occasione del 50° anniversario dell’assassinio del Comandante Ernesto Che Guevara e dei suoi compagni guerriglieri caduti in Bolivia, il ricordo della figura del Guerrigliero Eroico che, con la sua vita, le sue gesta, il suo pensiero, rimane sempre presente come esempio imprescindibile per chi lotta contro l’imperialismo e l’ingiustizia.

Domenica, 8 ottobre 1967

Il capitano dei Ranger Gary Prado stenta a credere a ciò che gli vanno dicendo. In fondo ad un vallone sperduto nella Bolivia meridionale, su una pietraia invasa dai rovi, ha davanti a sé il guerrigliero più ricercato e più temuto del continente, l’uomo che ha fatto mettere in stato d’assedio l’intero paese. Due soldati lo tengono sotto tiro.

E’ visibilmente spossato. La tuta mimetica cachi sporca, piena di fango, strappata e un giubbotto blu in pessimo stato, che copre appena una camicia a brandelli, cui resta un solo bottone.

L’aspetto di un bandito. Dal collo gli pende un altimetro. Esala un odore forte, un miscuglio acre di tabacco e sudore. Barba, baffi, capelli intrisi di polvere e arruffati gli divorano parte del volto. Ma i suoi occhi continuano a splendere sotto il basco verde scuro. “Il suo sguardo faceva impressione”, osserva Gary Prado che, al momento, finge di non dare eccessiva importanza all’incredibile rivelazione.

Sono le tre del pomeriggio di domenica 8 ottobre 1967. Ma era un’alba gelida quando un contadino era corso al villaggio di La Higuera per dare l’allarme all’esercito. Ora il sole è caldo e, a 1500 metri di altitudine, l’atmosfera limpida. Colpi di arma da fuoco risuonano in un canyon lontano. Lo scontro della quebrada del Churo dura già da quasi quattro ore. Accanito.

Tre pallottole di mitragliatrice hanno raggiunto Guevara senza metterlo in reale difficoltà. Una ha soltanto perforato il basco, l’altra ha reso inservibile la canna del fucile M-1 che gli serve da appoggio. La terza l’ha colpito al polpaccio destro, in basso. Non ha più scarpe. I piedi sono avvolti in pezze di pelle cuciti a mano in modo approssimativo.

Un filo di sangue gocciola lungo la caviglia.

“Sono Che Guevara”, ripete con voce ferma.

Il capitano scorre i molti ritratti di guerriglieri in dotazione ai Ranger. Con i suoi uomini, ha appena terminato un periodo di addestramento intensivo durato cinque mesi. Alcuni “Berretti Verdi” statunitensi, esperti in tecniche antiguerriglia, veterani del Vietnam, sono venuti appositamente dal campo di Fort Bragg e da Panama per perfezionare l’addestramento delle truppe boliviane. E lui stesso ha partecipato ai corsi di intelligence che la CIA ha riservato agli ufficiali.

I ritratti, molto rassomiglianti, sono stati eseguiti da un guerrigliero occasionale: il pittore argentino Ciro Bustos che Guevara aveva chiamato in Bolivia perché aderisse alla guerriglia. L’argentino, arrestato sei mesi prima a centocinquanta chilometri da lì, ha immediatamente raccontato tutto e anche qualcosa in più. Il suo arresto é avvenuto assieme a quello di Regis Debray, il cui processo, a Camiri, ha suscitato grande scalpore in tutto il mondo. Bustos ha tracciato con precisione i lineamenti di ciascuno dei membri della guerriglia.

Prado verifica con attenzione. Le caratteristiche protuberanze delle arcate sopraccigliari lasciano pochi dubbi. Per ulteriore conferma chiede al prigioniero di mostrare il dorso della mano sinistra, dove risalta la cicatrice. E’ il Che.

Ha catturato una leggenda…

Lunedì, 9 ottobre 1967

Appoggiato alla meglio su uno dei piccoli banchi della scuola, il Che è oramai allo stremo. E’ quasi un giorno che subisce angherie, torture, interrogatori. Sempre però i suoi aguzzini entrano baldanzosi e escono con la testa bassa. Di piegarlo o di farlo parlare non c’è verso, e spesso, è lui che mette in crisi le loro coscienze riaffermando sempre la sua dignità e il suo coraggio. A chi lo accusa o lo insulta, lui risponde con calma e fierezza, fissandoli dritto negli occhi, facendogli sentire vergogna per quello che stanno facendo, e rimorso per quanto si sono asserviti a un potere stupido e violento che li usa come dei boia contro i loro fratelli. Ha perso la calma solo una volta, di fronte a un traditore cubano che si è venduto alla CIA. Con la forza restante che aveva, gli ha dato un pugno e sputato in faccia. Poi lo hanno legato e picchiato. Dopo un ufficiale, più umano degli altri, lo ha fatto sciogliere, bere dell’acqua e gli ha offerto un sigaro. Gli ha raccontato che ha un fratello comunista, che anche lui è qui solo perché deve vivere. Da quel momento in poi lo hanno lasciato in pace, dolorante e debole per la ferita, con il petto a pezzi per l’asma.

Pensa a che fine hanno fatto i suoi compagni. Li crede quasi tutti in salvo. Non può sapere che i quatto feriti e Pablito, che ha solo ventidue anni ed è il più giovane dei guerriglieri, tra poco cadranno in un altro agguato e saranno finiti a colpi di mitra; né che un piccolo gruppetto capeggiato da Pombo è riuscito a rompere l’accerchiamento e ora marcia, soffrendo e combattendo, verso il Cile, dove saranno salvati dal futuro presidente Allende.

Gli riappaiono i volti di tutti quelli che hanno combattuto con lui e che sono caduti lungo il cammino della rivoluzione. Sono tanti, quasi tutti suoi amici.

Ricorda i mille posti del mondo che ha visto, con una sterminata umanità che ci vive, soffrendo soprusi, ingiustizie, violenza. Per questa gente si è battuto e ora sta per morire. Ha voluto dimostrare che i poveri e gli emarginati, i deboli e i diversi, hanno la fierezza di ribellarsi e la forza di vincere. Se lui non c’è riuscito ci saranno altri che continueranno. E’ pronto a morire senza alcun rimpianto. E’ una cosa normale, lo sapeva che poteva accadere questo.

Sua moglie e i suoi figli capiranno tutto questo? Le loro immagini gli toccano il cuore. I suoi bambini! Qualcuno è così piccolo che non si ricorderà di lui. Vorrebbe avere la possibilità di poterli ancora una volta stringere a sé.

Ma il dolore lo scuote, la ferita continua a perdere il sangue, la febbre a salire. Ora è quasi in delirio. Come dopo il suo sbarco a Cuba, quando credeva di essere moribondo, adesso il suo pensiero galoppa.

Ad un tratto la porta si apre e capisce che è venuta l’ora.

L’uccisione del Che, decretata in alto loco, fu affidata ad un giovane soldato, Mario Terran.

Al suo esitare il Che gli gridò “Dispara, cojudo, dispara! Cierra los ojos y dispara!” . Erano le ore 13. Ernesto Che Guevara aveva trentanove anni.

Ernesto Guevara de la Serna, il “Che”, è stato il frutto di circostanze soggettive e storiche che, intersecandosi con una personalità sensibile e complessa, sviluppata in un ambiente intellettualmente fecondo, ne hanno fatto un moderno eroe.

Fonte: http://www.siporcuba.it/tributo.htm

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muc

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Joan Baez

Hasta siempre Comandante Che Guevara

di Carlos Puebla

 Aprendimos a quererte
desde la histórica altura
donde el sol de tu bravura
le puso un cerco a la muerte.

Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

 Tu mano gloriosa y fuerte
sobre la historia dispara
cuando todo Santa Clara
se despierta para verte.

Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

 Vienes quemando la brisa
con soles de primavera
para plantar la bandera
con la luz de tu sonrisa.

 Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Tu amor revolucionario
te conduce a nueva empresa
donde esperan la firmeza
de tu brazo libertario.

 Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Seguiremos adelante
como junto a ti seguimos
y con Fidel te decimos:
hasta siempre Comandante.

Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

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Erano in tre le bestie … erano tre questi uomini di merda!   69 comments

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Erano in tre e le hanno strappato il futuro e la speranza 

di Claudia Pepe
02 Ottobre 2017
Blog Movimento Essere Sinistra – MovES

Erano in tre i maledetti che hanno violentato una ragazza di 25 anni tra sabato e domenica a Catania.

Erano in tre quando uno alla volta l’hanno stuprata, le hanno vomitato addosso il loro sperma, la loro vigliaccheria, la loro incapacità di vivere.

Erano in tre, ed erano tutti italiani questi vermi che dopo averle saccheggiato ogni angolo del suo corpo, dopo averle tappata la bocca, gli occhi e spazzato via per sempre la sua vita, l’hanno gettata in mezzo alla strada. Come un sacco d’immondizia, come il letame, come il sudiciume.

Erano italiani questi tre delinquenti che hanno rubato la vita ad una ragazza.

Erano tre questi uomini di merda che probabilmente sono sposati e fidanzati, che vanno a messa la domenica e sputano sugli immigrati. 36, 34, e 23 anni questa è l’età di questi assassini che pensavano di passare una serata nella bocca di questa ragazza.

Uno dei tre la conosceva, e dopo la discoteca le ha offerto di riaccompagnarla a casa. Lei ha accettato, mai avrebbe pensato che quella notte sarebbe stata l’ultima da ragazza spensierata, da donna libera.

È entrata in macchina ancora con le note della musica che le risuonavano nelle orecchie, era felice, stava tornando a casa.

Ma nella macchina non ha trovato l’amico che le faceva una cortesia, ma tre schifosi che si sono messi d’accordo per vomitarle addosso la loro rabbia e la loro sessualità malata.

Sono proprio quegli “uomini” che baciano la mano alla mamma, che la moglie non deve essere guardata da nessuno, e di fronte ad una ragazza che si diverte e vive la propria vita la fotografano come “puttana”, come una cosa di cui si può abusare, e prendere a calci dopo averla sommersa di escrementi.

Perché è proprio questo che sono, la feccia del nostro mondo. “Uomini che baciano il santo protettore, si inchinano davanti alla casa del boss, e poi vanno a rovesciare la loro urina su un viso che ne porterà sempre i segni.” Io come insegnante non posso fare a meno di informare i miei studenti, di allarmare le famiglie che stiamo attraversando uno dei periodi più difficili per noi donne.

Per i ragazzi, per i sogni e per delle lacrime che non finiranno mai. Io voglio ribellarmi a questo Stato che non difende le donne, acconsente con il silenzio allo sterminio di visi innocenti, che lascia uccidere nei loro respiri, visi riversi per terra.

Abbracciate ad un selciato che diverrà la loro storia.

Questa ragazza buttata su una strada, dopo essere salita sul Golgota e abbracciata la croce, è stata conficcata con chiodi che nessuno mai potrà levarle, incoronata da una corona di spine che continuerà a sanguinare per tutta la sua vita.

Dopo averle fatto bere aceto, e infilzata da lance nel costato, inchiodata da mani sporche di sacrilegio, irrisa e devastata, è stata notata da un vicino di casa, che ha lanciato l’allarme.

Cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini, e sono quasi sempre quelli che sostengono di amarle. È una vera e propria strage.

Ai femminicidi si aggiungono violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso.

Domani potrei essere io, potremo tutte essere uccise, perseguitate, violentate e scalciate su una strada come i rifiuti di una società.

Erano in tre le bestie che hanno rovinato la vita ad una ragazza, sono stati fermati certo, ma quando sconteranno la loro pena? Andranno a chiedere scusa al patrono della città, diranno che sono stati provocati, che in fondo le donne non vogliono altro che farsi tappare i buchi. Perché per loro è questa la nostra natura.

Ed io insegnante, lotterò fino al mio ultimo respiro, perché nessuno dei miei ragazzi debba scontare la morte mentre sta vivendo. Insegnerò questa poesia di Alda Merini che insegna l’amore, la vita, la tenerezza, il calore e la dolcezza.

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“E poi fate l’amore.
Niente sesso, solo amore.
E con questo intendo i baci lenti sulla bocca,
sul collo, sulla pancia, sulla schiena,
i morsi sulle labbra, le mani intrecciate,
e occhi dentro occhi.
Intendo abbracci talmente stretti
da diventare una cosa sola,
corpi incastrati e anime in collisione,
carezze sui graffi, vestiti tolti insieme alle paure,
baci sulle debolezze,
sui segni di una vita
che fino a quel momento era stata un po’ sbagliata.
Intendo dita sui corpi, creare costellazioni,
inalare profumi, cuori che battono insieme,
respiri che viaggiano allo stesso ritmo,
e poi sorrisi,
sinceri dopo un po’ che non lo erano più.
Ecco, fate l’amore e non vergognatevene,
perché l’amore è arte, e voi i capolavori.”

A voi miei grandi ragazzi, capolavori della mia vita.

Fonte: http://www.movimentoesseresinistra.it/blog-movimento/argomenti/2017/10/02/tre-le-strappato-futuro-la-speranza/

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Non aggiungo molto di mio, questo articolo parla anche per me, spero soltanto che parli al cuore di tante altre donne. E di tanti uomini anche, ché non sono tutti “pezzi di merda” come questi criminali! Che tutti possiamo, insieme, ribellarci e lottare contro questo stato di cose.

Non dobbiamo accettare in silenzio questa quotidiana strage di donne. Noi donne non dobbiamo dividerci perché, come afferma Claudia, “Domani potrei essere io, potremo tutte essere uccise, perseguitate, violentate e scalciate su una strada come i rifiuti di una società.”

Un abbraccio fortissimo a questa ragazza di Catania, spero che un giorno, se mai sarà possibile, riesca a trovare un po’ di serenità.

Un abbraccio e un ringraziamento a Claudia Pepe, che ha scritto questo pezzo con intensità,  partecipazione, solidarietà, condivisione e grande amore per le donne e per i suoi allievi.

Un abbraccio a tutte le donne.

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Solo le persone speciali possono sentire …   79 comments

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Solo quelli che sanno ascoltare e seguire il cuore hanno la capacità di sentire e capire profondamente le altre persone. Solo chi sa fare silenzio dentro di sé e ascoltarsi, raggiunge la consapevolezza di sé stesso e del mondo intorno a sé, senza giudicarlo. Solo chi sa ascoltare le proprie emozioni e dedica tempo ad osservare ed ascoltare quelle di chi gli sta intorno, entrerà autenticamente in sintonia con gli altri e rafforzerà anche la propria intuizione.

E’ necessario che impariamo a comprendere noi stessi, prima di provare a fare altrettanto con chi ci circonda. Se abbiamo cuore, non possiamo perdere niente, dovunque andiamo. Possiamo solo trovare. Il nostro cuore conosce tutte le cose.

L’incapacità dell’uomo di comunicare è il risultato della sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto. Ascoltare in modo attivo vuol dire dedicare il proprio tempo a qualcun altro.

Chi sa ascoltare è in grado di “mettersi nei panni dell’altro”, apre cuore e mente ancor prima delle orecchie.

Chi sa ascoltare ha una maggiore sensibilità ed è per questo in grado di andare oltre ciò che viene espresso con le semplici parole.

Ascoltare l’altro è una bellissima manifestazione di rispetto; è un segnale di attenzione verso l’altro ed è il modo migliore per creare relazioni vere e durature.

Si sente con le orecchie e si ascolta con il cuore e con la mente. Saper comunicare da cuore a cuore trasforma la mente di chi ascolta e l’animo di chi parla.

Troppo spesso si cerca di affermare il proprio ego personale sugli altri … convinti di avere sempre la risposta giusta, al momento giusto e per ogni interrogativo …

Il silenzio dovrebbe essere la condizione utile e lo spazio necessario per il vero ascolto, ma troppo spesso ci fa paura. Il silenzio, invece, è pienezza, non povertà. E’ proprio quando il silenzio esteriore si crea, che si possono sentire le parole, la melodia …

Solo chi, nel silenzio, scava profondamente nel proprio cuore, può sentire le emozioni nel cuore degli altri, solo chi apre il cuore all’ascolto, e si commuove, può sentire la magia del bosco, la melodia degli alberi, il canto delle foglie d’autunno, solo chi ha capito che il silenzio e l’ascolto, a volte, valgono più di mille parole, diventa una persona “speciale”. E solo le persone “speciali” possono sentire la musica sprigionarsi dall’albero d’oro.

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L’albero che cantava

C’era una volta un albero un po’ particolare, e vi dirò subito perché: sapeva cantare! All’arrivo della primavera, dunque, al primo tepore del sole, le sue tenere foglioline cominciavano ad aprirsi e intonavano un coro che si espandeva per tutto il giardino.

Dapprima iniziavano fievolmente, poi, mano a mano che crescevano e diventavano delle robuste foglie verdi, anche le loro voci si facevano sempre più sonore e armoniose rallegrando così le giornate di quel luogo ameno.

Vicino a quest’albero canterino c’era una di quelle piante grasse con quei tremendi aculei che sembravano sempre pronti a colpire chi si avvicinava troppo. Ebbene questa pianta era l’unica nel giardino che non apprezzava per niente le canzoni di questo albero e pertanto continuava a brontolare come una pentola di fagioli. – Verrà anche l’autunno – borbottava tra sé – così questa musica smetterà -. E intanto diventava sempre più gonfia di stizza e i suoi spini sembravano pronti a schizzar via per pungere qualche malcapitato.

Verso settembre arrivò nel giardino il primo venticello portando un po’ di tremore dappertutto.

La voce delle foglie dell’albero canterino cominciò a indebolirsi. E il sole, impietosito, cercò di donare loro tutto il calore di cui era capace in quel periodo dell’anno, facendole diventare splendenti come l’oro. E così poterono continuare a gorgheggiare contente.

In ottobre passò da quelle parti un signore molto distinto assieme ad un suo amico che indossava dei vestiti un po’ larghi, aveva i capelli lunghi e amava dipingere quadri.

Giunti davanti all’albero che sapeva cantare, si fermarono estasiati dallo splendore delle foglie che il sole non smetteva di accarezzare.

– Che meraviglia! – disse il signore elegante. – Davvero splendido! – replicò il pittore.

A quei complimenti le foglie arrossirono di piacere e alcune svennero per l’emozione, cadendo  a terra.

– Domani potrai venir qui con il tuo cavalletto e con i tuoi pennelli – disse il signore elegante al pittore.

– Verrò volentieri e ti ringrazio – rispose questi.

– Ecco care – disse la pianta grassa – domani ci faranno il ritratto. Potreste almeno per un giorno smettere di cantare? –

– Smettere di cantare? Perché? – risposero le foglie – noi domani faremo del nostro meglio per regalare a quei signori gentili le nostre più belle melodie -. La pianta grassa bofonchiò rassegnata; tanto con quelle era proprio inutile discutere.

L’indomani era una giornata meravigliosa. Sullo sfondo del cielo turchese e alla luce del sole tutti gli alberi splendevano dei colori più belli e l’albero canterino spiccava fra tutti per la sua luminosità.

Arrivò il pittore con il suo cavalletto sul quale sistemò una tela bianca di media grandezza; si sedette su una panchina di fronte all’albero che cantava e, presi pennelli e tavolozza, iniziò a dipingere. Lo spettacolo era davvero mozzafiato; le foglie arrossivano sempre di più nel sentirsi così al centro dell’attenzione, e cantavano sommessamente.

Disse la pianta grassa: – meno male che oggi almeno cantate più piano e non mi rompete i timpani con i vostri strilli ! –

Alla fine della giornata il pittore regalò il quadro al suo amico che ne fu molto contento, mentre la notte abbassò le palpebre a tutti gli abitanti del giardino, che si addormentarono pacifici.

L’autunno e l’inverno avanzavano a grandi passi e il vento che li accompagnava faceva cadere le foglie di quasi tutti gli alberi. Solo la pianta grassa rimaneva imperterrita, assieme alle piante sempreverdi che sonnecchiavano silenziose.

Anche le foglie canterine caddero una ad una e, mentre si adagiavano sul terreno intorno al tronco dell’albero, continuavano a cantare piano piano, finché si addormentarono tranquille; sapevano infatti che l’albero conosceva a memoria le loro canzoni e le teneva ben custodite per la primavera successiva.

La pianta grassa, che ormai non poteva più sentirle, disse: – meno male che almeno adesso posso dormire in pace – e, distolto lo sguardo dai rami spogli dell’albero, cominciò a russare come un trombone stonato.

In una bella casa, non molto lontano dal giardino, quel signore elegante di cui abbiamo parlato poco fa, una sera invitò a cena amiche ed amici con le rispettive famiglie. E in quell’occasione mostrò loro il dipinto fatto dal suo amico all’albero dai colori splendenti.

Tutti guardarono il ritratto con ammirazione. Fra i presenti c’era anche una ragazzina che amava molto dipingere e alla vista del quadro proruppe in una esclamazione di meraviglia : – Ma è bellissimo! Quell’albero ha i colori dell’oro e sembra quasi che sprigioni una musica! -. Non si era resa conto, come noi sappiamo, di aver detto proprio la verità. E fu così che il nostro albero poté continuare a cantare felice nel quadro, in ogni stagione, ma solo le persone speciali riuscivano a sentirlo.

Fiaba di: giovigio

Fonte: https://www.tiraccontounafiaba.it/fiabe/varie/1195-albero-cantava.html

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Dietro le persiane chiuse, una sofferenza silenziosa …   39 comments